hoosiers
dicembre 31st, 2010 § 1 commento

____ febio, recensisci un film sul futbol. o comunque un film in cui ci sia un coch che fa un discorso che fa piangere. fallow!
a me piacciono solo i film di pugilato. e quelli del biliardo. tipo lo spaccone o quelli di nuti. ma non so se vale come sport il biliardo. e dato che il calcio al cinema non si può vedere, che in qualunque modo lo prendi e lo riprendi pare sempre di vedere i polpacci secchi di aristoteles che dribbla lentissimo o i cotechini di amendola in professione vacanze che va dritto e nessuno lo ferma e tutti cadono, e detto che persino il mezzo film di sorrentino ti fa storcere la bocca e quindi no niente film sul calcio, per carità (anche se da piccino ho visto millanta volte un film che si chiama hot shot che c’era pelè che faceva la rovesciata), allora oggi ho voluto cimentarmi col basketball. che secondo me film del basketball ho visto solo voglia di vincere. hoosiers è un film degli anni ottanta ambientato negli anni cinquanta con colonna sonora degli anni ottanta che pare sputata quella dell’a-team quando fanno le missioni. hoosiers è un film che dovrebbe chiamarsi hoosiers ma nei titoli iniziali compare la scritta best shot. hoosiers è un film che non so nemmeno se ho visto quello giusto. hoosiers è un film con il braccio violento di gene hackman e dennis hopper appena morto ancora vivo. gene hackman va nell’indiana per fare il coach di una squadra di basket dell’indiana. il coach prima è morto. jim è il giocatore di basket più forte del mondo ma ha smesso di giocare quando il coach è morto. jim è muto e gene hackman non gli dice nulla. non gli dice torna a giocare. gli dice che a lui non importa se tornerà a giocare o meno. e jim non ha smesso tipo non prendo più in mano un pallone da basket. gioca. solo che non gioca le partite e non si allena. gioca per conto suo. gene hackman non si capisce se è un bravo coach. anzi secondo me non sa niente. perchè non fa niente gene hackman. dice solo che prima di tirare devono fare quattro passaggi. passarsi la palla quattro volte. solo che la perdono sempre dopo quattro passaggi. e allora l’unico che sa giocare si rompe i coglioni e inizia a fare tutto dassolo e tira e segna. e gene hackman cosa fa? lo leva dal campo e gioca in quattro. e a un certo punto prende come assistente dennis hopper che è un alcolizzato. è alcolizzato perché vent’anni prima quando giocava ha sbagliato il tiro decisivo. quello della vita. ma gene hackman gli dà una ripulita e dennis hopper è l’unico che sembra sapere di basket. e tutti a dire che è merito di gene hackman. e invece no. comunque all’inizio gene hackman vuole solo la disciplina. e perde tutte le partite. allora vogliono farlo fuori. e fanno una riunione con tutto il paese. c’è anche lo sceriffo. votano per cacciarlo. poi arriva jim che era muto e dice: è ora che torni a giocare. però torno a giocare solo se rimane gene hackman. e allora vincono tutte le partite e via di rallenty come in momenti di gloria. e arrivano in semifinale. in semifinale gene hackman fa il discorso motivazionale più sega della storia. dice che non importa che si vinca o che si perda che l’importante è mettercela tutta. e i ragazzi nello spogliatoio iniziano a battere le mani prima piano poi forte. avete capito come. poi succede che sono sotto di un punto. che due escono per quinto fallo e uno si fa male. e allora gene hackman deve mettere in campo quello più sega di tutti. il nano che non sa giocare a basketball. e il nano che non sa giocare a basketball li fa vincere con due tiri liberi che non ci si può credere tira a due mani dal basso verso l’alto come se dovesse passarti la palla medica. in finale vincono ancora. il discorso motivalone di gene hackman è questo: vi amo ragazzi. vincono all’ultimo minuto. diventano campioni dell’indiana. il tiro vincente è quello di jim. e l’ha deciso lui di tirarlo che gene hackman quando hanno fatto il time out voleva che tirasse un altro ma jim ha detto tiro io e gene hackman va bene. gene hackman secondo me non aveva mai fatto il coach. però soprattutto all’inizio fa il gradasso tanto che ci credi che sappia fare il coach perché pensi sa il fatto suo e ora ce lo dimostra. e invece niente. e non si trasforma nemmeno in un licantropo. quando mette piede per la prima volta in palestra caccia via il supplente di ginnastica. il supplente di ginnastica allora gli dice questa cosa qui che non ho capito. ci sono due tipi di scemi: uno nudo che abbaia alla luna all’aperto e uno che fa la stessa cosa però nel soggiorno di casa mia. e neanche gene hackman la capisce. forse il supplente di ginnastica aveva visto anche lui voglia di vincere. gene hackman sembra lui il supplente ma al contrario. era come quando il professore di educazione fisica veniva a farti supplenza nell’ora di matematica. il mio professore di educazione fisica delle medie era allergico al profumo e quella volta che è venuto in classe è svenuto. anche se questo film avevano detto che era bello a me non è piaciuto.
API di Phileepow Deeowneasy
dicembre 29th, 2010 § 3 commenti

_______ phileepow deeowneasy, molti di voi lo ricorderanno per il blog questacittà, ha scritto questa storiella che narra di api. phileepow è uno che parla poco e scrive tanto. e che ha un grosso problema con lo spelling dei nomi.
A mezzanotte e diciannove di stanotte stavo guardando tutte le puntate della quinta serie di Decster. A un certo punto mi appare sullo schermo Legno nella faccia di Decster che mi dice ‘Scrivi una storia sugli animali’. Io non ho mai posseduto un animale. Se potessi scegliere, vorrei una scimmia come maicolgecson o uno struzzo come macs pezzali. Una volta tornavo a casa dei miei genitori, a Casalecchio – che anche se non vuoi, a Casalecchio ci arrivi comunque, perché è la città più piena di centri commerciali del mondo, quindi in ogni pila di cartelli c’è un cartello per arrivare ad un centro commerciale e allora, se non hai bisogno del Carrozziere Giulio e dei Pianoforti ZubinMeta, seguire il cartello per arrivare al centro commerciale, ti fa sentire un po’ più nella giusta direzione – una volta tornavo a Casalecchio su quella strada dritta col limite dei settanta chilometri all’ora dove nessuno fa i settanta chilometri all’ora e che si chiama Asse Attrezzato ma che tutti invece chiamano Stradone, e all’altezza dell’uscita, vicino a un capannone nero che non ho mai capito cosa ci facciano dentro, ho messo la freccia e ho visto due struzzi che mi guardavano da dietro una rete e sembrava che dicessero ‘vaffanculo,filippo’. I miei genitori abitano sul fiume. I miei genitori sono come robertredford che dirige In mezzo scorre il fiume. A loro piace il fiume. Infatti, quando ero piccolo abitavamo in Via Trieste 9, che una volta si chiamava in un altro modo – tipo Via Trento Trieste, poi non so cos’è successo – e dalla finestra del bagno si sentiva il rumore del fiume. Poi se ti affacciavi, capivi che in effetti questo era dovuto al fatto che fuori c’era il fiume. Adesso ci hanno fatto una spiaggia artificiale che si chiama Lido Beach ed è una delle cose più tristi che io abbia mai visto ma è un luogo veramente molto indicato se nella tua lista delle priorità compare la voce leptospirosi. E comunque, quando avevo dodici anni ed ero un bambino un po’ ciccione, i miei genitori mi hanno detto che ci trasferivamo in un’altra casa. E io ero contento, perché sul fiume c’è molta natura. Il che, se ti è piaciuto In tu ze uaild diretto da Scionpènn, ti fa stare molto bene. Ma se hai il terrore delle api, invece no. Perché io ho il terrore delle api. E delle vespe. E allora ero contento, perché pensavo ‘se ce ne andiamo di qui, non andremo mai in un posto con più api e vespe’. Invece i miei genitori sono come robertredford. Gli piace il fiume. E allora mi portano in un’altra casa e sento quel rumore che è il fiume che mi dice ‘dai, affacciati un attimo che ti saluto’. E infatti è un’altra casa sul fiume. Solo che ci sono anche i terrazzi, che nell’altra casa non c’erano. Quindi, quando te ne stavi sul terrazzo a leggere un libro o a mangiare una percoca o un cacomela, sentivi un rumore tipo aereo in lontananza e allora stringevi gli occhi e le tue orecchie sembravano tipo quelle di Manimal e capivi che invece era una vespa o un’ape vicino alla tua testa. Baldazzi è stato vittima di un’aggressione di una vespa muratore/vespa col carretto – quelle che sembra che si siano rotte tutte e quattro le zampe e che stiano volando barcollando in ospedale con questi quattro arti ciondoloni – è stato vittima mentre eravamo sul terrazzo a studiare. Ma lui, che è un vero uomo, si è tolto la camicia e ha cominciato a succhiarsi fuori il veleno come rambo e io l’ho molto ammirato. A casa di Andrea Bonazzi, mentre studiavamo – le api non ti lasciano studiare, vogliono che tu sia ignorante, così non puoi informarti su come sconfiggerle – mentre studiavamo, è entrata un’ape. Io mi sono paralizzato. Lui, invece, con quello che definiva un ‘bacchetto’, l’ha tramortita e poi ha cominciato a studiarla, con una delicatezza che all’ape deve essere sembrata una carica della polizia. Dopo un quarto d’ora di sevizie, c’è stata questa scena tipo film di uoltdisney, con Andrea Bonazzi che – dal sesto piano di un palazzo del quartiere Barca – si affaccia alla finestra di camera sua con l’ape sulla punta del bacchetto, dice qualcosa tipo ‘Vai, sei libera, il mondo è tuo’ e la lancia verso l’alto. L’ape non so cosa abbia pensato però è caduta giù come un sasso.
Quando lavoravo nei boschi di Carrega, vicino Parma, il mio capo mi ha offerto di abitare in una casa che aveva comprato e che stava per cominciare a ristrutturare. Erano cinque piani completamente vuoti nel bosco. C’era una cucina. Una camera con un letto. Un bagno. E le api. Lì ci siamo trovati bene, io e le api. In cinque piani c’era posto per tutti. Poi la caldaia si è rotta. Il mio capo ha detto che ci avrebbe pensato il muratore Omar. Che mi ha chiamato e mi ha detto ‘stacca il tubo, riattaccalo, riaccendi. Vedrai che funziona’. L’ho fatto. Ha funzionato per tipo due secondi. C’eravamo io e le api intorno alla caldaia che ci schiacciavamo dei cinque alti. Poi la caldaia è morta. E io ho detto al mio capo ‘Guarda che la caldaia è morta’. E il mio capo ha detto ‘Va bene, lo dico a Omar’. Io nel frattempo stavo con la giacca in casa e dormivo con una stufetta elettrica posizionata pericolosamente vicino al letto. E per tutti i mesi che sono stato lì mi sono addormentato con Gud nait end gud lac di giorg’clùnei sullo schermo del compiuter, senza mai arrivare alla fine. Poi un giorno dico al mio capo, ‘senti, hai chiamato i tizi della caldaia?’ E lei mi dice, mettendosi un dito sulla bocca e dondolandosi ‘Oh…mi sono dimenticata. Ti mando Omar’. E Omar viene e fa la stessa cosa che aveva detto di fare a me e ovviamente non funziona e allora io gli offro un caffé e lui, molto serio, mi dice ’Mi sa che non funziona’. Poi, ok, io mi rassegno e vado avanti così per qualche tempo. Una mattina arrivo a Parma e il mio capo mi dice ‘Ah, mi sono scordata di dirti che Omar ha staccato la luce dalla casa. Però tu non devi preoccuparti, perché ti ho comprato questo’ e tira fuori un casco da minatore con la luce sopra e mi fa vedere che si accende e si spegne con estrema facilità. Sono tornato a Bologna a fine giornata.
Poi, a Bologna, con Carlotta, siamo andati ad abitare in una mansarda in centro, con vista molto europea sui viali e io ho pensato che le api non ci sarebbero mai venute lì. E invece ce le siamo ritrovate ovunque. Anche con le vespe dalle braccia spezzate. Facevano il nido ovunque. Hanno fatto il nido anche dietro le orecchie di un nano da giardino che Carlotta si porta dietro da tipo dieci anni. Hanno fatto il nido sulle tende. Hanno depositato roba pelosa e gialla in mezzo alle giacche appese. E hanno chiamato anche la blattella germanica. Che è una specie di scarafaggio rosso oblungo che è veloce come sciumàcher e lo puoi abbattere solo con una pasta che praticamente gli fa venire così tanta fame che alla fine le blattelle si rintanano e si mangiano tra di loro e probabilmente ne rimane soltanto una grassa come un tacchino che alla fine esplode e così muoiono tutte.
Quest’estate siamo andati a Berlino. E c’è una panetteria a Schoneberg dove fanno dei dolci buonissimi – io mangio qualsiasi tipo di dolce tu mi metta sotto gli occhi, anche se c’è la tua mano sopra – ma dentro le vetrine dei dolci, che ti prendi da solo con le pinze di metallo appese fuori, ci sono le api. Ce ne sono tantissime. E’ una situazione molto spiacevole. Io amo i dolci all’uvetta, tipo le girelle all’uvetta, che in francia si chiamano pain au raisins e in germania non mi ricordo. Comunque anche le api. E allora lo scomparto dei dolci all’uvetta era pieno di api. E poi, un giorno, ero fuori da un supermercato a bere il caffé e a mangiare un dolce all’uvetta e le api – che prima non c’erano – sono venute in massa verso il mio dolce all’uvetta. E allora io ho spostato il dolce all’uvetta e ho cominciato a bere solo il caffé senza zucchero. Ma le api sono venute nel caffé senza zucchero. Allora io mi sono alzato di scatto, ho travolto le sedie, mi sono ustionato un braccio col caffé bollente e mi sono messo dall’altro lato della strada a bestemmiare in silenzio come un monaco al contrario con una vena pulsante al centro della fronte, mi sono seduto per terra e mi sono fatto una sigaretta. Carlotta mi ha raggiunto e mi ha detto ‘mi hai fatto davvero paura’. E io l’ho guardata come decster morgan e le ho detto ‘ce l’hanno con me. Io odio le api’.
THE PROGRAM
dicembre 27th, 2010 § 7 commenti
mi piacciono i film sul futbol che quando l’allenatore parla io piango.
allora in ‘sti giorni ne ho scaricati un po’.
di quelli che avevo già visto e di quelli che no.
stasera ho visto de program che era tra quelli che no.
fa schifo al gatto.
se guardavo un documentario di 3 ore su come si accoppiano i cactus era meglio.
il protagonista l’ho già visto da qualche parte.
(cabal, madonna ha fatto cabal di cliv barcher. che bomba)
è il giusto compromesso tra cric di doson cric e dirti di dirti densing.
un biondo con la fronte grossa come un poster degli airon meiden che ha un ciuffo che pare uno scheit parc e una mascella che pare il mobile dell’ichea quello che comprano tutti per metterci dentro i vinili.
soffre di alcolismo.
come lo zio e il papà.
per questo fa delle cose mattissime tipo saltare con la moto dal muretto di un cantiere con dietro una gran gnugna vestita come una rappresentante di cielle o sfidare con lo sguardo un treno carico di esplosivo al plasma stando in bilico sui binari con dei mocassini ricoperti di lardo di colonnata.
è il quorterbec.
vorrebbe che il papà lo andrebbe a vedere giocare al futbol ma il papà soffre di alcolismo molto più di lui per cui sta tutto il giorno steso su un divano in una veranda con vista zona industriale di san donnino.
poi c’è un negro che assomiglia a un pescegatto, e ci ha anche il fisico del pescegatto, che si innamora di alliberri ma lei va bene a scuola e invece lui fa cacare allora lei cerca di aiutarlo e poi limonano duro dopo essere stati a pattinare sul ghiaccio ma quando lei scopre che lui ha preso 4 in matematica si arrabbia tantissimo e non gliela vuole dare più.
poi c’è un altro negro che vive in una baracca con la mamma e le sorelline che è bravissimo al gioco del futbol e fa il difensore quello incazzato nero che ferma tutti e non ha paura di nessuno e il futbol è la cosa più importante della sua vita che a un certo punto però si spezza la gamba in malomodo e va a finire che non può più giocare a futbol.
e mentre è in ospedale gli amici manco vanno a trovarlo.
ma perchè non vanno a trovarlo dico io.
poteva essere l’unica scena in cui versare una lacrima e invece nulla.
tutto il film è come se fosse tratto da un racconto di bretistonellis che tutti bevono si drogano e si fanno di steroidi, rubano al compito in classe, stuprano le cirlider e fanno le risse.
ma i film sul futbol devono essere stagione che inizia male, squadra che pian piano si affiata, nemici che diventano amici, allenatore che ci crede, allenatore che fa il megadiscorso totale imperiale che fa piangere, vittoria titoli di coda.
talvolta ci stan bene gli ecploscion indescai.
e invece qui non c’è niente di tutto questo.
l’allenatore è geims can dello squalo.
cazzo, se lo potevano giocare molto meglio.
non c’è un personaggio uno a cui ti affezioni anche solo minimamente.
tutto quello che fanno farebbe vergognare lo zarro più idiota delle case popolari di cinisello balsamo.
le partite sono esaltanti quanto un programma di cucina alla radio.
e in più sono tutti vestiti malissimo.
questo film fa cacare.
riguardo ai cactus, stavo scherzando, non si accoppiano.
P.S.
ho sbagliato. geims can ha fatto lo scooaloh.
è un film svizzero uscito solo in polonia. si tratta di una sorta di docufilm sulla ricetta segreta del torrone di gomito di merluzzo.
geims can interpreta maestosamente scooaloh, la regina dei merluzzi.
il maestro oggi ci parla di cinema | Narnia 2 – Il principe Caspian
dicembre 22nd, 2010 § 3 commenti

__________ a un certo punto il maestro ha posseduto una fionda.
ecco a dire il vero poi l’ho comprata anche io.
ma la nascondevo.
favero ci portava a sparare nei boschi in un posto che in reltà era una sorta di percorso per invasati con l’arco e le frecce.
c’erano dei bersagli a forma di cinghiali nascosti tra i cespugli.
anche di cervi.
e noi gli sparavamo con le fionde.
il maestro aveva i pallettoni di metallo.
io sparavo delle volgarissime pietre.
davanti a casa del maestro c’era un campo.
quando nel campo passavano i gatti il maestro sparava ai gatti.
dal balconcino del salottino.
nel nostro quartierino.
casa sua era piccola ma piena zeppa di giocattoli e cazzate di ogni tipo. a lui e a sua mamma son sempre piaciute le cazzate.
la renza non faceva mancare mai schifezza alcuna.
a casa del maestro qualsivoglia cassetto tu aprissi ti potevi cariare i denti.
era facilissimo.
una volta in un cioccolatino c’erano i vermi.
da quella volta non metto mai un cioccolatino tutto intero in bocca.
lo mordo a metà e guardo se dentro ci sono i vermi.
quando non passavano i gatti sparava a quello che si muoveva nel campo.
se soffiava il vento sparava al sacchetto della coop mosso dal vento.
se si muoveva l’erba sparava nell’erba.
se non si muoveva nulla sparava al campo.
e imprecava il signore.
finchè un giorno non passarono gatti.
non soffiò il vento.
non balzò una cavaletta.
non si mosse il campo.
e il maestro puntò la sua fionda a sinistra.
verso la zona abitata.
e sparò più lontano che potè.
perchè lontano dagli occhi lontano dal cuore.
vai pallettone di metallo.
vola pericolosissimo in quella direzione e cerca di non far danni.
e se proprio devi fare danni falli lontanissimo da qui.
dal parrucchiere oggi hanno quasi ammazzato un bambino dice la renza una sera.
distratto, con tutta una mano nella narice a cercare caccole da collezionare in ovetti chinder giallo canarino, il maestro risponde si e?
davvero danielino, c’era un buco nella vetrina. il proiettile gli è finito a mezzo metro di distanza a quel poverino.
l’indice trova finalmente un cappero parietale ed è come un interruttore che accende una lampadina nella testa del maestro. io non c’ero, ma credo che il maestro si sia limitato a spalancare gli occhi e a correre in camera sua a nascondere la fionda per sempre.
al percorso per invasati con l’arco e le frecce non ci siamo più andati.
se 20 anni fa al maestro dicevo che un giorno gli avrei chiesto di scrivere una recensione di un film prima mi avrebbe soffiato un rutto in faccia, poi mi avrebbe chiesto cos’è una recensione, poi avrebbe riso a volume troppo alto e poi avrebbe imprecato contro il signore.
oggi eccolo qua che ci parla di cinema.
amici, accogliamo il maestro con affetto inconsiderato perchè merita la stima e il rispetto di tutti noi. altrimenti perchè chiamarlo maestro.
maestro, pensaci tu.
Ciao legno,
vediamo se nella pausa pranzo riesco a cacare la mia prima recensione cinematografica…. Vorrei principiare con un film veramente d’ impatto, denso di sesso e di scene pulp… “Narnia 2 , il principe Caspian” ribattezzato da me ” Haslam Devidson & Marlboro Boys “.
L’altra sera sono stato al cimena a vedere HarryPotter7, la scelta è discutibile si, ma non c’entra niente… prima di entrare, vedo la locandella di Narnia 3, e mi dico, ma quando cazzo è uscito il 2? L’1 l’ho visto , è un buon film per banbini e rientrando io di cervello, in tale categoria, non me lo sono lasciato sfuggire…Quindi mi sono ripromesso, prima di Harrypotterizzarmi, che lo avrei dovuto vedere… ieri sera appunto, eccomi pronto , tra il divano e il tavolo di salotto, pronto a vederlo, un po in relax e un po facendo lavoretti casalinghi da seduto… Ovvio perchè, certi film mica si possono vedere dall’inizioallafine nel divano, bisogna distrarsi durante il film, altrimenti si rischia di addormentarsi… Insomma, il film scorre regolare, se siete tredicenni e vi piace il genere ve lo consiglio…Ma una cosa mi ha propio buttato via. Avete presente in Narnia 1 la voce da vecchiorimbambitosenzadentiscorreggione che hanno messo al leone (Haslam)? Ecco, in questo capitolo l’hanno sostituita (per fortuna!?!) con la voce del mitico doppiatore di He-man (per il potere di grayskull!!) che poi è lo stesso di George Clooney. Ma se questo non fosse bastato per capire che il leone è veramente il giesu’ della foresta, quando emette un ruggito, sembra che metta in moto un’ Harley, di quelle ipermodificate ammerigane… Al che io son saltato sul divano e ho fatto “Haslam Devidson!! ” e la mia ragazza si è messa a ridere di gusto.(son quelle battute che fanno ridere solo sul momento, dette dopo non sanno di un cazzo, mi spiace). Oltre questo, ci sono i 5 ragazzini brufolosi protagonisti, che compaiono in scena 2-3 volte da dietro la classica collinetta con sole alle spalle in formazione unita fianco-a-fianco con mano alla spada, al che alla terza volta risalto su dal divano, come svegliandomi da un torpore e dico additandoli ” Marlboro boys !”
Il parallelo è fatto, Haslam Devidson & Marlboro Boys ecco quale doveva essere il sottotitolo di questo film, altro che il cazzo di principe Caspian!
P.S. ho, se fa cacare dillo, penso sia la terza volta che scrivo una roba cosi’ lunga da dopo le medie….Mica me ne offendo….e correggimi gli errori va!
maestro è perfetto. ho scrive con l’h.
2010 | 10 son pochi, 13 non va bene.
dicembre 13th, 2010 § 3 commenti
la classifica dei dischi dell’anno a cura di (vita di) legno.
jacopo > abbiamo selezionato 12 dischi. il febio diceva facciamone uno per ogni mese dell’anno così vien fuori una sorta di oroscopo. poi l’oroscopo non lo abbiamo fatto più. un po’ perché poi pareva una rubrica di veniti fer un po’, soprattutto, perché andando avanti ce ne siamo completamente dimenticati. per fortuna. alla fine dell’articolone che segue tutti quanti converrete con me che quando è stata distribuita la capacità di sintesi con il febio sono stati assai parchi. chi? loro.
febio > i dischi che ha scelto jacopo era tutti bellissimi. ma qui non li troverete. erano tutti dischi del 2008. abbiamo fatto a botte per sceglierli. abbiamo i lividi in faccia. alla fine sono saltati fuori questi dodici sui quali andiamo d’accordo. oh, l’ordine è a cazzo. anzi no. abbiamo cominciato dall’ariete. buon ascolto.
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MALE BONDING | NOTHING HURTS
jacopo > dei male bonding ho letto mentre facevo la pupù sul rolling stons. non è che facevo la pupù sul rolling stons. ho letto sul rolling stons. poi ho visto un vidio coi ghei che limonano. ecco queste due cose insieme dovevano immediatamente bloccarmi. non che abbia niente contro i vidio. e invece non mi sono fermato. l’ho ascoltato un bel po’ quel dischetto. è veloce e fa venir voglia di guidare come un matto con gli occhiali da sole e la sigaretta spenta in bocca.
febio > anch’io l’ho letto quel rolling stones. o forse era un’altra rivista. anch’io ero in bagno. non ricordo il preciso momento. di certo ero in meditazione sul trono. sono un mago che estrae dei cilindri perfetti. non dal cilindro però. cazzo pensa se un mago estraesse un cilindro dal cilindro. che fico sarebbe? comunque dei male bonding ho letto come dei nuovi dinosaur jr. e io giù a storcere il naso. però insieme ad incuriosirmi. alla fine sì ricorda un po’ you’re living all over me. e gli hüsker dü. ma non dovevamo vederci più? che non ricordo che significa. che vuol dire? dove sono finiti i nostri fottuti soldi? kangaroo? sai cosa vuol dire kangaroo? vuol dire come si chiama. gli inglesi chiedevano agli aborigeni indicando il canguro: come si chiama? e quelli ripetevano: come si chiama. ma nella loro lingua. kangaroo. nothing hurts è un disco grezzo con ritornelli orecchiabili. strofa ritornello strofa e ponti rumorosi. a me fanno pensare anche ai nirvana di incesticide. c’è quell’attitudine lì. poterli cantare senza che ti risultino in bocca troppo melensi. secondo me abbiamo ribisogno dei nirvana. anche il disco nuovo dei wavves è un po’ così. ho visto il video pure io. ho pensato che volessero giocare sul tema della virilità. e dei legami maschili. che fanno subito cameratismo. e bretelle su petti ignudi. non credo volessero provocare. alla fine sono dei grezzoni. ed è per questo che ci piacciono. da ascoltare in una di quelle giornate in cui il sole picchia come un fabbro. a spasso su una decappottabile se ce l’avete. altrimenti va bene pure l’autobus. ma sedetevi davanti. dovete avere il parabrezza in faccia. magari guidatelo voi l’autobus. occhiali da sole. sì. ma ho smesso di fumare. anch’io la tengo spenta. virile.
SISKIYOU | S/T
febio > nella contea di siskiyou, zona montuosa del nord della california, si vocifera che viva una creatura leggendaria. simile al bigfoot per intenderci. che qui risponde al nome di sasquatch. è quel faccione che vedete in copertina. siskiyou ti fa capire che per fare un disco non hai bisogno di tanti magheggi. registrazione casalinga e aggiunta di suoni a caso presi via via sul campo durante gli spostamenti dei componenti del gruppo. parte dei quali provengono dai great lake swimmers. disco folk. pubblicato dalla constellation. canzoni a bozzetto. ti viene da pensare che gli strumenti utilizzati siano tutti in miniatura. non so. qualche ovvia eco che ci riporta a will oldham. da ascoltare seduti sul bordo della piscina vuota di un motel. all’ombra di una gigantesca palma di plastica. e uno sguardo cupo. mentre mangiate un burrito. chinate il capo e guardate nella piscina. attenti che non vi ci cada dentro il burrito. isolato.
jacopo > questo disco me lo ha consigliato biff. una volta, a torino mi son svegliato nel pieno della notte che qualcuno bussava alla porta. la casa era piena di gente che avevamo suonato in molti allo iunaited. ho attraversato il corridoio buio di una casa sconosciuta col cuore in gola. ho aperto la porta e sul pianerottolo c’era biff. l’ho guardato con gli occhi della paura. mi ha detto mi sono svegliato qui. gli ho detto hai avuto paura? mi ha detto un po’. e poi è tornato a letto.
HAVAH | ADRIATIC SURF NO SEA
jacopo > ne abbiamo già parlato molto. ora questo disco non sarà un capolavoro. fatto sta che è uno di quelli che ho ascoltato di più durante l’anno. nonostante ciò non mi sono accorto che dentro c’è la cover dei neds atomic dasbin. che se c’era la cover di colpa d’alfredo forse non me ne sarei nemmanco accorto. questo vuol dire o che havah fa cacare a spruzzo sui soffitti del mondo oppure che riesce a render suo anche vasco rossi. e apparte il fatto che una cosa non esclude l’altra adesso non riesco a smettere di immaginare havah che lo stioppa nicculo a vasco rossi.
febio > questo l’ho ascoltato parecchio. che dovevo scriverne e non sapevo bene come si faceva. allora lo continuavo ad ascoltare a ripetizione. senza sosta. come se una volta entrato nella testa poi qualcosa prima o poi sarebbe uscito. direttamente. come una cosa divenuta ormai familiare. che se ne sarebbe uscita come i gufi. come a lasciar andare via i gufi. che io mi sono immaginato poi sempre che la metafora era quella di non dare ascolto ai menagramo. ai demolitori di entusiasmo. ai cacaminchia. agli sfavatelli al ragù di merda. anche quando i menagramo siamo noi stessi. che ci mandiamo a puttane dassoli. sciò sciò gufi. quella canzone l’ho ascoltata talmente tanto che dopo mi sembrava mi dicesse: rimedierò niente. niente. niente. provate anche voi. oh, e io michele non lo conosco nemmeno. ma pure lui ora mi è diventato familiare. è diventato mio zio. e dorme sul divanoletto. da ascoltare sul litorale adriatico. a fine stagione. quando i tedeschi se ne sono già andati. quando deciderete che per andare in spiaggia vi terrete le scarpe. torbido.
SUFJAN STEVENS | THE AGE OF ADZ
febio > a sufjan stevens piace fare il genietto. vuole far sembrare tutto semplice. come sgorgasse tutto dalla fontanella in cima al cranio. che evidentemente non gli s’è ancora richiusa. dicono che quella cosa lì a odorarla ai neonati sappia di latte o di caramello. mi sono immaginato che la testa dei vecchi allora debba sapere di caglio o giù di lì. sufjan si cimenta nelle imprese disperate. e poi la cosa gli sfugge di mano. è ancora lì che deve completare la serie di dischi dedicata agli stati uniti. che detta così sembra uno solo. no. uno per stato. e poi si mette a fare le colonne sonore pure. che sembrano colonne sonore per i giochi dell’atari. e poi se ne esce con questo disco qui. che esce subito dopo un ep che non c’entra nulla con questo. the age of adz è un disco barocco. pomposo. sembra che ci sia troppo. e secondo me il genietto lo sa. e te lo dice pure. lo scrive nel titolo della seconda traccia. too much. ma poi capisci che non è un semplice esercizio. non è: ti faccio vedere quanto sono bravo. che all’inizio ti sembra proprio così. e allora lo devi ascoltare per bene. è un’orchestrina di mille aggeggini e cazzilli. precisissima. caricata come una pendola. che ogni tanto ti fa cucù. è il disco di natale. da ascoltare la vigilia fino al mattino. è il disco dei balocchi. tenete duro fino alla fine. fino alla suite per casio e simili. fin dentro all’anima impossibile. così poi potrete aprire i pacchi. sorprendente.
jacopo > hai detto il giusto febio. quello è matto. ha fatto miccigan illinois poi cos’è che ha fatto. se nasceva a milano cosa si metteva a fare, un consept su tutti i paesi della brianza? sul fatto che finiscono tutti in ate? a me un po’ mi innervosisce il sufiano. ci mette dentro tutto. certo lo fa con estremo gusto però cazzo sufiano stai calmissimissimo. che poi ci sta che la sua sia una patologia. me lo immagino a casa che gli suona il citofono e invece di andare ad aprire lui si siede e pensa a come potrebbe arrangiarlo. gli squilla il telefono e comincia a tremare. sente il segnale per non vedenti del semaforo e si mette le mani nei capelli. quello è matto febio. però sto disco è bello. c’è poco da fare.
DEERHUNTER | HALCYON DIGEST
jacopo > mi è arrivato un sms del marchetti un giorno. diceva qualsiasi cosa ascolto poi dopo 5 minuti metto su il disco dei diranter. e io ho pensato è vero per dio. perchè alla fine si tratta di una manciata di singoloni che però non sono affatto ruffiani. il febio dice che non so fare le metafore ma secondo me si sbaglia perchè secondo me questo disco dei diranter è come andare la domenica a comprare le pastarielle con zio principio. pace all’anima sua. credo sia ancora vivo.
febio > quando s’era palesata l’ipotesi di recensire questo disco io mi sono scaricato il film. the deer hunter. tutto staccato. il film più lungo del mondo. con un cacciatore e basta. non so nemmeno se c’è il cervo. mi sa che anche questa è una metafora. che io faccio sempre un po’ così. penso di partire da qualcosa di analogo. che io suppongo essere analogo. ho bisogno di un input. poi la recensione è stata accantonata. e così il disco. e anche il film. che non ho mai visto. quando ci penso nella mia testa compare l’immagine di cimino chiuso in ascensore. una ripresa dell’operatore muto di blob durante una mostra di venezia. cimino sembra la donna delle pulizie cinese di un qualsiasi palazzo accanto a dove vivi tu. cimino è la signora wang. poi l’ho rispolverato il disco. sì, è un disco di tutti possibili singoloni. forse per questo poco compatto. quasi fosse un greatest hits di pezzi nuovi di zecca. mi fa pensare a canzoni di ballo di fine anno. il prom. la limousine. e l’orchidea al polso della fanciulla che ci accompagna. un ideale ponte tra gli anni cinquanta e oggi. lui con la camicia a sbuffo e lo smoking a nolo. color carta da zucchero. da ascoltare prima di andare a dormire. concilia il sonno e facilita l’insorgere dei sogni. come le corde pizzicate dell’arpa mentre uno specchio d’acqua s’infrange in cerchi concentrici. sai quante corde ha un’arpa? 47. ogni tanto mi piace abbondare con particolari inutili. onirico.
TAME IMPALA | INNERSPEAKER
febio > quartetto giovanissimo. guidato da kevin parker. al debutto dall’australia. la sai quella cosa del canguro? sai che significa kangaroo in aborigeno? che in australia non credo ci siano nemmeno gli impala. psichedelia senza nostalgia. con alcune derive progressive. sì in qualche tratto ricordano i motorpsycho. che per inciso è il mio gruppo preferito. chitarre che a tratti sembrano suonare al contrario. basso distorto che pernacchia. batteria krauta. cori tardo sessanta. voce svogliatissima e un po’ lennoniana. e un suono che pare risucchiato. come ingoiato. come l’immagine di copertina. un cielo limpidissimo sputato dentro a un caleidoscopio. se non avete un deserto a portata di mano e delle montagne nude procuratevi uno sterrato. andate in uno di quei campi in cui il sole ha separato la terra in zolle secche e friabili e dove ha bruciato gli alberi. se proprio non potete andate a sgommare nel parcheggio vuoto in cui di solito si ferma il luna park. andrà bene lo stesso. labirintico.
jacopo > cos’è che sono gli impala? a me teim impala mi fa pensare al blec metal. come gli impala nazzaret. manco so se sono blec metal. forse no. i motorpsaico non hanno mai fatto breccia nel mio cuore. tutte le volte ci provo a farmeli piacere tantissimo. poi c’è sempre qualcosa che non mi convince. sarà che scopiazzano troppo dai verdena. sarà che fanno troppi dischi. quanti dischi fanno i motorpsaico? troppi. eppure questo disco qui mi piace. forse perchè non è dei motorpsaico. allora dovrebbe piacermi anche il disco degli amorfù. ma cosa c’entrano gli amorfù adesso? proprio nulla. raina non fare quella faccia, è solo una provocazione.
MASSIMO VOLUME | CATTIVE ABITUDINI
jacopo > sciogli le trecce ai cavalli fausto! stacca gli adesivi dal frigo fausto! spazzola per bene quei denti fausto! scuoti gli zerbini indemoniati fausto! riconsidera il teorema di pitagora fausto! scostati i capelli dagli occhi fausto!
febio > non credo che se non si fossero mai sciolti avrebbero fatto un disco così. ma questa non è nemmeno una condizione sufficiente. credo che questo disco sia così importante perchè è un disco anche dell’ascoltatore. avevamo voglia di risentire massimo volume. avevamo voglia di vivere senza dover ricorrere all’uso del tempo. della memoria. a quell’artificio. poi certo dipendeva molto da loro. ma forse anche loro appartengono alla nostra categoria. quella degli ascoltatori. anche loro avevano voglia di riascoltare massimo volume. è un disco di tutti. come se tutti ci avessero partecipato. alla fine massimo volume siamo tutti noi. è per questo che fausto non risponde. da ascoltare in cuffia o in autoradio. in un tardo grigio pomeriggio. e da usare come un ching. sentite cos’ha daddirvi. maggiore.
SHEARWATER | THE GOLDEN ARCHIPELAGO
febio > questo è uno dei miei nuovi gruppi preferiti. a volte penso che non ascolterò più nient’altro per 72 giorni filati. che voglio solo ascoltare per bene gli shearwater. poi in realtà non lo faccio perchè sono troppo dispersivo. però sono sicuro che sarebbe come un bel viaggio. a sorvolare le isole bikini abbracciati a un pellicano. e sotto tutto un paesaggio privo d’abitanti. the golden archipelago chiude una trilogia di dischi, iniziata con palo santo e continuata con rook, dedicata all’influenza dell’uomo sulla natura. è un disco solenne. lirico. arpeggi leggeri. tamburi. note di piano via via percussive. e un glockenspiel giocattolo. luccicante. è un disco delicato. che ti viene da trattare con più cura tutte le cose che ti circondano. soprattutto l’ambiente. jonathan meiburg una volta era il tastierista degli okkervil river. e lui ci tiene parecchio all’ambiente. è un ornitologo. e mi sta simpatico anche per questo. meiburg ha speso il suo tempo a giro per il mondo. ha viaggiato dalle falklands al madgascar. dall’atollo di bikini alla tierra del fuego. dal manzanarre al reno. e ha così raccolto un’ampia documentazione utile a entrambe le sue occupazioni. e insieme al lavoro del designer di mark che ha poi composto un dossier di 75 pagine. una sorta di guida visiva per l’intero album. costituita da immagini di aborigeni e progetti navali. antiche mappe e testi delle canzoni. appunti di viaggio e documenti vari. il golden dossier. che potete scaricare qui. è un pazzo furioso insomma. e questo è un altro motivo per cui mi sta simpatico. ora: non è agevole recarsi a kowanyama o alle galapagos o neppure in islanda in un battibaleno. così come prenotare un solingo volo in deltaplano. però dalle vostre parti ce l’avrete un belvedere, no? magari un posto in cui un tempo andavate a pomiciare. un inspiration point? portate con voi un cannocchiale. buttate a terra a casaccio delle vecchie mappe geografiche. fate un bel respiro. e mettetevi in ascolto. naturale.
jacopo > a me gli occhervil river mi erano stati in culo quando li ho visti a legnano. poi li ho rivisti al primavera a barcellona. prima ancora di iniziare il concerto i chitarristi tiravano i plettri sulla gente e ho pensato ‘mbecilli. e sono andato via. ho sempre pensato che si prendessero davvero troppo sul serio. nonostante ci avessero dei pezzi decisamente belli. ecco gli sciruoter hanno sta cosa che si prendono estremamente sul serio. forse è il modo epico di cantare. che a volte pare tom iorc e altre volte invece sembra il cavallo di mulàn che nemmeno mi ricordo se cantava nel film però insomma ci siamo intesi. detto questo io sull’influenza dell’uomo sulla natura non saprei scrivere più che qualche riga. sai che quando l’acqua nella ciotola della nani è marrone allora invece di buttarla via la do a giulio che è il mio ficus? oggi a tavola mia mamma ci ha detto che il figlio di una sua amica ha due petauri che sono tipo dei pipistrelli con un marsupio. stasera zan zan mi ha detto che i petauri sono uccelli che si tengono in volo grazie alla potenza delle loro scoregge. mi ha fatto ridere. il punto comunque è che ascoltare questo disco a un volume notevole nelle cuffie ti fa sentire davvero minuscolo. provaci anche tu.
WILD NOTHING | GEMINI
jacopo > quando io e il socio bliz lavoriamo come imbecilli disorganizzati in serigrafia e regna il silenzio uno dei due dice semplicemente mettilo su e l’altro va all’aipòd e suona gemini.
febio > ne abbiamo già parlato. nel frattempo li ho visti dal vivo. e il disco è già parecchio bello ma dal vivo credo che guadagnino qualche altro punto. non so. è quella patina sintetica ad andarsene. quasi a togliere il cellophane dagli strumenti. che sono strumenti veri per giunta. niente batteria di latta. che peraltro non ci sta per niente male sul disco. per carità. e persino la tastiera là è usata col lumicino. lo so. si dice cercare. cercare col lumicino. o era il lanternino? va be’. è la parte degli anni ottanta che di solito ci fa più paura che sparisce. quello spettro là. i riverberi invece rimangono il loro marchio di fabbrica. che ti fanno dondolare la testa. e che sono piacevoli. e se jack tatum continuerà a lavorare con questa formazione anche in studio c’è da ben sperare pure per il prossimo disco. sul palco questi ragazzetti si muovono un po’ come si muove de niro in risvegli. titubanti. come se ballassero pianissimo una musica bellissima che sentono solo loro. come in una parodia dell’allunaggio. al rallentatore. per contrasto tatum pare meno timoroso davanti al microfono. la sua voce arriva bene. è piena. ed è vero: è uguale a tommy dummo. coi capelli rossissimi però. sott’ai riflettori. da ascoltare d’estate in spiaggia appena prima che albeggi. se incontrate uno che sta ascoltando havah non ve la prendete con me. vi avevo detto di andarci a giugno. prenotate per tempo. riecheggiante.
THE TALLEST MAN ON EARTH | THE WILD HUNT
febio > l’uomo più alto del mondo è alto un metro e settanta. kristian mattson. uno svedese di un metro e settanta. s’è mai visto? non ci si può credere. adesso verrà anche fuori che lo sasquatch esiste per davvero. ora: ci sono tonnellate di folksingers. e ce ne saranno sempre di più. non importa dove vivete. se siete del texas o di gallarate. sarete sempre là ad ascoltarli. è una cosa che ci suona dentro. e tra mille anni si ascolteranno ancora. quindi per uno di loro è dura ergersi sopra gli altri. e non basta farsi chiamare l’uomo più alto della terra. che poi il più alto non sei nemmeno e sai la fatica di star tutto il tempo sulle punte. fatto sta che questo qui ha qualche cosa in più. c’è quella voce ruvida e nasale che sì ti ricorda per forza quell’altro che sai bene chi. ma è una voce che ha qualcosa dentro. è una di quelle voci che o detesti o ti fa impazzire. e allora burden of tomorrow l’ascolteresti diecimila volte. e certo lui ammicca pure. che a lui gli piace e si piace. ma è uno sincero. quella voce gli arriva da dentro. quella voce gli nasce dalla gola. e gli esce dal naso. c’è il cuore in quella voce. e lui il cuore c’è l’ha in gola. e batte quando canta. da ascoltare in campeggio. a scaldarsi attorno a un falò. alto.
jacopo > questo è un’altro di quelli che cominci ad ascoltare e poi non la finisci più. anche se pare bob dilan e bob dilan non l’hai mai voluto ascoltare. anche se c’ha la voce nasale come eros ramazzoni. anche se è alto la metà di quello che ti vuol far credere. quando l’ascolto mi vien voglia o di strapparmi le mutande o di accendere un bel fuoco in salotto su cui cucinare salsicce e fagiuoli. o di accendere delle mutande su cui cucinare un bel salotto. accendere un salotto. cucinare delle mutande.
THEE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA | KOLLAPS TRADIXIONALES
jacopo > alla fine tutto quello che fanno va benone. c’è poco da fare ci hanno proprio qualcosa in più. l’ultima volta che li ho visti a torone contrabbassista e violinista erano in tur nonostante lei avesse appena partorito. si son portati dietro una bebisitter. con questo non voglio dire che in più hanno una bebisitter. lo sai quanto costa una bebisitter? non mi ci far pensare. questo disco non è tanto diverso dagli altri. non è più bello non è più brutto non dice nulla di nuovo rispetto a quello che han detto finora. eppure ci voleva. esattamente come ci vuole una bebisitter.
febio > credo che in questo disco qui abbiano guadagnato qualcosa. e allora contraddicimi. abbiano guadagnato qualcosa snellendosi. privandosi di una chitarra. e cesellando. ripulendo. definendo. dosando meglio gli ingredienti. non che sia un disco facile. ma è un disco che scorre via liscio. complesso ma non complicato. non so come dire. è meno ridondante forse. pur sempre elegiaco. che alterna bene i piano e i forte. i pianissimo e i fortissimo. commozione e rabbia. e se di segreto si tratta credo che il loro sia quello di saper far un uso perfetto delle pause. ma non è uno di quei dischi di quanto è bello autoflaggellarsi. e sentirsi tristi e ti faccio vedere io quanto sono triste. e io sono più triste di te. e ti batto a rubatristezza. ecco quest’anno li ho visti pure io dal vivo. e quello che tra le altre cose mi ha sorpreso è che è un gruppo che sa fare pure un buon uso dell’ironia. soprattutto lui. il cui nome nella mia testa suona ogni volta atom egoyan. e invece non si chiama così. ha una voce aspra che viene ben addolcita dai cori degli altri componenti. ma ha degli stivali bruttissimi. e quando duetta con il contrabbassista c’è un piacevole effetto straniante. come se stessero recitando ad alta voce una conta. anche atom e l’altra violonista sono una coppia. e al concerto m’è parso di intravedere il suo pancione. mi sa che avranno bisogno di un’altra babysitter. da ascoltare in una chiesa sconsacrata. o dentro a qualche rudere di pietra. in cui ci si fa luce con le candele. balla figlio di puttana. balla. sacrale.
DISTANTI | ENCICLOPEDIA POPOLARE DELLA VITA QUOTIDIANA
febio > dopo aver sentito i saluti della germana e quelli della marcella spero che gradirai anche i miei ti invio tanti tanti bacioni e che estenderai anche a franca attillio marinella titti e aldo oh adesso poi entro in particolari della giornata di oggi se non ti dispiace ti descrivo il menù così immagini quanto hai perduto nel non venire da noi a passare la pasqua dunque per prima cosa abbiamo mangiato un bellissimo antipasto composto da prosiutto salame e olive farcite e poi carciofini eccetera eccetera poi ci sono state due tipi di minestre c’era chi la voleva in brodo chi asiutta per quelli in brodo c’era la zuppa imperiale e per quelle che la volevano asiutte c’eran pasta verde e pasta arrotolata poi c’è stato un agnello arrosto anzi cotto allo spiedo che il babbo avev ha fatto costruire in camera da pranzo un camino apposta per poterlo cuocere poi con un contorno di patatine poi c’erano cotolette di agnello e poi c’era insomma ah poi sì c’era anche il fagiano che era arrivato apposta dalla tenuta che ha ereditato tonino oh poi sai c’erano altre varie cose che non ti sto a elencare oh c’erano dei dolci meravigliosi c’era una torta quattro piani farcita con zabaglione panna montata e poi un ingrediente che non mi ricordo più una qualità che mi pare che si chiama mongo qua qualche cosa del genere almeno e poi c’era la frutta insomma un pasto meraviglioso comunque alla tua prossima venuta lo ripeteremo ti saluto dinuovo e un grosso bacione ciao a tutti quanti naturalmente eh ciao. i dolori delle giovani vertebre. goloso. oh, ma l’hai capita la metafora del cilindro dei male bonding?
jacopo > colasanti si è talmente ostinato a paragonare questo disco a sussidiario illustrato della maialaditomà dei baustel che alla fine mi sono ascoltato due volte sussidiario illustrato del budelloditopà dei baustel. colasanti so dove abiti. non so che macchina hai. quindi per sicurezza credo che ti bucherò le ruote del frigo. c’è chi lo ha definito disco dell’ano. è uscito in vinile per cui immagino che sia stato doloroso. c’è chi lo ha definito un tributo a dieci anni fa. non sono d’accordo. secondo me è semplicemente un disco col cazzo duro suonato con l’urgenza di chi c’ha una gran voglia di fare presto perchè ci sono mille altre cose a cui dedicarsi. tipo fumare una sigaretta in un parcheggio, puntare il dito al concerto di un gruppo che suona male ma lo fa col cuore grande così, suonare il campanello della tua vecchia professoressa di matematica dire suca e scappare. distanti.
carma.
dicembre 6th, 2010 § 6 commenti
fare i paladini della buona educazione non serve a niente. non porta costrutto. è tutto praticamente inutile. serve solo a innervosirsi tantissimo. ché a volte è vero ti verrebbe da frantumare il finestrino con un gomito, afferrare il telefonino dell’uomo che ti ha appena tagliato la strada e lanciarlo nell’iperspazio. ma non è bello. peggior punizione da riservare a quelli che al semaforo svuotano il posacenere sotto la macchina. se avessero un buco diretto sotto al sedile credo persino che cacherebbero mentre attendono il verde. una cacata, il giornale aperto sulle ginocchia e sotto lo spuntare timido di un camerlengo che si accerti del sesso del conducente. una volta all’entrata in autostrada c’era uno che mi stava appiccicato al paraurti come un chewing-gum, e non riuscivo a immettermi nella corsia, mi bloccava la visuale. e io tentavo di farglielo capire a gesti, parlando con il mio specchietto retrovisore, esagerando il labiale. e quello nulla. mi scherniva quel pezzo di merda, tentando ugualmente di sorpassarmi. allora io ho iniziato a fare zig-zag davanti a lui come un matto. poi rientrati in corsia ho lasciato che mi si affiancasse e gli ho fatto il dito medio. quando sono arrivato a milano la mia macchina si è bloccata in mezzo al traffico. e ha preso a fumare. e non si spegneva. e tutti a indicarmi. a indicare il cofano. guardi che la sua macchina fuma. cristo, lo vedo anch’io che fuma. ma ditemi cosa cazzo fare. avevo paura che prendesse fuoco. che esplodesse. volevo sbattere fortissimo la testa contro il volante. era il karma. bisogna limitarsi a questo. fare buone azioni per ricevere buone azioni. e di fronte ai maleducati semplicemente porgere l’altra guancia. c’è un circolo virtuoso che si instaura quando si è alla guida. succede quando finalmente un santo si ferma e ti fa passare. e tu ti liberi da quel bugigattolo in cui ti eri incastrato e sei di nuovo in strada. e allora accade che istintivamente ti ritrovi poi ad aiutare a tua volta quelli che si trovano nella tua vecchia condizione. e quelli faranno lo stesso con gli altri. credo che anche le rotonde alla francese siano un’ottima metafora di vita. che servano a responsabilizzarsi. a non delegare. a non addossare le colpe a qualcun altro. a essere artefici del proprio destino, insomma. anche se ce ne sono troppe. come le decisioni da prendere. le rotonde crescono come funghi. mi immagino alle riunioni comunali quando viene fatta richiesta di idee per migliorare la viabilità. e un fiume di mani alzate. ah, eccetto le proposte per l’introduzione di nuove rotonde stradali. e il fiume di mani che va in secca. non ho mai capito perché prima di ogni rotonda alla francese c’è un marciapiede svizzero. forse più in là dovrebbero costruire un cavalcavia belga. il teo crede alla legge della strada. ché non importa il codice. chi ha il mezzo più grosso ha anche la precedenza. e comanda tutti. il marchetti invece aveva un’altra teoria. che di notte a semaforo rosso o lampeggiante non bisognasse affrontare l’incrocio titubanti. bisognava affrontarlo il più decisi possibile. come se il semaforo fosse verde. e gli altri si sarebbero fermati. la profezia che si autoavvera? non l’ho mai capita bene. però avevo un po’ paura quando si andava in macchina con lui. e ora capisco il racconto che mi faceva di quel suo amico che in prossimità di un possibile scontro si tappava le orecchie con i palmi delle mani. come se il problema del botto fosse attutirne il rumore. un giorno di ritorno dalla metropolitana di sant’ambrogio mi si avvicina un vecchietto dall’aria tranquilla. è proprio davanti a me. e mi bestemmia fortissimo in piena faccia. pareva avesse un megafono dentro alla gola. sono saltato per lo spavento. lui in gola ci aveva il megafono, io il cuore. poi mi è risceso, lo stesso rumore sordo della pallina del bigliardino quando segni, e sono scoppiato a ridere. come un matto, come lui.
una volta sono andato a una rassegna al de amicis. il cinema lì, in sant’ambrogio. era una rassegna orror senza alcun filo conduttore se non l’orror. c’era bleid. matango. e poi un film italiano imbarazzatissimo che parlava di un tipo palestrato che prendeva troppi anabolizzanti e impazziva. si chiamava anabolaiser. faceva schifo. ma faceva talmente schifo da essere meraviglioso. dietro di me c’era un vecchio che per tutto il film ha fatto commenti a voce altissima. ma eran talmente belli che nessuno gli diceva di smettere. tipo in una scena in cui un uomo e una donna sono sotto la doccia lui ha detto con la voce di bivis e batted: eh eh, se la scopa, se la scopa in culo eh eh. e poi a un certo punto ha detto: s’impicchi! sì, a un albero di fragole! io non l’ho visto in faccia. ma sono certo che è il tuo stesso vecchietto. poi una volta io e marchetti siamo andati ad affittare un film da bloc baster. siamo stati lì 1 ora a decidere cosa prendere. tutti eccitati che era una blocbaster nait con la coca cola e le pringol e il filmissimo. alla fine scegliamo il film. non ricordo quale fosse ma eravamo molto felici. e ci mettiamo in fila. con il film le pringol e la bottigliona di cocacola. tutti e due ingobbiti a guardare gli spiccioli nelle mani. tieni prendi ‘sti due euri. no ma io ti dovevo i soldi della pizza. vabbè ma mi hai pagato le sigarette. vabbè dai tu paghi il film e io pago le pringol. e bla bla bla. arriviamo in cassa e il tipo ci chiede la tessera. e io ce l’hai tu? e marchetti: no ce l’hai tu. e io ah, è vero. alla fine la trovo. la do al tipo del bloc baster. lui digita sul compiuter. poi ci guarda in faccia e ci dice: avete un ritardo di 26 euro su bleid 2. e io e marchetti scoppiamo a ridere come due imbecilli. ma come cazzo si fa ad avere un ritardo di 26 euro su bleid 2?
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a zan zan è caduta una persiana. di quelle verdi vecchie grandi come porte pesanti come porte.
stava andando a letto e delle due che ha tirato verso di sé una è precipitata in strada con forte botto. spatapèm. è rimasta immobile e incredula a fissarla dall’alto in basso. senza alcun senso di arrogante superiorità.
quelli sovrappeso che vivono di fronte si sono affacciati alla finestra. stavano guardando la tv. come al solito.
lei ha detto vi è caduta la persiana.
zan zan ha risposto lo so.
poi è venuta di qua e mi ha detto amore mi è caduta la persiana, me la vai a prendere?
allora ho indossato il mio cappellino di lucio dalla e sono andato in strada. c’era già il marito sovrappeso della donna sovrappeso che aveva detto a zan che era caduta la persiana.
mi ha detto vi è caduta la persiana.
gli ho detto scusate, dev’esserci caduta la persiana.
si è affacciata di nuovo lei, sovrappeso. ha detto eh sì, vi è proprio caduta, mio marito è sceso a levarla dalla strada.
lui era di fronte a me.
ragazzi, basta televisione e d’ora in avanti cercate di seguire una dieta salutare. non mangio verdura da due settimane. stasera ho aperto il frigo e dentro c’era del checiap, due confezioni di margarina, due viustel economici della coop e un tapperuer con del passato di verdura di un mese fa.
aspettiamo che cominci a puzzare per poi giocarci a morra cinese chi deve andare a svuotarlo nel cesso.
zan zan ha sempre pensato che si dicesse vuster. una volta abbiamo fatto perfino una scommessa. ho vinto io. si dice viustel. al massimo vuber.
da piccolo sognavo di entrare alla coop di notte. di girare per i corridoi e assaggiare tutti gli schifi.
forse non ero così piccolo. forse ero già adolescente e fumavo gli spinelli col maestro quando mia mamma era di guardia all’ospedale. poi mangiavamo qualsiasi cosa. dai plumcheic pucciati nello iogurt al cocco ai cornfleics ricoperti di nutella. e quando finivano le scorte sognavamo la coop.
il giorno dopo c’era scuola. quando non falsificavamo la firma dei nostri genitori sul libretto. io facevo quella di mio padre. non ho mai abitato con mio padre. quando mia mamma ha trovato dietro lo stero il libretto della prima liceo le è venuto un colpo. mi ha chiesto cosa facessi quando non andavo a scuola. le ho detto che il più delle volte rimanevo a casa a dormire. non ho mentito.
il maestro non era effettivamente il mio maestro. si chiama daniele ma io lo chiamo maestro. perché mi ha insegnato un sacco di cose. tipo rullare gli spinelli, sputare in testa ai gatti, soffiare i rutti, scoreggiare sotto le coperte e guardare le ragazzine sul bus.
il 10 era il bus più vecchio di firenze. c’era un piccolo cartello di metallo con su scritto vietato sputare. il maestro saliva la rampa di 3 scalini e scatarrava regolarmente ai piedi delle vecchie. poi faceva finta di tirargli un pugno e gli faceva pagare la mossa.
dopo aver visto meri per sempre smontò una candela del motorino e lanciò questo pezzettino minuscolo che non ho idea di cosa fosse dal finestrino della macchina di suo padre che ci accompagnava a scoppiare i raudi pinolo sull’arno e mandò in frantumi il parabrezza di una macchina parcheggiata. suo padre assomigliava a favero, il terzino della iuventus. lo guardò dallo specchietto retrovisore e con lo sguardo rassegnato gli disse testa di cazzo.
allo coop compravo sempre il pompelmo gassato. mia mamma il paté di fegato per i crostini.
ultimamente io e zan facciamo la spesa alla coop che lei dice che è il supermercato più attento al mondo di tutti. ci ha i sacchetti biodegradabili e i prodotti che non uccidono i delfini.
ogni tanto compro le bottigliette da mezzo litro di pompelmo.
l’altro giorno lo stavo bevendo affacciato alla finestra mentre lavoravamo con michele e bliz in serigrafia.
mi è caduta la bottiglia su un avventore della pizzeria che c’è sotto casa. si è schiantata sui cartoni di pizza appena comprata. sono sceso di corsa per scusarmi. il tipo era già in macchina fradicio di pompelmo che stava andando via quando sono arrivato. gli ho aperto la portiera in corsa quasi stizzito perché non si era minimamente arrabbiato e gli ho detto oh, scusa cazzo. lui ha fatto spallucce ed è andato via con la sua triste monovolume e il suo giubbotto odor soda gusto pompelmo.
alla gelateria la nuvola ci sono sempre dei ragazzotti con il campari in mano e il fare degli zarri. ho sempre l’impressione che non abbiano niente da fare se non drogarsi. ho spesso voglia di non curvare e sfondare la vetrina con la macchina. ma è la macchina aziendale di zan zan. non posso proprio.
l’altra sera mi hanno spaccato un finestrino per rubare un navigatore che mi ha fatto decisamente più perdere che trovare. sul sedile della macchina c’erano due dischi che mi piacciono molto.
li hanno lasciati. ho pensato che se avessero ascoltato quei dischi in passato ora non sarebbero in giro a rubare navigatori. e mi sono sentito molto superiore a loro.
hanno rotto il finestrino quello piccolino sul retro coprendo di vetri il seggiolone di bianca. ho guidato col cappuccio.
ho pensato che alla fine mi è andata anche bene. negli ultimi 3 mesi siam stati dai carabinieri 15 volte. la prossima probabilmente ci costituiremo per omicidio. che un’altra persiana cade sicuro prima di natale. o vado a dritto alla nuvola. oppure ammazzo il prossimo ragazzino che ci scoppia un petardo sotto casa.
maledetto carma. mi hai davvero rotto il cazzo.












