F.

agosto 30th, 2010 § 7 commenti

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la veranda è bella. è la mia stanza preferita.
prima che arrivasse bianca abbiamo provato a farla essere la nostra stanza ma faceva un freddo bestia.
pigiama infilato nei calzettoni e orecchie ghiaccio marmato al mattino.
d’estate invece pare di essere in una tenda piantata in mezzo al parcheggio della lidl di città del cairo. ci siamo dovuti trasferire nella camera della nonna. ha lo stesso arredamento della casa della mamma di psaico. che poi è psaico. l’assassino è il maggiordomo.
a livello di temperatura va bene sia d’estate che d’inverno. a livello di rumori è insostenibile. solo combriccole di banbini e rigazzini che urlano. di peggio c’è solo la morte violenta.
a un certo punto nell’estate del 2003 ho avuto a che fare con un sacco di banbini.
dissolvenza. assolvenza con effetto fumé. voce fuori campo.
sono sempre piaciuto un bel po’ ai banbini. c’è stato un periodo della mia vita in cui dicevo che non mi piacevano. non è vero. non mi piacciono i banbini brutti. i rigazzini quelli che urlano cose a caso. urlano tutto il tempo. cori da stadio e canzoni brutte. vieni a pescare con noi e hanno visto latumamma in vetrina adamsterdàm.
48 rigazzini. ho a che fare con 48 banbini/rigazzini. dai 10 ai 16 anni.
SMS ho bisogno di un favore chiamami appena puoi.
pronto carla?
vieni 3 giorni con me e 48 rigazzini a londra?
va bene. che sarà mai.
partenza alle 5 del mattino da firenze.
dormo da carla. arrivo a casa sua alle 23. la trovo spalmata su un divano di velluto. ci saranno 45 gradi. è sudata come se avesse appena vinto il rolangarròs ha in bocca l’apparecchio della notte ed è in piena crisi di riso isterico. promette benone.
sveglia alle 4. pulman. un’orda di banbini accompagnati da genitori iperapprensivi.
hai preso l’accappatoio?
hai preso lo sciampo alla camomilla?
ce l’hai il fon?
pare si stia andando tutti a fare una lunghissima doccia.
matteino tieni questo casco di banane danne una a franco e mezza a lavinia che c’ha il diabete.
valentina saluta la nonna e lo zio gennaro.
alberto smettila di sfagiolarti il pisello e stai attento a cosa dice la maestra.
non è assolutamente possibile che io mi trovi qui in questo momento. è troppo presto e troppo buio. c’è troppa gente e tutti urlano. e tutti mi fanno troppe domande.
l’occhio destro mi lacrima tantissimo. mi sudano le mani. e tutti continuano a farmi davvero troppe domande.
vedo solo labbra che si muovono ma non sento più nulla. io sono quello dell’ultimo momento non so nulla cazzo.
i genitori mi parlano e io mi limito a indicare carla senza alcuna espressione sul viso. e intanto penso che se c’è un dio dovrebbe dare un senso alla mia vita e schiacciarmi col suo piede sinistro.
non si parte.
quando cazzo si parte?
voglio andare a sedermi in fondo e dormire fino all’aeroporto di pisa con le cuffie nelle orecchie.
vi prego partiamo.
manca marco dove cazzo è marco.
l’appuntamento era qui alle 4 e mezzo. son qui dalle 4 e venti e alle 4 c’erano già millemila genitori che mi facevano domande.
e invece marco non c’è. dio, mandaci marco.
i banbini son tutti sul pulman.
le valige, madonna le valige, son tutte sul pulman.
anche la mamma di matteino è sul pulman. carla non è sul pulman. l’altra accompagnatrice che ancora non ho capito come si chiama per cui credo che la chiamerò scusa? non è sul pulman.
io, io non sono sul pulman. ma sono giù in mezzo a troppi genitori che si agitano.
la mamma di ginevra versa lacrime per la figlia che forse non tornerà più. o comunque tornerà estremamente cambiata. suo padre mi attacca un’improbabile pippa sulle condizioni atmosferiche sulla florida flora e la curiosa fauna dell’appenino toscoemiliano.
non mi sento bene. tachicardia, secchezza delle fauci, una fitta al torace.
marco. è arrivato marco.
ha la faccia come il culo e il ciuffo a forma di m di mecdonald. non sta zitto un attimo e tutto ciò che dice è fastidioso. ma alla fine m’importa una sega perché finalmente si parte.
non è vero. si fa l’appello.
brutti ricordi.
carla ha un microfono eppure grida. grida fortissimo.
carla, scusami, hai il microfono, come mai stai gridando?
mi guarda. guarda i ragazzi. guarda l’autista. guarda i genitori. riguarda i ragazzi. posa il microfono e ricomincia a gridare.
spinelli claudia.
fragorosa risata accompagnata da esplosioni di raudi pinolo bottiglie di spumante e cori da stadio. tutta la curva.
questo appello deve finire molto presto. perché è troppo presto e troppo buio e troppi genitori e troppo rumore e poi cazzo è davvero troppo presto e io non sto bene e prego perché tra i prossimi nomi non ci sia nessun:
- scaccolacammelli alessia
- succhiamelo guido
- vulva marina
- vaffanculo vanni
- zz top
finalmente si parte.
mi siedo in fondo e mi chiudo in un meticoloso silenzio. può solo andare molto peggio.
mi son tenuto un disco da ascoltare durante il viaggio. fa schifo.
pisa ore 6:25. cecchìn.
devo star lì ad aiutare i ragazzi a mettere il bagaglio sulla bilancia. sono tutti in fila e solo ora comincio a inquadrarli. sarà che dopo il caffè capisco quanto meno come mi chiamo. sarà mi sento improvvisamente più positivo e più utile. sono pronto cazzo.
il rapporto grandezza bagaglio banbino è inversamente proporzionale. chiaro che più piccolo è il banbino e più grande pare il bagaglio. ma qui non è una questione di proporzioni. questi bagagli sono davvero enormi.
un banbino di un metro e trenta con una sansonait da 28 chili mi ricatapulta nel peggiore dei pessimismi.
sono tutti in fila e io li vedo tutti in faccia e li odio.
sono brutti bruttissimi e ora sto digrignando i denti.
ce n’è una magrissima una grassissima c’è quello sfortunato e silenzioso quello masticato dall’acne il nano chiacchierone e le due fighe. son le più grandi di tutti. una bruna e una bionda. quella bionda ha un trollei delle dimensioni di un frigorifero. quando lo tiro su vedo tutto bianco per qualche secondo. riesco a stento a metterlo sulla bilancia. pesa 34 chili. il massimo consentito sono 20. quando vede il peso sul displei si gira verso la bruna e dice pensavo peggio. maledetta stronza.
poi c’è il rigazzino di mezza età. è alto più o meno così e avrà sì e no 14 anni. occhi azzurri capello nero.
lampadato. si sistema il ciuffo a intervalli regolari. è vestito e si muove come un amico qualunque di mio padre. parla forbito e tiene una stecca di malboro laits sotto un braccio. l’altro braccio è già intorno alle spalle della brunetta. gli manca solo la barca a vela e il brendi scaldato. ho già voglia di prenderlo a calci in bocca.
il banbino sfortunato è talmente sfortunato che un qualsiasi altro banbino sfortunato del mondo accanto a lui si sentirebbe il capitano della squadra di futbol. ha i pantaloni ascellari e un pacco sorprendentemente enorme.
fa il cecchìn per ultimo. è molto fiero del fatto che la sua valigia sia ben sotto il limite massimo consentito.
mi descrive puntigliosamente la tecnica con cui sua mamma piega i vestiti per ottimizzare lo spazio nella valigia.
mi mostro molto interessato.
sull’aereo è in ultima fila da solo. avrà 14 anni. gioca con il lego. di tanto in tanto si aggiusta col ditone gli occhiali tondi dalla montatura dorata. magone. sta arredando una rulòt di lego comprata su i bei.
mi siedo accanto a lui e parliamo di cinema. stallone è il suo attore preferito. poi cambia discorso e la butta sulle macchine. pare che tutti lo chiamino il dottore perché è una sorta di piccolo inaffrontabile tuttologo. sa di tutto un po’ ma sono le macchine il suo argomento preferito. e non appena vede che gli do un po’ di corda si eccita tantissimo.
fammi una domanda.
guarda non so molto di macchine.
fammene una dai.
davvero so veramente poco di macchine.
qualsiasi cosa chiedimi qualsiasi cosa.
credimi sono la persona meno adatta per
chiedimi qualcosa chiedimi qualcosa.
alza il tono della voce.
adesso forse ho un po’ paura.
va bene cambiamo argomento.
mpffff.
fruga nello zaino nervosamente. tira fuori una rivista e me la porge con gli occhi lucciconi brillantoni teneroni. patatone che non sei altro. la prendo ricambiando il sorrisone. armi. pistole fucili mine antiuomo e missili.
adesso ho molta paura e senza realmente accorgermene mi guardo intorno cercando la più vicina uscita di sicurezza. in paranoia.
cos’altro nasconde nello zaino il dottore. quanto avrà aspettato questo momento.
tutti i banbini che lo hanno sempre preso in giro tutti sullo stesso aereo.
la maestra no lei è buona. alla maestra vuole bene. ma tutti quei banbini che lo hanno sempre preso in giro no.
e io? cosa starà pensando di me per quel poco che ci siamo conosciuti ho avuto il massimo rispetto per lui cosa c’entro io siamo stati amici, amici veri.
il mio ultimo pasto non può essere un cruassàn di caucciù gusto prosciutto e formaggio e un maffin di legno con gocce di cioccolato e piombini da pesca.
tra l’altro su questo volo non servono nemmeno la colazione.
dottore le assicuro che ci sono cose più meglio delle armi. lei forse non ha mai preso in considerazione l’altro sesso. non è troppo presto sa. 14 anni è l’età giusta per riconsiderare il contenuto del proprio zaino. si levano le cose superflue tipo i fucili e gli esplosivi al plastico e si fa un po’ di spazio alla figa. dottore mi creda si fidi di me mi dia quello zaino.
nel corso della giornata sono i più piccoli a far breccia nel mio cuore.
c’è vanni, banbino caratteriale. marchino, banbino checca isterica. niccolò, banbino dal moto perpetuo. tommaso, banbino fratello di niccolò. dino, banbino piagnone.
vanni è il preferito. sta sempre per i fatti suoi e sorride di rado. dimentica il suo zainetto ovunque. le prime parole che gli ho sentito pronunciare sono ti do un destro maremma maiala. marchino lo prende in giro. dice che dorme ancora con sua mamma e che è frocio perché gli è capitata la stanza con la lettera F.
anche a me è stata assegnata una stanza con la lettera F.
F = figo. non frocio.
lo dico a vanni. sorride.
una ragazzina che si chiama qualcosa tipo helga mi insegna a fischiare con le dita in bocca. non ti dimenticherò mai helga. olga. come cazzo ti chiami.
quel marco che è arrivato in ritardo mi presta la cintura perché mi cadono i pantaloni.
il galanti piddu e federico mi chiedono se gli compro il fumo. io gli compro il bacardi. si ubriacano e scappano dal college.
il dottore viene a bussarmi alla porta alle due del mattino.
sono scappati mentre dormivo mi dice.
spione.
dove sono andati?
nell’altro college dalle ragazze di salerno.
fighe?
non lo so.
non preoccuparti dottore torneranno vai a dormire e non bussare mai più alla mia porta.
buonanotte.
ah dottore.
sì.
non bussare mai più a nessunissima porta.
ok.
galanti il giorno dopo dice di aver chiavato. non è possibile. la sera prima mi ha chiesto se li accompagnavo perché aveva paura a fuggire di notte senza la supervisione di un adulto.
anche piddu dice di aver chiavato. non è possibile. è cerebrofottuto.
federico è di campi bisenzio balla l’arcore si mangia le pasticche trucca il motorino e fuma 8 pacchetti di sigarette al giorno. quello che dice in genere non ha senso. siamo andati dihane sera lì madonnahane sicchè io dihane capito?
no.
ecco.
eppure la veranda è proprio la stanza migliore. magari va bene per le mezze stagioni. lasciatemi stare.
questo è il mio blog e ci scrivo un po’ che cazzo mi pare.
porca merda, sono un dannato bloggher.

kevin, il solito.

agosto 28th, 2010 § 1 commento

 
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ho fatto un lungo viaggio per arrivare fin qui.
davvero?
no, ero alla posta qui dietro.
sei sempre il solito.
cosa vuol dire sei sempre il solito? perché parli come i libri di moccia? certo che son sempre il solito. non conosco nessuno che non sia sempre il solito. ho un’amica bipolare che anche lei è sempre la solita. sempre la solita bipolare.
smettila, non ne ho davvero voglia.
beviamoci un caffè.
è davvero tardi.
dai, il tempo di un caffè.
qual è il tempo di un caffè?
be’ dipende prima di tutto dal caffè. un espresso è molto più veloce di un americano. a dirla tutta l’espresso è il più veloce di tutti. gli sta dietro solo il macchiato. ma anche lì dipende, non a tutti piace raccattare la schiuma col
smettila cazzo.
ti ho detto che sono in ritardo.
hai detto che è tardi. non è proprio la stessa cosa.
cosa volevi dirmi?
ho incontrato chiara.
lo vedi che sei sempre il solito. sei uno stronzo.
cosa… ti ho detto che ho incontrato chiara… che ca
hai incontrato o hai visto chiara?
be’ l’ho incontrata e l’ho vista. se non l’avessi vista non avrei mai saputo di averla incontrata.
dai, lo sai cosa intendo.
no.
l’hai incontrata per caso? l’hai chiamata e siete andati al cinema? insomma, avete scopato?
è incredibile, sentirti parlare sporco mi eccita ancora da morire.
avete scopato?
sì, abbiamo scopato. ci siamo incontrati alla posta, io pagavo una rata delle mie multe lei spediva una lettera a sua sorella che sta a colonia una cosa tira l’altra e… la tipa allo sportello mi ha detto che ce l’ho piuttosto grosso. alla fine ho portato al cinema anche lei.
la smetti o no?
ci beviamo ‘sto caffè?
sì.
però un espresso. al de amicis danno balla coi lupi in versione integrale. un espresso può bastare.

riminirimini.

agosto 28th, 2010 § 7 commenti

quando siamo andati in campeggio e il marchetti, che dovevamo accompagnare fino a firenze, ha aperto il bagagliaio della polo bianca mi ha domandato s’io ci fossi mai stato in campeggio. il marchetti è uno di quel piglio. del tipo che va bene che è per ridere ma che stai facendo? avevo portato troppa roba. davvero troppa. non si chiudeva nemmeno più il portellone. c’era una sporta piena di audiocassette. e c’era pure il cuscino. e alla fine il cuscino si sarebbe rivelato l’oggetto in più. quello in grado di fare la differenza. io però in campeggio c’ero già stato. gliel’avevo anche detto al marchetti. c’ero andato la notte di san lorenzo con la mia ragazza. era il suo compleanno. su in montagna dove ci sono i ripetitori e poco niente. e la tenda l’avevo montata piuttosto facilmente. con picchetti e tutto. ostentando pure una certa sicumera. che un mio amico una volta pensava fosse un ballo. la baldanzosa danza dopo una conquista. quella notte qualcosa si era avvicinato alla nostra tenda. e lì si appoggia. ci svegliamo. inizio a provare a mandare via quel coso con poca convinzione. nello stesso modo in cui si tenta di scacciare un moscone: schiaffeggiando l’aria e la tenda. facendo sciò sciò un po’ a caso. pensavo potesse essere un cane. un cane che si era semplicemente accucciato accanto alla nostra tenda. un cane che magari era lì a farci pure la guardia. se sei un cane abbaia. guaisci perdio. latra. uggiola! e avevo paura a uscire perché se poi era un lupo? quello ci mangia vivi. però non poteva mangiarmi la mano attraverso la tenda. non credevo almeno. allora resto dentro e prendo a dare dei colpi più decisi. e un colpo si assesta. qualcosa avevo preso. la tenda si allenta. c’è meno pressione. il coso s’era spostato. ma non doveva essere molto agile. mi sarei immaginato sentir balzar via un corpo come un gatto. fuggir come una lepre. volar via come un corvaccio. gli animali nella mia testa nel frattempo si erano moltiplicati. e invece niente. nessun salto. nessuna corsa. nessuno svolìo. la tenda comunque tira un sospiro di sollievo. va tutto bene. è tutto a posto. ostento ancora: sono l’uomo che dona tranquillità alla mia metà. e ci rimettiamo a dormire. la mattina usciamo. accanto alla tenda c’era una gigantesca merda di vacca fumante. la indico e non dico niente. quel coso che si era appoggiato alla nostra tenda era il suo culo. alla fine ci ha solo quasi cacato addosso. poteva decisamente andarci peggio. se con uno di quei colpi avessi inavvertitamente fatto lo sgambetto al garretto della vacca quella ci avrebbe uccisi. schiacciandoci come un pisolino. e quella volta io non avevo nemmeno portato il cuscino.

l’ombrello è un accessorio che non mi è mai piaciuto. ho sempre preferito prender l’acqua. coi capelli bagnati siam tutti meno brutti.
l’ombrellone nemmeno. l’ombrellone sta allo spiaggiante come il casco sta allo scuterista napoletano.
prima di partire ci hanno regalato una tenda contro i raggi ultravioletti e i raggi gamma e i missili fotonici.
per bianca. che è piccola e bianca. e non deve prendere il sole.
era una di quelle tende che si tirano fuori dal sacchetto e ti si aprono in faccia. grossi schiaffi di tenda. la apri e poi non la richiudi più. impossibile. istruzioni scritte da un cane umido.
ci abbiamo provato io e zan. ci hanno provato brenda e michela. ci ho riprovato io. ci ha riprovato michela. ci ho riprovato io con piglio più violento. ci ha riprovato brenda con la pazienza di gesù. ci ha riprovato zan con fare snob. ci ho riprovato io bestemmiando alcuni santi e prendendomela con gesù. ci ha riprovato brenda chiedendo l’aiuto da casa. ci ho riprovato io stringendo forte forte i denti. ci ha riprovato michela chiudendosi in un ostinato silenzio. poi greta l’ha piegata come l’incredibile ulc piegherebbe un deltaplano a motore.
nel frattempo bianca si è abbronzata. non va bene. mentre la riportavamo a casa ci è scoppiata in macchina come un airbeg.
a casa ci abbiamo riprovato col senno di poi.
è rotta dico io. è sicuramente difettosa. questa tenda è difettosa. ne compro un’altra. lo faccio.
zan non approva. dice comprane una normale. di quelle che si montano. come hanno i due figaccioni sulla spiaggia.
quali?
lei bionda lui grosso muscoloso e tatuato con banbino di un anno circa.
lui grosso e muscoloso?
sì, un bel figo a dire il vero.
non esagerare. (a dirla tutta lo avevo notato palleggiare con un pallone di cuoio a piedi scalzi su delle rocce appuntite fumando una pipa e leggendo un saggio sul mistero della confutazione della formula di karl dhreuster. il pallone non ha mai toccato terra. nemmeno quando ha smesso di palleggiare. dhreuster si legge droister e se cerchi in internet non trovi niente perché esiste solo una copia del suo saggio e la possiede lui, il figaccione con la tenda che si monta e la può leggere solo quando fuma la pipa e palleggia con un pallone di cuoio a piedi scalzi su delle rocce appuntite. altrimenti muori. se non ci credi chiedi a mia mamma.)
nel pomeriggio andiamo al supermercato di nonna isa. si chiama così. al piano inferiore una vasta gamma di articoli per la spiaggia.
eccola lì. gialla oppure blu. la prendo blu. è una di quelle che ti si aprono in faccia. porca merda.
chiedo a un giovinotto.
giovinotto avete solo questo modello di tenda?
mi guarda con la fissità dell’ottuso e fa spallucce.
no perché ho visto persone sulla spiaggia che facevano fatica a ripiegarle.
non saprei, noi abbiamo sempre venduto queste e nessuno si è mai lamentato. piegarle è assai semplice aggiunge.
(allora facciamo che vieni in spiaggia con me e la mia famiglia e quando decidiamo di tornare a casa ce la pieghi tu brutta faccia di culo supponente). bene, allora la prendo. protegge contro i raggi ultravioletti?
fa spallucce.
protegge contro i missili fotonici?
spallucce.
contro i raggi vasta gamma di articoli per la spiaggia?
spallucce.
giovinotto, se ne vada affanculo.
17 euro e 50 spesi con pochissime perplessità.
zan mi guarda con compassione. com-passione.
stai serena le dico. le istruzioni sono chiarissime.
in spiaggia vento forza 74. apro la tenda ed è come ritrovarsi tra le mani un grosso aquilone impazzito. vengo trascinato per 2 metri verso il bagnasciuga. mi guardo intorno ed è chiaro che tutti mi stanno osservando. c’è anche la famigliola del figaccione e la bionda. la loro tenda è ferma immobile come un blocco di cemento in un parcheggio per autodinoccolati. riesco con non poche difficoltà a domare la nostra e a posizionarla in terra. mi ci siedo dentro per non farla volare via ma non basta. ci sono dei picchetti ma è come cercare di sedare un elefante imbizzarrito con una camomilla. ci metto dentro il paseggino, la borsa di bianca, gli asciugamani, zan zan e bianca.
in meno di 25 secondi nella tenda c’è un’altra spiaggia e un microclima insostenibile. vedo passare scimmie e tucani. sudiamo e il vento ci appiccica addosso un piacevolissimo strato di sabbia. con una mano reggo la tenda con l’altra sposto il passeggino che mi preme contro le costole e con un piede animo una paperella di gomma al fine distrarre bianca dal gran disagio.
ha negli occhi la compassione di sua madre. mi rimane un piede con cui potrei fare un massaggio alla schiena a zan zan ma lo tengo libero nel caso, per deviare eventuali oggetti contundenti spinti pericolosamente verso di noi dal vento.
forse non è la giornata giusta per stare in spiaggia dico.
zan sta già mettendo bianca nel passeggino.
io guardo la tenda. la tenda guarda me. devo piegarla.
15 minuti dopo davanti a un cestino che non riesce a contenere quello che ha tutta l’aria di essere un deltaplano piegato distrattamente dall’incredibile ulc dico a zan zan “questa cosa rimane tra me e te”.
sulla strada di casa mi vedo costretto a rivalutare la praticità dell’oggetto ombrellone.
mio dio, sono un cazzo di bloggher.
andrò all’inferno.

giosciua, grubelard, frenesgaz e gli altri.

agosto 27th, 2010 § 5 commenti

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sto per utilizzare dei nomi fasulli.
mi chiama questo tipo e dice ciao sono maicol il cantante degli sfrenegaz mi ha dato il tuo numero grubelard.
gli dico ah.
lui dice grubelard della giosciua enterprais dove faceva lo stage pinolo, il batterista dei gatti orizzontali.
gli dico aaaaaaa certo grubelard, cavolo come sta?
non ho la minima idea idea di chi stia parlando.
mi dice abbiamo appena finito di registrare il disco nuovo e grubelard mi ha detto che tu potresti darci una mano con la grafica.
soldi soldi soldi soldi soldi soldi.
be’ sì, a dire il vero sono un po’ preso in ‘sto periodo però ecco ci possiamo organizzare.
sì, in realtà dovrei subito chiederti quale sarebbe il prezzo perché pagherebbe gionatan della mortinculo records e il bagget non ti nascondo che è abbastanza limitato.
merda merda merda.
ma guarda in genere dipende dal tipo di lavoro, dal gruppo con cui ho a che fare, dall’etichetta per cui incide. direi che potrei farvi questo prezzo.
ah, guarda questo prezzo è più che perfetto.
merda merda merda potevo chiedere di più.
dico senti ma per quando vi servirebbe il tutto?
be’ alla fine il disco esce i primi di settembre perché vorremmo farlo coincidere con l’anniversario della morte di braian mec trollei visto che si tratta di un consept sul suo lavoro.
certo, il suo lavoro.
quindi visto che la nostra agenzia di buching ha già fissato le date del tur promozionale e la promoscion miusic ov de uorld deve cominciare a fare della vairal comunichescion avremmo bisogno del tutto asap. (asap lo dici alla maiala di to mà.) con vocetta troppo entusiasta per essere sincera, bene, a lavoro allora! avete in mente qualcosa? il disco ha un titolo?
be’ sì il disco si chiamerà lezioni di filofofia per autoctoni in via di estinzione, il titolo si ispira a un passo famosissimo di mec trollei in cui il suono prodotto dal cucciolo di balena limone sottoposto a stress da abbandono viene paragonato al movimento del post strutturalismo fotonico che si sviluppò nei paesi colpiti dal tifone antonio negli anni ’40.
cavolo, è una cosa interessantissima, ma senti voi avete già delle idee? (io ti spacco la faccia).
in realtà sì.
merda merda merda.
visto che il primo singolo estratto dal disco sarà castello pensavamo di rifarci al testo.
ah, ecco.
sì, visto che si parla dell’urgenza del criceto di fronte a un ottimo piatto di trofie alla salsa svizzera pensavamo di mettere in copertina la foto un vecchio disteso su una pelle d’orso bianco con un cappello di paglia bucato che spara nel caminetto una sorta di raggio laser viola che alimenta il fuoco fino a fargli prendere la forma di un demone dal volto di donna bellissima ma al tempo stesso spaventosa.
mmm, ma il cappello di paglia bucato lo indossa il vecchio o la pelle d’orso?
no no, il vecchio.
ah. (io ti disprezzo)
dico per fare questa cosa però forse c’è bisogno di organizzare una sorta di set fotografico.
un po’ stupito, ah sì? be’ io al momento ho al massimo una foto di un cappello di paglia che posso bucare con fotosciop.
ah, ma non puoi cercare le foto in internet e poi fare un fotomontaggio?
(brutto idiota chi cazzo pensi di aver chiamato? la picsar? chi cazzo sono io? uol disnei?) facciamo che faccio un paio di prove e vediamo cosa succede.
alla fine gli sfrenegaz in copertina si son beccati la foto in bianco e nero della tartaruga della mia vicina di casa. il mio compenso l’ho speso tutto in birre alla sagra del buon umore di appiano gentile. dove, peraltro, si son rifiutati di far suonare gli sfrenegaz.

un gatto.

agosto 26th, 2010 § 2 commenti

era stata una battuta del teo. una mattina d’estate avevamo fatto sega a scuola. una bella giornata, con quella brezza che ti toglie un po’ il caldo dalla faccia. eravamo andati a giocare a pallacanestro al campetto. poi il teo era andato a prendere le focaccine in piazza. io e il manu invece c’eravamo stesi a pancia in su, a prendere il sole sul muretto. il manu è uno completamente glabro, sia in volto sia sul torace. come il teo d’altronde. anche se il teo avrebbe poi acquistato col tempo una bella barba d’api, invidiabile, seppur non completamente uniforme. fatto sta che ci vede da lontano, appena svoltato l’angolo, prima ancora di accedere al campetto. il cartoccio di focaccine stretto nella mano. e fintamente trafelato mi urla: oh, occhio! ché hai un gatto enorme sul petto. io mi alzo appena per mettermi seduto. avessi avuto gli occhiali da sole avrei fatto quel gesto di abbassarli per far passare appena fuori gli occhi. la bestia però non si spaventa. non fa una piega, rimane sdraiata là, in verticale, tra ombelico e mento, villosa sul mio petto. il gatto non era scappato.

cosa vuoi fare stasera?
non saprei.
nel pomeriggio la ragazza sovrappeso del palazzo di fronte mi ha detto che sente un gattino miagolare sul nostro tetto.
zan zan dice che faceva la ballerina.
ci siamo parlati da finestra a finestra.
alla finestra del palazzo accanto al nostro il ragazzo che giocava con zan zan quando erano banbini dice che riesce a vederlo. non riesco a prenderlo però.
gli dico sparagli!
la ragazza ballerina dice è quello che gli ho detto anche io.
io il gattino non lo sento.
stamani però anche zan zan sentiva un gattino. lo senti? mi dice.
no.
prendo le torce, andiamo a cercarlo.
le dico ah, quindi è questo che faremo stasera.
in soffitta fa un caldo che pare di stare nella bocca di un dinosauro. la mia torcia illumina più o meno quanto il displei di un cellulare per topi. in più ho in mano un piattino di plastica rossa colmo di latte e procedo col timore di dare una testata da un momento all’altro a una trave.
zan zan avanza con la sua torcia con un’agilità che mi dà i brividi. secondo me quassù si è portata i rigazzini una quindicina di anni fa. due ore fa era piegata a squadra che lanciava bacetti negli antri più bui con un pompiere alle sue spalle anche lui tutto un versetto e un micio micio.
le si vedevano le mutande.
le faccio amore?
e lei cosa?
silenzio.
cosa?
mi è sembrato di sentire qualcosa da quella parte, presto torna in posizione eretta e seguimi.
il camion dei pompieri ha bloccato tutta la strada e ci sono mille persone che guardano in alto.
il gattino non si trova. uno dei due pompieri è particolarmente coinvolto dalla tragedia di ‘sto cazzo di orfanello felino. si arrampica come se non ci fosse un domani su sta scala che io faccio fatica persino a concepire.
zan si gira verso di me e mi fa la boccuccia di chi dice hai visto che roba il pompiere?
e io penso solo a un giorno chissaquando in cui mi disse che alla fine c’è poco da fare l’uomo con l’uniforme fa un gran sesso. e lo guardo. e non spero certo che cada. però mi piacerebbe tantissimo se al posto della tuta verde oliva e il caschetto avesse una maglietta con su scritto dalla non è un cantante, è un consiglio e un paio di pinocchietti color cachi.
fatto sta che i pompieri si sono arresi e ora io avanzo nel buio come un cretino con ‘sto piattino di plastica rossa facendo i passetti incerti di chi sta per fare un danno da un momento all’altro. e mi pare di essere in un giusto compromesso tra giochi senza frontiera e un film orror.
quando raggiungo zan zan dall’altra parte del sottotetto il latte è tutto sui miei piedi il gatto non si sente e al collo ho una collana di ragnatele e piume di cuccioli di piccione. forse ci vomito in questo cazzo di piattino.
eppure l’idea di avere un gatto non mi dispiace affatto.
io un gatto non l’ho mai avuto. alla mamma l’ho chiesto un sacco. che impegno vuoi che sia un gatto mamma?
finché alla fine siamo andati a prenderlo. io lei e il suo fidanzato roberto. con la renò 5 grigio metallizzata.
c’era stata una cucciolata.
ricordo vagamente che era un posto tipo circolo del tennis. non ricordo di averne scelto uno in particolare. ricordo solo che a un certo punto siamo risaliti in macchina con ‘sto gatto chiuso in una borsa da calcio. di quelle coi tacchetti sotto. la mamma e roberto davanti. io e la borsa da calcio dietro.
poi roberto mette in moto. io apro la borsa da calcio. roberto parte. il gatto fa un verso e balza scomposto sui sedili davanti. al verso roberto si gira e il gatto gli passa sopra la testa. tamponiamo una macchina parcheggiata davanti a noi che finisce in un dirupo. poi non ricordo più nulla. se non che quel giorno ho scoperto che i gatti neri portano sculo.
io un gatto non l’ho mai avuto.
se mai questo dovesse decidere di affezionarsi a noi e scendere dal sottotetto lo chiameremo tegola fava scalabrini. mangerà lucertole, accecherà la nani, rovescerà tazze di caffè sulla tastiera del compiuter, berrà dalla tazza del cesso e farà tutte quelle cose che ci si aspetta da un gatto.
sarebbe bello avere un gatto.

daccapo.

agosto 26th, 2010 § 8 commenti

tolto il dente tolto il dolore si dice. che poi non è mica sempre vero. come quella storia di quell’uomo senza un braccio a cui ogni tanto fa male il braccio. non l’altro. proprio quello che gli manca. quando mi hanno tolto il dente del giudizio la mia gengiva ha iniziato pian piano a piegarsi, come un origami, sino a prendere le fattezze del dente che non c’è più. e ogni tanto mi fa pure male. la cosa che mi dà più fastidio di quando vado dal dentista è che usa il mio petto come se fosse un bancone su cui poggiare gli attrezzi. credo sia una prassi comune. ché l’ultima volta che mi hanno fatto un’operazione quando mi sono svegliato sapevo tutte le regole del backgammon. senza averci mai giocato. compagno di letto nella stessa stanza d’ospedale c’era un paziente inglese che credo però abbia impiegato tantissimo a guarire. proprio tantissimo. era conciato parecchio male. e poi mi dà fastidio anche il fatto che il dentista discuta di fatti personali con l’assistente mentre io sono sotto anestesia. ecco io le sue cose non voglio saperle. non ci tengo per nulla. ché poi salta fuori che il suo film preferito è il maratoneta e io scappo a gambe levate. il mio dentista porta l’apparecchio. secondo me è un buon segno. ché se avesse i denti marci ci sarebbe poco da fidarsi. come i parrucchieri. avete mai visto un parrucchiere calvo? è un po’ come la storia degli oculisti che portano tutti gli occhiali. solo al contrario. non è che portano gli occhiali al contrario. la storia intendo. quando sono andato a far la visita per la vista, il medico prima mi ha fatto precedere, facendomi strada con un prego, e poi mi ha invitato a entrare nello studio alla mia (e sua) sinistra. a sinistra c’era solo un muro. lungo tutta la parete bianca. cosa sei cieco? a destra volevo dire, mi fa il medico. cominciamo bene ho pensato io. ma da qualche parte occorre pur cominciare.

il buona la prima non vale sempre. io ci credo molto, per carità. però ecco a volte l’entusiasmo gioca scherzi ignobili. per cui io ricomincio tutto daccapo. via tutto.
giulia mi ha spesso detto apri un blog. io le ho spesso ripetuto che il blog mi sta sul gatto. e forse è così. forse no. son prevenuto. forse non ho voglia di fare il bloggher. ma anche michele mi ha detto di scrivere. e io scrivo a prescindere. e tengo lì. e allora tanto vale mettere qui. del resto anche zan mi ha detto cazzo allora metti lì. e mentre aspetto che bliz si tolga una trave dal culo dico io che le tengo a fare tutte quelle cose lì in un fail del compiuter. tanto vale metterle qui. che poi magari va a finire che vinco un contest di bloggher e mi danno una bella tastiera di marzapane con cui cariarmi i molari.
ieri mi è partito un pezzo di molare. ho sentito chiaramente qualcosa cadere sulla tastiera del compiuter.
la lingua batte dove il dente duole. il dente era meno del solito. mi sono guardato intorno in cerca del pezzetto.
devid mi ha chiesto ti è partito un dente?
e io ho detto no no. mi sono un po’ vergognato. come se perdere un dente fosse una debolezza.
i denti sono una roba strana.
mia nonna da piccolo mi ha detto che sognare denti che cadono è presagio di morte in famiglia.
zia tina non sta bene. ha 96 anni e ultimamente non riconosce le persone e dà segni di follia.
ieri quando mi si è rotto il dente non ci ho pensato a lei. io non ho mai sognato di perdere denti.
però una volta da banbino ho sognato che mi cadeva l’uccello nel vater. mi tiravo giù la cerniera dei pantaloni e lui cascava giù come un viustel lesso. credo che sia stato il peggior incubo fatto in tutta la mia vita. avevo 6 anni.
forse dopo tutto mi è andata bene.

Where Am I?

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