IL TUNNEL | CAPRA
febbraio 14th, 2012 § 11 commenti
Quella che stai per iniziare è la grande storia del tunnel.
Ci sono voluti 3 giorni a farlo. Tu impiegherai al peggio 8 minuti a leggerlo. Non lesinare.
Io e la mia famiglia abitiamo in una casa che ha un nome, il nome è Le Budrie, la casa è a Samone, a 5 km da Zocca, in una valletta che non ha un nome – per quanto ne sappiamo, e per arrivare a casa Le Budrie dalla strada provinciale bisogna imboccare una via, che ha un nome pure questa, ed è via Busano, e percorrere 580 mt di strada sterrata.
Il numero civico di fianco all’ingresso di casa Le Budrie è, to’ mò, 580.
Quando nevica parecchio quei 580 mt di strada diventano impraticabili.
Se la neve rimane – diciamo – più o meno al di sotto dell’altezza delle ruote della Lada, allora vado avanti e indietro e via di gran sgommate. Se ne scende più di mezzo metro desisto, non avrebbe senso, suicidio automobilistico. Lascio l’auto sulla provinciale e si scende a piedi.
A quel punto telefoniamo al cowboy, che è un tizio che fa centomila lavori qua in montagna, uno che dalle mie parti si chiamerebbe un fattorone, e che in emergenza neve è precettato per la pulizia delle strade.
Il cowboy per pulire la nostra strada si piglia almeno almeno un cinquantello.
Era il prezzo di due anni fa. Magari quest’anno si piglia pure di più.
La settimana scorsa – che è nevicato pure la settimana scorsa – è venuto a pulirci la strada, e una volta arrivato giù a casa nostra son voluto salire sul trattore per tornare a prendere la macchina. Mi ha detto che coi mezzi spalaneve devono uscire quando supera i 5 cm. Che devono stare in giro finché le strade non sono praticabili. Che sono divisi per zone. Che quando hanno finito la loro zona possono andare dai privati. E fare un fracasso di soldi. Questo non l’ha detto.
La settimana che va dal 6 al 12 febbraio ha visto una delle peggio nevicate della storia della collina modenese (me l’ha detto un tizio della protezione civile, io sono uno di pianura che si è trasferito, non ho memoria storica). Roba che i mezzi spalaneve han dovuto girare sempre, ché le strade non restavano pulite (così mi ha detto la moglie del cowboy al telefono). Il vento forte non mi ha aiutato coi calcoli: in certi punti le dune di neve mi arrivavano alla spalla. Sono basso, certo. Però parliamo comunque di un metro e mezzo almeno. Neve e freddo. Il freddo ci ha congelato i tubi dell’acqua calda che escono dalla caldaia, che è in uno stanzino adiacente alla casa, pure al coperto. In una mattinata tempestosa il nostro idraulico si è fatto tutta la stradina a piedi per venire a casa nostra a scongelarci i tubi. Noi eravamo tutti a letto. Ci ha svegliato il cane che ha sentito l’idraulico che bussava. L’idraulico aveva tipo un phon però che faceva un caldo così assurdo da piegare i metalli.
Non ricordo neppure quando ha cominciato a nevicare. Abbiamo perso la cognizione dei giorni. Pare che la neve ci sia da sempre e che debba restare per sempre. C’è questo cartone uscito qualche mese fa, che piacque molto ad Ester, che si chiama Arietty, dove loro sono degli esserini minuscoli che vivono sotto al pavimento, e la madre ha questi fondali dietro alle finestre della loro casetta minuscola con dei paesaggi incantevoli, e ogni tanto li cambia per dare l’impressione di essere sempre in posti diversi e ariosi e bellissimi.
Agnese in questi giorni dice che vorrebbe avere dei pannelli come quelli di Arietty da mettere alle finestre di casa.
Ora che scrivo è domenica sera. Il calendario dice che è iniziato venerdì notte. Nella notte tra giovedì e venerdì. E infatti giovedì sera decidemmo di uscire e andare da amici prima delle reclusione. Qua in montagna la viviamo così. Quando minacciano queste nevicate esose si vive il più possibile il giorno prima della catastrofe, si fa scorta di cibo, si copre per bene la legna, si sistemano le cose come se dovesse iniziare una guerra lampo. E poi si sta reclusi. Per giorni.
Agnese al primo giorno già strippa. Io al secondo.
Così, il secondo giorno, si diede inizio al tunnel. E tunnel fu.
Però prima c’ho da spiegare ancora due robe.
Dalla notte di venerdì a sabato mattina la mazzata di neve fu tosta. Già si superava il record di qualche anno fa. In pianura l’hanno chiamato blizzard, qua si dice neve e vento. Una vera e propria tormenta. Pari pari a quelle che si vedono nei film sulla neve, tipo Sulle tracce dell’assassino con Sidney Poitier, che dal titolo non vi dirà niente ma l’avete visto di sicuro. È quel film dove lui è un agente federale che deve inseguire sui monti un killer e si fa accompagnare da un montanaro scorbutico come i montanari e c’è questa scena di tormenta di neve dove loro si rifugiano sotto la neve e si spogliano tutti e due nudi e il montanaro lo salva dall’assideramento abbracciandolo forte forte. Capito? Sì dai.
Tra l’altro, con ‘sto vento fortissimo, il venerdì non riusciamo ad accendere la stufa a legna in sala, che ha una canna fumaria non proprio regolamentare, e stiamo abbastanza al freddo. Ester il giorno dopo avrà il raffreddore. Genitori screanzati. Alla sera poi deciderò che con la stufa devo averla vinta io, quindi inondo la casa di fumo ma riesco a farla partire. La mattina dopo inonderò la casa di fumo ancora e riuscirò di nuovo a farla partire. Al che decidiamo che per la notte avremmo fatto i turni per tenerla sempre accesa come il fuoco di Vesta.
Insomma, neve e vento e -10°.
Per raggiungere qualsiasi cosa fuori casa devi creare dei cunicoli in mezzo alla neve. I nostri cunicoli standard sono: porta-di-casa à legnaia, legnaia à stalla, porta-di-casa à stalla, stalla à pollaio. Nella stalla vivono i gatti. Nella legnaia vive la legna. Nel pollaio vivono le galline. Nella casa viviamo noi. Dopo un’ora che hai portato da mangiare, quel che non è stato mangiato è ghiacciato. L’acqua pure. Perciò, di tanto in tanto, si va a portare ristoro. Le galline detestano la neve. Sì e no escono dal pollaio, e se escono stanno su una zampa sola, per disprezzo. Gli portiamo il cibo fin sotto il naso. Sembra di nutrire dei malati con le flebo. I gatti hanno i loro rispettivi giacigli, si sono distribuiti i posti, quando arriva il cibo si stiracchiano, mangiano, e tornano nei rispettivi giacigli. Ogni tanto si appostano davanti alle finestre per entrare. Chi riesce ad arrivarci lo premiamo e lo facciamo entrare in casa.
Detto ciò, questi 40 metri di cunicoli cominciavano a starmi stretti. Così, sabato, verso mezzogiorno dico: Agnes, io salgo in strada a vedere se c’è ancora la macchina…
Agnes mi guarda con una faccia che non capisco se voglia dirmi illuso o idiota.
Anche senza un caloroso incitamento coniugale, parto lo stesso. Convinto di arrivare in cima.
In un’ora e mezzo faccio 100mt. Arrivo alla Grande Quercia e mi fermo per i morsi della fame.
La neve è alta. Il vento ha fatto delle dune come nel deserto. In certi punti le dune sono alte come me. In altri gli avvallamenti sono giusto una trentina di centimetri. Proseguire in mezzo alla neve senza farsi strada con la pala è impresa impossibile. Ad ogni passo devo liberare davanti a me almeno 50 cm di neve. Anche di più, se la duna intralcia il cammino. Il percorso, visto dall’alto, è quantomeno tortuoso. Il tunnel ancora non era nei miei piani. Mi stavo semplicemente aprendo un varco per avanzare. Il tronco della Grande Quercia aveva creato una specie di riparo attorno a sé, dove un parapetto di neve proteggeva dal vento e teneva l’altezza dello strato più bassa che in qualsiasi altro punto. Tutt’attorno era sempre tormenta. Chiamai quel luogo: campo base. Occhi verso l’orizzonte. Sguardo fiero. Non avevo nulla da piantare per segnalare la zona, così ci pisciai nel mezzo. Grettezza. Tornai a casa.
Dopo pranzo decisi che quel semplice sentiero apertosi come il mar Rosso in mezzo a una distesa di bianco nulla poteva diventare… il tunnel.
E così ripartii. Agnese mi dice: È inutile, la neve te l’avrà già ricoperto. Miscredente. La neve non aveva battuto il tunnel. Lui era ancora lì, vegeto, e in attesa. Stavolta Gisella decide di entrare a far parte della missione e mi segue.
Il tratto dopo la quercia è quello più esposto di tutti i 580mt. Come un’unica duna altissima che divide il campo base dalla casa Bassa. La casa Bassa è una casa disabitata esattamente a metà tra casa mia e la strada provinciale. Riprendo l’opera di scavo verso le 15.30. La neve è davvero alta. Dopo 50 mt le braccia cominciano ad essere stanche. Un passo equivale a 4 spalate davanti. Un passo equivale a 20 cm in avanti. E nonostante le spalate, sotto ai piedi rimane ancora neve, come se la terra si fosse allontanata verso il basso. Gisella è sempre alle mie spalle. Sento che mi è vicina, ma quando mi è troppo vicina le arriva un colpo di pala sul petto. Non facevo apposta. Lei comunque sembrava non capire la dinamica del movimento, ché ogni 4-5 mt si ribeccava il suo colpo di pala nel petto. La fatica è grave. Le braccia dolgono ogni spalata di più, e le gambe sembrano portarsi appresso tutta la neve che mi sono lasciato alle spalle. Ogni tanto mi accascio, come in una via crucis. E tutte le volte che sono caduto, la zampa di Gisella si è posata sul mio moonboot. Non so se la cosa avesse un senso. Ma io l’ho letto come un segnale: IO-TI-DO-FIDUCIA. Grazie Gisella.
Dopo due ore arrivo nei pressi della casa Bassa. Mi accascio definitivamente. Resto fermo almeno un quarto d’ora. Gisella mi guarda per tutto il tempo. La neve comincia a ricoprirmi. Il fiatone non molla. Sotto ai mille strati sento che sono sudatissimo. Gli occhiali costantemente appannati. Avrei voluto aprirmi un rifugio sotto alla neve, e spogliarmi nudo, e restare lì. Mi sembrava una fine consona, intonata. Chiudere gli occhi. Lasciarsi seppellire. Quand’ecco che sento la sua zampa sul mio stinco. La guardo negli occhi. Hai ragione, penso. Torniamo a casa: domani dobbiamo portare a termine il tunnel.
Mi rialzo e riprendo la via di casa, e solo in quel momento mi accorgo di quando potente, e vero, e lungo fosse già il tunnel. Arrivo a casa che l’unica cosa che desidero è una doccia. Mi spoglio, entro in doccia, apro l’acqua, ma l’acqua non c’è. Si è ghiacciata di nuovo dentro i tubi. Mi metto i vestiti puliti senza lavarmi, giusto per darmi il contentino. Vado in cucina, apro l’acqua calda. E l’acqua calda lì c’è. Praticamente scopro che si è ghiacciata in quel metro e mezzo che va dalla cucina alla sala, dove i tubi attraversano un sottoscala vicino ad una finestrella per nulla coibentata. Coibento la finestra. Accendo alcune candele sotto al pezzo di tubo incriminato. Niente. Ci piazzo una stufetta elettrica per un paio d’ore. Niente. Vado a letto. Mi spalmo crema all’arnica praticamente su tutta la schiena e le braccia, che ad ogni movimento fanno ahi. Saluto Agnese chiedendole se ha messo la sveglia dei turni per tenere accesa la stufa. Mi dice: Io starò sveglia tutta notte per soffiare il naso ad Ester, tu badi alla stufa. Parole sante. Metto cinque sveglie. Alle 3.00, alle 4.15, alle 6.00, alle 8.15, alle 10.30. La stufa resta accesa. Avanti così.
Ci svegliamo, è domenica, nevica fitto come se fosse nebbia. Deprimendomi, mentre guardo fuori dalla finestra, ho un’idea: mettere delle braci ardenti sopra al metro di tubo ghiacciato.
Funziona. L’acqua si sblocca. E il mio primo pensiero è: oggi, dopo il tunnel, farò la doccia.
La mattina in casa tutti assieme. E alle 15.00 mi preparo ed esco. Nonostante siano trascorse un’intera notte e una mezza domenica di neve indefessa, il tunnel ha resistito. Certo, va ritoccato qua e là, e il pavimento non è duro come il giorno prima ma sprofonda. Ma il tunnel c’è. Lo percorro tutto fino alla casa Bassa, dando qualche colpo di pala qua e là come si fa con i disegni già finiti. Ma manca ancora metà strada da fare.
I primi 25 metri sono assurdi. Un’intera duna di più di un metro e mezzo di neve. La lavoro per bene, aprendo un varco comodo e catafratto. Ma già le braccia, ai primi colpi, tornano a far male. Decido che per alcuni tratti dovrò proseguire senza spalare. Provo a fare una ventina di metri così, solo con la forza delle gambe, ma i quadricipiti non reggono. Cado. Ansimo. Sudo. Mi rialzo e opto per una tecnica mista, tipo vogatore: spalo due bracciate di neve davanti come se stessi remando e intanto avanzo. Funziona. Procedo di altri 25 mt. Mi volto. È passata un’ora e sono solo qua. Mi ribello: grandi falcate e possenti vogate mi fanno arrivare in pochi minuti fino alla cassetta della posta. Poi quasi svengo. Devo fermarmi. Davanti a me rimane solo l’ultimo tratto, la terribile salita finale, quella che fa tanto paura ad Agnese nelle notti di ghiaccio. Le forze non ci sono più, mi è rimasta solo l’inerzia, e lo spartiacque che si apre tra tornare-a-casa o vincere è labile. Rifletto. Il fiato ancora non è tornato. Mi volto; Gisella mi guarda. È sufficiente. Con l’ormai collaudata tecnica del vogatore salgo, senza soste, con sempre meno fiato e sempre più sudore, e con quelle voci lontane.
Porca eva. Che minchia sono queste voci? Sono quasi arrivato alla strada e sento parlare. A voi non sembrerà così strano, uscire di casa e sentire qualcuno che parla. Ma oggi, in mezzo a questo nulla ricoperto di neve, dopo due ore in compagnia dell’unica Gisella, pensare che ci sia addirittura qualcuno ad accogliermi all’uscita dal tunnel mi fa un effetto davvero straniante. Ultimi metri, ultime vogate, lo spalaneve ha avuto il buon cuore di piazzare una bella montagna sullo sbocco d’uscita della mia via ma non c’è problema, attraverso anche quello come un centometrista taglia il traguardo ed ecco… i volontari della Protezione Civile. Sono in due squadre. Stanno rimettendo a posto le pale sulla capote del loro pandino. Hanno aiutato la badante dell’anziana che abita nella casa sulla provinciale a pulire il vialetto. Arrivo in strada, uno di loro mi guarda e fa: Serve una mano?
Resisto alla tentazione di scagliargli il cane addosso, e semplicemente ansimo un: Ah, ormai…
Poi mi volto verso il punto dove dovrebbe esserci la macchina. E vedo una tondeggiante collinetta bianca, circondata da muri di neve pressatale addosso dagli spalaneve.
Le braccia fanno male. Le gambe fanno male. Ma non posso lasciare la Lada lì. In montagna circola questa storia di un tizio a cui hanno spalato l’auto giù da un burrone perché era ricoperta di neve e non l’avevano vista. Comincio a toglierne un po’ da un punto dove dovrebbero esserci dei finestrini. “C’è la tua macchia lì?”, mi fa uno di quelli, “Non te la portano mica via sai…”. Risate. Salgo su uno di quei parapetti di neve che stanno attorno alla Lada per spingerne giù un po’ dal tettuccio senza dover fare la fatica di sollevare la pala. Faccio un passo di troppo, metto il piede su un punto di neve non pressata e precipito sepolto.
Da fuori sento: “Alza la pala, così ti vediamo…”. Risate. Io alzo la pala, inconsciamente. Poi mi mando a cagare. Gisella è molto felice di avere un po’ di spazio per correre. Ha già fatto amicizia con tutti, quando finalmente i tizi se ne vanno, e io sto già meglio. Gisella un po’ meno. La prima auto che transita sulla strada è quella delle pompe funebri di Zocca. Amen. Tento in vari modi di salire sulla capote della Lada per essere più comodo a spingere giù la neve, ma non ho la forza di saltare. Poi appoggio un piede sul paraurti dietro, compatto la neve alle mie spalle per poterci appoggiare l’altro piede e riesco a montare su. Grondo. Sono un po’ affranto. E anche un po’ coglione per non aver chiesto aiuto. Decido di fare il minimo: far vedere un po’ del blu della macchina e tornare a casa. Sono sopra alla capote che do gli ultimi colpi quando arriva la badante della vicina a portare via il pattume. Mi guarda e sorride e mi fa: Adesso vado prendere pala e aiuto te. Io provo a dirle che fa lo stesso, si figuri, ha già fatto tanto, ma quella non capisce e ve a prendere pala. Io volevo dirle che avevo due anguille al posto delle braccia e che ero a posto così, avevo già fatto il tunnel, non avevo bisogno di altro, cara badante non tornare, fa’ la brava, su, ma quella torna, ha la pala in mano e dice: Devi uscire?, e io: No no, figurarsi, volevo solo far vedere la macchina, sa, c’è quel mio amico a cui hanno spinto l’auto già dal burrone etc etc; ma è chiaro che non ha capito e si mette a spalare come se dovesse salvare una vita. E io non posso neppure prendermi delle pause troppo lunghe che quella pare lo faccia di mestiere, e io fermo a prender fiato sembro un approfittatore, e pure razzista, e quindi, mi dico, adesso muoio, va bene così.
Non muoio. Ringrazio. Saluto. Chiamo il cane. Si scende.
E finalmente ripercorro tutto il tunnel fino a casa.
È lunghissimo. Nei punti dove non ho spalato l’incedere è meno agevole, certo. Ma è un difetto veniale. Mentre lo attraverso vorrei tanto che qualcuno, dal satellite, vi facesse una foto ora, perché sono certo che nella valletta di casa Le Budrie il tunnel figurerebbe come la Muraglia cinese dallo spazio. È ospitale. È vario. Certe spalate fuori posto le ricordo come ricordo i disegni di mia figlia; il pezzo fatto con la tecnica vogatoria; la duna inattraversabile dopo la casa Bassa; il campo base. E mentre scendo penso a quando, tra un paio di giorni, arriverà il cowboy a fare la rotta, e cancellerà tutto.
Ma in realtà non cancellerà nulla.
Perché il tunnel non è che una striscia di vuoto lunga 580 metri, un vuoto tra due pareti algide e fredde come quest’inverno, che in giorni così ci sembra debba durare per sempre, e che ogni tanto vorremmo nascondere, con dei pannelli disegnati, appesi alle nostre finestre.
Domani, con tutta la famiglia, saliremo il tunnel, e faremo foto, e arriveremo in cima.
E forse sarà questo il suo unico, vero significato.
Impiego circa 15 minuti a percorrerlo in discesa. Arrivo a casa, faccio fatica persino a tenere la pala in mano, la ficco nella neve e mi volto.
E penso che è stato difficilissimo.
Ma che ora c’è. Il tunnel esiste. Ed è bello ed effimero e inutile come tutte le opere d’arte.
Update: il tunnel è stato rimosso la mattina dopo aver scritto queste pagine. Nessuno, a parte il sottoscritto, lo ha percorso. Foto: The eraser
2011 | 15 son pochi, 16 ci-rompono-i-coglioni.
dicembre 27th, 2011 § 1 commento
la classifica dei dischi dell’anno a cura di (vita di) legno.
febio > quest’anno abbiam fatto quindici, proprio come i quindici (tra l’altro credo stiano ancora sullo scaffale nella camera di tua zia a cerignola), e le cose per bene. tanto che si va in ordine alfabetico. sarà come sedersi su una bella poltrona in frac. non necessariamente sedersi vestendo il frac, è sufficiente che sia la poltrona ad indossarlo, come copripoltrona. ad ogni modo: era per dire. se continuerete a leggere scoprirete parecchie cose, come ad esempio che jacopo quest’anno ha attraversato il passo del brennero e che io invece sono stato fortissimo con gli aggettivi. ma non possiamo svelarvi tutto subito. non ve ne state lì in piedi, mettevi comodi. l’assassino è il maggiordomo di bon iver.
jacopo > febio, amico mio, credo che tu abbia detto troppo. tutte le volte che nomini cerignola, i maggiordomi del mondo si riuniscono a casa di michelucci e immolano cadaveri ripieni di zucchine ripiene a san nicola. quest’anno i dischi potevano anche essere di più. potevano essere almeno 16. ma chi è che ha voglia e tempo di mettersi lì a recensire un altro dannatissimo album? ora mi faccio un decaffeinato e rileggo tutto aggiungendo qualcosa qua e là. anzi, sai cosa ti dico, me lo faccio caffeinato. un bel tazzone jumbo color marrone con la base a carrarmato da appoggiare nella neve. hai presente quelli dell’ikea? quelli lì. adesso stai davvero esagerando jacopo. stai calmo.
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febio > quando si dice non sbagliare un colpo. quand’è che si dice? si può dire con lui? nonostante l’ultimo pezzo? io dico di sì. certo, quello poteva davvero risparmiarselo. sai cosa faccio? quasi quasi metto il vocoder a tuttovolume, senti! un pezzo anni ottanta senza senso: come se richard marx avesse fatto la guest star in un episodio di genitori in blue jeans, suonando il piano insieme a kirk cameron. mancherebbe solo il sax. ecco ciononostante il disco è bello. all’inizio ti dà l’impressione che sia tutto piatto, e invece no, ci sono un sacco di cose. come la doppia cassa nel primo pezzo, perth, che è clamoroso. anche se non mi piace molto l’idea che ci siano dei brani intitolati con il nome di alcune città ché uno si immagina che lui se ne sia andato a giro per il globo in cerca di ispirazione per poi dirti: ecco questa l’ho scritta a calgary mentre sorseggiavo un cocktail di aghi di pino sullo skylift con gli sci a penzoloni nel vuoto. ha qualcosa dei lupi e della foresta, con la neve che fa piegare i rami e somiglia molto a quella scena di caccia di bruegel il vecchio. non è un disco solenne, puoi persino permetterti di cantarci sopra sguaiato o gorgheggiare sciabaddadabadà. ma è un disco che devi ascoltare con attenzione quando sei tranquillo. non metterlo su per un viaggio in macchina. non metterti in viaggio. stai a casa questo natale. invernale.
jacopo > e comunque io in macchina l’ho ascoltato. stavamo andando a monaco di baviera ed eravamo sul passo del brennero. ci siamo fermati a bere un caffè in un autogrill grande come la samsonite rossa di mia mamma. il caffè lo faceva una macchinetta brevettata e costruita in polonia. allora abbiamo bevuto 3 redbull. il tipo dell’autogrill era un signore con la pancia unta e il baffo grigio. ci ha dato dei matti perché andavamo in giro senza gomme invernali. ci ha detto di nascondere le carte di credito che se ci beccava la polizia ci facevano una multa di 5000 euro. ci siamo agitati e ci ha permesso di fumare dentro che tanto non c’era nessuno. eran le 4 del mattino e per strada c’era neve e freddo bestia. quando siamo rientrati in macchina abbiamo nascosto le carte di credito senza sapere perché lo stavamo facendo. evidentemente in austria multano solo le persone in possesso di carte di credito. io non ne ho mai avuta una per cui ho nascosto la mia postepay che non si sa mai. con la redbull rimango sveglio per ore e parlo veloce e invasato come un cocainomane di mezza età. e tutto questo cosa c’entra con bon iver? niente.
CIVIL CIVIC | RULES
jacopo > la canzone dell’anno.
febio > sì, questo varrebbe la pena di metterlo anche se fosse un disco da un solo pezzo. la canzone dell’anno. però anche gli altri brani alla fine non sono affatto male, eh. sono tutti da ballare e fischiettare, due cose che messe insieme mettono sicuramente apposto l’umore. io quel pezzo andrei a ballarlo in discoteca anche la domenica pomeriggio in mezzo a un nugolo di fanciulle cotonate con vestiti zuccherosi e ragazzi in pattini con calze tubolari e magliette dei poison, mentre si tengono gli occhi chiusi per via dell’effetto della finta neve spray e dellla macchina del fumo. ché poi io li ballo tutti uguali, dalla pizzica al tango. però non per forza bisogna essere negli anni ottanta. facciamo che ritrasportiamo tutto ad oggi. e da cosa si capisce? semplice: sostituite i pattini con i rollerblades, ecco. vi farà lo stesso effetto di quando alla fine del pianeta delle scimmie di tim burton si vede la statua della libertà che al posto della faccia da donna ha la faccia della scimmia. quindi dài, tutti a ballare nel parcheggio del lidl tra mezz’ora. io porto il buster (non sono nemmen sicuro che si chiami così). danzereccio.
CRASH OF RHINOS | DISTAL
febio > ma quanto sono fichi dal vivo? tantissimo. non vedo l’ora di sentire il pezzo nuovo finito. oli è un mostro, una piovra: quattro tentacoli per suonare e altrettanti per sorreggere tutti gli altri sul palco. a dire il vero ad esser dei mostri sono tutti e cinque. cuore, pancia ed eccellenza musicale. e ciò che più conta delle belle persone, per quanto abbia potuto approfondire, dato che nel mio primo scambio di battute con biff ho fatto fatica a dirgli duemilaenove. ma biff è un tipo a cui il naso diventa rosso con il freddo, come rudolph la renna. quindi posso dire che a naso mi stia molto simpatico. c’è beal-o che è quello tutto vestito bene. c’è jim che è big jim. e poi c’è draper. ian draper. non è un nome perfetto fosse un detective? secondo me sì. detective draper. il caso è risolto. oh, ma che attinenza c’è tra lifewood e vita di legno? da ascoltare quando capisci che non è mai troppo tardi. distale.
jacopo > vanno un casino quest’anno.
CULT OF YOUTH | CULT OF YOUTH
jacopo > il primo pezzo di ‘sto disco sembra pints of guinness make me strong degli against me. te lo avevo già detto? di sicuro. io son quello che cerca sempre il plagio o la somiglianza. in sala prove ogni tanto mentre gli altri provano alzo la mano tipo in classe e dico linkin park! oppure deftones! una volta ho anche detto sagra del pitbull! che non è un gruppo ma secondo me in quel momento rendeva fortissimo l’idea. quando alzo la mano vuol dire che il pezzo non mi piace. in questo caso non è così. e poi sai cosa? un tempo tutta ‘sta roba della sacred bones mi faceva cacare a spruzzo sui soffitti del mondo. e invece adesso mi piace tanto tantissimo. come si cambia per non morire, come si cambia per amore, come si cambia per non soffrire, come per ricominciare. “fiorella mannoia?” “sì, dimmi jacopo” . “ non–ci–rompere-i-coglioni”. “scusa”.
febio > chi sono i cult of youth? i cult of youth sono i bauhaus a cavallo. o sono come se i gun club fossero rimasti all’improvviso senza elettricità, con l’aggiunta dei fiati e di un violino. c’è l’incedere marziale di tamburi, il setaccio del cercatore d’oro, le sferze sul culo del cavallo per andare velocissimi e un basso che par di sentire caricare un fucile. è un ballare con gli stivali attorno al falò accesso per qualche rito pagano (the lamb pare proprio una canzone scarificale), mangiando col mestolo direttamente dalla pentola lo stufato di corvo con fagioli. e poi andarsi tutti ad ubriacare al saloon e continuar la festa. ma insieme hanno anche qualcosa di picaresco, quindi facciamo che abbiano tutti la benda all’occhio e il vessillo col teschio al posto del bavero. a volte sean ragon pare posseduto come un tex perkins o come un nick-the-stripper redivivo, che poi sa anche quietarsi, sorprendentemente. questo secondo album è il loro primo su sacred bones che è quell’etichetta che fa uscire quei dischi che dalla copertina paiono tutti uguali. occidentale.
jacopo + febio > c’è una scena nell’allenatore nel pallone in cui i tifosi prendono su line benfi e lo tirano per aria e lui dice “mi avete preso per un coglione” e tutti rispondono “no, sei un eroe!”. quando ci han mandato i pezzi abbiamo sinceramente pensato che i distanti fossero impazziti. soprattutto chino. sembrava che avesse cantato a casaccio su altre basi che aveva nella sua testa. gli abbiam detto “ragazzi…” e loro ci han detto “sereni”. questa volta la struttura è decisamente più rock e meno punk. ci sono i cori e un montaggio continuo. e se con enciclopedia eravamo nei paraggi del romanzo di formazione qui siamo passati al cinema. con una sola frase, uno stacco, il cambio d’inquadratura, sono in grado di portarti dal sole dell’africa a quello di cannes, in un attimo. il disco precedente era più lungo e più veloce di questo. il fatto è che i distanti meritano il nome che hanno. gli corri dietro e ti affatichi come un mediano di mezza età senza mai realmente riuscire a marcarli. spariscono e riappaiono come insegne al neon impazzite nelle notti romagnole. certe notti coi bar che son chiusi al primo autogrill c’è chi festeggerà. “luciano?” “ditemi ragazzi. “non-ci-rompere-i-coglioni” “scusate”. i distanti non diventeranno mai nessuno. perché non si fanno prendere. sono sempre prima di te. e ti sembra di non capire. è come battere la lingua sul tamburo. qualunque cosa voglia dire. ma se tieni duro, se li acchiappi saprai impazzire per tutte quelle cose che all’inizio ti davano solo noia. ti concedono di stargli accanto una manciata d’istanti. giusto il tempo di scoprire che sono il miglior gruppo che abbiamo in italia. mamba nero è un capolavoro. voi però non ditelo a nessuno. “chino?”, “ditemi ragazzi”. ”sei un eroe”.
jacopo > tanto han fatto tanto han detto che alla fine son diventati il gruppo più amato dai giovini. qui siam vecchi e ‘sto disco non ci fa sentire più giovinini. ma è indubbio che non sia affatto malaccio. soprattutto knocking on heaven’s door.
febio > marito e moglie dell’oregon. lui è bravissimo a far le capriole e a dare del lei alle persone che conosce molto bene, lei invece è ex campionessa di nuoto pinnato a due, in coppia con mark il vicino di casa. mark fa delle uova ripiene buonissime. uova ripiene di uova. prende un uovo, lo svuota completamente, tiene da parte il guscio, intanto ne mette a bollire un altro per cinque minuti finché non diventa sodo. poi lo pela con cura e successivamente mette l’uovo sodo dentro al guscio che aveva messo da parte e lo spennella con la chiara del precedente uovo per sigillarlo. servire freddo con un chinotto ghiacciato e zelt di limone. anche il marito di lei si chiama mark, ma non ve l’ho detto per non confondervi. secondo me il gadget corredo ideale a legna sarebbe stato il grembiule da macellaio tutto sporco di finto sangue. che poi può essere anche ketchup, solo finto ketchup. come se il macellaio avesse squartato un bue con una motosega. vi immaginate i barbecue che verrebbero fuori nella campagna emiliana con tutta la famiglia? ecco bene, perché io invece non ne ho la più pallida idea. alla domanda dove ascoltare questo disco mi risponde sempre nella testa la voce di guido nicheli: sotto a un gazebo, no, pinguini! ragazzi, negli ultimi sei mesi avete rilasciato almeno novecento interviste, nonostante ciò non lo avete mai detto. d’accordo i pinguini stanno nell’igloo, lo sappiamo. ma il gazebo? boschivo.
GIRLS | FATHER, SON, HOLY GHOST

jacopo > in questo disco fanno tutte le cose brutte dei dischi brutti dei pink floyd e a un certo punto c’è una tipa che fa tutti i gorgheggi. e allora come è possibile che sia così bello? questo disco piace anche a tixi che odia tutti. secondo me c’è dentro la droga.
febio > mi sbilancio? è il mio disco dell’anno. è bellissimo. pink floyd nelle parti più cupe e beach boys in quelle più solari. la strada e la spiaggia. tutto ripreso in super8 controsole. owens dice le cose dirette e le fa, senza girarci intorno. parla d’amore utilizzando esattamente la parola amore. vuol far passar il messaggio che qualcuno gli manca? e lui canta mi manchi, semplicemente. poche parole, poche frasi musicali, precise e reiterate, ripetute quasi in circolo, con un effetto ipnotico ed avvolgente. mellifluo ma mai nauseabondo. questo disco è come un letto sfatto di una camera d’albergo. ed è uno di quei dischi che rimarrà. tra dieci anni lo ritirerete fuori, lo metterete su, e direte cazzo che bello. avevano ragione quei due là di (vita di) legno. se invece non vi piacerà, non venite a lamentarvi, tanto il negozio non ci sarà più, al suo posto hanno aperto una lavanderia a gettoni e dentro non c’è nessuno. agrodolce.
HORRID RED | CELESTIAL JOY
jacopo > c’è un californiamo, un tedesco che canta in tedesco e qualcun altro. non provano mai. si mandano i pezzi via mail. poi si trovano e registrano. e quando li ascolti pare di guardare una di quelle costruzioni di legno assemblata male da un bambino caratteriale, di quelli che preferiscono starsene per i fatti loro. pare che tutto crolli da un momento all’altro. eppure è perfetto. il tedesco è forse la mia lingua spreferita. di cosa parlano i testi non lo so. mi piace pensare che siano bellissimi. uno dei dischi che ho ascoltato di più quest’anno. lavorando, con bliz, che li ha fatti uscire su holidays records. se poi non vi piacciono io mica vi biasimo. ma se dovessero piacervi provate anche a mangiare crauti e biscotti digestive. perché? non lo so.
febio > cosa cavolo sta dicendo questo tizio? e soprattutto perché lo sto ascoltando anche se non è blixa bargeld? i crauti sono ottimi per la digestione. uno pensa che siano una cosa pesantissima che ti rimane sullo stomaco e invece no. sono eupeptici. e il disco degli horrid red è così: pensi che non ti possa piacere, che quel cantato teutonico sia eccessivo, troppo pesante, indigeribile. e invece serve a bilanciare il tutto. ché il tessuto è una sorta di dark melodico e piacevole. come mettere insieme la california e la germania d’altronde. due mondi a parte. istintivamente mi viene da pensare a california über alles e a quando jello biafra s’era candidato come sindaco di san francisco e invece poi come governatore della california è arrivato schwarzenegger. e poi a un certo c’è pure quel pezzo di solo piano che non ci si crede. sembra un orco che tenga nel pugno un pulcino appena nato, senza stritolarlo. tedesco.
RAEIN | SULLA LINEA D’ORIZZONTE TRA QUESTA MIA VITA E QUELLA DI TUTTI

jacopo > che ti piaccia o meno il genere, questo disco è un piccolo capolavoro. tutti lì ad urlare invasati. ma cosa ci avranno poi da urlare? boh.
febio > oh, forse io non avrò capito un cazzo, ma questo disco è una presa bene. come di buoni propositi per il nuovo anno. non voglio più sentir parlare di disagio. non è la rabbia di chi è perdutamente incazzato col mondo. è un disco melodicissimo, con le tre chitarre che si intarsiano, eufonicamente (ma la smetti?). e c’è pure singalong. e quel pezzo, nirvana, che se ha una sola pecca non è tanto quella di ricordarti i massimo volume, ma solo aver inserito nel testo la parola cattedrali. il brano pare essere tutto uguale e rimanere tale, ma appena lui smette di declamare, ecco che tutto si apre, con la stessa gioia di una sorpresa (continui?). è stato lui ad aprire tutto prima, in anticipo. si è preso carico di tutte quelle parole pesantissime e importanti: le ha scagliate e sì è (ci ha) liberato di tutto. cos’avranno tanto da urlare? continuate a farlo che fate bene. nirvanico.
febio > marito e moglie dell’oregon. questa volta per davvero: i coniugi tomba da portland (is also the dream of the 80′s alive in portland?) niente di nuovo qui, nove canzoni che si ripetono lungo lo stesso canovaccio. però in modo molto piacevole. è il disco che più o meno ti aspetti da chi abbandona il suo vecchio progetto post-punk, torbido e claustrofobico, per fare un gruppo insieme alla moglie, senza troppi synth però. si lascia la stanzetta chiusa e sudicia e ci si trasferisce in una casa più grande, dove il suono si propaga, con spazi più puliti e più luce che filtra dalle finestre. e l’umore si fa meno cupo. aperto.
jacopo > dice michele che son californiani. che lì c’è sempre il sole e che cazzo c’avranno da esser tristi lo sa solo il signore. il signore quello che abita in fondo alla strada e che ha tutti i dischi dei joy division e dei cure in vinile. e la domenica va a fare il surf.
febio > cazzo se non sanno suonare. eppure è fantastico. sembrano o svogliatissimi o crederci tantissimo. ci son delle canzoni di questo disco che se avessero dei testi stupidissimi sembrerebbero delle parodie di brani degli yo la tengo, solo con più brio. oppure delle cover dei guns n’ roses suonate sui gradini della chiesa. qui accade esattamente come per quegli ubriachi che, dopo aver registrato la propria voce e la propria musica con un vecchio mangianastri, e poi aver sovrainciso, ricantandoci e suonandoci sopra (aggiungendo voce e strumenti a caso), una volta riascoltato sembra loro tutto fichissimo. ed è la stessa sensazione che provo anch’io. al banchetto di trevi è arrivato un tizio barcollante di timidezza. ha fatto cadere tutte le lampade del tavolo, agitatissimo, solo per venire dove stavo seduto. poi, coprendosi la bocca con la mano e scrutando l’infinito oltre i campi di girasole, mi ha chiesto piano nell’orecchio: sai dove posso trovare del fumo? ecco quello poteva esser benissimo uno che suona nei twerps. oratoriale.
jacopo > madonna se fanno schifo i twerps. li amo.
THE TWILIGHT SAD | ACOUSTIC EP

jacopo > a me loro piacciono veramente assai. se non fosse che in tutti i loro dischi ci son sempre le stesse canzoni. sempre le stesse. io non ho mica capito perché fanno così. anche qui son sempre le stesse. però sono acustiche. questo le rende notevolmente belle bellissime. evidentemente le hanno riregistrate 18 volte finora, messe in 14 dischi tutti uguali e mandati a stampare in repubblica ceca. poi i dischi sono arrivati a casa in pacchi da mille, loro li hanno ascoltati e gli son parsi uguali. anche perché loro son tipi che se stampano un disco in mille copie ascoltano tutte e mille le copie. e si dicono “cavolo, è uguale anche stavolta maremma bestia”. e poi uno a un certo punto deve aver detto un po’ urlacchiando “ragazzi, ho un’idea!” e tutti lo han guardato con gli occhi sbarroni e il sorriso pronto a esplodere “facciamoli acustici!” e tutti avranno detto “bella cagata” e invece no. bravi per dio. ora però basta registrare sempre gli stessi pezzi. ci-avete-rotto-i-coglioni.
febio > anche di questo qui ti viene da chiedere che cazzo stia dicendo. le erre tutte arrotate e un accento geniale. un disco acustico (registrato a glasgow un paio di anni fa e quest’anno messo lodevolmente in download gratuito) pare a volte un’operazione discutibile, riarrangiare dei propri pezzi in questa chiave non è sempre l’ideale, ci vorrebbero dei brani fatti apposta. e sì, aggiungici che i twilight sad rifanno spesso le loro canzoni dentro ai loro album dalle copertine tutte uguali. eppure questo disco non riesco a smettere di ascoltarlo, mi piace tantissimo. e dopo un primo scontro, durante il quale ti sembrano una versione solo un po’ più rude degli spandau ballet, capisci che dentro c’è il pathos giusto, profondo, lontanissimo da quello di anthony il gatto miagolone. ed è qualcosa in più. mi immagino quest’uomo dai capelli rossi e la barba tartara che per hobby fa il becchino. uno che si leva gli stivali prima di entrare ma che la pala se la porta in casa e poi si siede sul pianoforte su cui compone, i tasti tutti sporchi di terra. non che in questo disco ci sia il pianoforte, eh. era solo per capirci. chitarra e voce. presto portatemi la mia pipa. scozzese.
THE TWILIGHT SINGERS | DYNAMITE STEPS

jacopo > a me greg dulli me lo fa venire duro.
febio > nonostante tu sia qui, sei vivo. cosa viene dopo? dopo il giorno, dopo la vita? a greg dulli i vincoli vanno stretti. è uno che è solito intervallare tra un disco ufficiale e l’altro produzioni, progetti solisti e non, collaborazioni, album di cover (anche se persino le canzoni non di dulli sembrano canzoni di dulli, è un marchio il suo, dulli è un interprete), ed ora persino il ritorno degli afghan whigs, nello stesso modo in cui il sommelier alterna l’acqua al bicchiere di vino successivo. dynamite steps è il quinto album dei twilight singers, a cinque anni di distanza da powder burns. è una sorta di disco postumo. il primo su sub pop e anche il primo collettivo, come di una vera band, pur mantenendo all’interno, come di consueto, molte collaborazioni. e di certo il più convincente dai tempi di quel capolavoro che è blackberry belle. questo disco è come una passeggiata notturna sotto i lampioni o un giro in macchina con i fari bassi a illuminare l’asfalto e ad osservare tutto quello che accade appena finisce il giorno. tra il giorno e la notte, tra la vita e la morte. il passaggio dal buio alla redenzione, dice dulli. è un disco magnetico, dalla ritmica cardiaca. è un blues sporco per chiedere perdono per i propri peccati. ma non completamente fondo, cupo. ci sono sprazzi di luce e vivacità, che si incontrano sin dalla prima traccia, con quella cassa dritta, il tastierone anni settanta e il basso funk; e più in là anche un pianoforte a là meat loaf. con la consueta voce soul di dulli che raspa parole strascicate, allungate, sensuali. e un assoluto pregio per le sue creature è quello di inserire temi neri senza risultare mai pacchiano, patetico o risibile. lo adoro. crepuscolare.
KURT VILE | SMOKE RING FOR MY HALO

febio > io pensavo fosse un nome d’arte e invece si chiama proprio kurt vile come l’altro, il tedesco. kurt vile ha la faccia di uno che non sta bene con i capelli lunghi ma che vuole ad ogni costo tenerli così. il suo è cantautorato fatto con la chitarra elettrica, con talmente tanto riverbero che par suonato in cima a una montagna nordamericana e una voce che ricorda il lou reed dei velvet underground. quest’anno thurstone moore gli ha chiesto di aprire i suoi concerti. e per non tenervi ulteriormente sulle spine vi dico che kurt vile ha detto di sì. per capirci: thurstone moore è quello alto ritratto in quella foto accanto a luca benni. e non mi pare cosa da poco. potete pure tenere il braccio fuori dal finestrino. vi(ri)le.
jacopo > ha la faccia di chi da ragazzino stava in cameretta a guardare le immagini del libro di storia e la sua preferita era un vecchio disegno della presa della bastiglia. sognava di avere un cavallo e una spada con cui combattere i nemici e guidare le truppe. poi crescendo ha scoperto la musica. e qualcuno deve averlo tirato fuori da camera sua per le orecchie e lo deve aver convinto che quello che suona non è affatto male. secondo me un giorno o l’altro kurt vile si romperà i coglioni della gente che gli dice che scrive canzoni bellissime e aprirà una gelateria. e il suo sarà il gelato più buono del mondo. almeno fino a che non glielo diranno. che a kurt vile essere un figo gli fa schifo mentre essere uno schifo gli fa figo. che matto.
YOUTH LAGOON | THE YEAR OF HIBERNATION

jacopo > qui c’è del buonismo. è possibile che questo disco piaccia anche a jovanotti. pare uno di quei dischetti indie fatti in cameretta. ha tutti gli ingredienti giusti per essere una cacata fotonica. e invece è bello. o quanto meno ascoltarlo mette a proprio agio. che piova che ci sia il sole o che sia notte fonda sul passo del brennero.
febio > ah ecco con cosa c’entrava la storia del brennero dell’inizio. niente con bon iver e niente con youth lagoon. se tu ed io fossimo dei comici da palco e procedessimo con questa nostra routine sono certo che ci tirerebbero addosso i bicchieri. è un disco suonato in punta di piedi, che stimola il sogno come un carillon posato sopra il cuscino. una voce femminea che poi si risolve maschile. il crescendo di un soldatino giocattolo che batte sui tamburi. matite suonate sul bordo della scrivania, aloni disegnati sui vetri delle finestre e bolle di sapone. prova a non fischiettare se ti riesce mentre ascolti questo disco. provaci. sognante.
DISTANTI | MAMBA NERO
novembre 15th, 2011 Commenti disabilitati
TWERPS | TWERPS
novembre 8th, 2011 § 3 commenti
stringetevi, altrimenti non ci state tutti. i quattro ragazzotti australiani nella foto di copertina sembrano quegli amici che ti vengono ad aiutare a fare il trasloco la domenica mattina. ma non per un nuovo insediamento, all’opposto per caricare le tue robe tutte su un furgone. hanno esattamente quei vestiti, gli stessi che ognuno di noi tiene nell’armadio solo nell’eventualità che possano servire per fare i lavori di casa o dare il bianco. uno di loro finalmente ti ha anche riportato l’avvitatore che doveva restituirti da un anno. credo sia quello dietro, con la barba e le mani nelle tasche della giacca a vento. cosa vuoi dire del disco dei twerps? che fa schifo, che le canzoni son giri di do cantati male. le voci timide da karaoke che han bisogno di incoraggiamento e quella chitarra che di tanto in tanto pare minuscola, suonata in modo goffo e attento nota per nota con dei guanti da portuale, un po’ saltimbanco e un po’ pixies, mentre la curva dell’umore si fa discendente lungo l’arco dell’ascolto. eppure ti si appiccica addosso. con tutti gli strumenti che paion incontrarsi uno alla volta e poi tutt’insieme, nel modo giusto. come gli amici giunti alla spicciolata per aiutarti. e che vien voglia di suonarlo la domenica mattina. e chiedere a bianca di ballare. perché la domenica è il giorno del signore e i twerps quantevveriddio hanno imparato a suonare all’oratorio. e gl’è andata di lusso che non hanno imparato un gatto. e a un certo punto mi sa che hanno anche cominciato a fumare gli spinelli. facciamo così: questa domenica tu traslochi e io ballo con bianca il disco dei twerps. che peraltro è bellissimo.
LUCA BENNI (To Lose la Track, presidente)
ottobre 20th, 2011 § 5 commenti
sai cosa mi fa riderissimo di luca benni? no, cosa? la sua risata senza suono strizzando l’occhio e spostandosi verso l’esterno, in equilibrio su un piede solo, mentre ti punta addosso il dito dell’altra mano. a sarzana. era al banchetto, era appena finito il concerto, con la fiera da baraccone sul palco e tutti plaudenti. gli vado vicino, lo guardo, e gli faccio: che concerto di merda! e lui mi fa quella sua risata muta, senza un suono, con l’occhiolino, puntandomi il ditone contro. è la risata del mandriano texano che ha appena fatto un affare milionario vendendo uno stuolo di vacche da macello nel finale in fermo immagine di un telefilm degli anni ottanta.
CIVIL CIVIC | RULES
ottobre 14th, 2011 § 3 commenti
run overdrive è la canzone più bella dell’anno. quando entrano i colpi di rullante vien voglia di battere fortissimo il palmo della mano sul volante. sono entrato nel parcheggio del centro commerciale coi finestrini abbassati e lo stereo piuttosto alto. passando accanto a una signora le ho chiaramente visto il capoccione muoversi a tempo di musica. quando l’ho incrociata nel reparto pane e grissini ho notato che aveva gli auricolari. probabilmente ascoltava baglioni. a me piace credere che stesse ascoltando i civil civic.
alle medie avevo il ciuffo. gli davo vita soffiandoci contro, verso l’alto, come attraverso una pipa immaginaria stretta all’angolo delle labbra. però qualche volta avevo provato a sostenerlo sinteticamente, con la lacca. lo chiamavo l’hovercraft. ecco questo disco, sotto le melodie bontempi suonate con un dito solo (degne di un branduardi d’annata) che non ti escono più dalla testa e le chitarre dai riff perfetti che paiono cantar da sole senza bisogno di una voce, ecco sotto a tutto questo c’è come un potente hovercraft che ronza e ti sostiene, il vento che ti tiene i capelli dritti e ti rinfresca la faccia come se viaggiassi velocissimo sopra una gigantesca pozzanghera salina. e poi sì: dentro trovate anche e soprattutto il pezzo dell’estate, estesosi poi per tutto l’anno, e non solo per il caldo imperituro. run overdrive è la canzone da ascoltare almeno una volta al giorno, senza ricetta prescritta. i civil civic sono in tre: due di loro sono australiani, solo che ora aaron vive a londra, mentre ben se ne sta a barcellona. e poi il terzo elemento si chiama the box ed è una batteria elettronica, come l’echo dei primi bunnymen. e qualche tempo fa hanno pure suonato sul molo di cogoleto. assurdo. rules uscirà ufficialmente il 7 novembre, in vinile e su cd. nel frattempo lo potete ascoltare sul loro bandcamp. solo però dopo aver pigiato play qua sotto. fatelo, e subito.
quaglie
ottobre 12th, 2011 § Lascia un commento
ieri sera ero in macchina lungo la strada provinciale e davanti a me sul ciglio c’era un’anatra che correva. non provava nemmeno a tentare di volare, correva proprio. una di quelle anatre che puoi trovare in un libro di racconti di caccia ambientati nel vermont. un’anatra maculata su toni marroni che pareva più o meno una grossa quaglia. un giorno renato mi aveva detto di avere tra le mani un business, ché un amico gli avrebbe lasciato la gestione di un quagliodromo. io pensavo che stesse scherzando e invece era serissimo. e insieme pensavo che il quagliodromo fosse un posto dove far correre le quaglie. e ieri sera ho pensato subito a quello, a renato e al suo quagliodromo, un’anatra vestita da quaglia che correva fortissimo davanti a me. e invece poi il quagliodromo era un posto in cui andavi per sparare alle quaglie. un abominio. alberto allora aveva raccontato di quando un tizio aveva preso delle quaglie da allevare e gli avevano detto che per non farle volare via alle quaglie gli devi tagliare le ali. e lui allora gliele aveva tagliate solo che non gli aveva tagliato quelle dietro, le piume della coda, gli aveva proprio tagliato le ali. le quaglie erano morte dissanguate. l’altro giorno io la nani e bianca siamo andati a fare un giro lungo la strada del cimitero. c’era il sole e dall’erba salivano sul muro le lucertole a ogni passo che facevamo. la nani ha cercato di prenderne una e ha dato un morso al muro. da piccolo prendevo pallina e andavo a cacciare le lucertole. si chiamava così il nostro gatto nero. mia nonna ha avuto una sessantina di gatti. tutti pallina. maschi e femmine. le mangiava le lucertole pallina. e io aspettavo che le aprisse per vederle sbudellate. c’è una fase quando si è bambini in cui si è cattivi. immagino che renato non avesse più di undici anni. renato è uno così. uno con la faccia di enzo braschi che nel tempo libero se ne va in giro con la carabina ad aria compressa a tirare agli scoiattoli. o ai gatti quando va male.
telegrafo 07
settembre 19th, 2011 § 1 commento
a un certo punto della mia vita mio padre ha voluto occuparsi della mia educazione musicale. allora mi ha regalato un disco di chris rea. gli ho detto che non era male. che mi piaceva quella canzone che parlava di tornare a casa per le vacanze di natale. l’ascoltavo andando da mia nonna a cerignola con mia mamma che guidava in autostrada ad ottanta all’ora regolarmente in prima. poi ha cominciato a comprarmi anche i led zeppelin e i pink floyd. fino a che un anno c’erano i pink floyd in italia. avevano appena fatto uscire pulse. che è a memoria d’uomo uno dei dischi più imbarazzanti della stroria della musica. mi piacevano molto i led zeppelin e pensavo che mi dovessero piacere anche i pink floyd. e invece alla fine i pink floyd mica mi piacevano moltissimo. però avrei avuto un concerto pazzesco da raccontare all’occupazione della scuola. suonavano a modena. e mio padre aveva organizzato tutta la trasferta con un suo collega di lavoro e suo figlio. il figlio del collega di mio padre conosceva tutte le canzoni di dark side of the moon a memoria. e pretendeva di discutere con noi sul significato di alcune strofe. in un paio di occasioni quando era girato dall’altra parte ho finto di tagliargli la testa con una spada laser. c’era il fango da tutte le parti e i fricchettoni si fumavano i chilum a un metro da noi. ma io non ero imbarazzato come quando guardi un film con tua mamma e fanno sesso perché mio padre quei chilum si sarebbe fumati tutti. accanto a me c’era un biondino coi capelli a spazzola che aveva una scatoletta di latta con un sacco di canne pronte. mio padre spesso lo guardava invidiandolo. siamo arrivati al concerto quattro ore prima che cominciasse. e abbiamo steso in terra due scatoloni aperti. sistemati sul fango come se fosse un tappetino per poterci sedere. stavamo parlando per la prima volta serenamente e senza essere annoiati dalla snervante attesa. quando si è sentito il colpo di un rullante. allora si sono tutti alzati in piedi. e mio padre ha fatto la faccia della paura. non si è mosso. ha indicato gli scatoloni in terra e ha urlato: figliolo proteggi il territorio! era serissimo.
BARBIERI | FEDERICO BERNOCCHI
settembre 14th, 2011 § 14 commenti
SPECIALE PARRUCCHIERI
La consistenza dei miei capelli ricorda quella del pelo della marmotta. Un po’ anche nella forma. La mia ragazza li chiama “i capellicane”. Immaginatevi il pelo ispido di un bassotto. Sono così, c’è poco da fare. Prima di raggiungere questa consapevolezza, c’è voluto un bel po’ di tempo. Ormai mi sono rassegnato. Ma un tempo non era così. In gioventù, ascoltavo molto metal pacco, per cui sognavo di averi i capelli lungi e lisci un po’ come il cantante degli Skid Row, Sebastian Bach. E invece loro nulla: più crescevano e più si allargavano ai lati, tipo Krusty il Clown. Sopra però, rimanevano piatti in maniera innaturale, come se un cameriere tutto matto ci avesse appoggiato sopra un vassoio pieno di voulevant di porfido. Ora, non so se avete mai provato a pettinare una marmotta o un bassotto a pelo ispido. Io no. Però mi sa che pettinare me, o uno di quei due animali lì, è un po’ la stessa cosa. Quando ero piccolo, mia madre mi ha regalato una strana spazzola dalla forma circolare. Era di plastica verde e aveva i denti lunghi e durissimi. La si riusciva ad usare solo stringendola tra indice e anulare. Poi bisognava darci dentro a furia di rastrellate. Era l’unica spazzola con cui riuscivo a dare una forma alla mia capigliatura, che fino ai 14 anni è stata esattamente come il caschetto che si mettono in testa i playmobil: una cofana di plastica immobile con la riga scolpita. Una massa muta e immobile. Io ero tutto fiero della mia spazzola circolare. Crescendo, ho scoperto che quella strana spazzola era venduta nei negozi per animali. Solitamente veniva usata per pettinare il pelo dei cani. Appunto: un bassotto a pelo ispido. Devo ammettere che inizialmente ci sono rimasto un po’ male, ma allo stesso tempo ho di molto apprezzato l’ingegno materno: era veramente l’unica strumento in grado di mettere ordine nella mia testa. I miei capelli hanno anche questa particolarità: sono praticamente idrorepellenti. Se mi tuffo in acqua ed esco velocemente, la mia testa rimane asciutta. Giusto due goccioline in superficie. Mi basta scuotere la testa – tricchetracche – e sono asciutto. Tutto questo per dire che per me l’argomento capelli è una cosa seria. Conseguenzialmente, trovare un barbiere che soddisfi le mie esigenze è questione tutt’altro che marginale. E non parlo solo del taglio di capelli; dopo il taglio playmobil, sono passato a un semplicissimo taglio a macchinetta, operazione che penso sappia fare veramente anche il dottore cieco della sigla di Boris. Ora, visto che dal barbiere ci devo passare tanto tempo, godo all’idea di trovare un posto confortevole. Un luogo dove posso passare del tempo, sostanzialmente buttato, speso solo per tenere a bada la marmotta che vive sopra la mia testa. Certo, potrei tagliarmeli da solo a casa, ma sai che palle? Ci ho anche provato e, tolto quel breve periodo in cui, grazie a un uso scellerato della macchinetta, mi facevo la pettinatura tipo Tin Tin (tutto rasato, tranne un piccolo ciuffo di capelli che spuntava dal mezzo della capoccia) per fare colpo sulle ragazze – mossa che per altro non ha mai dato i frutti sperati - mi sono sempre affidato alle sapienti mani di qualcun altro. Anche perché le persone che hanno impegnato la loro vita al taglio dei capelli altrui, nascondono perle di rara saggezza. O cazzate come quelle che seguono.
LE MALATTIE DEI NEGRI
Da due anni ho cambiato casa. In questo momento vivo a Milano, tra via Cenisio e Mac Mahon. Appena arrivato nel quartiere, mi sono subito messo a cercare il mio personale valhalla dei capelli. Dato che l’età media dell’abitante della mia zona è piuttosto alta, essa pullula di barbieri old school. C’è n’è uno di quelli moderni da signore, tutto sbrilluccicante e a tre vetrine. Uno nuovo nuovo gestito dai cinesi e il resto è roba vecchissima. Fuori tempo massimo. Quello dei cinesi l’ho provato solo una volta e, tolto il fatto che effettivamente paghi tipo cinque euro per un taglio, è un inferno: non parlando la stessa lingua, non sono stato in grado di spiegare che li volevo a macchinetta. Per cui, mi sono trovato nella scomoda situazione di dover spiegare a un diciannovenne cinese, pettinato come il tastierista dei Dari, che non volevo sembrare una bizzarra pianta grassa. Il ragazzo, per tutta risposta, mi ha guardato malissimo e poi mi ha fatto un taglio a macchinetta veramente accazzo. Ma VERAMENTE accazzo Per cui, ciao ciao chinese parrucchiers. Il primo barbiere vero che ho provato, si trova praticamente sotto casa. Non ha un nome specifico. Ha solo un’insegna rossa con la scritta “Parrucchiere”. Minimalismo. Mi piace. Il Parrucchiere vanta ben due poltrone e un cavalluccio per bambini. Il cavalluccio è uno strumento di tortura che in teoria serve a far immaginare ai bambini di essere dei Tex Willer anche durante il taglio. In realtà sono dei begli oggetti che restano il più delle volte inutilizzati. Il cavalluccio per bambini è un colpo basso. Un tempo era in dotazione a tutti i barbieri. Oggi ce l’hanno solo due categorie di barbieri: quelli che non sono mai cambiati da quando hanno aperto, e quelli che l’hanno comprato a una fiera dell’antiquariato per dare l’impressione di essere una vecchia bottega schietta e genuina. Visto che l’arredamento del posto urla fortissimo “ANNI OTTANTA!”, deduco che Il Parrucchiere appartiene alla seconda categoria. Non che sia una dramma, eh? Ci mancherebbe altro. Però è un colpo basso. Una volta entrato, noto che c’è una panchina in formica dove attendere il proprio turno, ma pochissime riviste interessanti. Vecchi free press e un paio di quei giornali sugli immobili che, dopo tre minuti che li sfogli, ti viene voglia di scheggiarti una rotula con un chiodo per vedere se sei ancora in grado di provare delle emozioni. Fortunatamente però, da Il Parrucchiere non c’è mai nessuno, per cui non ho mai dovuto aspettare. Il nostro uomo è un signore sulla sessantina, basso, tarchiato e vestito malissimo. Imperdonabile il maglione di lana con disegnoni geometrici enormi orrendi. Uno di quei maglioni che ognuno di noi cela nello sprofondo del proprio armadio. Quasi certamente ve l’ha regalato la vostra zia sfortunata nel 1984, poi l’avete messo solo una volta per stare caldi caldi in casa durante le vacanze di Natale, sperando ovviamente che nessuno vi vedesse con indosso una cosa del genere. Lui invece, tutto fiero, se lo mette per andare al lavoro. Il Parrucchiere è di origini calabresi ma, essendo in città da tempo, ha acquisito una stranissima cadenza meneghina. Ogni tanto butta lì due o tre parole in dialetto. Il risultato è una cosa del tipo: “Sunt andà dal prestiné a accattàr la soppressat”. La cosa ovviamente mi fa moltissimo ridere. Per cui appena posso, parlo a vanvera, sperando di sentire più frasi in milanocalabro possibile. Negli anni ho affinato una tecnica che mi permette di parlare per ore di argomenti di cui in realtà non so assolutamente un cazzo con tutti i barbieri del mondo. Per esempio: anche se in tutto conosco il nome di 15 giocatori di calcio, sono tranquillamente in grado di sostenere lunghissime discussioni su Mourinho, sui soldoni spesi dai presidenti delle squadre, sui Mondiali e altre robe. Sono bravissimo. Tutta una questione di tempistica. Fondamentalmente, basta ripetere le teorie espresse dal vostro interlocutore con altre parole, per poi intervallare il tutto con dei: “Ma infatti!” oppure dei puntuali “D’altra parte…”. Il negozio è abbellito da un bellissimo calendario della Würth (leader mondiale nella distribuzione di viteria, minuteria metallica e plastica) tutto donne nude. Mentre scherzo Adriano per il suo peso, guardo di soppiatto le tette delle donne del calendario, aiutandomi con una serie di giochi di specchi. Il tutto senza farmi mai beccare da Il Parrucchiere. Oltre alle donne nude con le tette grosse, c’è anche un enorme puzzle di un orribile casolare in montagna. La scelta del puzzle mi affascina moltissimo. Come nasce l’idea di comprare un puzzle, da almeno 4 mila pezzi, di una foto brutta fatta ad un inutile casolare di montagna? Perché tanto odio? Per fare vedere che si è bravissimi? “Oh, guarda che robina: quattromila pezzi! E ci ho messo solo un mese e mezzo, eh?”. Non capisco. C’è anche la remota possibilità che Il Parrucchiere nasconda un qualche indicibile segreto legato alle montagne. Veramente: non lo so. Comunque. Uno sta lì a farsi accarezzare la testa, mentre è obbligato a guardare questa casa di raro squallore, immersa in un grigiore interstellare, cosmico, con dietro due montagne mezze innevate. Sui gradini della casa c’è una vecchia di nero vestita con un grembiule bianco. Una di quelle foto che le vedi e ti viene subito voglia di piangere. Ma poi, a pensare a Il Parrucchiere che alla sera torna a casa e si mette a comporre questo puzzle gigantissimo, per poi farlo incorniciare e infine appenderlo nel suo negozio, mi viene proprio una tristezza infinita. Molto meglio le zinnone della Würth. Però guardarle è più difficile. Devi fare lo scaltro. Una cosa complessa. Comunque, in generale, ci siamo. Il posto non è per nulla male. Lo frequento per un po’ e penso che alla fine, per essere il primo che provo nel quartiere, m’è andata decisamente bene. Poi succede il dramma: un giorno sono lì che faccio finta di dire la mia sulla bravitudine dei giocatori brasiliani, quando entra un ragazzo africano che vuole venderci dei libri sull’Africa. Il Parrucchiere lo caccia immediatamente via. I modi sono sbrigativi, ma non è quello il problema. Il problema è che una volta che il ragazzo se n’è andato, Il Parrucchiere comincia a dire cose come: “Mi su no, stucazzu de negro… che mi sun drè a laurà e stu negru, cu stu libru… Che magari c’attacc pur’e malattie!”. Io rimango allibito. Una specie di attacco di bile improvvisa ha trasformato Il Parrucchiere in una macchina cacciaslogan razzisti. Al “ma perghé nun se ne torna al su’ paes”, raggiungo il limite. Tutto rosso causa imbarazzo lo guardo riflesso nello specchio e gli dico: “sì, vabbeh, guardi, non è il caso… cambiamo discorso… cioè, veramente non è il caso…”. Il Parrucchiere mi guarda anche lui attraverso lo specchio. Si ferma un secondo. Si zittisce. Io penso che evidentemente si è reso contro che stava esagerando. Cala il gelo. Il silenzio dura un bel cinque secondi. “Che poi sta zona si sta riempiend’ pure di ciness… mi su no! Che già si son pres tutta Paolo Sarpi. E mò comincen ad arrivar pure qui!”. Evidentemente a Il Parrucchiere non gliene frega un cazzo di quello che penso. Avrà sentito quello che ho detto? Che poi, cosa cazzo ho detto? Non ho detto nulla. Dovrei mettermi a litigare con un uomo di 60 anni, perché è un ignorante razzista? Dovrei fare una scenata, alzarmi e scappare con il telo di plastica sulle spalle? Se non fosse che è a metà taglio, forse mi incazzerei di più. Ma se mi incazzo adesso e litighiamo, questo non mi finisce di tagliare i capelli. Mi zittisco. Lui, dopo aver detto quella cazzata lì sui cinesi, si zittisce anche lui. Non gliene fregherà un cazzo di quello che ho detto, ma per lo meno ha capito che non è che in questo momento io ce l’abbia proprio in simpatia. Io, che sono evidentemente un pavido, nonché una persona spiacevole, mi limito ad avere il broncio, come se fossi un adolescente costretto a fare un viaggio lungo in macchina con i suoi genitori. Una scena brutta. Fortunatamente questa situazione d’imbarazzo dura poco. Il taglio finisce. Il Parrucchiere mi sgancia il cosone di plastica, mi fornisce di una veloce spazzolata, io mi alzo, prendo la giacca, gli appoggio 15 euri sul tavolino posto all’ingresso. Tutti e due zitti e muti. Avviene lo scambio: lui prende i soldi, io prendo la ricevuta. A me esce dalla bocca una roba tipo: “‘Rvdrc.”. Lui uguale. Io esco dal negozio dando un’ultima occhiata al calendario delle donne nude della Würth. “Peccato”, penso.
SEGHINI A 5 EURO
Cancellato dalla lista Il Parrucchiere, parte la ricerca del secondo barbiere. Vicino a casa mia c’è un mercato due giorni a settimana. Io non ci compro mai nulla, che ho un’alimentazione ridicola, però mi piace passarci in mezzo giusto per vedere le bancarelle e i vecchi del quartiere. Ho una vita eccitante come quella della Binetti, me ne rendo conto. Però grazie a questo mio fetish, trovo il secondo parrucchiere. Un giorno, dopo aver comprato due confezioni da tre calzini della Diadora di spugna a soli 5 euro (un affarone), noto che proprio dietro la bancarella c’è un barbiere. Entro, come in trance. All’interno del negozio entra pochissima luce: un luogo decisamente scuro con due poltrone anni Settanta dove potersi sedere per tagliare i capelli, un divano di quelli che si trovano ancora solo dai parrucchieri o a casa delle nonne, quelli marroni disagio con dei bottoni a coprire le cuciture. Alle pareti ci sono una marea di quadri di raro squallore e millemila cazzatine, topo santini, calendarietti e piccolo sculturine in ceramica tipo la maschera di pulcinella. Mi accoglie un signore molto elegante, seduto su una delle due poltrone, intento a leggere il giornale. Abbassa il giornale, mi getta uno sguardo particolarmente diffidente (del tipo: “Quanto sei orribilmente giovane!”) e risponde al mio “Buongiorno” con un urlo che rivela un accento decisamente nordico: “Uè, Salvatur!”. Esce Salvatore. Un ragazzo sui 35 vestito malissimo. Mi faccio l’idea che Salvatore è il proprietario del posto e che il signore anziano è un semplice pensionato di quelli che, piuttosto che stare a casa con la moglie, vanno a leggere il giornale dal barbiere. Mi accomodo su una sedia. Salvatore comincia a tagliarmi i capelli. Mi sembra un po’ scocciato dal fatto che li ho chiesti a macchinetta, ma non è un gran problema. Mentre avviene il taglio, cala il silenzio e il signore anziano continua a leggere il suo giornale seduto sul divano marrone disagio. Nessuno dice nulla e la situazione è resa ancora più pesante dall’assenza totale di musica. Dopo un po’ il signore del giornale comincia a dare segni di insofferenza. Appoggia il giornale sul divano, sbuffa e – aiutando col riflesso dello specchio – mi chiede: “Ma a lei le sembra giusto che uno paga il baccalà al mercato 8 euro?”. Io ovviamente non so di cosa stia parlando. Compro solo pasta e roba per farmi i toast. Il baccalà l’ho mangiato due volte in vita mia in vacanza e non l’ho ovviamente mai preso al mercato. “No, perché per me 8 euro è un furto! Ma proprio un furto!”. Grazie alle mie incredibili doti deduttive, degne del miglior August Dupin, capisco che il signore vuole sentirsi dare ragione. “Mi sembra veramente un’esagerazione”, dico. Il Signore sorride contento, si alza e si avvicina alla mia sedia. Salvatore continua a tagliare e non dice una parola. Il signore continua: “No, perché a parte che l’ho pagato 8 euro… aspetti, le faccio vedere lo scontrino!”. Scompare nel retrobottega da cui esce un minuto dopo brandendo lo scontrino. “Guardi qui! 8 euro per un baccalà! Incredibile. E poi, la sa una cosa? A quello del mercato gli ho chiesto: ‘ma è già salato?’ E lui mi ha detto di no! Poi vengo qui, lo cucino, lo salo, lo mangio e sa cosa scopro? Che era già salato! Ma mi su no!”. Io comincio a non capire un cazzo. Ma questo chi è? Perché legge il giornale e cucina qui il suo merluzzo? Ma cosa c’è nel retrobottega? Una cucina? E perché lui sta qui? Non può andare a casa sua a cucinare il merluzzo? Ma il povero Salvatore? Nel dubbio però continuo imperterrito sulla mia strada: “No, guardi, c’ha ragione: una cosa incredibile!”. Ovviamente è come se non avessi detto nulla. Il mio nuovo amico continua a parlare: “Io adesso vado lì e mi incazzo. Se mi dici che non è salato, porca troia, non è che poi lo trovo già salato!”. Dall’accento del signore intuisco che è cremonese, delle mie parti. Una breccia! “Ma scusi, lei di dov’è?”. C’è un momento in cui leggo negli occhi del signore come uno spiazzamento, un turbamento nella Forza. Lui è lì che si lamenta dei cazzi suoi e c’è uno che gli chiede di dov’è. “Mi sun de Suresina! (Soresina, un comune italiano di 9.404 abitanti della provincia di Cremona, noto ai più per la famose Latteria Soresina). “Ma sun chi a Milan da più de 30 ann e ho aperto qui 28 anni fa!” mi dice con un certo impeto. Ah, ma quindi il posto è suo! Per quello fa il cazzo che vuole e tratta Salvatore come una pezza da piedi! Lui è il parrucchiere e Salvatore è tipo il ragazzo di bottega! Realizzato questo dato non da poco, lo guardo tutto contento e gli dico: “Ah, di Soresina! Mi sembrava infatti. La mia famiglia viene da San Bassano, pensi!”: San Bassano è un altro piccolo comune del cremonese, piuttosto vicino a Soresina. Un colpaccio. “Ah, ma quindi lei è ‘n cremunes!”. Basta, è fatta. Il signore – che d’ora in avanti chiameremo per comodità Il Parrucchiere 2 – prende uno sgabello, mi si siede di fianco, mi appoggia una mano sul braccio e comincia a parlare fortissimo di tutto quello che gli passa per la testa. Una specie di vulcano. Uno di quei personaggioni pieni di aneddoti che non ascoltano niente di quello che gli viene detto, ma che sono pronti a pontificare su qualsiasi cosa. Mi parla dei suoi primi anni qui a Milano, del distacco da Soresina, della sua prima casa all’Ortiga (l’Ortica, quartiere milanese), di come era il quartiere una volta, di sua moglie, di suo figlio, del nipote, di varie donnine della televisione che lui si scoperebbe molto volentieri (anche contro natura). Di tutto. Inarrestabile, è effettivamente molto simpatico, anche se invadente come pochi. Tocca, si agita, si alza e gira su stesso. Ogni tanto entra qualcuno dai negozi vicini a salutarlo. Lui reagisce sempre come Reneé Ferretti di Boris: “Ueeeeeeeeeeei, carissimo!”: Poi il tipo esce e lui ti racconta tutta la sua vita: “Qel lì, l’è il Giuvan, un terun dell’ostia che g’ha apert il garage nel 2003. Eh, il Giuvan…”. Io annuisco, faccio domande finte interessate. In tutto questo, Salvatore continua a tagliarmi i capelli con una lentezza esasperante e non viene mai ammesso alla discussione. Mi permetto di chiedere: “Ma scusi, ma se il posto è suo, lei perché non taglia i capelli?”. Il Parrucchiere 2, che è molto felice di poter raccontare i cazzi suoi, mi informa. “Ma io sono stanco! Ho tagliato i capelli per 25 anni, sa? Io non ne posso più. Adesso faccio fare tutto a questo qui” e indica, senza manco degnarlo di uno sguardo, Salvatore che ovviamente continua muto a fare zic, zac, zic. “Ma lei dove abita qui nel quartiere, dove abita?”. Io che ci tengo a fare quello del posto, rispondo che ho preso casa da poco in via Cucchiari. Il Parrucchiere 2 si illumina. “Via Cucchiari? dove c’è il centro massaggi cinese?”. Effettivamente in fondo alla mia via, verso la parte che confina con Via Stilicone (nottetempo regno incontrastato di travoni), c’è un centro massaggi cinese. C’ho parcheggiato più volte la macchina e ho notato che è spessissimo aperto anche la notte. Ora, io non voglio pensare male, ci mancherebbe. Però un centro massaggi cinese, con le vetrine oscurate, aperto a mezzanotte, un paio di idee te le fa venire, no? “Sì, via Cucchiari quella lì”. “Ah, ma sa, io vado spessissimo a farmi fare dei bei massaggi lì. Proprio un bel posticino”. Pausa drammatica. “Poi, ci lascio giù 5 euro in più e mi fanno anche un bel seghino”. Tadaaaaaaan! Il mio simpatico nuovo amico, che avrà più o meno 65 anni, è elegante e ha una bottega di parrucchiere da più o meno 30 anni, gli piace andare a farsi fare le seghe da ragazze cinesi a cinque euro. Che son notizie. Quel tipo di notizie che magari non ti viene in mentre di rivelare a un nuovo cliente che vedi per la prima volta. E infatti, io non so esattamente come reagire. Che fai quando uno di 65 anni ti dice che si fa fare le seghe a 5 uro? Ti informi su come è fatta la sega? Discuti del prezzo? 5 euro non mi sembra manco tanto per una sega. Però, come diceva Beningi in Berlinguer Ti Voglio Bene, allora vado a casa e me la faccio io? Boh. Me ne esco con un: “Ah ma va?”. “Eh, sì, fai il massaggino, poi gli dice due robe, gli fai capire che - e tac! – ti fa il seghino!”. Una volta sono andato in un ristorante cinese a Bologna dove in vetrina c’era scritto “Qui lavora Miss Cina”. Poi sono entrato tutto contento e Miss Cina era una bufala, era una ragazza brutta e un po’ cicciona. Ora, se ti pubblicizzi come Miss Cina e poi sei un ragano- a me che ho una particolare predilezione per le bellezze asiatiche – mi fai scendere una gran catena. E io mi immagino la finta Miss Cina del ristorante cinese di Bologna, intenta a fare una manovella a Il Parrucchiere 2. Una roba di quelle che ti si ritira il pene dal ribrezzo. Salvatore ovviamente non fa manco una piega. Io non so più che dire. Il Parrucchiere 2 continua a parlare. Adesso è passato a raccontarmi dei pregi dei ristoranti della zona e continua imperterrito a fare il suo show. Dopo un po’ il taglio finisce. Concludiamo con due gags sul cremonese e una bella stretta di mano. “Alla prossima, allora!”. Mai più tornato.
SERVITO, SIGNORE
Canticchiando allegramente “Three! That’s the magic number”, sono riuscito a trovare un terzo parrucchiere. E questo, cari amici, non ha veramente nulla che non va. È perfetto. Vi spiego perché. Si chiama Parrucchiere Caruso e si trova in Via Losanna a Milano. No, ve lo consiglio perché secondo me è un’esperienza. All’interno del negozio ci sono tre sedie molto molto belle, più o meno risalenti ai ’70. La marca delle sedie è Saronno. Sono bianche con le parti imbottite in simil pelle marrone e hanno la parte dove appoggi i piedi con la scritta Saronno. Ora, non so se le poltrone da barbiere della marca Saronno sono un vanto, un plus di quelli che i barbieri tra di loro si bullano a vicenda, però mi piace immaginare che sia il massimo della vita. Del tipo che tutti gli altri parrucchieri del quartiere lo invidiano. “Sai che sedie s’è preso il Caruso? Delle Saronno originali. Dannato Caruso, c’ha tutte le fortune! Lo odio!”. Comunque. Ci sono tre poltrone comodissime, il solito divano marrone disagio sul fondo con un cesto per le riviste che solitamente contiene le varie pubblicazioni scandalistiche, tipo quelle dove puoi sapere più o meno tutto sula vita di Marcelo Fuentes, e un famoso mensile maschile di quelli dove puoi vedere il culo di Michelle Hunziker. Che alla fine comunque fa sempre un po’ di simpatia (il culo. Lei invece è simpatica come un debito). Alle pareti ci sono solo due foto: una è la formazione dell’Inter, squadra per cui evidentemente il nostro simpatico Caruso fa il tifo, l’altra una foto del suo nipotino. Due fotografie piccoline messe un po’ in disparte, che volendo manco te ne accorgi. Basta. Nessun calendario, nessuna cazzabubola tipo le maschere di Pulcinella. Niente. Tutto il resto è fatto in stile un po’ rustico, aka in finto legno, ma con un taglio futurista. Una roba che, all’epoca dell’acquisto, probabilmente era pura avantgardenss. Specchi incastrati in cornici esagonali, tipo gli interni delle navicelle spaziali dei vecchi film di fantascienza, mensole messe tutte strane. Il tutto in finito legno e con pochi inserti di metallo. Una bomba. Poi c’è lui, Caruso. Caruso è siciliano. Si chiama Rosario Caruso. Non riesco a capire se il nome è Caruso o Rosario. Secondo me è Rosario. Caruso dev’essere il cognome. Avrà più o meno settant’anni. Totalmente pelato, ha dei piccoli occhialini da vista e indossa sempre un camice da lavoro o azzurro o verde. Un camice elegantissimo con i bottoni messi tutti sul lato sinistro. Una roba fighissima. Nel locale si ascolta Radio Rai Uno. Rai Uno sembra come l’autoradio di Christine la Macchina Infernale. Nel vecchio film di Carpenter c’era lo spirito di questo assassino che finiva dentro una macchina, che poi comprava un babbo con la faccia da maniaco. Quando il babbo accendeva la radio, sentiva solo musica anni’50. Questo perché l’assassino era di quel periodo lì. Radio Rai Uno è come se trasmettesse dal 1994. C’ha proprio quel suono lì vecchio, che ti mette quasi nostalgia. La playllist è ovviamente agghiacciante, però ho risentito dei pezzi che veramente non mi ricordavo più neanche fossero mai stati scritti. You dei Ten Sharp. Che se non mi ricordo male, Ron ne fece la versione italiana. Quando non c’è la musica e parlano, ci sono delle trasmissioni o di politica o di salute. E me le sento tutte, perché Caruso non dice una parola. Ti saluto all’ingresso, ti chiede come vuoi i capelli (alla terza volta ti chiede “li facciamo come sempre?”) e basta. Straordinario. Ah, il tutto con un accento siciliano fortissimo. Poi ti siedi e lui ti avvolge nel grembiulone. Non è una roba brutta di plastica con una fantasia anni ’90 di quelle che d’estate sudi come se fossi in una sauna: è un telo di stoffa bianco. Ti ci avvolge, ti mette del cotone sul collo per evitare che si irriti e poi chiude il tutto con uno spillo. E poi ha mille mila accorgimenti: dopo la prima passata di macchinetta, ti toglie il grembiule, lo sbatte e te lo rimette. Ogni tanto spazzola via i capelli tagliati con questa specie di pennello che butta fuori piccole nuvolette di borotalco. È lentissimo, ma è perché è di rara precisione. A fine taglio, prende uno specchio circolare, ti fa vedere cosa ha appena fatto e poi rimane lì in attesa che tu dica qualcosa. Quando poi gli dici “Va bene, grazie”, lui mette giù lo specchio, ti toglie il grembiulone e poi ti dice: “Servito, signore.” La prima volta ci sono veramente rimasto di sasso. Che lord inglese. “Servito, signore” è proprio una bomba. Poi va al suo banchettino, ti compila la fattura a penna, ti stringe la mano e ti saluta. Bellissimo, emozionante. A dicembre ti regala il suo calendario che fa fare apposta tutti gli anni. Io per adesso ne ho solo due: uno azzurro del 2010 e uno rosso del 2011. C’è scritto Parrucchiere Caruso, l’indirizzo, e c’è il disegno di una forbice e un pettine. Dentro c’è un calendario con tutti i santi. Minimalismo. A Bologna andavo da Angelo, che a Natale ti regalava il suo calendarietto. Si chiamava Le Monelle di Angelo ed era abbellito con 12 fotografie di megastrappone scaricate dall’internet. Che ridere. Angelo beveva fortissimo e c’aveva proprio quell’aria di uno che con gli amici al bar, se vede una foto di una donna nuda, la chiama “monella”. Caruso invece dev’essere uomo timorato di Dio. Per lui niente monelle, solo i giorni coi relativi santi. Gli voglio troppo bene.
le minestre riscaldate.
agosto 30th, 2011 § 2 commenti
mio nonno era solito versare un bicchiere di vino rosso nella minestra. è ciò che chiamava un pasto completo. mi ha sempre fatto venire in mente quella vecchia storiella in cui quel tizio si mette a cucinare la minestra di sassi, aggiungendo via via nel paiolo un paio di cipolle, perché con un paio di cipolle sarebbe stata ancora migliore, e poi le patate, il sedano, le carote. e più tardi anche quella scena di un povero ricco, con pozzetto nel bar che ordina un bicchiere d’acqua del rubinetto, lo macchia con del latte per far andar via quel saporaccio di cloro, e ci aggiunge una tonnellata di zucchero, perché il latte senza zucchero non gli piaceva. e avremmo potuto fare così anche noi, prendere il nostro piatto di minestra, versarci il bicchiere di vino, un po’ di pane raffermo tagliato a crostini, un filo d’olio a crudo, una spolverata di paprika dolce che male pare non fare, e, questo cos’è? aglio in polvere? dio che porcheria, dentro anche questo; mescolare tutto per bene, e infine condire con i tre sassi e il bicchiere d’acqua macchiato. com’è? fa schifo, vero? no, le nostre minestre vanno già bene così. nel corso delle settimane le metteremo solo sui fornelli e gli daremo una riscaldata. voi passate di qua con il vostro piatto e noi ci assicureremo che ne abbiate un mestolo ciascuno. cominciando da oggi. buon appetito.
- daccapo
- un gatto
- riminirimini
- ben aflec
- cimici
- carma
- marmo
buon compleanno
agosto 26th, 2011 § 5 commenti
quando ho compiuto vent’anni dormivo al piano di sotto di un letto a castello in una stanza di due metri fuori brighton. il posto era shoream-by-sea, a dodici km dalla città. la mia scuola d’inglese invece era in un altro paese ancora a una quarantina di chilometri. in classe c’ero io e altri sette giapponesi. qualsiasi cosa gli chiedessi, loro ridevano e dicevano sì. non capivano un cazzo. però sapevano fare un sacco di trick con le penne. è da loro che ho imparato a roteare la bic sulla nocca del pollice. stamani l’ho fatto ripetutamente davanti a maria, che è l’unica alle poste che riesce a farmi spedire dei pacchi senza spendere un occhio della testa. tutte le altre è come se fossero giapponesi. la maria mi ha detto che sono bravo. io ho fatto finta di non capire a cosa si riferisse, e lei mi ha detto la penna, sei bravo. una di queste sere la porto a cena fuori e poi al cinema. il giorno del mio ventesimo compleanno ho pensato che non ci fosse niente da festeggiare: ho moltiplicato i miei anni per due e mi sono sentito fuori luogo e fuori tempo. mario divideva la stanza con me, ma sarebbe partito nel giro di pochi giorni. mi sono regalato una bmx. per andare a scuola, mi son detto. ma comunque il treno lo dovevo prendere. una bmx il giorno del mio ventesimo compleanno forse mi ha fatto sentire ancora più fuori luogo. una volta ho cercato di saltare un sacchetto della spazzatura e son caduto faccia in avanti ai piedi di una vecchietta che non mi ha nemmeno chiesto se mi ero fatto male. è dal giorno del mio ventesimo compleanno che odio i miei compleanni. comincio a odiarli almeno un paio di settimane prima. mi sento triste e penso al letto a castello e a quella stanza minuscola piena di fogli e cd sparsi sotto il letto e a quella stupida bmx. verso la fine di ottobre il mio compagno di classe giapponese june (che io non ho mai capito se si scrivesse e leggesse come giugno in inglese oppure era lui che continuava a dire sì e alla fine lo abbiamo tutti chiamato così), mi ha invitato a bere delle birre in un pub in paese. non avevo alcuna voglia di andare e ho cercato di inventargli delle scuse in inglese. ma lui continuava a dire sì, e alla fine ho legato la mia bmx fuori dal pub e sono entrato a bere ‘ste dannate birre. dentro c’era solo june che giocava a biliardo, da solo. gli ho chiesto se era solo. sì. occazzo. ho sorriso, ma dentro mi veniva da piangere. gli ho detto vado a prendere una birra, june. sì. torno con una birra per me e una per lui. questa è per te, june. sì, sì. prendo una stecca da biliardo e mi atteggio da paul newman per farlo ridere. ma tanto quello rideva sempre. ok, june, tocca a te. sì. june, tocca a te! sì. june? sì. o tiri oppure ti infilo la stecca su per il buco del culo e ti sventolo come una bandiera maledetto cacariso sorridente che dice sempre sì. buon compleanno june.
non mi piacciono i compleanni. non so da cosa dipenda. forse è solo tutta quell’attenzione che ti tiene il guardo puntato contro. e non li ho mai festeggiati. nemmeno da bambino, quando di solito s’accompagnano all’insopportabile rito dei cazzotti sulla spalla. che poi siccome all’epoca gli anni son ancora pochi, e così i cazzotti, l’ultimo lo si dava fortissimo, prendendo la rincorsa. ti lasciava sulla pelle il ricordo d’un livido grosso quanto il mar nero. per il mio diciottesimo, gli altri mi regalarono una coppia di criceti. fulvio e cesira. dopo pochissimo s’erano già accoppiati. pare che i criceti scopino come conigli. la femmina va in calore ogni quattro giorni per circa due ore, soprattutto di notte. sfornarono una fagiolata di pargoletti. solo che il giorno successivo la prole s’era completamente data. ed io, che non avevo capito subito, avevo provato a cercarla ovunque. poi, qualcuno mi dice che il maschio molto spesso si mangia i piccoli, e che quindi una volta nati, conviene separarli. e allora compro un’altra gabbia identica alla prima. si accoppiano di nuovo, nidiata dopo un paio di settimane. separo cesira dal conte ugolino. ma il giorno seguente la figliolanza è nuovamente sparita. occazzo. sta a vedere che ho sbagliato e quello che pensavo essere il maschio invece era la femmina? fulvia? li rimetto nella stessa gabbia. fornicarono al solito. nascono i criceti, li riseparo. il giorno dopo i piccoli sono nuovamente scomparsi. eccheccazzo. e allora qualcun altro mi dice che a volte anche la madre mangia i piccoli se questa ritiene che le circostanze non siano favorevoli alla loro sopravvivenza, oppure perché è stato nuovamente ingravidata dal maschio. desisto. li lascio separati. un paio di giorni dopo muoiono entrambi. fu una carneficina. sarebbe stato più eticamente corretto iscriverli direttamente a degli incontri di combattimento clandestino. criceti e maceti. quell’anno io avrei tanto voluto un orologio. e sì, poi c’è mio zio. mio zio è il parente che hanno tutti, quello vagamente strambo, quello che fumava una sola sigaretta l’ultimo dell’anno, solo per farmi credere di riuscire ad espellere il fumo dalle orecchie. quello che porta sempre con sé un fischietto, infilato nella tasca dei calzoni, che se uno cade e non ce la fa ad alzarsi, può fischiare per chiedere aiuto. e quello che un’estate in valle d’aosta a far visita al papa, fu bloccato dalle guardie, reo d’esser in possesso di un coltellino svizzero a dir loro sospetto. bene mio zio, il devoto attentatore, ogni anno, ancora oggi, fa la solita pantomima. e cadendo dal pero mi domanda: e quanti sono quest’anno? però questa volta è un’altra cosa. questa volta è bello e ci va di festeggiare. e poi è facile. uno, zio. quest’anno compiamo un anno.
SOME SKELETONS | KYPES, PESTS, THROATS
agosto 12th, 2011 § 5 commenti
son tre giorni che vado in posta in costume da bagno e con le mani cariche di pacchi da spedire. pare che 5 non siano arrivati. li avrà tenuti il postino. che un cane gli stacchi il polpaccio. nel costume ho solo una tasca minuscola in cui riesco a fare entrare il portafoglio, il telefono e questi tre pezzi che non riesco a smettere di ascoltare. e non riuscirò a smettere per tutta l’estate. mi faranno venire sempre in mente la ragazza nuova della posta. che ha le tette grosse e i peli sulle braccia, le unghie dei piedi rosa e il sorriso inebetito di chi alcuni di quei pacchi magari non li ha mai spediti. che un postino le stacchi un polpaccio. al semaforo stavano per investirmi. che nelle orecchie c’era throats a tutto volume. c’è anche un vidio sul tubo di sto pezzo. è perfetto come le registrazioni di questo disco. fatte in casa col talento di chi la sa lunga. ascoltate un cretino, ascoltate dei ganzi.
targhe alterne
agosto 3rd, 2011 § 1 commento
l’idea iniziale era quella del calcio grosso, quello vero, col campo di terra, le porte enormi e tutto il resto, con tanto di squadra col nome declinato della città. e allora sarebbe stato un via via andare di faticosissimi allenamenti, con le mani costantemente sui fianchi e il sorriso spento sulla faccia. e poi un lungo sedersi in panchina alla domenica, per alzarsi solo gli ultimi dieci minuti e correre in campo come ragazzini coi calzettoni abbassati, sbracciandosi oltremodo per un passaggio che non sarebbe mai arrivato. la terza categoria: la morte del calcio. un aggregarsi a quindici sconosciuti con la pancia che si credevano dei fenomeni, che ci avrebbero ringhiato addosso come fanno i cani col postino nuovo. no, dovevamo avere una cosa che fosse tutta nostra. la dovevamo fare noi, arruolare un manipolo d’imbecilli (avevamo già pronta la lista dei nomi) per mettere su una squadra di calcio a 5. la heartfelt soccer team. ecco cosa.
avevamo cercato sulle pagine gialle un posto dove prendere le magliette, i pantaloncini, i calzettoni. in realtà all’inizio volevamo risparmiare e prendere solo le magliette ma poi non abbiamo resistito. avremmo preso pure le sacche fosse stato per noi. i colori sociali erano diventati da subito il bordeaux e il blu. bordeaux le magliette e i calzoncini. blu i calzettoni. (da piccolo pensavo che nelle squadre di calcio ogni giocatore avesse la maglia del colore che preferiva. mio nonno mangiava l’uovo al tegamino nello studio davanti alla tv, guardava la partita, e io ricordo perfettamente che c’erano mille giocatori coloratissimi: mi chiedevo quale fosse lo scopo del gioco.) il posto invece non lo avevamo trovato subito. era difficilissimo. sperduto nella provincia milanese. e tutto il campionato sarebbe poi stato un perdersi nella provincia milanese. quelle statali tutte uguali in cui a un certo punto ti aspetti di trovare il cartello con la scritta honolulu. 10 stronzi in giro per l’hinterland a fare i bulli con gli arbitri (sempre il solito: rigor mortis o eretio perennis; un poveraccio che macinava chilometri dietro di noi per poi esser preso a pesci in faccia: una versione triste e seria di quella di un gigi reder senz’occhiali), e a prender delle gran risuonate dai peggio scarponi del mondo (fatta eccezione per il cuba libre. pensammo da subito che fosse un nome sfortunato da chi si atteggia a squadrone. saranno dei ragazzi col taglio dei capelli da oratorio e le scarpe da ginnastica color argento. e invece erano belli grossi. parevano un giusto compromesso tra dei fotomodelli e dei supereroi. e ce le diedero di santa ragione. e la cosa più umiliante fu che dopo pochi minuti, vista l’aria che tirava, si misero a giocare pianopianissimo), per poi finire a scappare con un debito di un milione di vecchie lire. e gombo? che aveva risolto il problema delle targhe alterne quel giorno che giocavamo fuori casa e c’era il blocco del traffico? con un folle ed eroico gesto, grazie ad una boccetta di acetone, quello da sciampiste per levare lo smalto dalle unghie, gombo aveva trasformato l’ultimo numero, un 4, in un bell’1. solo che la macchina era del marchetti, che poi dopo quella trasferta aveva dovuto ritrasformare l’1 nel 4 con un pennarello indelebile. quella volta, per le divise, ci eravamo andati anche con lazzaro, che era il portiere. e il portiere doveva scegliersi la maglia e i pantaloni lunghi e i guanti sui quali sputare. lazzaro era uno polemico di natura. quello a cui non andava mai bene nulla. nella heartfelt soccer team sarebbe stato il capitano. non ricordo più il motivo, forse per via di una partita persa a tavolino (non ci eravamo presentati, o meglio ci eravamo presentati, solo che avevamo sbagliato giorno), aveva poi deciso che non avrebbe fatto più parte della squadra. un giorno lo incontrai in via torino, ero con ginella. e quella sera c’era la partita. gli faccio: lazzaro, ci sei stasera? lui scuote la testa. non ce l’ho con voi, con la squadra, mi dice. ce l’ho con dirigenza. la dirigenza? il presidente era il marchetti. brenda invece faceva l’allenatore. così il giorno stesso andai a tesserare alfredo. il portiere di scorta. alfredo abitava nel mio stesso palazzo. era di foggia. mi diceva che giocavo come careca. mi stava molto simpatico. il suo regista preferito era popi bonnici. nessuno avrebbe preso il numero 10. il marchetti si prese il secondo numero più fico, il 5. il 2 andò a gombo. il 3 a bella. il 4 prima al berti e poi al cera (è un tipo fantastico il cera. una volta è venuto a cena qui insieme a un sacco di altra gente. mi ha detto: e quindi ti sei trasferito in brianza. e io gli dico: ma non lo so se questa è la brianza. e lui mi fa: a dire il vero non ne sono certo nemmeno io. ma la brianza è un posto dell’anima. e a me piace pensare che questa sia brianza.) il 6 diviso tra ginella e il ceccarelli (‘untavevovisto). tu avevi il 7. io l’8. l’ultimo numero era per il pilipella, l’11. il berti aveva la faccia di delpiero e i riccioli di robertobaggio. se ne stava sempre zitto. secondo il marchetti ci avrebbe fatto vincere tutte le partite. dopo la prima smise di venire.
gombo. gombo si chiama tommaso cupido. ha uno di quei nomi che ti permettono di essere famoso. tommaso cupido è perfetto. puoi fare l’attore di ollivud con un nome del genere. io mi innamorerei immediatamente di uno che si chiama tom cupido. eppure gombo era gombo. e non era nemmeno un tipo così goffo. anzi, era uno piuttosto atletico. cintura nera di non ricordo bene quale arte marziale orientale totale fotonica. simone, detto anche bella perché eravamo soliti urlare beeeeeeeeellaaaaaaa tutte le volte che lo vedevamo (e non era colpa sua. il fatto è che aveva quel sorriso contagioso che perdinci lo vedevi e ti veniva voglia di urlare: bella! era più forte di qualsiasi cosa forte nel mondo). cosa stavo dicendo? bella diceva che gombo era uno di quelli tranquilli che se lo fai arrabbiare ti ammazza di botte. averlo al proprio fianco in campo era confortante considerando che spesso, visto che perdevamo sempre, io facevo di tutto per innervosire i giocatori della squadra avversaria. gombo era detto anche gombelli. tommaso gombelli. tommaso gombelli è un nome che addosso a gombo dona molto di più. tommaso gombelli, quello che è buono e caro ma non provare mai a farlo arrabbiare. non pensarci nemmeno. il portiere della squadra avversaria ha appena rilanciato il pallone. è un lancio lungo, fin troppo per un campo da calcetto. e gombo corre dietro alla palla che vola verso la bandierina destra della nostra area di rigore. un punto in cui non c’è nessuno degli avversari, ma lui continua a correre con la testa rivolta al pallone dando le spalle a tutti. e proprio quando la palla sta per uscire, gombo spicca un salto altissimo e noi rimaniamo tutti a bocca aperta ammirati da tanta grazia. e in aria fa una cosa che nessuno di noi ha mai visto dal vivo: con un colpo di reni riesce a contorcere tutto il suo corpo muscoloso e a eseguire una rovesciata tanto perfetta quanto inutile che rimette la palla in gioco. riatterra sulla schiena con il rumore tipico della carcassa di grosso animale gettata da un camion e sulle facce dei presenti si accende una smorfia di dolore. palla alla squadra avversaria. gol. noi tutti impietriti. il nostro amico italo era solito chiamarlo anche velociraptor. velociraptor gombelli.
avremmo poi perso tutte le partite (anzi, quasi tutte. una forse l’avevamo vinta ai rigori. funzionava così: se si pareggiava si andava ai rigori. se vincevi ai rigori prendevi due punti, se perdevi uno solo. ecco, quindi ci sta che, se non due, almeno un punto l’avessimo preso). e con loro anche gran parte del nostro entusiasmo, finendo, in campo a non passarci più la palla, e negli spogliatoi a tenerci il muso e non prestarci più nemmeno lo shampoo. ma ancora oggi sono convinto che potenzialmente fossimo fortissimi. tutti loro erano dei tipi normali, apparentemente normali, ma tra i più speciali che ci sia capitato di incontrare in questi anni. stavamo insieme in un modo bello. a quel tempo c’era mio padre ricoverato a rozzano, all’ospedale. mi dicevi che una volta ripreso avrebbe potuto venirci a vedere, giusto in tempo per i playoff. non sto manco a dire che noi i playoff non gli avremmo mai fatti. gli è sempre piaciuto il calcio. e quando andavo a trovarlo, ogni volta, dovevo trovare da qualche parte nascosto il coraggio di dirgli che si era perso, dinuovo. la sera dopo l’operazione l’avevo trovato parecchio debilitato. piuttosto normale, credo, ma a me aveva fatto ugualmente un certo effetto: lui, il suo pallore e quella lunga cicatrice che m’immaginavo gli corresse nuda sul petto. gli avevo portato una rete piena di arance, come ai carcerati. e allora quella volta come ogni volta mi aveva chiesto: e avete vinto? stavamo guardando un documentario sui canguri rossi in quella minuscola tivù, nell’angolo in alto, che somigliava di più a una telecamera di videosorveglianza. sì, papà. stavolta abbiamo vinto.
LA LEZIONE DEL VENERDÌ SERA | TOMMASO RENZINI
giugno 29th, 2011 § 5 commenti
<<Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. ahah! Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. eheh… Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. ahah! Parli italiano?….>>
Mi guardo intorno per capire le reazioni degli altri, magari loro stanno avendo o hanno avuto un corso con Justine e sanno come comportarsi in situazioni come questa. Alla fine di ogni giro della cantilena, sul “ahah!”, le indirizzo uno sguardo tra l’imbarazzato e il soddisfatto per comunicarle la mia ammirazione per il suo accento italiano quasi perfetto. Justine è bassa e magrissima, me la immagino mentre inciampa su un cavo Fastweb e si spezza una gamba di netto. Raed, invece, è l’amico di tutti i professori e di tutti quelli che girano per l’università in generale, me compreso, e in nome della nostra amicizia interrompe il loop di Justine con una domanda generica. Lei sobbalza, risponde a Raed, e mi chiede se conosco Brian Eno. Io Brian Eno lo conosco, ma non è questo il punto. Il punto è: quale risposta ha la miglior probabilità di evitare che Justine cominci a fare tutti i suoni di Music for Airports con la bocca?
<<Yes I know him…but…>>
<<Well, tonight we’re going to listen to some Brian Eno’s music during my class>>
e se ne va velocemente verso il forno a microonde che si è appena liberato.
Durante la prima settimana all’Universitè du Quebec a Montreal i corsi sono aperti in modo da dare agli studenti la possibilità di farsi un’idea sulle lezioni prima di scegliere il piano di studi.
Sono andato alla lezione di Justine, ma non mi è piaciuta molto: è un corso di tipografia durante il quale, di quando in quando, senza preavviso, partono dei pezzi ambient a volume medio. Penso che Justine voglia che gli studenti lascino che sia la musica a guidare le loro mano sul foglio, eccetera. “Penso” perché non capisco cosa dica quando parla. In ogni caso, visto che avevo preselezionato un corso di troppo, ho deciso di eliminare proprio quello di Justine, e con un giorno di anticipo rispetto alla chiusura delle iscrizioni. Ero convintissimo che il corso di Animazione che avevo confermato senza assistere alla lezione sarebbe stato migliore di quello.
Il corso di animazione è ogni Venerdì sera alle sei, il mio coinquilino Hugo mi aveva consigliato di scegliere l’orario serale perché, dato che la gente ha fame, le lezioni di solito durano meno… Queste parole, che avevo quasi dimenticato, cominciano a ronzarmi in testa non appena entro in aula alla prima lezione: sulla fila di banchi disposti a U nella stanza, quasi ogni studente del corso ha appoggiato un tapper ware con dentro la cena. L’aroma combinato dei vapori che escono dai barattoli è molto simile a quello della mensa del Centro di Aggregazione Estivo ’93 a Umbertide, che è il motivo per cui non ce la faccio più a mangiare i fusilli. Ma con una dose maggiore di cipolla. Non riesco in nessuna maniera distogliere lo sguardo dal ragazzo robusto che nella fila di fronte alla mia sta mangiando degli spaghetti con sopra un sugo marrone. Fissa intensamente negli occhi il professore con gli spaghetti che gli penzolano gocciolando dalla bocca. Al liceo, i compagni che facevano culturismo erano costretti a mangiare il tonno di nascosto durante le lezioni perché ai professori non interessava niente degli orari ferrei previsti dalle loro diete. Qui l’approccio pare molto più rilassato. Accanto a lui c’è una ragazza riccia con un tapper ware pieno di una zuppa verde granulosa con dei cubi biancastri che galleggiano. Credo che la zuppa, guardando in alto dalla propria prospettiva, stia assistendo ad uno spettacolo piuttosto simile. Alla sua sinistra una ragazza minuta non riesce a tenere gli occhi aperti e continua ad addormentarsi per brevi intervalli di due secondi, per poi rinvenire, con una rapida frustata dell’osso del collo, ogni volta che la testa le compie un giro antiorario completo.
Fino a quel momento avevo avuto soltanto lezioni al mattino, e gli studenti e i professori che avevo incontrato erano tutti mediamente belli e posati alla maniera dei designer canadesi. Il fatto che alla prima lezione dopo il tramonto cui assista la tipologia di persone cambi così drasticamente comincia ad insospettirmi.
Dopo l’introduzione al corso, il professore comincia a fare l’appello. L’elenco scorre via liscio fino al mio cognome che, pur non essendo difficilissimo da pronunciare per un franco-canadese, suscita sempre qualche secondo di suspense. Jean Francois, il professore, si avvicina al mio banco sorridendo per capirne meglio il suono, mentre io capisco come la dose maggiore di cipolla nell’aria rispetto all’odore della mensa del Centro Estivo fosse tutta merito della sua igiene personale. È strano come il corso di Justine mi sembri ora una grande occasione persa.
J.F. spenge le luci e fa partire la proiezione di alcune animazioni di Norman Mc Laren. Mi metto comodo e copro il naso con la sciarpa. C’è qualcosa, però, che mi infastidisce, una sensazione simile a quella che si prova al cinema quando i pannelli delle uscite di sicurezza sono troppo luminosi; un cretino a due posti di distanza ha il Mac spalancato e sta creando uno spiacevole effetto abat-jour. La luce che il portatile gli proietta in faccia fa risaltare un paio di baffi da sega che si inarcano ritmicamente mentre lui, indicando lo schermo, sussurra a voce altissima qualcosa al suo vicino di banco. Nemmeno questo, come d’altronde il fatto che la gente stia mangiando, sembra disturbare Jean Francois, che sorride soddisfatto immerso nell’aura azzurra dell’animazione.
Finita la carrellata Malcom Mc Laren, le animazioni si fanno più figurative. Non importa dove sei e con chi sei, a casa di domenica sera o in una scuola di design a Montreal, con gli amici o con dei serissimi sconosciuti in una stanza buia: le risate partono sempre e solo quando qualcuno si fa male. Gli animatori sovietici pare avessero imparato questa regola poiché, ogni qual volta l’animazione sullo schermo si fa troppo intricata, ecco una scena del protagonista che cade, o che viene colpito alle palle, o che viene schiacciato da qualcosa di pesante. E tutta la stanza ride. Ogni tanto, tra un filmato e l’altro, il professore accende la luce per chiedere se nessuno abbia commenti da fare. Ricordo che Noemi, una delle sorelle di Ascella, una volta in campeggio scattò una foto con il flash in piena notte tenendo la macchinetta al contrario e perse la vista per mezzora. Quello che sta facendo Jean Francois è altrettanto dannoso. Porto la sciarpa dal naso agli occhi.
Quando in sala tornano le luci, alla mia destra è comparso un goth. Un paio di stivaloni di pelle e metallo fanno capo ad un viso efebico adombrato da una bombetta in feltro merinos. Lo osservo mentre disegna un coniglio in un cappello, col tratto di chi non pare eccezionalmente dotato ma che su quel soggetto si è allenato parecchio. Jean Francois ha ricominciato a parlare, probabilmente siamo arrivati ai saluti, che per il ragazzone della fila di fronte dovrebbero coincidere con l’ammazzacaffè. Il goth nel frattempo ha completato il coniglio nel cappello e si sta misurando con un coniglio in una tazza di tè nella pagina successiva del quaderno. Il ragazzo con il baffetto da sega e la sua ghenga, invece, si sono disposti a cerchio intorno al professore; io decido così di sfruttare la loro copertura per uscire dalla classe, imbucare l’ascensore, e poi la metropolitana.
Quando esco fuori c’è la luna piena. E non credo sia una coincidenza.
DO NASCIMIENTO | DO NASCIMIENTO
giugno 22nd, 2011 § 3 commenti
una volta la mamma di marchetti ci ha regalato i biglietti per andare a vedere ludovico einaudi al teatro. ludovico fa quelle robe che è impossibile che non ti piacciano perché sono colonne sonore perfette di ricordi di banbyno. lui suona e in bocca senti il sapore dello zabaione sbattuto da tua nonna nella cucina della casa in campagna. o la carezza di suor anna il giorno in cui il celli ti ha dato un cazzotto fortissimo nella nuca. i do nascimiento sono come un banbyno in costume che ha venti euro in mano al bar della spiaggia. puoi rubargli i soldi o prenderlo in collo e tirarlo su all’altezza del bancone. il mago do nascim(i)ento oggi fa il parrucchiere in brasile. tra la merce che la guardia di finanza gli ha sequestrato c’era anche un pallone da pallavolo sgonfio e una lettiera del gatto grande quanto quella spiaggia. nonostante il nome che si sono rubati, i do nascimiento non promettono. non promettono né di strabiliarti con chissà quale sortilegio, né di levarti di dosso in un solo colpo tutte le tue sventure. pur restando dei cialtroni, non ti prendono per il culo. sono solo quattro imbecilli che si rincorrono con la foia di un diciottenne, alzando troppo la sabbia, buttandosi addosso gavettoni riempiti col piscio, disturbando tutti con lo stereo troppo alto. ma loro sono un banbyno o un diciottenne? sono un banbyno diciottenne nano che non arriva al bancone. presto, rubategli i soldi.
do nascimiento sarà scaricabile gratuitamente qui e uscirà presto in 100 copie in cassetta grazie a two two cats bad tapes e a (vita di) legno. e non dite che non ve l’avevamo detto.





























