cimici.

ottobre 28th, 2010 § 1 commento

emilio il raid se lo dava direttamente sulle gambe. gambe e braccia sudate. diceva: se è in grado di ucciderle le zanzare vuol dire che le tiene pure lontane. lo adoperava anche nel vigneto. una nuvola vaporosa a circonfondere tutti i suoi grappoli. quando ci regalava il vino noi subito lo ringraziavamo. nello stesso modo in cui si asseconda un pazzo. poi di nascosto, prima di andare via, lo versavamo tutto nel tombino. era viola fosforescente.

ci sono cimici ovunque in questa casa di questi tempi. pare sia colpa della pianta che si arrampica sulla parete che da sul giardino. mi chiedo se le produca lei. hanno un colore più rustico rispetto al verde fluo delle cimici da città.
un anno io e greta siamo andati in tour coi det ov anna càrina. greta aveva un furgone e lo prestava a chiunque. ce lo hanno distrutto. e alla fine ce lo hanno rubato. subito dopo aver speso un occhio del gesù per far mettere apposto la frizione.
a colonia c’è questo posto molto bello che si chiama caffè kult. forse è monaco. be’ di sicuro non è sesto san giovanni.
quella sera suonavano lì. non a sesto san giovanni. fuori miliardi di cimici. quelle cattive. che le guardi e puzzano. immediatamente. senti qualcosa di duro atterrarti sul collo ma sai che non puoi dare lo schiaffo da zanzara.
devi andarci cauto con la cimice. ma per quanto cauto tu possa andare lei ti ha già scoreggiato addosso prima ancora che tu l’abbia afferrata tra l’indice e il pollice. e dio solo sa quanto cazzo puzza.
quella sera quando siamo andati a dormire io e ilaria eravamo inavvicinabili. queste qui non puzzano così tanto. però volano ovunque e fanno il rumore del ciao truccato con la marelli bucata.
zan zan le teme molto. è l’unico insetto che le fa veramente paura.
a me alla fine la cimice sta simpatica. ha carattere.
sono giorni che mi chiama da una stanza all’altra all’urlo di ce n’è una anche qui. grazie al cazzo. sono ovunque. le faccio salire su un pezzo di carta o le prendo con lo scottecs e le fiondo fuori dalla finestra. quelle più fortunate vanno in giardino.
l’altra sera ho fatto salire l’ennesima su un foglio di carta e l’ho fatta volar via in strada. sono rimasto fermo qualche secondo a guardare. ha fatto un girone enorme e poi è tornata a posarsi sul foglio di carta che avevo ancora in mano.
mi piace credere che mi abbia guardato. le ho detto di non fare la furba e l’ho rigettata in strada.
l’altra mattina zan zan ne ha pestata una per sbaglio con le infradito. ha fatto crac e zan è rimasta ferma immobile in mezzo al bagno. il terrore negli occhi. per qualche minuto.
la nani le mangia. forse è per questo che ultimamente quando apre la bocca pare di essere seduti sul molo del porto di bari.
c’è qualcosa di strano in questa casa. ci sono davvero troppe cimici. e io comincio ad affezionarmi a ognuna di loro.

ben aflec.

ottobre 24th, 2010 § 5 commenti

 

ieri un amico mi ha chiesto che differenza ci fosse tra guerre stellari e star wars.
la stessa che passa tra l’uomo ragno e spider man, gli rispondo.
ah, fa lui con la faccia di chi ha capito. l’uomo ragno non l’ho visto, però spider man è bello.

volevamo andare al cinema oggi.
si cercava un’alternativa a buried che potrebbe essere un po’ claustrofobico. un oremmezzo in una bara senza inseguimenti e senza sparatorie.
a zan zan non piacciono nemmeno i popcorn. ma sopratutto pare che questo film non sia di luc bessòn.
sondo alternative con marchetti.
e poi c’è de taun dico io.
e lui dice ah sì, quello con ben aflec scritto e diretto da ben aflec ambientato a ben aflec. credo di non averne voglia.
no, nemmeno io.

MASSIMO VOLUME | CATTIVE ABITUDINI

ottobre 22nd, 2010 § 8 commenti

io i massimo volume li ho scoperti tardi. forse troppo tardi. forse era giusto così. credo che fosse il nome. accanto a massimo io ci vedo solo la parola rispetto. sarebbe un gruppo rap. se li avessi scoperti quando ascoltavo i leg uegon avrei pensato ma questo qui non canta? che sta facendo. cosa cazzo sta dicendo? una volta sono andato al cencios di prato. ero un rigazzino. su un palco enorne suonava un gruppo che si chiamava fluxus. avevano 3 chitarre e cantavano in italiano. non vedevo l’ora che finissero così poi avrebbero messo i reigiagheisdemascìn a tutto volume. mi piaceva sempre molto la gheg cio la testa che puzza vado a farmi la doccia alla fine di chilliin inde neim ov. a fine concerto uno dei tre chitarristi dei fluxus andava in giro con un cartoccio di ciddì per venderli. mi ha chiesto se ne volevo comprare uno. gli ho detto che non era proprio il mio genere. mi ha detto allora continua ad ascoltare i noeffex. e così ho fatto. afterauars, massimo volume, marlene cunz e tutti quei gruppi lì per anni per me sono stati allora continua ad ascoltare i noeffex. ho passato un’estate a dublino. pioveva spesso e zan zan lavorava tutto il giorno. usciva la mattina e tornava la sera. così io me ne andavo in giro con lo zainetto e la musica nelle orecchie. ho ascoltato lungo i bordi tutti i giorni per 15 giorni di fila. avevo anche gli altri dischi ma lungo i bordi non riuscivo a fare a meno di ascoltarlo. mi faceva sentire triste in modo adeguato. tutto intorno a me sembrava esattamente quello che diceva quel tizio di nome clementi che pareva fosse un personaggione nella musica indipendente italiana. ma a me m’importava una sega. quello che diceva non sempre lo capivo ma era perfetto così. e me lo ritrovavo intorno.d avanti a casa di zan zan c’era un cantiere abbandonato con una casetta prefabbricata blu. dentro c’era emidio clementi. quando andavo a prendere l’autobus passavo per un campo in fondo a cui c’erano degli alberi dietro cui non ero mai stato. la dietro c’erano i massimo volume. per due settimane mi son sentito come il soffitto di una chiesa bombardata.

febio, recensiscicelo.

ci sono due tizi davanti a me nel millenovecentonovantanove. sono anche loro in coda al terminale per le preiscrizioni. tra loro si dicono che quell’anno a bologna il primo iscritto a scienze politiche si chiama proprio così: massimo volume. |nome e cognome|. che è una di quelle cose tipo il più grande tuffatore rumeno. o i più grandi mangiatori di hot dog di tutti i tempi. o ancora il ministro dei trasporti cinese. credo fosse una storiella che si ripeteva ovunque. che da qualche parte c’era sempre un certo massimo volume matricola all’università. pensa che il pecora dice che i massimo volume li ha sempre un pò snobbati perchè erano il tipico gruppo da studente fuori corso di bologna. quello fu anche l’anno del loro ultimo album in studio. eppoi tre anni più tardi si sarebbero ritrovati dal notaio per sciogliere la massimo volume snc.fuor di metafora. e l’altro massimo? l’altro massimo sarebbe finito prima fuoricorso. eppoi l’avrebbe pure abbandonata l’università. anche lui magari nel duemilaeddue. e da allora in poi tutti a dire: dai tornaci. finiscila la scuola. che era bello andare a scuola. prenditelo ‘sto pezzo di carta. lo stesso che dire: dai tornate insieme che vi vogliamo risentire. e a volte lo diciamo più per noi. perchè ci piace seppur indirettamente poter riprenderci quel pezzetto di vita che ci è stato tolto. che abbiamo levato. e sì c’è pure chi storce il naso. che dice: non ha senso tornare sui propri passi. che non sarà più come prima. che senso ha? e di solito sono quelli che non tornerebbero mai con l’ex fidanzata. che una volta lasciati non ci si deve riprender più. che poi anche qui succede un po’ così. che magari non c’è nulla che non vada. è solo che non ci si vede andare da nessuna parte. e allora si prendono le decisioni. e si prova a cambiare strada. accade che ci si lasci. che si abbandoni l’università. che si sciolga la società. così va la vita. il modo migliore per introdurre questo disco lo trova emidio clementi stesso. quasi subito. “celebriamo allora i nostri sforzi il solco avaro da cui siamo partiti (chi l’avrebbe mai detto di ritrovarci qui, giugno duemilaedieci in un pomeriggio di pioggia e di sole seduti di fronte alle nostre parole?) consideriamo questo piuttosto che il resto”. e potrei stare qui a riportare altri indizi. a copincollarne una moltitudine. a ricomporre il mosaico tessera per tessera. perché questo disco si spiega dassolo. o meglio non deve essere spiegato affatto. come il fatto di ritrovarsi dopo otto anni. di riprendere quello che si è lasciato. ed è difficile rispondere alla domanda: perché lo si è fatto? e spesso è più facile dire dei massimo volume solo attraverso clementi. che sembrano importanti le sue parole più di tutto. e invece credo che qui funzionino bene perché c’è la musica. che se provi a leggerle non ti dicono le stesse cose. e ti paiono solo complicatissimi versi a effetto. a leggerli così colla tua voce sul vuoto. che infatti il clementi del leggio lassù a declamare. o il clementi fittofitto sulla carta del romanzo può non piacere. |non mi piace|. ma non è questo il punto. è che è proprio un’altra cosa. il clementi dei massimo volume non è un poeta. clementi è un musicista. usa le parole come le note del suo basso. la voce è la sezione ritmica insieme alla batteria di vittoria. chirurgica. la poetica è indissolubilmente legata al ritmo. “continuiamo ad andare gli occhi chiusi e le braccia aperte in equilibrio nel nostro monotono sublime”. i massimo volume hanno un suono fortemente collettivo. lo dice proprio lui. e allora e solo allora puoi portartele appresso. le parole paiono incollartisi addosso. e le frasi le puoi smantellare per ritrovarle quando ne hai più bisogno. stanno lì zittezitte a rispondere alle domande che non sembravi esserti posto nemmeno. o che compaiono all’improvviso. sono lì al momento giusto. e al posto giusto. perchè stanno con te. questa credo sia una forza. ed è lo stesso il motivo per cui è facile imbattersi in qualcuno che le citi. nel millenovecentonovantanove con club privè avevano provato ad andare da un’altra parte tutti insieme. e non è andata come previsto. e l’hanno capito. se volevano provare qualcosa di diverso forse lo dovevano fare dassoli. e una volta ritrovati quel che è stato c’era ancora. non è un rifare dinuovo. è fare qualcosa di nuovo. perché questo è il loro stile. la poetica pulsa ancora. questo gruppo ha senso che ci sia. che stiano insieme. hanno capito che ognuno sa camminare con le proprie gambe. non c’è dipendenza. non hanno bisogno di stare insieme. e quindi non hanno una paura fottuta. nessuno ha bisogno di stampelle. prova ad ascoltare il disco con un orecchio per volta. una chitarra per volta. tutto sta in piedi ugualmente. ma insieme. insieme le chitarre sono perfette. il magico ping-pong. i massimo volume sono una cosa sola. ai primi concerti capita che qualcuno domandasse: chi è massimo di voi? massimo è tutti e quattro. massimo è vittoria è egle è stefano è emidio. ho rintracciato massimo volume. quel massimo volume. l’ho trovato su facebook. sta bene mi dice. ha ripreso l’università. pare abbia la media del trenta. ed è contento.

marmo.

ottobre 15th, 2010 § 5 commenti

in quarta elementare mi sono fracassato il braccio. avevo tenuto il gesso per un mese. un gesso ammaccato dalle continue cadute. tutte successive a quella fatale. quel capitombolo al rovescio che mi era costata la frattura. quel giorno l’avevo levato da pochissimo. era una goduria. pari solo a quella che precedentemente sa darti la punta del cacciavite quando capisci che puoi infilarlo dentro pian piano per alleviarne il prurito. e avevo appena passato quella fase in cui il braccio prigioniero poi liberato non ti sembra il tuo. bianchiccio, indolenzito, formicolante. quel sabato pomeriggio eravamo in oratorio. avevo ripreso a giocare a biliardino. la catechista ci fece poi sedere tutti sulle panchette di legno. i piedi a penzoloni che scalciavano l’aria. so che uno di voi di recente ha avuto un incidente, fece la catechista. e io ero già pronto ad alzarmi in piedi, un occhio di bue a illuminarmi intero, e ricevere il giusto tributo di gloria e commiserazione. e quasi lo feci davvero, mentre sorridevo sotto il naso, chinando il capo imbarazzato. poi però la catechista fece un altro nome. non c’era scritto il mio dentro a quella busta immaginaria. l’oscar andò a viviana. s’era appena rotta un rene.

quando pioveva stavamo dentro. non c’era tanto spazio e fino a che non è arrivato il biliardino ci si annoiava un bel po’. ci eravamo inventati le fughe al piano di sopra.
andavamo in bagno a prendere il dentifricio e lo mettevamo dietro la maniglia della porta della classe di suor letizia.
ci stava sul gatto suor letizia. era quella che alzava più spesso le mani. e poi aveva la faccia cattiva e un porro che pareva un bacio perugina coi peli.
per fortuna la nostra maestra era suor anna. era l’ultima arrivata e aveva sostituito con nostro grande dispiacere la maestra gloria. io gloria me la ricordo bellissima. probabilmente era un cesso con le ruote.
suor anna aveva degli occhiali spessi come fondi di bottiglia. dietro quelle lenti enormi si aprivano e chiudevano con un’intermittenza fastidiosa degli occhietti minuscoli. quando si levava gli occhiali erano ancora più piccoli e tutto intorno sembrava che mancassero delle cose nella sua faccia.
in realtà c’era tutto. ma quegli occhi eran davvero minuscoli. forse avrebbe potuto tranquillamente avere un naso in più per compensare. e adesso avrei da raccontare la meravigliosa storia di una suora con due nasi.
e invece no.
un pomeriggio di pioggia prima dell’arrivo del biliardino il pera e ricca erano sul primo pianerottolo delle scale che litigavano per uno squallido flipper di legno. il flipper di legno era il gioco più ambito. chi non beccava quello si ritrovava a giocare con giochi dell’oca senza oca, inutili birilli di plastica con cui spesso e volentieri ci spaccavamo vicendevolmente le gengive, memori con 13 carte, palloni di spugna mangiati dai topi.
il flipper di legno era rotto e rattoppato con pezzi di scoch da pacchi e la pallina di metallo era stata sostituita con una biglia troppo piccola che regolarmente andava perduta al quinto minuto del primo tempo della ricreazione pomeridiana. i restanti 55 minuti si passavano a cercarla tra le millemila gambe dei banbini che correvano impazziti in 15 metri quadrati.
per tutta la vita il pera ha detto che era colpa di ricca e ricca che era colpa del pera.
fatto sta che tira tira tira a un certo punto uno dei due ha mollato la presa sul flipper di legno e l’altro e finito di schiena su suor nazzarena che è precipitata giù dalle scale e si è spezzata il femore in 67 punti diversi.
suor nazzarena aveva 236 anni. ci hanno fatto pregare ininterrottamente per 4 giorni di fila. non ne potevamo più. alla preghiera della sera, nell’intimità della mia stanzetta buia chiedevo a gesù di far smettere le suore di farci pregare.
il quinto giorno suor nazzarena ha raggiunto il suo signore.
cosa ci fai qui nazzarena?
son caduta.
sei caduta?
sì, son caduta dalle scale. son state quelle piccole merde agitate.
adesso sei con me nazzarena, nell’alto dei cieli.
sì, bravo. cosa c’è da mangiare?

a più di 25 anni di distanza mi ritrovo in duomo. la cerimonia comincia alla 17. alle 19 mi vedo costretto a mollare. bianca e zan zan sono fuori e voglion tornare a casa. la cerimonia non è ancora finita.
ci sono due macsischermi enormi su cui ogni tanto si riesce a vederlo.
daniele ha l’allergia. continua a starnutire e a soffiarsi il naso facendo un casino del signore. ogni tanto si gira verso di me e mi guarda senza espressione.
io e giacomo parliamo di musica.
c’è una bambina che continua a correre in tondo come se non ci fosse un domani.
un tipo grasso dietro di noi canta tutto quello che si può cantare. alleluia alleluia. credo che sia infastidito dal nostro parlottare.
poi parte il sancta sanctorum.
un diacono si posiziona davanti al leggio e parte con una litania mortale. lui dice il nome di un santo in una tonalità e un coro gli risponde prega per noi con la stessa identica tonalità. per 35 minuti di fila.
durante questo lasso di tempo infinito il pera e gli altri aspiranti preti si stendono a pancia in giù sul marmo ghiacciato del duomo. immobili. morti. li vedo stesi uno accanto all’altro e non riesco a smettere di immaginare una moto da cross che li salta prendendo a 120 all’ora una rampa rossa con le stelle bianche.
o un elefante cavalcato da un indiano che gli cammina sopra.
nel frattempo il sancta sanctorum va avanti e per un paio di minuti buoni mi sembra di ascoltare i silver maunt zaion e quasi quasi mi piace.
dico a giacomo oh, alla fine non è male.
lui mi dice vaffanculo.
daniele si gira e adesso sta per piangere. ma non è commosso.
quando il pera ci riunì tutti e ci disse ragazzi mi faccio prete, daniele disse pera, preferivo tu ci dicessi che eri finocchio.
san matteo epico e invincibile cavalliere di dio. prega per noi.

ACTION DEAD MOUSE | REVENGE OF DOORMATS AND COASTERS

ottobre 7th, 2010 § 1 commento

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io li conosco questi qui. non tutti. ma quello che suona la chitarra e canta sempre troppo lontano dal microfono lo conosco. ed è uno astuto sai. è uno che le cose le pensa e le ripensa e ci perde il capo. e ci gira intorno all’infinito e tutto quello che pensa lo fa così poi alla fine fa un sacco di cose e ci si perde dentro. è un tipo particolare. di quelli che è difficile starci dietro. pare che chi abbia registrato il disco li abbia odiati molto. era un continuo cambio di tempo un continuo tempo dispari e io le sento tutte le bestemmie del fonico tra una nota e un’altra. state sereni ragazzi. fate un quattro quarti per 30 secondi di fila che io mi fumo una sigaretta. ma niente. loro sono matti e  a volte pare che facciano dei medlei infiniti che non si sa dove vanno a parera. eppure una logica c’è. ci deve essere. forse il fine ultimo del topo morto è fare una mega banca riff e arpeggi da cui tutti possono attingere. che con questo disco un gruppo normale ce ne fa sette o otto di dischi. io ce l’ho detto al tipo che canta lontano dal microfono oh amico stai sereno concentrati su una cosa sola ma lui è matto e non ce la fa. lo vedi quello li che sta correndo velocissimo con un ombrello, un trollei chiuso per metà da cui esce una testa di cavallo e una caffettiera gigante? quello li, quello che ha appena raccolto una lattina schiacciata e se la sta mettendo nello zaino che porta aperto sulla pancia tipo marsupio. quello…no, ha appena girato l’angolo. te lo sei perso. non lo so mica dove va. però la prossima volta che lo vedi cerca di stargli dietro. ha sempre qualcosa da raccontare. l’ultima volta che l’ho visto indossava un sacchetto della spazzatura nero ed era in compagnia di un messicano e di una prostituta con un occhio di vetro. gli ho detto come stai? mi ha detto molto bene. e poi è sparito. pare che un’etichetta giapponese gli abbia promesso soldaut in tutto il giappone. sembra un’etichetta affidabile con un rooster di tutto rispetto. gino paoli, i metallica. chissà che in giappone il topo morto non faccia davvero il soldaut. che qui in italia al massimo suonano al miami alle 15 e trenta davanti a un barista sovrappesso e a un indiano che sposta sedie da giardino . febio, io ora vado dal dentista. se quando torno non sono recensiti trovati un altro lavoro. con tutto quello che ti pago.

cosa c'è dietro alla stanza centoventuno? andrea sostiene che le stanze degli alberghi abbiano tutte il numero alto solo per via della scaramanzia. che nessuno si sognerebbe di prendere la stanza numero tredici. o la stanza numero diciassette. io gli ho detto che mi pare davvero una cacata questa. e che ho letto da qualche parte (non è vero) che i numeri partono dal cento o dal duecento perchè così sembra che ci siano tantissime stanze. quando magari ce ne sono solo quindici. dislocate su tre piani. in ogni caso, alla fine, continuo a domandarmelo. cosa c'è dietro alla stanza centoventuno? continuo a domandarmelo, anche se so bene che dentro la stanza centuventuno probabilmente c'è solo un marchingegno che serve per prendere i leoni sulle montagne della scozia. c'è un mcguffin, ecco. ma non ci sono leoni sulle montagne della scozia. mi dirai tu. allora forse non è un mcguffin. (e che cos'è un mcguffin)? hitchcock diceva questa cosa qui più o meno. diceva che la differenza tra suspence e sorpresa è molto semplice. ecco mettiamo che dentro la stanza centoventuno ci sia un tavolo e sotto questo tavolo ci sia una bomba. noi siamo a seduti a parlare. d'accordo? una conversazione banalissima. noiosa se vuoi. non succede nulla. ma ad un tratto ecco la bomba che esplode. tutto qui. boom! esplode. ma se invece il pubblico sa dell’esistenza della bomba. se la vede là sotto il tavolo. allora sa che prima o poi esploderà. e rimane in tensione. rimane tesa fino al boom! nel primo caso abbiamo offerto al pubblico quindici secondi di sorpresa al momento dell'esplosione. nel secondo gli offriamo quindici minuti di suspence. ecco revenge of doormats and coasters è tutto così. è un disco di suspence ed esplosioni. a scadenze alternate. continue e reiterate e inattese. ossessive. distribuite lungo un mediometraggio di sessantacinque minuti. movimenti di macchina lenti lenti e accelerazioni come negli inseguimenti coi cavalli. tutto in piano sequenza. le tracce che si fondono. senza alcun raccordo nel montaggio. e la musica che per chilometri va a sostituire i dialoghi. quasi completamente. perchè c'è un recitativo liturgico di tanto in tanto. anche questo ossessivo. quanto una nenia mandata a memoria. e poi |all'improvviso ma senza essere inattesi| gli urlacci. quanto sono belli gli urlacci lontano dal microfono. percussivi come le chitarre quando queste esplodono. chitarre senza orpelli. e ci sono anche gli archi e ci sono i fiati. e sai bene quanto sia difficile far sì che i primi non risultino stucchevoli e i secondi smargiassi. ma qui c'è davvero parecchio gusto. c'è una struttura naturale come quei paesaggi vastissimi sui quali l'occhio si perde e nello stesso tempo una struttura attenta. proprio come il tuo occhio che alla fine si ritrova (era finito nell'orecchio). c'è architettura qui. a dire una parola sola. è tutta una questione di tempo. cinema e musica hanno quest’elemento fondamentale in comune, la temporalità, il tempo. lo dice dan savio. qui la musica sviluppa i suoi tempi e detta insieme quelli del film. e questo film qui è un western. c'è il paesaggio a ricordarmelo. ci sono le trombe che mi dicono messico. c'è un topo morto che entra in san miguel a cavalcioni d'un mulo. c'è chi lo prende in giro da subito e chi gli prende già le misure per preparargli la bara. invoca all'infinito dan savio affinchè gli spari. e noi attendiamo il colpo nello stesso modo in cui attendevamo che la bomba esplodesse. ma il topo morto è uno furbo. per quanto mantenga il profilo basso. i capichini. gli stati asinini. per quanto possa narrare di zerbini e sottobicchieri. il topo morto non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. (what the fuck you mean for submission)? questo topo non è un topo morto per davvero. che un topo morto ha un puzzo che non ha idea. che un giorno era tutto un sentore putrescente nell'aria. c'era un puzzo che trasudava dal muro. e dentro c'era un topo che s'era strozzato con la corda della tapparella. e altro che piccone. mi ci voleva una bomba per liberarlo. (mi ci voleva 'sto disco). questo topo qui invece è un topo astuto. sì. e nella bara ci finisce solo per nascondersi. ma non fa giochetti. è un topo genuino. fa quello che fa perchè è quello che gli importa di fare. senza secondi fini. e anche dovesse andare per terra. sappiamo che è stato lui a buttarcisi. dopo essersi scosso tutto come un frullatore. quando un topo con la pistola incontra un topo col fucile, quello con la pistola è un topo morto. action! dead mouse.

scaricavatevelo. (se cliccavi qui)


mietitrice.

ottobre 5th, 2010 § 3 commenti

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tornando a casa ho provato il fenomeno dell’acquaplening.
lo avevo già provato con sbarella tornando dalla puglia in autostrada. ci siam cacati addosso.
ma ieri molto di più.
mi si è completamente congelato un braccio dal terrore. quello che ha tenuto fermo il volante. credo. sono scivolato via in sorpasso accanto a una macchinetta guidata da una signora. era tardi e cosa ci facesse fuori lei a quell’ora non lo so.
marchetti dice che era la triste mietitrice. ci siamo guardati in faccia per un interminabile secondo entrambi terrorizzati. poi è tutto finito. mi son rimaste solo le gambe mollone per 20 minuti.
una volta mi son stiantato contro un albero.
mio padre mi ha chiesto 15 volte se avevo bevuto. io avevo bevuto un succo di frutta quella sera. forse la prima volta che bevevo un succo di frutta a un concerto.
la macchina non era mia chiaramente. della mamma della mia fidanzata di allora.
sono planato su delle foglie bagnate tirando a dritto a una curva. dritto contro un albero sul viale che porta al piazzale michelangelo a firenze. credo di aver pensato che fosse un bel posto per morire.
non mi son fatto tanto male.
quando fai gli incidenti poi sei scemo. subito dopo intendo. senti la botta sfondi il parabrezza con la testa perché le cinture non sono obbligatorie e se le metti sembri un cretino e poi ci sono quei 30 secondi in cui sei completamente scemo.
la prima cosa che ho fatto subito dopo è stato fermare il reuind dello stereo per vedere se ero arrivato al pezzo che volevo ascoltare. così a un certo punto sul viale dei colli alle 4 del mattino c’era un cretino con la faccia coperta di sangue, l’indice sullo stero e i tul a volume fotonico. forse ho anche bangheggiato col testone prima di scendere dalla macchina.
poi fuori i primi due hanno tirato a dritto.
si è fermata una ragazza che mi ha coperto con la sua giacchetta di gins perché io ero in maniche corte e faceva un freddo becco. le ho vomitato sulla ruota davanti della macchina.
ti ho presa?
no, no.
scusami.
stai tranquillo ora arriva l’ambulanza.
sono tranquillo.
dove vai stai fermo non ti muovere.
volevo solo sedermi.
ma dove vai stai fermo qui.
sì, posso sedermi per favore?
certo siediti qui.
va bene, mi siedo qui. guarda che non c’è bisogno che aspetti.
stai tranquillo.
sono tranquillo.
ma come hai fatto?
non lo so.
hai bevuto?
no, no.
ma hai visto qualcosa? hai cercato di evitare un gatto… un animale?
(oh, ti ho detto che ero tranquillo. fammi un’altra domanda e ti caco nel taschino del giubbotto gins.) non ho visto nulla, son solo scivolato.
come sei scivolato, cosa vuol dire sei scivolato?
sì, la macchina è scivolata via ho fatto vvvvvvvvvvvvvvvvv sbem!
madonna, ti è andata di lusso.
non è che te la sporco sta giacca? mi dispiace, dai tieni.
cosa fai! non te la levare! sei scemo?!
(oh mio dio ho beccato miseri non deve morire.) scusa, volevo solo evitare di sporcartela.
ti fa male la testa?
non lo so.
come non lo sai? sentirai male da qualche parte. guarda quanto sangue.
non lo so non lo so. ecco l’ambulanza.
(sia lodato il gesù cristo santissimo dio madonna vieni qui ambulanza.)
be’, grazie mille eh. eccomi qui, ma la macchina?
la macchina non si preoccupi. ce la fa a salire da solo?
certo che ce la faccio. ma le chiavi le tolgo.
lasci tutto così com’è adesso arriva la polizia e ci pensano loro.
la polizia?
e certo se no chi la leva la macchina dalla strada?
non posso fare una telefonata? non mi spettava una telefonata?
avanti andiamo all’ospedale.
come all’ospedale? io sto bene.
mica la possiamo portare a casa.
se lo sapevo chiamavo un taxi.
forza salga su che dobbiamo correre in ospedale.
no, vi prego andate piano.
poi invece non sono andati piano. sono andati a dumilallora e alla prima curva dopo la mia l’ambulanza ha sbandato di nuovo. mi sono alzato di scatto dal lettino.
stai tranquillo.
ma come stai tranquillo? (poi non mi davi del lei fino a un secondo fa?)
la sappiam guidare l’ambulanza.
ho capito ma stavamo per stiantarci di nuovo.
come di nuovo?
sì, insomma io stavo per stiantarmi di nuovo.
stai tranquillo.
tranquillo una sega.
ma c’è bisogno che stia sul lettino?
potresti avere un trauma cranico.
ma io sto bene.
questo lo dirà il dottore.
ma ci posso andare a piedi.
stai fermo lì.
va bene.
ecco a lei dottore.
cos’è successo?
sono andato contro un albero.
hai bevuto?
un succo di frutta.
ora facciamo una radiografia. togliti quell’affare dalla faccia.
allora io mi metto la mano in faccia e dalla fronte tolgo un pezzettino di vetro del parabrezza e lo metto sul lettino.
può per favore togliere quell’affare?
l’ho tolto.
si levi quell’orecchino dall’occhio.
il pirsing.
sì, il pirsing. ma come vi viene in mente di fare quelle cose? ma lo sapete che portano infezioni?
(voglio andare a casa.)
pronto mamma.
pronto.
mamma.
sì, sì pronto. ma che ore sono?
è tardi mamma. senti sono in ospedalehoffattounincidentemastobene.
ah, stai bene?
sì, sto bene ma avrei bisogno che tu mi venissi a prendere.
e dove lascio la crosby?
(la crosby è un capitolo troppo grande da affrontare a quest’ora. basti sapere che se lasciata sola la crosby abbaiava come se non ci fosse un domani.)
mamma, ti sto chiamando da un ospedale. ho appena fatto un incidente. sto bene ma vorrei davvero andare a dormire. la crosby portala con te. oppure girale un rotolo di scotch da pacchi intorno al muso e chiudila nello sgabuzzino. ti aspetto.
e poi mi è venuta a prendere, ha ripagato la macchina ai genitori della mia fidanzata, ha pagato una multa per il danneggiamento dell’albero e una multa per eccesso di velocità che la polizia mi ha fatto a prescindere solo perché mi ero stiantato da solo sul viale che porta al piazzale michelangelo.
quando galaad ha bucato lo stop e dalla parte del passeggero che ero io è entrata una lancia tema a 80 all’ora la portiera della mia parte toccava il gomito del guidatore che era galaad.
io gli sono finito in braccio. non mi son fatto un graffio.
galaad è uscito subito dalla macchina per vedere se quelli dell’altra macchina si eran fatti male.
c’era un vecchietto che si è buttato in terra e diceva di avere un forte dolore al collo. galaad era talmente spaventato che non riusciva a dire nulla. guardava.
il figlio del vecchietto chiedeva al padre se stava bene.
io ero in macchina che cercavo di aprire la portiera. la mia. non si apriva. era un bolo di lamiere.
allora mi son lasciato cadere dal finestrino. il mio. eppure la portiera del guidatore che era galaad era aperta. e io ero seduto proprio lì.
a volte penso a quel mio amico che lavorava al casello. me lo immagino in piena notte ingobbito nel suo gabbiotto a contare i soldi.
febio dice che aveva preso le misure per farci entrare la televisione. il basso proprio non ci entrava.
le serate a casa sua in famagosta a mangiare pasta e piselli son il paradigma della tristezza.
a pari merito con il tonno mangiato direttamente dalla scatoletta su una tavola non apparecchiata.

CHAMBERS | S/T

ottobre 2nd, 2010 § 2 commenti

s/t sta per senza titolo? seim taitol? super trattore? il febio esiste davvero. non è il mio alterego. son mica un matto squilibrato con la doppia personalità. con rispetto parlando per tutti voi. solo che fa le recensioni che ci dico io. io sono il suo capo. è ben pagato. a natale ci mando anche un bel cesto di gatti di marzapane e meringhe ricoperte di salsa tartara. mi stan simpatici i ciembers. son quei tipici figlioli con cui ti viene immediatamente voglia di parlare di seghe e di pupù. ultimamente anche di orti. che il mio mi limito a darci l’acquetta d’estate e mi girano anche i coglioni. solo zanzare. allora finisce che mi getto l’acqua sulle gambe e sulle braccia per scacciarle e torno a casa come il gattino patetico della pubblicità barilla. (pare che giri con la ruota di un tir dall’inverno del ’94). teo invece si è documentato, ha studiato, applica la tecnica della rotazione fotonica, della transumanza, della fertilizzazione anale e della tettonica a zolle. l’orto che un tempo era di suo nonno me lo immagino puzzolente e rigoglioso. come i ciembers del resto. puzzano e son rigogliosi. li vedi che puzzano. ma son felici, si voglion bene. c’è quello glabro che assomiglia alla versione porno di erri potter, c’è il pennellone tatuato, quello con le scarpe da montanaro, quello coi pantaloncini immettibili (quelli che peraltro mette anche borazzo) e il contadino. e suonano e se la ridono. perché si divertono. ma soprattutto perché alla fine lo sanno bene che stan facendo qualcosa di bello. senza rompere i coglioni a nessuno. che loro son li e se ti va di andarli a cercare ti apron la porta della loro puzzolente saletta e col sorrisone sulle labbra ti fan vedere come si suonava negli anni ‘90. e poi tutti in giro per pisa a bere gli amari e vomitare negli angoli. questi scemi qui, zitti zitti nella loro cittadina di merda han tirato fuori ‘sto disco che gli amici ti dicono i ciembers son fighi. ma i ciembers son molto fighi. molto più fighi di quello che immaginano anche loro. i ciembers puzzano di buono. febio, recensiscicelo. (con tutto quello che ti pago.)

com’è che si dice quando un corvo è ancora piccolo? corvetto? corviciattolo? tartastrello? pipiruga? si dice pulcino per tutti i pennuti? sarà. in nebraska il senatore ernie chambers ha intentato causa a dio. la causa per ora è stata rigettata perché non è stato possibile reperire il suo indirizzo ufficiale. non quello di chambers. quello di dio. bastava chiedere a macs pezzali. ma chambers non è uno che si arrende facilmente. sarebbe in grado di saltare in macchina. di farsi i chilometri. di guidare per tutta la notte. senza fermarsi mai. come macs perdio. rotta per casa diddio. fino a san diego. a washington d.c. fino a richmond. e poi ritrovarsi senza sapere bene come a tromso. il giorno di pasqua. rinchiuso nell’abitacolo. (una cella. un tempio.) sommerso dalla neve. un pulcino di corvo a zampettare sul bianco. un occhio strisciato di sangue. (gesù è giunto su un uovo di ghiacchio. gesù mi ha salvato. era come un uccello. una fantasia a venti gradi sotto zero.) e infine sorprendersi a urlare là dentro. con una voce monocorde. glaciale. teatrale come solo dio. piegato sullo stomaco. gli occhi verso l’alto. teatrale come a rivolgersi direttamente a dio. per mezzo di frasi corti. corte. frasi corte. cazzi cort I. frasi cort E. di quelle che fanno venire subito appetito. (a marciare su una dieta di desideri.) frasi fatte apposta per essere spezzate. e riprese. per essere ripetute all’infinito. come a cercare qualcuno là fuori che le possa sentire. parole prima forti poi attutite. come dalla neve. come da un muro di materassi. meno violente. quasi a voler riprendere fiato. per poi tornare a correre subito. senza sosta. (non abbiamo raggiunto la calma.) il disco dei chambers è un disco tirato. inquieto e claustrofobico. con sobbalzi continui. cinque pezzi per ventotto minuti. chitarre in controtempo. una batteria tribale. marziale a tratti. e un plettro a grattuggiare le corde del basso. non c’è spazio per aperture melodiche. io ce ne sento un monte in realtà. anche quando pare arrivare più luce dentro alla macchina. è un disco privo di speranza. e dove non c’è nemmeno fede. (il gioco è finito e il paradiso pure.) ma è un disco privo anche di rassegnazione. c’è una rabbia sensata qui. come l’omonimo senatore del nebraska anche i chambers paiono non volersi arrendere facilmente. (so che non voglio fermarmi. le persone assonnate camminano più in fretta. oggi ci siamo svegliati con la stessa voglia perché niente è cambiato.) i chambers sono cinque ragazzi toscani. provenienti dalle esperienze passate di violent breakfast, cohesion e summer camp disease. (our past rhythms are still living under our steps, covered by ashes, and these fingerprints are deeper and deeper… not a new one. they’re crushing where there was another chance.) questo è il loro primo dodici pollici. stampato in cinquecento copie. e coprodotto da tumorati di dio, shove, arctic radar e que suerte! è un disco che ti fa tornar la voglia di picchiare il capo sull’aria. o te la fa venire per la prima. nel mio periodo san diego mi son lasciato crescere i baffi. li ho tenuti per sei ore. poi li ho tagliati. tu per quanto li hai tenuti? io ogni tanto me li lascio. sembro freddi mercuri. unico testimone un gatto che si era arrampicato fino al davanzale della finestra. non mi verrai mica a dire adesso che il gattino della barilla….nooo. non ho idea di cosa volesse da me. non l’ho più visto da allora. e nè io nè lui abbiamo più visto i miei baffi. chissà che fine ha fatto. e chissà che non avesse tenuto anche lui i suoi solo per quelle sei ore. chissà.
 
ho appena ricevuto una mail del contadino. dice questo > ho mangiato l’insalata dell’orto. bomba dio cane.
presto dio, denuncialo.

ANNUSATELI. (oh, anche questo è un link. da qui si scarica il disco dei ciembers. però poi compratelo che la grafica è bellona. io ancora non l’ho fatto. ma solo perchè ero troppo briaco)

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