GAZEBO PENGUINS | LEGNA
maggio 12th, 2011 § 3 commenti
qui siamo di parte come non lo siamo mai stati prima. ma ieri ho pensato che ci sono situazioni in cui non si è più di parte ma si diventa di party. LEGNA è una grande festa a cui dobbiamo partecipare tutti. è uno di quei dischi che è un piacere condividere e che vive e vivrà dell’entusiasmo di un crogiuolo di invasati col dito puntato e l’ascella tempestosa. il sudore ha cancellato i nomi sui bicchieri di carta. che ognuno beva un po’ dove cazzo gli pare.
una volta avevo conosciuto un tizio che sosteneva che, perso per un soffio un autobus, non valesse la pena spolmonarsi volandogli dietro, ma che fosse sufficiente una corsetta sul posto, fintamente trafelata, le braccia su e giù come una locomotiva e di tanto in tanto una mano alzata, come in un saluto. questo perché il conducente, prese un po’ le distanze, con l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, non avrebbe avuto la reale percezione del nostro movimento. se avesse voluto fermarsi e concederci di salire, lo avrebbe fatto in ogni caso. tanto valeva allora risparmiarsi la fatica vera solo per lo scatto finale. io l’avevo trovato geniale. e legna è un po’ così: un continuo tentativo di colmare le distanze, di accorciare i ritardi; di riandare a prendere quelle cose belle che stanno indietro, nelle soffitte, nei granai, nella memoria. e poi di portarle a spasso, di tenerle qui con sé, per la costruzione di un mondo perfettamente ammobiliato. continuando a ricordarle per non permettere che smettano di esistere. e insieme, scegliere il modo più efficace per farlo, d’impatto, immediato. un modo fragoroso, granitico, scusate, legnatico (scusate ancora). senza tentennamenti, senza aspettare, come nello schiocco di dita delle decisioni. e tutto ti arriva subito e dentro c’è già tutto. il suono che bastona, che ti scuote il bacino o te lo frantuma a suon di gran pacche. in una sassata di minuti. e le parole che scendono e si sedimentano. sono vive e ancora rivive. come i ricordi, come le cose che ci sono capitate che sono parte di quel che siamo. e poi il resto sarà tutto un lavoro di camera oscura dietro al nero delle palpebre. e come loro vi fermerete sui particolari, vi perderete nei dettagli. le parole che ruotano nella testa sino a perdere significato, portarvi da un’altra parte per assumerne uno nuovo. e allora volevo dirvi che se a un certo punto, incontrando un mazzo di carte, vi ritroverete istintivamente a pensare ad un cazzo di marte, ecco, non ci sarà nulla di male.
gazebo penguins vs. federico bernocchi
maggio 6th, 2011 § 8 commenti

mi chiama capra e mi dice che vorrebbero che cantassi un pezzo nel disco nuovo. e io ci dico ragazzi io se volete lo faccio anche ma occhio che ultimamente sono davvero ovunque e rischio di far la figura del michele pattoni di noi giovani e forse non è bello. e capra dice hai ragione ci pensiamo su. poi mi richiama e mi dice ok ci abbiamo pensato su, canta un pezzo. ok. lo faccio. e poi il pezzo è bellissimo. anche se c’ha un titolo che farebbe cariare un gomito a laura pausini. e poi scrivo un altro mezzo testo e una cosa tira l’altra e alla fine ci faccio anche la grafica del disco e io e bliz con Legno, che è il nostro studio di brutta grafica e serigrafia, stampiamo il tutto. che abbiamo finito ieri perchè la prima volta che abbiamo stampato io non ero convinto.
era tutto troppo scuro e quel giallo non mi piaceva un gatto. e io non ci ho dormito la notte. e invece a bliz piaceva così ma io ci ho detto bliz io non dormo la notte e ho pure smesso di fumare e se non ristampiamo quella merda io forse mi ammazzo. allora lo abbiamo ristampato e c’era una parte che continuava a non venire e bliz doveva tutte le volte spruzzarsi l’aprimaglia sull’indice e strofinare sul telaio come un pazzo invasato e alla fine è andato via di qui col giramento di coglioni e l’indice destro più corto di mezzo centimetro.
ecco, e allora io e il febio abbiamo pensato che visto che sono invischiato in questa cosa come se praticamente facessi parte del disco e in effetti è così che mi sento, allora abbiamo detto facciamo fare intervista e recensione al federico bernocchi che è un bravo uaglione e noi stimiamo un bel tanto.
e così è andata.
e poi volevo dire che quando sono andato a correggio all’iglù audio factori ci sono due gatti, un maschio e una femmina. il maschio non ricordo come si chiama ma la femmina si chiama steve. a me ha fatto ridere.
L’INTERVISTA AI GAZEBO PENGUINS
di Federico Bernocchi
Allora. Il giorno dopo il mio compleanno, sono riuscito a intervistare Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins. Io ho appena compiuto 34 anni. Sono giovanissimo. Se fossi un regista, sarei un giovane regista italiano. Sfortunatamente non sono un regista. Ciò non toglie che io, comunque, sono molto giovane. Dico “sono riuscito a intervistare”, come se fosse un’impresa titanica, perché effettivamente così è stato. Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins è peggio di Liza Minelli. Una diva tutta matta. Per beccarlo su Skype c’ho messo tipo dieci giorni. Con Jonah Jacopo Jameson che mi mandava le mail minatorie quelle tipo: “voglio l’intervista sulla mia scrivania per le otto di domattina” e quell’altro che mi tirava i pacchi su Skype. D’altra parte bisogna dire che Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins ha una vita intensissima. Forse vi ricordate di lui per la sturia dello slumacare. Se non ve la ricordate, vi siete persi una storia edificante e bella, per cui recuperate. Poi c’ha una moglie e una figlia che fa riderissimo e con cui chiunque passerebbe le giornate intere a disegnare trenini coi chiodini. Ve li ricordate i chiodini? Io quando me li sono ricordati ancora un po’ mi mettevo a piangere. Ma questo fa parte del fatto che io il giorno prima avevo compiuto 34 anni, un po’ i nuovi 19. Ho festeggiato perdendo molta della mia dignità al bancone dove sono solito passare delle ore felici con i miei amici e amiche. Anche a causa del mio barista preferito, Mattia, che è un criminale nazista e ti versa della vodka di nascosto nei tuoi drinks a metà, il giorno dopo avevo una pigna infuocata in testa. E anche quella tipica instabilità emotiva dei giorni di hangover. Per cui appunto, a un certo punto Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins mi passa un link ai chiodini e io ho avuto una mini madeleine e poi volevo piangere e tornare a passare le mie giornate e bere ettolitri di Billy davanti a Raplh Super Maxi Eroe. Comunque a un certo punto siamo riusciti a non incrociare i flussi e a beccarci su Skype. A un certo punto abbiamo dovuto fare una pausa che Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins doveva fare delle cose con sua figlia e a me mi ha chiamato la mia zia Franca che voleva parlare un po’. Mia zia Franca è un incrocio perfetto tra Yoda e Leonard Nimoy vecchio e fa molto ridere perché a 87 anni non ha ancora imparato a pronunciare la parola “volentierei”. Lei dice “volontieri”. E la cosa bizzarra è che lo mette in OGNI frase! Una roba folle. Comunque, basta ciurlare nel manico. Qui c’è gente seria. Serietà come parole d’ordine, cazzo. LEGNA è il nuovo disco dei Gazebo Penguins. Noi abbiamo contattato per Voi Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins e gli abbiamo rivolto le seguenti domande. Nel frattempo, vi sarà utile sapere, il tenutario di questo blog mi ha spiegato che se scrivi flex tra parentesi su Skype, viene fuori un verme che si fa un autopompelmones. Sono giorni belli. Johnny Dorelli.
Oh, oh, ma che titolo è LEGNA?
Quando dai un titolo a un disco è un po’ come pensare un nome per un figlio, o un cane, un gatto o una gallina. Non ci interessava dare un titolo che celasse una storia, o il significato della vita o della musica. Volevamo che il nostro disco avesse un nome con cui ci sarebbe piaciuto chiamarlo da vecchi al bar di Samone, con un bianchino e le arachidi e le carte segnate e la barista brutta.
Sì, però LEGNA è un po’ in realtà un’indicazione della vostra musica, no? Cioè, vuol dire che è un disco con la pacca.
Certo. Anche chiamarlo FRIGO sarebbe stato un bel nome per un disco.
Però LEGNA, che scriviamo in maiuscolo perché è una roba grossa e imponente da scrivere in maiuscolo come le lapidi romane, si attagliava alla perfezione a quelli che erano i pezzi una volta finito di registrarli.
Cavolo. Attagliava. Ma è una parola vera? Cioè, la posso usare a Scarabeo?
Sì, però usala all’infinito: ATTAGLIARE, se no ti maramaldeggiano. Comunque non mi distrarre. Ascolta: LEGNA: 5 lettere come le dita della mano. 5 lettere + 3 pinguini = 8, il numero dei pezzi di LEGNA. Poi, scusa, vuoi mettere? Un pezzo di LEGNA al giorno. SpaccaLEGNA. CantiLEGNA. Dai, è perfetto. Non ti piace? dico, LEGNA non ti piace? Io ti rovino.
Sono ancora stupefatto dalla tua padronanza della lingua italica. Attagliare è fortissimo. È per questo che siete passati dal cantare in inglese con accento di Samone, all’italiano con accento di Samone?
Ora che ci penso, non c’entra molto ma ci sto pensano proprio ora e te lo dico, dico: quando hai un concerto e dici: “Ecco, adesso il prossimo pezzo etc etc lo dedichiamo etc etc”, insomma, dici due tre cazzate e attacchi a suonare, e poi ti ritrovi a cantare in inglese. Voglio dire: è strano. Come se sei lì che mangi i borlenghi con le mani e a un certo punto vuoi un coltello da pesce o i bastoncini Poi, oh, ognuno mangia come vuole. Però adesso ci risulta strano. Ma forse non si attaglia alla tua domanda.
Abbiamo deciso di cantare in italiano perché, intanto, abbiamo una padronanza assoluta della lingua. Cantavamo in un inglese posticcio che una volta il mio amico Luca di Londra che era in vacanza a Bonassora col nostro amico Babo ed era venuto a vedere un concerto a Viadana ci ha detto: “Molto fighi i pezzi. Ma perché cantate in inglese che si capisce benissimo che siete italiani?” Lui, tra l’altro, l’ha detto in un italiano perfetto.
É interessantissimo. Ma il tuo amico inglese si chiama Luca in italiano? Non Luke? È importante che tu risponda a questa domanda.
Sì. Ha tipo la mamma italiana, non so, ora glielo chiedo. Tra l’altro era in Italia a registrare un album e non so neanche se sia mai uscito. (Non so se qui si faccia riferimento al disco o a Luca. Cioè se il disco non è mai stato distribuito o se Luca non sia mai uscito di casa. Ma non è importante ai fini dell’intervista. Nda). Oh! Ma non è che adesso odiamo l’inglese e non diciamo più drink card. O che odiamo i gruppi che cantano in inglese e quelli che portano magliette di gruppi inglesi. E poi abbiamo deciso di cantare in italiano anche per questa motivazione che abbiamo scritto sul sito che adesso copio e incollo.
DOMANDA: PERCHÉ IN ITALIANO?
RISPONDIAMO SUBITO:
• 1.IL NOSTRO INGLESE ERA ED È IMBARAZZANTE
• 2.IL NOSTRO ITALIANO È FORBITO E PERTINENTE
• 3.PRIMA DI ENTRARE IN STUDIO AVEVAMO QUESTI 8 PEZZI: QUATTRO CANTICCHIATI IN INGLESE E 4 CANTICCHIATI IN ITALIANO. C’ERA DA SCEGLIERE TRA 50 E 50. ABBIAMO SCELTO 50.
• 4.IL PRIMO EP INVASION ERA CANTATO IN UNA LINGUA A METÀ TRA INGLESE E ITALIANO. IL PRIMO DISCO THE NAME IS NOT THE NAMED ERA CANTATO IN INGLESE. IL SECONDO DISCO LEGNA È CANTATO IN ITALIANO. IL 4 EP SARÀ CANTATO IN UNA LINGUA A METÀ TRA ITALIANO E INGLESE.
• 5. VISTO CHE SI TENDE SEMPRE A RIPETERE LE COSE CHE CI PIACCIONO, SE TI PIACE UNA CANZONE TENDI AD ASCOLTARLA PIÙ VOLTE E A RIPETERLA ANCHE QUANDO NON LA ASCOLTI PIÙ. VISTO CHE NON TUTTI POSSONO RIPETERE UNA CANZONE RISUONANDOLA CON LA CHITARRINA, CANTICCHIARLA O CANTARLA È LA COSA PIÙ FACILE. SE CAPISCI LE PAROLE, POI, È ANCORA PIÙ FACILE. PER DIRE: VOLEVAMO UN DISCO DA FAR RIPETERE, DA POTER CANTARE CON PIÙ AMENA FACILITÀ. LA GIOIA. L’AMORE. E CHE MAGARI MENTRE SEI LÌ CHE SUONI QUALCUNO TE LO CANTA IN FACCIA E DIVENTA MOLTO BELLO TUTTO.
• 6. VASCO CANTA IN ITALIANO
È un momento in cui la scelta dell’italiano sembra buttare, tra i Fine Before You Came e The Death of Anna Karina.
(si sente un rumore fortissimo. Dal fondo della sala di Skype, entra in scena tra gli applausi del pubblico il leader maximo di questo blog, l’artista contemporaneo del terzo mondo conosciuto anche con il nome di Mike Patton italiano” o Jacopo Lietti)
Mike Patton Italiano: Lo han fatto prima i La Quiete e poi i Dummo son stati i primissimi. Cioè, i secondissimi. Dopo i La Quiete. Ecco, volevo dirlow.
Eh, ma loro nascono così. Invece qui si tratta di gruppi che sono passati dall’inglese all’italiano.
Mike Patton Italiano: Però hanno visto giusto. Scusate. Torno a fare la merda.
(Jacopo Lietti fa su baracca e burattini, sputa in terra e se ne esce dalla sala delle feste di Skype per tornare a fare quello che stava facendo prima. Ovvero intarsiare il legno.)
Sempre sulla scelta dell’italiano: sembra quasi che ci sia anche una certa consapevolezza dietro a questa scelta. Tipo una di quelle robe tipo i gruppi metal che a metà anni ’90 facevano il loro secondo disco self titled per dire che avevano trovato una nuova identità.
No, no. È stata una scelta molto tranquillona. Non ci son state motivazioni di svolta, o di maturità o di consapevolezza e che ne so. La scelta era a 50 e 50. E probabilmente il prossimo sarà in tedesco.
Sono molto noioso. Volevo dire un’altra cosa sull’italiano. Non è stato ancora più strano quando vi siete trovati la prima volta in sala prove a cantare in italiano?
Sì, è stato strano. È stato Sollo il primo. Mi pare che il pezzo fosse Troppo Facile. Era strumentale come tutte le altre, poi a un certo punto lui si mette a urlare: “È faciiile… è tvoppo facileeee”. (Fa ridere perché Sollo ha la erre moscia. Nda.) Però io non lo sentivo, perché in sala non amplificavamo mai le voci. E così la prima volta che ho sentito che cantava in italiano è stato ad un live. Allora, dopo il concerto, gli dico: “Oh, ma che minchia canti?”. E lui, sereno: “Tvoppo facile”. E io, puntuale: “E perché?”, al che lui mi ha risposto raggiante: “Pevché ci sta bene”. E allora io ho risposto convinto: “Bella”.
Mi piace pensare che sia anche una questione di “urgenza di comunicare”. È una frase che mi ha detto una volta Carlo Masu dei Cut quando lavorava in Phonoteca e mi ha fatto ascoltare gli Old Time Relijun e mi ha detto: “senti che urgenza di comunicare!”. Io adesso tento di utilizzare questa espressione ogni volta che scrivo di musica. La vostra è stata quindi una scelta dettata dalla volontà di comunicare?
No.
Perfetto.
Però, l’italiano ha tante cose belle, che finché non registri i cantati in studio forse non capisci per bene. Ha di bello che riesci a cantare un pezzo dopo 15 secondi. E quindi ha di bello che chi ti ascolta poi si porta con sé qualcosa che diventa più profondo e radicato ogni volta che ci pensa.
Come il verme solitario, o uno stillicidio di soda caustica sul femore, sempre più a fondo, sempre di più. Poi c’è di bello che se davvero ci tieni a dire qualcosa che per te è importante nel testo di una canzone, allora c’è anche il caso che quel qualcosa passi, e che venga ascoltato. Io non ho mai tradotto un testo in vita mia. Mai, per dire. Comunque è molto raro avere qualcosa di importante da dire.
Vi siete anche sbattuti parecchio per promuovere questo disco…
Dal momento che il disco oramai si chiamava LEGNA, abbiamo deciso di fare gli ignoranti e giocarci su. Man mano che LEGNA si andava formando, abbiamo scoperto che ci eravamo molto affezionati a questo disco. E che volevamo fare tutto il possibile perché fosse un disco mondiale. Allora ci siamo sbattuti. Prima di tutto, LEGNA lo si scarica. È un regalo. E il fatto si scarichi, e sia gratis, già è un buon inizio, secondo noi, per diffondere LEGNA nel mondo. Poi abbiamo creato un piccolissimo e modesto immaginario attorno al disco. Le foto nei boschi, le barbe finte, la motosega, gli alberi, le camicie di flanella, i teaser… bé, siamo andati nel bosco qua sotto casa mia. È venuto anche Albo, che è il collega di Piter (il batteraio), e c’ha fatto le foto sbure. che poi servivano a Jacopo (Lietti, quello di questo blog qui), che ha anche cantato in un pezzo e che ha pure curato la grafica, per fare la copertina e il poster che c’è dentro al ciddì.
A, ecco! Ma perché nel disco prima avevate mille mila ospiti e in questo invece solo Jacopo dei FBYC? Cos’è accaduto? Siete diventati molto antipatici nel frattempo?
No. Assolutamente no. Noi siamo simpaticissimi. Avevamo la fila, fuori dallo studio. Però abbiamo detto di no, a tutti. Solo a Jacopo abbiam detto di sì perché ci disse che se lo lasciavamo cantare in un pezzo c’avrebbe fatto la grafica a gratis.
Quindi c’avete il braccino.
Guarda, ti rispondo con una roba che stiamo per pubblicare sulla pagina facebook dei Gazebo Penguins.
Quanto costa fare un disco?
È facile. Facciamo due conti.
Prendiamo LEGNA.
LEGNA è stato registrato all’Igloo Audio Factory, che è lo studio che, assieme ad altri, ha fondato Sollo, che suona nei Penguins. Lo IAF sta a Correggio. Le giornate trascorse in studio a registrare son state circa 10, a fine gennaio, cui vanno aggiunti altri 5 giorni di mix in marzo. Diciamo due settimane. Indicativamente, tra una balla e l’altra, per far uscire 8 pezzi mixati dallo IAF abbiamo speso 2.500€
In studio, in media, in quelle due settimane lì, c’erano quasi sempre 4 persone. Che suonavano, spippolavano pomelli, mangiavano, dormivano, bevevano e cagavano. Nient’altro. Vogliamo calcolare 10 € al giorno di spese pensione completa tutto compreso? È una cifra irrisoria, ma prendiamo quella. 40€ al giorno x 14 giorni = 560€ (trascurando i giorni in cui eravamo in 8 o più. Ma non siam qua a fare gli zelanti).
Noi pinguini, di quel che abbiamo preso per i concerti e i dischi venduti negli ultimi due anni, non ci siamo mai tenuti un euro (a parte una volta, a Pegognaga, dove abbiam deciso di prenderci 60 € a testa, e Piter disse: “Uoah. Ossigeno”). Tutto finiva in cassa, e la cassa è stata debitamente svuotata per pagare le registrazioni.
Vogliamo buttarci le spese di viaggi? Mettiamoci solo quelli che ho fatto io, per stare scarsi. Più o meno 5 volte avanti e indietro, per una spesa sommaria al difetto di 150€.
Una volta finito di registrare, il disco è andato da Carl Saff a Chigago per il master. Carl Saff è un brav’uomo con tanto di famigliola felice, e oltre a questo ti fa pagare in base al minutaggio del disco. Il nostro dura 23 minuti circa e abbiam speso 200 dollari. Che son più o meno 150€ a far conto pari.
Nel frattempo si è lavorato alle grafiche. Le grafiche partivano da alcune foto, che ci ha fatto Albo, che lavora con Piter, che suona nei Penguins, in cambio di un pranzo in giardino e di una sudata come poche. Le grafiche poi le ha seguite Jacopo, che ha pure cantato in un pezzo. Jacopo ci ha detto: “Voi mi avete regalato un pezzo, io vi regalo le grafiche”. Jacopo è un guaglione come pochi (e lo sarebbe anche se non ci avesse regalato le grafiche). Ma qui parliamo di soldi, e per tanto non starò a incensarlo con commoventi panegirici, ma possiamo solo dire che la spesa delle grafiche ci è stata abbuonata. Poi c’è la stampa, sia dei ciddì che del packaging. Siamo andati sempre da Jacopo e nella sua bottega di serigrafia che si chiama Legno (pensa te). La stampa è stata una spesa che ha deciso di accollarsela To Lose La Track, nella persona di Luca Benni (altro incredibile soggetto). Su per già siamo sui 1.200€ per cinquecento copie di LEGNA. Serigrafate a mano.
Addendiamo:
2.500€ + 560€ + 150€ + 150€ + 1.200€ = 4.560 €
Di LEGNA circoleranno 500 copie. E si sa già che, tra una balla e l’altra, 25 di queste verranno regalate a chi se lo è meritato. Ne restano 475. Saranno vendute a 10 € l’una. Il che fa un ricavo di 4.750€ nella celestiale ipotesi che vengano vendute tutte.
Tutto ‘sto pippone per dire cosa?
Niente, che per noi sono tra i soldi spesi meglio della nostra vita. E lo abbiamo fatto proprio sapendo che non ci avremmo preso una lira. Perché le cose più belle restan sempre quelle che regali. E questo disco ve lo volevamo regalare a tutti i costi.
“Se fai così, è bello”.
Bellissimo. Senti, mi piacciono molto quelle interviste in cui si chiede al gruppo di commentare con una frase una, ogni canzone del disco. Lo facciamo? Vai.
Ti interessa una premessa? Io farei una premessa.
LEGNA è stato registrato tutto su bobina. Che vuol dire che Burro è arrivato in studio con due pizze di nastro e su quello abbiamo registrato tutte le prese e un po’ di voci. Una bobina ha 12 piste, che significa che ci puoi registrare, contemporaneamente, 12 robe. Una pista però mi pare non andasse bene… In ogni caso, in gergo si dice che abbiamo registrato in analogico. Poi, una volta venuto il momento di mixare, abbiamo riversato tutti i mix su un altro nastro, spesso ¼ di pollice. Cosa significa? Non lo so davvero, però era giallo.
CINGHIALE: Forse è l’unico pezzo in cui parole e musica sono legati e compenetranti. Io quel pezzo lì, in studio, la prima volta che l’ho sentito dopo le prese, me lo son proprio visto come un cinghiale che mi veniva addosso ansante. Che tra l’altro a me i cinghiali son venuti addosso più e più volte, perciò parlo con senno di causa perché una volta io e Gisella (un cane bionico costato sei milioni di dollari, nda) stavamo inseguendo i cinghiali coi raudi, e uno di loro m’è venuto addosso, e io ero in scooter e mi son davvero cagato sotto. Cinghiale l’abbiamo provata per la prima volta io e Piter, una sera che avevamo fissato le prove e poi Sollo (basso e voce) non era potuto venire. Ci siam detti: Visto che non c’è Sollo, facciamo un pezzo metallaro con del mosh. Ed è nato cinghiale. All’inizio era molto più metallaro però.
IL TRAM DELLE SEI: È uno dei due pezzi veramente vecchissimi di LEGNA. C’è un video del Tagofest di 15 anni fa nell’internet dove c’è anche Zanna che suona e facevamo quel pezzo lì alle sue origini. A me questo pezzo non piaceva più. Quasi non volevo finisse nel disco. Poi, quando sollo e Burro me l’hanno inviato dopo il mix, è rinato completamente. Al testo di questo pezzo ha collaborato anche Jacopo.
FRATE INDOVINO: È stato l’ultimissimo pezzo che abbiamo messo giù prima di andare in studio. Tutte le volte che lo provavamo Sollo diceva: Va bé, qui per ora lasciamo così, poi lo sistemiamo in studio. L’abbiamo portato in studio che non era ben chiaro a nessuno come sarebbe andato a finire. Poi Burro (che è colui che ha registrato il disco insieme ai Gazebo Penguins) ha deciso che l’avremmo registrato tutto su tracce separate – che tipo Piter suonava solo i fusti reali e dei piatti di plastica che gli mandavano i suoni midi dei piatti in cuffia; poi il giorno dopo solo i piatti; poi il giorno dopo solo i rutti, etc. Anche basso e chitarra tutto separato, uno dopo l’altro. Poi sono arrivate le voci, e ad un certo punto il testo diceva: “Frate indovino non aspetta mai”. E i ragazzi dicevano: “No capra, no, frate indovino no. Non lo sa nessuno chi è.” E io: “Va bé. Voi, però, intanto lo sapete”. E loro seguitavano a dissentire. Quella sera in studio c’era un po’ di gente, così abbiamo fatto un sondaggio tra i presenti. Metà di loro sapevano chi era Frate Indovino, e l’altra metà no. Nella metà che non lo sapeva però c’era l’unica ragazza presente, e questo ha spostato di molto la maggioranza. Alla fine abbiamo raggiunto il compromesso, che si diceva un po’ CALENDARIO e una volta sola Frate Indovino, ma il pezzo si sarebbe chiamato FRATE INDOVINO. Al di là della diatriba sulle parole, il testo parla di una delle mie fissazioni: i ricordi. E le cose che si dimenticano. Quando dimentichi qualcosa per davvero, e cioè che non la ricorderai mai più, quella cosa smette di esistere. Se nessuno la ricorderà mai, è sparita, è nulla, basta. Eppure, ti è appartenuta. È nulla, è qualcosa che non esiste, e allo stesso tempo è qualcosa di tuo, senza che tu lo sappia. Frega? A me sì.
TROPPO FACILE: Anche TROPPO FACILE è stata registrata da fighetti, tutto separatamente. È anche l’unico pezzo in cui c’è un raddoppio di chitarra che fa un’armonia diversa (ma ve ne frega?). TROPPO FACILE ha un po’ l’aria del singolo. Chitarrine che fanno gli sleghi, tutto bello chiaro e nitido, cantato gigiulone, crescendo sul finale, ritornello che si canta in bici, finalone metallonzo. Il cantato sul finale del pezzo è stato registrato con un microfono che aveva la forma di una patata e faceva quell’effetto lì che si sente, di voce tipo da pilota di aereo. Ah. Tutte le voci di LEGNA non hanno nessun tipo di effetto. Ci sembrava una cosa importante.
DETTATO: DETTATO ci piace molto perché ha dei tempi strani. Son quei pezzi che vengono fuori così, poi ti accorgi che han dei tempi stranissimi che se dovessimo metterci a contare non ci salteremmo mai fuori. Parla degli errori d’ortografia.
CI MANCHERÀ: Questo è il pezzo più vecchio del disco. È un pezzo che suoniamo da una vita, ce l’abbiamo oramai proprio dentro alle braccia, viene fuori da solo come uno sputo. L’abbiamo sempre chiamato Hot Snakes perché ci sembrava un pezzo degli Hot Snakes. Ora non lo sembra per niente. Il testo che c’abbiamo appioppato parla di partigiani. Uoah. Non è vero. C’è la parola partigiano, e anche cippo, e mondine. Però in realtà quello che ci siamo chiesti è: Cosa faremmo noi, oggi, se arrivasse una guerra e ci toccasse scegliere? Cosa sceglieremmo, noi, oggi, se fossimo costretti (dalla storia, dagli amici, dai nemici, dallo stato, dall’etica) a scegliere? Secondo noi, quel che è certo, è che, rispetto a chi prese una decisione 60 anni fa, quello che a noi manca è la paura. Paura. E alla fine dice “Ci mancherà sempre quella paura che avevi tu. Ci resterà un peso in più”. L’assenza di paura diventa un grossissimo peso da portarsi appresso. Però non è che ora si debba star qui a spiegare e far la parafrasi, che è la morte dell’amicizia.
SENZA DI TE: È un pezzo che è partito alla grande in saletta. Poi si è fermato per mesi. C’era ‘sto ritornello che ci gasava un sacco, poi basta. Partiva il pezzo in sala, e finiva sempre dopo 25 secondi. Gran godimento, coito interrotto. Pian pianino c’abbiamo tirato fuori una strofa, ma quando fu ora di trovarci un cantato, niente. Tutto quello che ci veniva sembrava un pezzo scartato dal Liga. Eravamo alla frutta. Però avevamo il giocatore di scorta. Jacopo. Gli abbiamo mandato il provino, lui si è gasato, ha scritto il testo della strofa tipo in 7 minuti – lui fa quasi tutto tipo in 7 minuti -, poi un bel giorno è sceso a Correggio ed è venuto a registrare la sua bella cantatona. Senza Jacopo quel pezzo non avrebbe avuto una strofa. E neanche un testo. Che tra l’altro è un testo curioso perché avevo chiesto a Jacopo di scrivere qualcosa che andasse bene sia per una storia d’amore finita male ma soprattutto per un gatto che sparisce di casa. E lui ha eseguito alla perfezione.
300 LIRE: È l’unico pezzo del disco che ha una chitarra senza distorti. Dici poco: non è poco.
Nei ritornelli c’è una cosa che fa la chitarra che mi piace moltissimo, ed è questo pedalino che se togli il volume alla chitarra lui ti cambia completamente il suono. Frega? A me sì.
Il testo doveva essere una chiacchierata tra padre e figlia, ma poi non si capisce bene dove sia andato a finire.
Senti, ma voi cosa fate nella vita vera? Anche perché mi preoccupo un po’ per voi, visto che se vendete tutte le copie del disco vi mettete 34 euro in tasca a testa.
Esatto. Questo senza contare Luca (Benni, della To Lose La Track che fa uscire il disco). Peter che è il batterista, lavora con Albo che è il fotografo di LEGNA, ed è la parte tecnico/programmatizia della SOOLID, la loro agenzia di Correggio. Sollo, basso e voce, fa part time il proiezionista al cinema di Correggio, e tutto il tempo che gli resta gestisce l’Igloo Audio Factory – lo studio di registrazione dove abbiamo fatto LEGNA, di stanza a Correggio – fa il fonico a vari gruppi (Giardini di Mirò, TDOAK, etc) e suona in altri 5 o 6 gruppi. E io, chitarra e voce, Capra, faccio l’organizzatore teatrale con una compagnia che ha la sede a cinque minuti da casa mia, sulle montagne che portano a Zocca, che è il paese dove è nato Vasco.
Questa sembra una domanda un po’ così, ma in realtà è profondissima: per quale motivo suonate?
A me personalmente, vengon spesso in mente delle canzoni, dei giri. Sia quando sono in macchina che quando suono la chitarrina da solo a casa. E allora suono, ché finché non li suono per davvero qui giri lì continuano a rompermi i coglioni. Poi, son sincero – chiedilo a Sollo – dopo un tot di giorni che non facciamo le prove, a me viene la scimmia, e se non suono passo metà delle giornata a fare air guitar come i metallari quando andavo in discoteca che c’era la mezz’ora per metallari. Poi suonare è l’unica attività fisica che faccio. E mi gasa tantissimo. E quando ci si accorge che quello che fai (che ti gasa) arriva a gasare anche altre persone (quelle che ascoltano) allora si viene a creare tutto questo pioppeto enorme, pieno di piumini che finiscono nel naso, di cose morbide sotto ai piedi, “e si gode tutti insieme”.
Se diventasse un lavoro stabile, certo, ci sarebbero un sacco di cose belle in più (tipo che ci campi e che fai rivalvolare la testata ogni mese); e alcune cose più deprimenti, tipo il rischio di stancarti di caricare il furgone, di fare il check, di mangiare pizze fredde, e forse, alla lunga, di suonare. Ma è ovvio che son cose che si dicono perché, al momento, è impossibile stancarsi. Perché siamo giovani e belli e ci piace il volume.
Mi racconti del concerto più brutto che avete fatto in vita vostra, o la situazione più imbarazzante in cui vi siete trovati live?
Sollo: nel mio caso quando aprivamo a un concerto dei Red Worms Farm all’Aquaragia di Mirandola in cui mi si è rotta una corda del basso e non avevo le corde di ricambio. I Red Worms hanno due chitarre e zero basso quindi nessuno poteva prestarmi un basso quindi dopo il secondo pezzo (di quello che poteva essere probabilmente il nostro miglior concerto in assoluto e conta che eravamo super carichi) abbiamo finito di suonare. Puppa. Bello leggero.
C’è un gruppo italiano che eliminereste dalla faccia della terra, così, senza pensarci due volte?
Ma no. Ognuno fa quel che gli pare. Basta che si diverta per davvero. Ecumenismo.
C’è una cosa che trovate sempre nelle vostre recensioni, o una cosa che si dice di voi che vi dà fastidio? Cioè, questo è giornalismo di servizio: vi do la possibilità di far sentire la propria voce e smentire ciò che vi ferisce!
Capra: Siamo davvero stanchi che tutti si soffermino su quanto siamo sconsideratamente belli, senza prendere veramente sul serio la nostra musica.
Sollo: quando mi dicono sinceramente “oh gran concerto ves, ma davvero avete spaccato” e quando mi dicono così a me il concerto ha sempre fatto cacare.
Chi di voi è il divo del gruppo e che poi, quando sarete famosi, lascerà il gruppo e farà un disco solista?
Capra: Sicuramente sono io il divo del gruppo.
Sollo: Sì, Capra sta già facendo un disco solista per lasciarci disperati.
Concludo con una domanda seria di quelle che interessano gli appassionati di musica: che dischi avevate in mente quando avete immaginato il suono di LEGNA?
Capra: Io non avevo in mente niente. Però, dopo alcune chiacchierate fatte con Burro dopo che l’avevamo chiamato a produrre LEGNA, avevo capito subito che LUI aveva tutto in mente. Ed è stato così. Poi, un paio di dischi li si sono ascoltati più di altri, tipo Young Widows e Fu Manchu, ma Burro era arrivato allo IAF con in testa ben chiaro quel che avrebbe fatto coi nostri pezzi e un gran bel quadernone su cui scrivere tutte le sue manovrine.
Sollo: immaginati una valanga enorme che dalla cima di un monte ti sta arrivando addosso, e tu sei a valle, e non puoi muoverti, e sai che la fine è inesorabile però non puoi fare a meno di guardare sta roba che ti viene addosso, e la slavina arriva sempre più vicina, ma a una velocità di 10 km/h, tipo a rallenty, però è piena estate e non è una valanga di neve, ma di tronchi di legna, che ti arriva dritta in faccia. Ecco questo avevo in mente io.
LEGNA esce in fri daunlò l’11 di maggio qui
e in CD prodotto da TO LOSE LA TRACK il 27 maggio qui
