gennaio 30th, 2011 § 2 commenti

mimmo

gennaio 26th, 2011 § 1 commento

la vita nei boschi. ieri c’era anche mimmo il boscaiolo, che tra l’altro dice sempre hai capito? capisci cosa voglio dire? stai capendo? e sembra che ti stia trattando come uno scemo che non capisce mai nulla. certo che ho capito testadicazzo. che poi un po’ va anche bene che io ho sempre bisogno di un piano. di fare il punto prima di iniziare. e invece dopo un po’ capisci davvero. solo che capisci che il suo è solo un intercalare. dice anche sempre telodicoio. dopo qualunque frase. quell’albero è morto in piedi. telodicoio. quando l’albero inizia a muoversi scappa. telodicoio. non capisci quanto cazzo è grossa una pianta finché non la vedi distesa per terra. io non ho il senso della misura. e la vita nei boschi è piena di luoghi comuni. come il tirare troppo la corda. è una fatica imbroccare il cappio al ramo al primo lancio. ma è ancora più faticoso assicurarsi la sua giusta tensione. ci sono tronchi tagliati che sanno di radice di liquirizia. altri che sanno già di mobili. ma ieri ce n’era uno di castagna che sapeva di ketchup. davvero. a un certo punto c’era mio padre che faceva il palo. la sentinella. a metà strada tra me e mimmo. mimmo con la motosega. accendere la motosega al primo colpo è una goduria pari a quella che prova ralph macchio quando prende la mosca al volo con le bacchette da riso. e poi c’ero io a monte che guidavo il verricello. mimmo dice varricello. ma io non l’ho corretto mai. e quando si lavora non ci si ferma fin quando non si ha finito. nemmeno per bere. che alla fine mimmo ha bevuto un litro e mezzo di tè freddo. e mio padre che voleva fargli un complimento gli ha detto è come per le vacche che una volta che si mettono a bere non la finiscono più. per lui tutte le bestie sono nobili quanto l’uomo. però certo dire: mimmo sei come una vacca. ecco. e quindi mio padre doveva farmi i segni con la mano quando tirare. perché io mimmo non lo sentivo, né lo vedevo. mimmo tra l’altro è uguale a jimmy il fenomeno. e io guardavo mio padre. sessantaseianni. che sbirciava. appoggiato al tronco con il braccio sulla fronte. a ripararsi dietro l’albero. mio padre. sessantaseianni. pareva giocasse a nascondino.

telegrafo 05

gennaio 26th, 2011 § 2 commenti

bianca spacca. è simpaticissima e non piange mai. ride a tutti. e le importa una sega se a tenerla in braccio è sua mamma o uno sconosciuto incontrato al bancone dell’autogrill. quest’inverno, quando ho fatto il viaggio, ad ogni autogrill suonavo. cioè non è che suonavo proprio io. all’uscita dico. erano le porte che suonavano. e allora toccava giustificarmi ogni volta. la testa nascosta nelle spalle e le braccia spalancate. con la faccia di chi non sa nulla: ingenuo e buono io con il cuore di panna. io ho il cuore di panna. buono il cuore di panna. come a dire: non ho rubato nulla. credetemi. quando sono arrivato a casa ho capito. avevo lasciato nella maglia che avevo appena comprato la targhetta antitaccheggio. l’imbarazzo dell’antitaccheggio. il senso di colpa di chi non ha fatto nulla. una volta un calabrese appena uscito dal carcere è entrato nel locale in cui lavoravo. e a uno al bancone gli ha detto. “tu sei uno sbirro, io ti mangio il cuore”. pensa se lo avesse detto a te. “io ho il cuore di panna”. il locale si chiamava per l’appunto cuore e quell’estate io ero il responsabile. avevamo appena aperto e c’eravamo solo io la banana e un tipo nuovo che diceva di giocare a regbi e citava la divina commedia. in realtà avrebbe potuto citare qualsiasi cosa. tanto non lo ascoltavamo. era piuttosto grosso ma davanti al calabrese si è immobilizzato come un gatto di notte di fronte ai fari di una volvo sparata a centottantallora. il calabrese, che poi chissà se era davvero calabrese, è entrato senza buongiorno buonasera ed è andato in fondo al locale a lasciare un sacchetto di plastica contenente chissaccosa. come se lo facesse abitualmente. ma era la prima volta che lo vedevamo. del resto era appena uscito dal carcere. questo poi lo abbiamo scoperto dopo. era seduto proprio davanti a me e tutte le volte che si distraeva per pulirsi il nero sotto le unghie con una cannuccia masticata io sbarravo gli occhi in direzione della banana e indicavo con un leggero movimento del mento le scale che portavano all’ufficio in cui c’era un telefono con cui avremmo potuto chiamare la polizia. ma la banana non deve aver capito. perchè anche lei era immobilizzata. parevamo un presepe. tutti fermi intorno a un pazzo con gli occhi iniettati di sangue e le unghie sudicie. poi se n’è andato. ha spaccato la vetrina di un altro bar, ha preso a testate un poliziotto ed è tornato in carcere.

VERDENA | WOW

gennaio 24th, 2011 § 8 commenti

ho preso il treno delle 22:13 invece che quello delle 22:36. ho pensato ci metterà comunque 20 minuti. zan, arrivo alle 22:30. ok, lascio bianca ai nonni e vengo a prenderti. dopo le 21 non c’è più il verso di tornare a casa se non facendosi venire a prendere al paese vicino. alle 22:35 squilla il telefono. stavo ascoltando miglioramento. per la terza volta di fila. dove sei? sul treno. dimmi dove sei scemo. stiamo arrivando a marmellate. qui tutti i paesi finiscono in ate. allora sei lontano dice zan. e sei anche un babbo di minchia. scusa, son salito al volo sul treno che partiva prima. be’ potevi chiedere a che ora arrivava. è vero. qual è la prossima fermata? mmmm, pare che sia saccodipatate. sei un babbo. a tra poco. al primo semaforo mi metto a cantare affrontaaaa la rivoluzione allo speeeechiooo. e zan dice cos’hai detto? affronti la rivoluzione allo speck? hai presente quando si dice che del maiale non si butta via nulla? questo disco è come mangiare un maiale intero. è forse è un po’ troppo a meno che tu non sia un dinosauro cattivo e affamato. è come andare a un pranzo luculliano e abbuffarsi di antipasti prima ancora che arrivino le portate vere e proprie. non ce la fai mai a gustarti i tre primi e i due secondi. la parola dessèr ti fa venire voglia di vomitare e quando lui arriva in tavola tu sei fuori a fumare sigarette al freddo con una mano in tasca che gioca col tagliandino rosa del guardaroba. ho grande stima per i verdena. trovo che siano un gruppone bello grosso e qua dentro ci sono dei pezzoni importanti, derivativi a destra e a manca, ma tuttosommato belloni. ma visto che molti altri li trovo superflui e penso addirittura che tolgano importanza a quelli belli, col febio ho deciso di tagliare il disco in questo modo, facendo una nuova scaletta. che un tempo i verdena facevano i dischi di una decina di pezzi e quelli che non mettevano dentro li usavano come bisaid dei singoli. cosa diavolo gl’è passato per la testa? secondo me han voluto fare uno sgherzo alla iuniversal. comunque la nostra scaletta di wow è questa. tutto il resto facciamo finta che non sia qui dentro.
 
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01. scegli me
02. loniterp
03. razzi arpia inferno e fiamme
04.  miglioramento
05. le scarpe volanti
06. sorriso in spiaggia pt.1
07. sorriso in spiaggia pt.2
08. è solo lunedì
09. a cappello
10. lei disse
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ci sono parole di mogol che solo in bocca a battisti sono in grado di sfuggire dal ridicolo e mantenere credibilità. non piangere salame dai capelli verde rame. (o verderame?) da piccino ci ho picchiato il capo contro più volte. ero arrivato anche a macchinare un’interpretazione arditissima: capelli che per via di un lavaggio con acqua piovana raccolta in un catino di rame diventavano verdi. alla base ci doveva essere un ancor più misterioso processo di ossidazione. o qualcosa del genere almeno. ma io l’avevo visto succedere in un episodio di arnold. dana plato che si dissavvolgeva l’asciugamano dalla testa e urlava allo specchio. i capelli che le eran diventati verdi. anche il pelo del mio cane una volta era diventato verde ma era colpa del mercuro cromo. non c’entrava il rame là. e quindi si può ben capire la faticaccia che in generale fa un paroliere meno esperto, meno efficace di lui. fermerò anche uno yacht perché un mare di nebbia è quello che ho. immagini sdentate. testi senza storie. frasi appena abozzate. e già finite. e una passerella di personaggi immemorabili che va da sharon fino a jennifer. eppure quello che in altri casi potrebbe seppellire un gruppo, questa carenza, la mancanza della parola, qui pare addirittura rafforzarlo. ché se quello è un difetto allora ci si deve trovare davvero di fronte a qualcosa di enorme. perchè in grado di sopperirne. come a dire: nonostante ciò. come quel film che ti piace tantissimo anche se detesti la protagonista. ché è sempre venuto prima il suono. il significante e non il significato. la parola scelta per assonanza (e proprio a far le pulci alle pulci credo che il fatto di aver scritto questo disco al pianoforte ne abbia in alcuni episodi frenato melodia. quasi che alberto si fosse limitato a ribattere con la voce le note che pigia sui tasti). quando troppo spesso invece la ricerca sfinita di quella giusta, la verga, la virgola, fa solo confondere il soppesare con il pesante. parole poste apposta a bella posta. ma la leggerezza di contenuto che andavo discorrendo in questo caso, in wow, se ne va a sbattere contro una ridonzanza di forma. questo disco doppio è un disco troppo. ché se già all’interno di un singolo brano ci sono così tante variazioni forse non ha senso mettere così tanti pezzi in un disco. in due dischi. ci piacciono i verdena. parecchio. ed è questo il motivo per cui ce la si prende così tanto. che si ha voglia di spender parole e sprecare il fiato. ché altrimenti non avrebbe senso. questo è un disco che ti fa innervosire. che ti viene da prendere per il collo. che ti viene da abbandonarlo, da lasciarlo lì. desistere. e poi di riascoltarlo perchè vuoi capirci bene. andare a fondo di quel che non ti ha convinto. ché dentro ci sono delle cose bellissime. e ti pacerebbe poterti prendere solo quelle. riportarle a galla. tenerti stretto solo quelle. e poi pensi anche che un po’ sia colpa tua. che ti sembra di non avere più il tempo per sentirti un disco così per bene. che non hai più i muscoli per farlo. (il fisico ce l’hai?) ma se ci lavori invece, se ti immergi, poi la fatica saprà ricompensarti. è un disco da far decantare prima di poterlo decantare. i verdena sono un gruppo onesto. ascoltatori appassionati. quel che è passato loro attraverso gli orecchi ora scorre fluido nelle braccia. le citazioni sono insieme conscie e spontanee. in wow ci sono quasi tutti gli anni sessanta: dallo sunshine pop alla psichedelia, ci sono i beach boys (onnipresenti le armonizzazioni vocali: usi ed abusi), i beatles (anche quelli di obladì obladà), i rolling stones (quasi solo quelli sympathy for the devil sul finale degli interpol), c’è il battisti di anima latina e persino i queen (il basso di another one bites the dust in apertura di uno dei pezzi dell’anno), ci sono i black sabbath/melvins (scartati dalla nostra severità), e ovviamente i nirvana e i motorpsycho. quelli sempre. i verdena ci piacciono. parecchio. ci piacciono per i tamburi da circo. per i clown tristi. per le vene sul collo. per i sorrisi spiaggiati. i cambi di registro dell’umore. i lemuri avvolgenti. le smorfie di cobain. quell’incubo folk e il suo bel video carta e forbici. ci piacciono i verdena. parecchio. sono un gruppo grosso. un gruppo con le spalle larghe che non ha bisogno delle nostre critiche. e che sa levarsele dalla giacca come polvere. però d’ora in poi meno nastri colorati e più cesoie. meno scarafaggi e più farfalle in pancia. d’accordo?

telegrafo 04

gennaio 21st, 2011 § 8 commenti

un giorno alla tivù hanno dato la notizia di michele placido che faceva la serie tv sul boss della mafia e allora hanno detto michele placido è provenzano e mia madre (che sarebbe bello ora che avesse un accento del sud e invece no) ha detto pensavo fosse pugliese. grandissima. un giorno mi ha chiesto ma marilyn manson non era morto? che hanno detto che è in concerto a milano. io mamma non è morto no. tu le hai detto quella è merilin monrò? sarebbe stato bello. invece le ho detto no mamma, non credo nemmeno stia male. e allora chi è morto? non lo so mamma, nella musica tanti. e lei, forse mi confondo con bob marley. è morto bob marley?

billietti

gennaio 19th, 2011 § 6 commenti

ho preso il treno per andare a milano. andata e ritorno. allora oblitero il billietto lì davanti alla billietteria e l’obliteratore mi dice che è troppo corto. e io mi giro verso il billiettaio col tagliando tra pollice e indice e lui mi dice tutto bene? è troppo corto dice l’obliteratrice. allora lui lo guarda come se riuscisse a capirlo così se è della dimensione giusta e lo cestina. e quello che mi dà va bene. però al ritorno uso il billietto che mi era rimasto e l’obliteratrice di cadorna mi dice che è troppo lungo e io corro dal billiettaio e gli dico questo billietto è troppo lungo. e lui mi fa e te lo devo tagliare io? e io vorrei avere la prontezza di dirgli e chi cazzo me lo dovrebbe tagliare brutto testa di banana. e invece faccio la faccetta del bambino che non ha il libro di testo e dico mi dispiace ma io non ho le forbici. col billietto tagliato torno all’obliteratrice e questa volta mi dice che è troppo corto. ma io non mi spazientisco per nulla, faccio retrofront e torno dal mio amico billiettaio con le forbici come se stessi guardando il mondo attraverso un billietto del treno che tengo sempre tra il pollice e l’indice. e lui mi dice è troppo corto eh? e io faccio sì sì con la testolona e mi faccio tenerezza. allora lo timbra e mi dice di andare all’ultimo girello dove ci sono i controllori. e io vado lì e lo mostro ai controllori che mi faccino passare e andare a prendere il treno. e c’è un controllore nano coi capelli riccioli e lunghi che non si possono affrontare che mi fa mille domande senza aprire bocca. gli dico me lo hanno timbrato alla billietteria perché prima era troppo lungo poi me lo hanno tagliato e adesso è troppo corto. lui mi dà di gomitino e mi dice era meglio quando era lungo. e fa il sorriso dello zio che racconta la barzelletta durante la cena di natale.

telegrafo 03

gennaio 18th, 2011 § 1 commento

mi è venuta in mente una tua fiamma. eravamo andati a mangiare alla crota piemontese. mi stavate aspettando. e lei ti diceva: è lui? ad ogni tipo che passava di lì. e tu: ma va’, il febio è belloccio. poi tu mi avevi chiesto com’era lei. carina dissi io. e tu: dovresti vederla nuda. e poco dopo mimavi una telecamera immaginaria durante il coito. non ricordo assolutamente nulla di nulla. c’era il padre di tazuya, seduto di spalle, che mangiava dassolo alla crota piemuntèisa. non parlava mai. noi ci immaginavamo bevesse saké. e invece era solo acqua. lei la accompagnavamo a cadorna a prendere il treno. forse ho capito. si chiamava aliscia ed era bassina e bionda. un po’ la faccia di cazzo. ma insomma abbastanza carina. con la faccia da cazzo sì. però avresti dovuto vederla nuda. è vero. aveva un fisico perfetto. nonostante fosse nana. o forse proprio perché era nana. era perfetta ma la faccia l’aveva come il cazzo. sicuramente l’amavo molto. una volta è venuta da me e non avevo i preservativi. allora ne ho chiesto uno al vicino di casa. era tedesco. e per spiegargli preservativo ho fatto il gesto del trombare tipico del sud. futtere. come a spingere la pedivella della vespa con il pugno piatto. con tutti i ditoni piegati e il palmone che si sposta a martelletto ripetutamente in avanti.

telegrafo 02

gennaio 17th, 2011 § 1 commento

tu io il marchetti quel tizio amico del marchetti che si copriva gli orecchi prima del possibile botto di un incidente d’auto e silvia che pensavo essere la ragazza del marchetti che invece non lo era che faceva psicologia con merio quella che al torrente sopra budoia aveva i capezzoli turgidi perché l’acqua faceva un freddo cane e intirizziva che gliel’avevi fatto notare tu dicendo silvia ha vinto il concorso di miss capezzolo turgido e che insieme, silvia e merio, mi hanno fatto lo scherzo del dài tuffiamoci insieme nel torrente che è gelatissimo all’uno, due e tre, e all’uno due e tre mi butto solo io e fa freddissimo ma io faccio finta di niente ma mi sono sentito un cretino alle medie e prendo a schizzare merio con delle secchiate d’acqua. ecco, un giorno andammo in una piscina privata. però siamo a firenze non in friuli qui. tipo in una piscina di un agriturismo. solo che là c’era solo la piscina e basta. che bisognava esser soci. e allora silvia dice magari voi nascondetevi che poi entriamo tutti. entriamo prima io e il marchetti e l’amico del marchetti che aveva solo un mezzo cognome e forse c’era anche brenda, che ci conoscono. poi vi facciamo entrare noi, dice. e arriva uno. tipo un contadino col rastrello. e tu e io ci nascondiamo dietro la polo bianca. accucciati. nascosti come dei bambini. ridiamo. shhhhh! arriva subito il contadino. sgamati in pieno. che succede? vi nascondete? no, no. ci facciamo serissimi. nulla stavamo controllando la marmitta che prima abbiamo battuto sul terreno. sembra tutto apposto. però il contadino vuole dare un’occhiata. no, davvero è a posto. forse abbiamo toccato la coppa dell’olio (non sappiamo nemmen che è la coppa dell’olio). ecco. poi siamo andati in piscina però. ma la seconda volta. non quella.

telegrafo 01

gennaio 17th, 2011 § 3 commenti

non ho memoria. non ho attenzione. mi perdo sempre. io sono quello che a scopa si ritrova con una carta in mano e l’avversario ne ha 3. i pesci rossi hanno completamente perso la memoria col passare degli anni. e ora non sanno nemmeno più di essere pesci. i pesci rossi hanno la memoria di pochi secondi. tre. e se gli dai da mangiare a intervalli regolari, ogni tre secondi, dopo scoppiano. “hai mangiato pesce rosso?”. ed è per lo stesso motivo che nella boccia fanno quella faccia. quel boccheggiamento ebete. quando vedono girare il pesce incontrato tre secondi prima. pensano: dov’è che l’ho già visto questo? boh. e rimangono perplessi. perpetuamente perplessi. “chi, io?” pesce rosso chi? sono un pesce rosso? costantemente spaventati senza sapere il motivo. in giardino abbiamo due bocce con dentro 4 pesci rossi. prima stavano nella fontana. poi la mamma di zan ha deciso che la fontana attira i piccioni. allora non l’ha riempita quest’anno e abbiamo messo i pesci nelle bocce. l’altro giorno c’erano zan e bianca che li guardavano. e zan parlava con bianca. e faceva: guarda bianca, allora il pesciolino rosso si chiama rosso; quello bianco si chiama bianco; quello arancione si chiama arancione e quello lì si chiama pazzo. stavo morendo. ma perché pazzo? sto piangendo. di che colore era? indefinito. zan zan ha avuto un cane basso e grasso che si chiamava “motorino”. e una gatta che si chiamava “disperata”. motorino è eccezionale. purtroppo non l’ho mai conosciuto quel cane. l’hanno rottamato un paio d’anni prima che arrivassi io.

YUCK | YUCK

gennaio 3rd, 2011 § 3 commenti

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la nani è un cane che mangia poco. non è come i labradors famelici che aspettano che gli allunghi anche un tozzo di pane secco sotto il tavolo. che se gli allunghi una buccia di banana mangiano anche quella. la nani mangia poco e tende a farlo quando nessuno la vede. spesso la sua pappa rimane lì nella ciotola per tutta la notte. qui a cer(te)menate la ciotola la chiamano baslotto. quando fuori c’è silenzio e il paese dorme la nani svuota il suo baslotto. con estrema calma. io le preparo delle zuppe ben fatte a quel cane. perché so che in canile era abituata a vedersi mangiare il cibo sotto il naso. non credo che fosse una di quelle che lottava per mangiare la nani. me la immagino in un angolo sottomessa da tutti che muore di fame ma non si azzarda a gettarsi nella mischia. che la mischia fa paura. la nani non ha amici. ha paura di tutti. e per far vedere che non ha paura mostra i denti. l’altro giorno mi sono accorto che eran finite le sue scatolette. allora ho preso una confezione di viustel grandi della coop da 3 pezzi e ho cominciato a tagliarli con grande cura. a metà del secondo viustel zan zan mi guarda e mi fa quando hai finito di fare gli origami coi viustel magari mangiamo anche noi eh? il giorno dopo son tornato a casa e la ciotola della nani era interamente occupata da un trancio di pizza. questi qui sono insopportabili. hanno tutti i numeri per diventare enormi facendo delle cose che son già state fatte da mille altri almeno 20 anni fa. io nel primo pezzo ci sento addirittura i verdena del primo disco. motorpsaico dirai tu. boh, sì. hai visto il video dell’ultimo pezzo che è quello lungo? perché l’ultimo pezzo deve essere quello lungo. o meglio se si fa un pezzo lungo si mette per ultimo. oppure si dice oh, perché non facciamo un pezzo lungo e lo mettiamo come gostrec? e poi avranno pensato noooo l’han già fatto i nirvana. allora l’han messo in fondo e basta. il video è insopportabile. c’è tutto un rallenti paura di una tipa non oggettivamente bella ma oggettivamente adeguata alla situazione indicazzi e mazzi. e poi c’è un toilettatore di cani. e si alternano delle scene in cui la tipa si doccia e il toilettatore pulisce le orecchie e masturba le teste di questi cani che anche loro son brutti ma in modo estremamente stiloso. poi a un certo punto il toilettatore fa pressione sulle ghiandole perianali dei cani ed esce della pupù. ecco tutta quella pupù, queste merde ce la stanno dando da mangiare a noi tutti. ci fan vedere il pelo della gnugna che si fa la doccia mentre ci servono della pupù di cane in un falafel completo. di quelli buonissimi. ma alla fine è merda quella che ci stiamo mangiando. eppure è buonissima. e mentre la mangiamo diciamo basta non devo più mangiare sta roba. ma non è vero. perchè rimane una gran voglia di mangiarla. maledetti loro. vanno boicottati febio. questi vanno boicottati di brutto. da domani li boicotto.
stasera zan zan mi ha chiamato in cucina. stava levando il vecchio calendario del 2011 e lo stava sostituendo con quello dell’internazionale. mi ha chiesto metto questo o quello dei boiscaut di cermenate? e io le ho detto metti quello dei boiscaut di cermenate. e lei mi ha detto ma fa cacare! e io le ho detto meglio un calendario estremamente brutto di uno uonabì bello. zan zan ha detto che sono proprio complicato.
 

primo disco ascoltato nel nuovo anno e subito prima recensione. lo troverete scritto dappertutto qual è il significato di questo nome. yuck significa un qualcosa tipo fesso o giù di lì. (non era anche il verso idiota che usciva per due volte dalla bocca di pippo?) e sempre dappertutto troverete scritto anche che questi qui fessi non lo sono per niente. parecchio furbi invece. sì, perchè gli yuck hanno confezionato un dischetto perfetto. con tutti gli ingredienti giusti. e dosati con precisione. un disco furbo, appunto. hanno bloccato una decade musicale. la migliore a loro avviso. quella che va dalla fine degli anni ottanta sino oltre la metà dei novanta. e dentro ci potete mettere tutti i gruppi che vi vengono in mente in questo momento. perché è proprio tutto quello che ci andrete a trovare, appena lo ascolterete. i dinosaur jr. le ballate dei lemonheads e dei posies. i sonic youth (operation che precede proprio una traccia chiamata guarda caso sunday). pavement (suck). jesus & mary chain. persino i beezewax. e, aggiungono loro di proprio pugno in un’intervista, buzzcocks (holing out che nel ritornello vira fino ai giorni nostri, fino a the pains of being pure at heart), joy division, teenage fanclub, sparklehorse, silver jews, red house painters. e se hai amato quel periodo non puoi fare a meno di finirci dentro con entrambi i piedi. e poi con tutto il corpo. fino a affondare la testa. le chitarre ronzanti e fragorose. i ritornelli malinconici, strazianti. le loro frasi corte e infinite, ossessive. le dinamiche pop. i piano e i forte a là pixies. gli stop and go. il wah wah di tutte possibili nuove freak scene. i feedback. e gli assolo di j mascis. in pattern recintati però, brevi e ripetuti. che mettono fuori la testa anche sotto al cantato. e, sì un po’ ti senti preso per il culo. perchè ti hanno messo tutte le cose che ti fanno impazzire. che l’hanno fatto apposta. revival anni novanta. e lo sai pure tu. e sai che diventeranno una cosa grossa. che faranno il botto. che questo dischello è una bomba a orologeria. che non basterà dire io c’ero o preferivo i demo. che forse arriverai a odiarli. eppure non puoi farne a meno. non puoi fare a meno di rimetterlo daccapo. e riascoltarlo ancora una volta. no, i can’t get away. un tempo danny blumberg e max bloom avevano una band: i cajun dance party; un esordio inodore un paio di anni fa, un po’ a là kooks per intenderci, prodotto da bernard butler. all’epoca delle registrazioni avevano qualcosa come quindici anni a cranio. e poi i due hanno iniziato a scrivere delle canzoni nuove di zecca. dei provini, nella camera di max con il dittafono di daniel. senza fretta, senza pressioni. quindi a febbraio daniel se n’è andato in israele e là, in mezzo al deserto, ha conosciuto jonny rogoff, il batterista con la capigliatura da napo orso capo. l’ha trovato in un kibbutz. lavorava in cucina e fumava hashish. il progetto gli piacque. abbandonò l’università e successivamente li seguì a londra per unirsi alla band. lui stava nel new jersey. per completare la formazione fu reclutata la bassista mariko doi. da hiroshima. perfetta anche per quell’iconografia indierock che pretende, in una sorta di regola non scritta, la presenza proprio di questo elemento: donna bassista cantante giapponese carina. ciliegina sulla torta il membro fantasma. ilana la sorellina di daniel. che proprio come un fantasma figura qua e là nei cori. ululando angelicamente. corista part-time. e che dicono loro? che dicono di loro gli yuck? dicono che vogliono solo scrivere un sacco di canzoni. che è quello che hanno fatto sin dall’inizio. già a partire dalla fine del 2009 quando hanno iniziato a circolare i primi brani, scaricabili direttamente dal loro blog. una sassata di singolini già perfetti, porcamerda. gli yuck vogliono scrivere musica che piaccia a loro e alla gente che li ascolta. e vogliono fare un sacco di album. intanto sono partiti con questo, omonimo, che uscirà il 15 febbraio per fat possum records.

in giro si trova il link per scaricarlo. le nostre remore a mettere il link sono direttamente proporzionali alle prospettive di grandezza pop della banda. in ogni modo se il link non doveste trovarlo tra un mesetto potrete acquistare il disco qui.

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