falene.

settembre 28th, 2010 § 2 commenti

 
 

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quando lavoravo al bar entrava sempre un signore sulla cinquantina non appena aprivamo. intorno alle 5 e mezzo di pomeriggio. appoggiava giacca e ventiquattrore e si sedeva al bancone. il suo drink era pronto non appena si accomodava sullo sgabello. gionni uolcher in un bicchiere grande pieno zeppo di ghiaccio.
il mio capo diceva che eschimesi e baristi hanno in comune una cosa fondamentale. entrambi si costruiscono la casa col ghiaccio.
lo diceva spesso.
una notte dopo aver chiuso me lo disse con l’alito pesante a un centimetro dal mio naso tenendomi la nuca stretta con la mano destra. non sapevo se volesse uccidermi o infilarmi la lingua in bocca.
il signor gionni uolcher era uno che parlava tantissimo. ma non diceva mai cose noiose. e non diceva mai la stessa cosa due volte. e ricordava tutti i nostri nomi.
credo che a ognuno di noi piacesse pensare di essere il suo barista preferito. non pretendeva di essere guardato in faccia mentre parlava. potevi fare le tue cose e spostarti lungo il bancone. nessuno fingeva di ascoltarlo. tutti lo facevano e basta. forse perché non parlava mai di sé.
dopo un po’ di tempo scoprimmo che era un assicuratore. era vestito come un assicuratore. ma non lo avremmo mai detto che era un assicuratore. non avremmo mai nemmeno detto che era un professore. forse perché già c’era il professore.
il professore arrivava tra le 23 e le 24. quando il locale era pieno zeppo di gente. prendeva una pinta e si metteva in silenzio a reggere una parete con la spalla destra. osservava tutti ma non appena era osservato a sua volta abbassava lo sguardo. non gli abbiamo mai sentito pronunciare una parola.
una volta una cameriera disse ragazzi il professore mi ha parlato.
noooooooooo.
eheheh, ci siete cascati.
salutava con un cenno della testa e si defilava. non ordinava nemmeno più. non appena la sua pinta di lager era spillata veniva al bancone a prendersela. pagava subito. 5 euro nonostante in quel posto una pinta ne costasse 6 e cinquanta. il capo ci aveva detto che andava bene così.
era il suo professore di storia dell’arte quando andava al liceo. sembrava che venisse al bar per fare una sorta di piacere al suo ex alunno. come se fosse compiaciuto del fatto che si fosse trovato un lavoro onesto e ben retribuito.
mi sono spesso chiesto se durante il resto della giornata non andasse in giro per uffici e negozi e ospedali e in tutti i posti in cui lavorassero i suoi ex alunni. potevano esserci 3 o 300 persone lui la sua spalla la doveva appoggiare proprio lì. davanti alla porta d’ingresso, accanto al bancone. un posto troppo visibile per una persona così defilata.
un giorno gionni uolcher era entrato nel locale con un grande mazzo di rose.
lo sai cos’è un palindromo?
radar.
esatto.
lo sai qual è il palindromo più lungo del mondo?
radar?
no.
qual è?
in girum imus nocte et consumimur igni.
cazzo.
andiamo in giro di notte e veniamo consumati dal fuoco.
poi gionni uolcher non venne più.
giorni dopo qualcuno ci disse che sua moglie aveva un cancro. era ricoverata non troppo lontano dal bar.
era andato a trovarla tutti i giorni. fino alla fine.
spesso mi chiedo se andasse da lei prima o dopo il uischi al bancone.
-
cosa sta facendo qui?
sto bene.
non mi pare. quanto ha bevuto?
si faccia i fatti suoi.
va bene ma posso aiutarla?
no non può.
fa un gran freddo qui, non vuole che la porti a casa?
è qui che tornerei comunque.
perché?
ragazzo, se solo lo sapessi probabilmente non tornerei qui.
-
c’era un tipo strano nel quartiere. girava con una pantegana.
io le pantegane le avevo viste solo dall’alto.
c’era un posto in cui mi portava a volte mio padre a mangiare gli amburgher che si affacciava sul fiume.
volevo sempre sedermi accanto alla finestra per tirare il pane in acqua. atterrava sempre un paio di metri oltre al punto in cui volevo che cadesse. non appena toccava la superficie dell’acqua ci si avventavano dei pesci neri enormi. ero convinto che se mai qualcuno fosse caduto nel fiume sarebbe stato divorato vivo. se il pane cascava sulla riva arrivavano anche dei toponi grandi quanto i pesci.
sono pantegane.
sono topi, papà.
sì, sono topi grandi. si chiamano pantegane.
anni dopo all’anfiteatro un tipo mi disse che c’era un pancabbestia che aveva insegnato al suo topo a fiutare il fumo. tutte le notti il suo topo trovava tutto il fumo che gli avventori e i marocchini perdevano nel prato.
e poi lo rivendeva. pare che quel signore fosse caduto in un tombino. non il pancabbestia, il signore con la pantegana. pare che in una notte di baldoria si fosse perso nei labirinti sotto la città. dopo avere urlato per ore, sfinito, si era lasciato stramazzare al suolo. seguendo un topo enorme aveva ritrovato l’uscita molte ore dopo. e una volta fuori aveva continuato a seguire quel topo.

HAVAH | ADRIATIC SEA NO SURF

settembre 14th, 2010 § 2 commenti

io leggo, zan zan prende il sole, angela ascolta l’aipòd e lui se ne sta lì annoiato coi piedi in piscina. un banbino grasso ripete lo stesso identico apatico tuffo senza manifestare entusiasmo alcuno. una setta di russi androgini chiacchiera e ride comportandosi come se fossero le persone più normali del mondo. in realtà son tutti magri magrissimi, si muovono come se fossero sulla terra da una settimana e han tutti un taglio dei capelli con un’attaccatura sensibilmente alta che lascia scoperta una fronte su cui si può tranquillamente parcheggiare un suv. tutti. donne e banbini. di uomini ce ne son solo due. e di sicuro se le trombano tutte. e alla fine non gli va nemmeno male. che a parte una che ha la faccia schiaffeggiata dalle streghe, le altre non son nemmen malaccio. se non fosse che tutto in loro, dalla postura all’abbigliamento, dal modo in cui si guardano intorno al sorriso troppo perfetto che han stampato in faccia inculca in noi un atroce sospetto. al posto della vulva hanno sicuramente un varco spaziotemporale. cosa vuol dire? non lo so. poi michele si alza e va in camera a registrare. in egitto. infradito e asciugamano legato in vita lui prende e va in camera a registrare. e io rimango lì col mio libretto e lo vedo che si allontana oltre il ponticello sul laghetto artificiale e penso: maremma maiala. e sono invidioso. che al massimo io riesco a registrare una nota vocale sul cellulare. e lui invece ci registra un disco con un affare poco più grande di un cellulare. ed è pure bello cazzomerda. e io ce l’ho detto mille volte michele facciamo un gruppo insieme. ma lui mi snobba. e forse alla fine fa bene. perché dopo tutto non ci ha bisogno di nessun altro per fare quello che fa. e qui c’è il suo disco. che io non sono in grado di recensire per cui lo recensisce il febio. e io dico solo che il pechegin di sto disco è bello. è serigrafato. e anche se lui è serigrafo mica l’ha serigrafato lui. perché per quanto bravo sia voleva che fosse perfetto. e allora lo fa serigrafare ad altri. a costo di spenderci una madonna di greiscul. perché paga tutto lui. e ne escon solo 200 copie con cui alla fine si rimetterà in tasca giusto le spese. ma io credo che valga la pena averlo. perché è un disco con un cuore grande così registrato male da dio e vestito come si vestirebbe uno slavo per il matrimonio di sua sorella.

febio, recensiscimelo.

mi piace credere che anche qui sia così. che anche qui accada come per gli indiani d’america e le rotaie del treno. che i surfisti poggino l’orecchio sul pelo dell’acqua per capire se l’onda sta arrivando. occhio all’otite oh. marrone ci ha l’otite fotonica e pare sia parecchio dolorosissima. restando sempre in attesa di quella giusta. che qui è quella più scura. capito come? l’ho capito perchè me lo hai detto tu. l’onda nera > darc ueiv. non ci sarei mai arrivato mai. e che se ci provi anche tu. che tanto si tocca. non aver paura. è l’adriatico. se provi a poggiare la testa di profilo. (lato acca). se provi a mettere anche tu l’orecchio sul piatto del mare. allora quello che senti. quella musica. sembra arrivare direttamente dal fondo. da laggiù. sott’acqua. la senti com’è caotica? com’è torbida. e grezza. dinamica. c’è una voce fosca che vive lassotto. nascosta dietro gli scogli. una voce grave e annoiata. e poi ce n’è un’altra. sovrincisa. sottoesposta. fumosa quanto un fantasma. e ancora più giù un fondale di chitarre. che grillano. che sputano verso l’alto. in un clangore attutito. e insieme note precise. corda per corda. come un metronomo. ma lo sai che io il metronomo non ce lo sentivo per un gatto. ho sempre pensato che facesse tutto completamente a casaccio. e invece quello scemo ce l’ha il metronomo. l’ho visto a casa sua sulla scrivania e gli ho detto e questo? il metronomo. se no come faccio ad andare a tempo. mi sembra giusto. credevo non ti interessasse andare a tempo. e invece no. e ancora ritmiche acustiche e tempi terzinati. e le sole onde che senti arrivare sono quelle di una radio. sibilanti. sul finire. poi ti rigiri. l’orecchio torna in superficie. mostri al sole la seconda facciata. hai messo la cremina? (lato doppia acca). e l’umore cambia. proprio quando avviene il rilascio dei gufi. è la mia parte preferita. e le note si fanno ancor più definite. come un saltellare da un gradino all’altro. risalendo lento le scale. e seppur sempre intricato tutto si fa più intelligibile. tanto da credere che la voce parli la lingua che conosci meglio. e pensi a come suonerebbe davvero in italiano. bravo ciccio. io lo so come suonerebbe in italiano. che pare che il prossimo sia in italiano e da quello che ho sentito è una cazzo di megabomba ricoperta di nutella e praline di cocco. il tiro aumenta. compaiono pure chitarre punk-a-billy. caricate a molla. e di nuovo l’acustica che si prende lo spazio di una canzone. con sdegno. forse sono un lupo mannaro e semplicemente perdo il controllo. e tu sei ancora lì con la tua tavola nera. ammollo nell’acqua. con il tuo costume da bagno nero, no? e ecco che nell’ultimo solco scovi il pezzo più trascinante. fatichi a stare fermo. ti pare di nuotare con le pinne. e arrivato fin lì capisci che d’ora in poi il giappone se la giocherà per sempre coi gufi. chi è havah? havah è il nome ebraico per eva. la prima donna che non mangia panini. ci ho messo un pò a capire questa. pensavo ti fosse venuto il morbo di rochit. e dietro ad havah? dietro ad havah c’è michele camorani. forlivese classe ottantadue. professione batterista. la quiete raein scena. hai detto un gatto. e altri ancora. tanti sono i suoi progetti. adriatic sea no surf è un disco completamente autoprodotto. verrà presentato il 29 settembre. al diagonal loft club. forlì. tu ci andrai? ma, mi sa che mi tocca saltare. in giro trovi un adesivo che recita questa scritta. lo sai già. “basta gruppi con il morone!”. può darsi. però intanto questo noi ce lo teniamo.

dagli una scians. (questo qui è un link. non riesco a sottolinearlo maremma cane. però è un link. cliccateci sopra. è un link)

alone.

settembre 11th, 2010 § 1 commento

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ehi, cosa state facendo?
dio… veloceveloceveloce.
ehi!
daidaidai.
cosa diavolo state facendo?
secondo lei cosa stiamo facendo?
ma le sembra il modo ma… lei è un maleducato incivile.
stia calmissimissimo ades
io qui ci abito.
sì. potrà continuare ad abitarci.
ma guardi che roba, non ho mai visto una cosa simile.
ascolti lo vede questo?
e.
cos’è?
un sacchetto?
esatto, un sacchetto.
e cosa ci fa?
cosa ci faccio secondo lei? lo gonfio e poi lo faccio esplodere per spaventare quei tizi laggiù.
comunque lei intenda utilizzarlo rimarrà comunque l’alone sul muro.
e che sarà mai. siamo in strada ci sono aloni dappertutto, impronte di scarpe e schizzi di fango e guardi lì, quella non è una siringa?
maporc
esatto.
be’ io non vado via di qui finché non la vedo pulire.
ma vada a casa, non ha nessuno che l’aspetta?
si faccia i fatti suoi.
questi sono fatti miei. sono fatti nostri. vorremmo rimanere da soli.
non ci pensi nemmeno. finché non è tutto pulito io non vado via.
oh porca merda.
ma fate sempre così?
a lui non riesce in altro modo.
cosa gli prende?
il dottore dice che è un disturbo psichico dovuto a un trauma subito nei primi mesi di vita. l’ha chiamata sindrome da prestazione estrema.
è grave?
lo diventa in circostanze estreme.
ovvero?
quando incontriamo gente come lei.
come me come?
curiosi morbosi sadici pignoli spaccacoglioni.
non si permetta. non sono certo io quello morboso. provi a mettersi nei miei panni e si guardi da fuori.
facciamo così, provo a mettermi nei suoi panni apro il portone e me ne vado a casa. a quest’ora c’è colpo grosso.
vero… sta insinuando qualcosa?
non sto insinuando niente, ci lasci stare.
non me ne vado finché non la vedo sistemare quel pasticcio.
va bene dio… ecco, ecco e ecco.
ce n’è un pezzetto anche lì.
dove?
lì, accanto alla siringa.
porca merda, non l’avremo mica calpestata.
non perda tempo.
ecco.
non ha una spugnetta? lì ancora non mi piace affatto.
le pare che giro con una spugnetta?
dovrebbe.
non ce l’ho una spugnetta. arrivederci.
come arrivederci, non vorrà mica lasciare quelle chiazze?
senta io me ne vado.
no no no.
mi lasci andare immediatamente il braccio.
lei non va da nessuna parte.
ok. ascolti, facciamo così. io una spugnetta non ce l’ho. lei sale in casa e ne prende una. io pulisco, me ne vado a letto e da questa parti non ci torno mai più quantevveriddio.
le sembro un cretino?
bah, a dirla tutta…
non appena entro nel portone lei se la svigna.
va bene salgo con lei. andiamo.
non ci penso nemmeno. io non la conosco, potrebbe essere un mascalzone.
certo. allora perché non aspettiamo qui tutta la notte. domattina appena apre il supermercato compriamo una spugnetta e puliamo il suo cazzo di muro. ora mi ha davvero rotto i coglioni. io me ne devo andare.
facciamo che lei aspetta qui e io salgo con lui.
ommerda. va bene. però veloci. dai dai.

sono passati 7 anni da quando non c’è più. ci siamo voluti un gran bene. sempre insieme sempre. fino all’ultimo.
ora c’è lei, con un carattere completamente diverso. la amo molto.
eppure ogni volta che vedo una merda aggrappata su un muro lungo il marciapiede non riesco a fare a meno di fermarmi a guardarla. per un tempo imprecisato. finché non passa il magone e subentra il sorriso.
e poi torna il magone.
ma pensa te se mi devo commuovere davanti a una merda.

WILD NOTHING | GEMINI

settembre 10th, 2010 § 1 commento

abbiamo ascoltato questo disco tutta l’estate. è il compromesso che ha permesso a me e zan zan di non spaccarci la faccia. lei ascolterebbe solo cristina aghilera. io no. in genere metto un disco in macchina lei fa la faccia del dolore e abbassa tutto al volume che produrrebbe un aipòd lasciato acceso nella stanza accanto. questo disco non lo abbassava. o comunque lo abbassava meno. è talmente bello che ti dimentichi che la batteria è elettronica e che gli anni ’80 non sono altro che il medioevo che torna con tutto il suo carico di effetti collaterali.

febio, recensiscimelo.

la vedi anche tu la mano che strangola la ragazza? quale delle due? la mano sinistra. no, quale ragazza dico. c’è solo una ragazza. comunque le strangola tutte e due. febio, con chi stai parlando? jack tatum è uno solo. no dài, ce li avrà degli amici. e qui fa tutto lui. ah ecco. basso chitarre synth e drum machine. e una voce timidissima. lo sguardo basso a fissarsi la punta delle scarpe. tipica di quelli che parlano piano. e ti vorrebbe voglia di indossare le cuffie. hai presente? io ho un amico che è così. che all’inizio ti pare di non capire nulla di quello che dice. nulla. e allora gli chiedi di ripetere. scusa? ma presto ti stufi e ti limiti ad annuire. ogni volta. poi però succede qualcosa. a un certo punto capisci tutto. tutto quello che ti dice. ti sei abituato a quel volume. come qui. la voce è solo un altro strumento. riverbera come le sue chitarre. scintilla come la sua batteria di latta. borbotta come il suo basso. perché quello che dice non è nemmeno importante. come i nonsense recitati durante il sonno. tatum pensa che le parole non abbiamo un gran peso. che arrivino sempre per ultime. dopo la musica. dopo aver messo in piedi l’impalcatura. pure i nomi dei gruppi non paiono interessargli un granché. sono tutti stupidi. dice. alla fine devi solo sceglierne uno. wild nothing. finito il liceo se n’è andato a vivere con la sua ragazza. ora frequentano il college in virginia. dice che è per via della storia del suo paese che il disco è uscito fuori così nostalgico. anche se la gente di lì sembra non saperlo. ma quello della nostalgia è un vestito che gli sta bene addosso. intento ancora oggi a frugare nel faldone degli anni ottanta. e le orecchie rivolte costantemente all’indietro. capace ancora di sorprendersi forse perché tutto quello se l’era perso. ma con gli occhi in avanti a vedersi altrove. ha bisogno di andare da qualche parte. non saremo felici finché non ce ne saremo andati. guideremo fino a casa dei tuoi. giusto per una visita. e dormirò nel letto di tuo fratello. me lo sono immaginato rinchiuso nel suo garage durante le registrazioni. con gli echi a sbattere sulla saracinesca per uscire. e una serie di canzoni che nascono una dopo l’altra. riproduzione per mezzo di stoloni. fuori una foschia umida. ma non farti ingannare. questo è un disco estivo. da ascoltare al mattino presto. prima che cominci a fare caldo. quando le onde sono docili. la vedi laggiù? oltre le piantagioni di tabacco. la vedi la spiaggia? oh, questo è un bel disco.

fattelo piacere.

i panini.

settembre 7th, 2010 § 1 commento

 
 
 
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stamani mi son svegliato accanto a bianca che mi schiaffeggiava e mi tirava il labbro inferiore. ha unghiette minuscole che fanno malissimo.
a volte riesco a riaddormentarmi o a simulare perfettamente di essere nel più profondo e angelico dei sonni.
così le dà da mangiare zan zan.
i banbini si sbrodolano un sacco.
quando ero piccolo in televisione c’era la pubblicità di ‘sto bambolotto che si sbrodolava e si vomitava addosso. per quale motivo si deve desiderare una cosa del genere?
i banbini sono grassi e pieni di pieghe. il latte spesso rimane lì e poi puzza tantissimo di alimentari pugliese.
l’odore del formaggio mi dà alla testa. quando entri in quei posti è un po’ come stare seduti sulla pianta del piede di un muratore gigantesco.
io odio il cibo a meno che non si trovi o su un piatto o su una forchetta o dentro la mia bocca.
in tutti gli altri posti del mondo mi fa impressione.
è una nevrosi. ne ho altre. ma questa mi uccide.
i panini li amo. sono buonissimi. ma quando mangio un panino pieno di salse e amburgher sembro un cretino in bilico sul punto di cadere. tengo tutto il corpo proteso in avanti per paura che le salse mi caschino addosso. ho un bolo di scottecs in tasca per pulirmi le dita a ogni morso. mangio come se partecipassi a una gara di panino veloce per accorciare l’agonia. a causa della poca pressione che faccio con le dita sul pane l’amburgher mi scivola via verso il cartoccio. sempre.
così alla fine col dito indice e il pollice tiro su questo schifo di carne ricoperta di pus e foglie di insalata e me lo lascio cadere in bocca nello stesso modo in cui si premia un delfino con un pesce. e alla fine sono un fascio di nervi e mi viene il singhiozzo. sempre.
le nevrosi sono un male poco bono.

stanotte ho fatto un sogno. e io non sogno spesso. ero in interreil con marcone e marchetti. con gli zaini e i bermuda come dei neodiplomati.
entriamo in un ostello e subito sento nell’aria eccitazione e stupore. sembra che tutti siano felici di vedere marcone. lui va alla resepscion con testa alta e fare sicuro. lo seguiamo ma lui appoggiato al bancone con un gomito senza neanche guardarci ci blocca stendendo l’altro braccio e facendo la mano a forma di stop. si mette l’altra mano in tasca e paga per tutti e tre con delle bustine di frutta liofilizzata per fare il frappè.
gli diciamo no marcone non devi.
ma lui ci zittisce e fa l’occhiolino.
ci precede sulle scale mentre andiamo in camera come se fosse di casa. una volta dentro poggia lo zaino e si spoglia. ha un drago verde tatuato su tutto il corpo.
ci guarda come a dire bello eh?
ma io e marchetti siamo imbarazzati perché oltre a essere il tatuaggio più brutto del mondo ha su marcone l’effetto che una tuta da pauerreinger avrebbe su marisa laurito. quindi non diciamo nulla e lui va a fare la doccia.
ecco.
ho raccontato il sogno a marcone. si è offeso. dice che nel mio subconscio lo reputo un babbo di minchia.
non è così. ho grande stime nei suoi confronti. è solo che il mio subconscio si è mangiato un panino.
non prima di andare a letto. non alla mia età. è sbagliato. molto.

LES SAVY FAV | ROOT FOR RUIN

settembre 6th, 2010 § 1 commento

ammé le recensioni non mi riescono. non che vadino fatte per forza eh. percaritàdiddio. però io le leggo sempre. soprattutto mentre faccio la cacca. e una volta a settimana vorrei che ce ne fosse una anche qua. facciamo che le recensioni qua le fa un mio amico. che si chiama fabio. ma io lo chiamo febio.

febio, recensiscimelo.

ogni volta che mi devo mettere a cercarli digito les favy sav. sempre. è più forte di me. credo sia una qualche forma di dislessia. i les favy sav si conobbero alla rhode island school of design a providence. porca miseriaccia. la stessa frequentata da seth mcfarlane creatore di family guy. sì. harrington, il loro cantante, è uno di quelli che scende dal palco, petto nudo e mantello, e ti riempie la faccia di baci. tu c’eri a biella? certo che c’ero. ci ero venuto con brenda e il manu. quella sera suonavano loro, gli apes e pure i mars volta. io ero imbarazzatone. tutte le volte che mi si avvicinava mi stendevo in terra e fingevo di essere morto. io m’ero defilato apposta, tenevo la schiena contro il muro, quasi immobile, parevo un geco. tra l’altro ho scroccato un passaggio da un matto che teneva la droga in una scatoletta per i rullini. ci han fermato i carabinieri e la scatoletta era sul cruscotto. io mi son cacato addosso. lui ha detto tranquillo. eravamo su una ritmo dell’82. non faceva la revisione dall’83. non ci hanno arrestati. pubblicano per la french kiss. mi sa che è la sua sai? o è del bassista? no? sì, credo sia stato syd butler a fondarla. tutta roba loro comunque. infatti. ma harrington i baci non te li dà con la lingua. però ti lascia lo stesso un’impronta di bava sulle guance. quello è un tipo sudato con la barba. un mio amico dice che ha il carisma di john wayne. che poi me l’hai detto tu. sei tu quell’amico. anche se forse non hai detto john wayne. e forse nemmeno carisma. les favy sav è uno di quei gruppi che deve avere il palco tutto per sé. e allora e solo allora dà il meglio. e lo show può cominciare. harrington ci tiene a te. e te lo dimostra subito. ha bisogno che tu sia lì ad ascoltarlo. è uno di quelli che ti parla vicino. a muso duro. muso a muso. con una mano a coppa a cavalcarti la spalla. fammi vedere i denti. fammi vedere le tette. fammi vedere le cicatrici. intima. ha una paura fottuta che tu l’abbandoni. non vuole rimanere solo. restiamo amici. ti dice. non vuole perderti. restiamo amici con benefici. richiede tutta la tua attenzione. ma è completamente a suo agio. lui sì. harrington è uno di quelli che verrebbe in tuta al tuo matrimonio. è il suo personalissimo costume da supereroe. alla mia laurea il marchetti è venuto in tuta. ma non per metterti in imbarazzo, anzi. e poi direbbe a tutti di andarsene da lì. e tutti lo seguirebbero. mi piacciono quei pezzi che sembrano fatti per essere cantati da subito. che tu anche se non li hai mai sentiti ti viene già da correre dietro al cantante. e quando lui comincia a ripetere la frase tu l’hai già imparata, e pare tua. e quest’ultimo disco è così. pieno di inni potenziali. root for ruin è un disco comodo. è un disco in tuta. ma che tu capisci immediatamente essere elegante. sembra che le chitarre si sfidino a andare sempre più in alto. a rincorrersi, a battersi come spade. in dissonanze ipnotiche. febio, che facciamo con sta frase? la lasciamo? pare scritta da un utente di rochit. e nelle strofe harrington picchia frasi come un martello. lo stesso picchiare della sezione ritmica. in sincopi precise. poi ecco che tutto si rischiara. la tua testa inizia a dondolare. le chitarre si aprono e tu hai quella sensazione che provi quando sbuchi fuori dalle scale mobili. e cominci a dare un’occhiata alle indicazioni per uscire dalla metropolitana. e arrivato in strada. in superficie. ti sorprendi a cantare. c’è la metro anche da te?

provalo.

 

il bottone rosso.

settembre 3rd, 2010 § Lascia un commento

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ciccio, ma cosa ti è saltato in mente?
non chiamarmi così.
come stai? ma guardati, guarda come ti sei ridotto.
ti hanno dato da mangiare? ho detto alle infermiere della tua intolleranza ai latticini. non avrai mica mangiato la mozzarella?
no.
stanno arrivando anche gli zii. si sono messi in macchina non appena hanno saputo. sento uno strano odore, hai fatto una puzzetta?
vorrei stare da solo.
apro un po’ la finestra. sembra… ti ricordi l’odore che c’era quando hanno cremato la nonna? tuo fratello non faceva che far finta di vomitare. non riuscivo a smettere di ridere. il conato di vomito lo fa perfetto.
chiudi la finestra, ho freddo.
il babbo mi ha detto che in ufficio non fanno che chiedere di te. pensare che non gli rivolgevano la parola da quando ha perso quel grosso cliente e due suoi colleghi son stati licenziati. sembrano tutti molto scossi da quello che ti è successo.
ma guardati. lascia che ti faccia delle foto.
ti prego smettila.
allora, come sta il nostro ometto?
buongiorno dottore.
signora, mi faccia un favore apra anche l’altra finestra. fa un gran caldo qui dentro.
allora ciccio prima di tutto tiriamo fuori la lingua.
non mi chiamo così.
bene bene. ti fa male se tocco qui?
no.
e se tocco qui?
no.
dottore lei per caso sa se oggi nel menù ci sono mozzarelle o latticini? ciccio è molto allergico. quando li mangia è come se il suo intestino vivesse di vita propria.
ha avvertito le infermiere?
l’ho fatto appena arrivata.
allora vedrà che troveranno il modo di nutrire questo giovanotto. vero ciccio?
non mi chiamo così.
tornerò più tardi. per qualsiasi cosa premi il bottone rosso sopra la tua testa.
ho le braccia ingessate.
ci vediamo dopo ciccio. su con la vita. sei un eroe.
non mi chiamo così.
arrivederci dottore. mi sembra molto bravo il dottore no? ci sono un sacco di tuoi amici della scuola che sono venuti a trovarti. sono talmente tanti che non li fanno entrare. guardali, riesci a vederli da lì? ciaaoo ragaazziii. ma sono tantissimi.
chiudi quelle cazzo di finestre.
oh ecco gli zii. gli vado incontro o non li faranno entrare. non ho mai visto così tanta gente fuori da un ospedale. ti vogliono proprio bene tutti quanti tesoro mio. guarda c’è anche tua cugina betty e il piccolo paolino! vado a prenderli. non ti muovere. arriviamo subito.
mamma?
dimmi tesoro.
perché hai messo il video su iutùb?

mi puzzano le mani.

settembre 3rd, 2010 § 3 commenti

 
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notte infernale. svegliati a intervalli irregolari da lamenti insopportabili.
zan dice che sono i denti.
io sono convinto che nostra figlia sia posseduta. si rigira nella culla come un essere invertebrato. non appena ti addormenti senti urla nella notte. spalanchi gli occhi in cerca di qualcosa che possa illuminare.
le opzioni sono:
- fantasmino dell’ichea con luce verde.
- cellulare dell’ichea con luce bianca.
- fiammiferi dell’ichea con luce debole.
- comodino dell’ichea.
- istinto felino. dell’ichea.
è sempre in posizioni diverse. fa molta paura quando è a pancia in giù ma con la testa rivolta verso il soffitto.
ci siamo dati dei turni per stare accanto alla culla e intervenire repentinamente.
il trucco è afferrare la prima cosa che fa luce. cercare nel delirio di banbini e coperte e lenzuola uno dei 17 ciucci gettati random. aprirle la bocca con pollice e incisivo. infilarle il pezzo di caucciù completamente in bocca.
svegliarsi di continuo ti fa perdere la cognizione del tempo dello spazio e di te stesso.
a un certo punto ho aperto gli occhi e zan era in piedi di fronte a me. aveva una mano sulla culla e la stava trascinando via.
le ho detto cosa fai.
mi ha detto sono sveglia.
… lo vedo… e dove vai?
non lo so.
porti la culla a fare un giro?
ormai sono sveglia.
questo non giustifica un trasloco.
no.
torna a letto zan zan.
mi faccio una doccia?
no, torna a letto.
vuoi un panino?
zan.
sì.
torna a letto.
ok.
quando mi sono svegliato zan era andata via. sul comodino il biberon. seduta sul cuscino accanto al mio bianca.
urlava come uno pterodattilo impazzito. l’ho nutrita e mi sono riaddormentato per 10 minuti.
poi un odore penetrante e inconfondibile. quando l’ho presa in braccio era ovunque. sul letto. sulla mia pancia. sui miei boxer.
fleshbèc.
poi stringiamo qui, facciamo girare questo di qui…
guarda che stai stringendo troppo.
guarda che va bene.
no amore, così le blocchi la circolazione del sangue.
chiamami ancora amore e ti do una testata.
stringi meno.
pare che a mettere i pannolini sei brava solo tu.
dico solo di stringere meno.
va bene, hai sempre ragione tu.
la prossima volta che le rimetto il pannolino lo stucco sui bordi e faccio un paio di giri di scoch da pacchi.
per fortuna stamani ho scoperto che c’è questo. che io già ho letto da un bel po’. e adesso è sulla rete per tutti. e io consiglio caldamente di leggerlo perché è molto bello. e di sicuro ogni tanto vi perderete.
ma esattamente come è bello perdersi nelle città scoprirete che non è affatto male perdersi anche in questa città.
dai dai dai.
mi puzzano le mani.

Where Am I?

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