GAZEBO PENGUINS | LEGNA

maggio 12th, 2011 § 3 commenti

qui siamo di parte come non lo siamo mai stati prima. ma ieri ho pensato che ci sono situazioni in cui non si è più di parte ma si diventa di party. LEGNA è una grande festa a cui dobbiamo partecipare tutti. è uno di quei dischi che è un piacere condividere e che vive e vivrà dell’entusiasmo di un crogiuolo di invasati col dito puntato e l’ascella tempestosa. il sudore ha cancellato i nomi sui bicchieri di carta. che ognuno beva un po’ dove cazzo gli pare.

una volta avevo conosciuto un tizio che sosteneva che, perso per un soffio un autobus, non valesse la pena spolmonarsi volandogli dietro, ma che fosse sufficiente una corsetta sul posto, fintamente trafelata, le braccia su e giù come una locomotiva e di tanto in tanto una mano alzata, come in un saluto. questo perché il conducente, prese un po’ le distanze, con l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, non avrebbe avuto la reale percezione del nostro movimento. se avesse voluto fermarsi e concederci di salire, lo avrebbe fatto in ogni caso. tanto valeva allora risparmiarsi la fatica vera solo per lo scatto finale. io l’avevo trovato geniale. e legna è un po’ così: un continuo tentativo di colmare le distanze, di accorciare i ritardi; di riandare a prendere quelle cose belle che stanno indietro, nelle soffitte, nei granai, nella memoria. e poi di portarle a spasso, di tenerle qui con sé, per la costruzione di un mondo perfettamente ammobiliato. continuando a ricordarle per non permettere che smettano di esistere. e insieme, scegliere il modo più efficace per farlo, d’impatto, immediato. un modo fragoroso, granitico, scusate, legnatico (scusate ancora). senza tentennamenti, senza aspettare, come nello schiocco di dita delle decisioni. e tutto ti arriva subito e dentro c’è già tutto. il suono che bastona, che ti scuote il bacino o te lo frantuma a suon di gran pacche. in una sassata di minuti. e le parole che scendono e si sedimentano. sono vive e ancora rivive. come i ricordi, come le cose che ci sono capitate che sono parte di quel che siamo. e poi il resto sarà tutto un lavoro di camera oscura dietro al nero delle palpebre. e come loro vi fermerete sui particolari, vi perderete nei dettagli. le parole che ruotano nella testa sino a perdere significato, portarvi da un’altra parte per assumerne uno nuovo. e allora volevo dirvi che se a un certo punto, incontrando un mazzo di carte, vi ritroverete istintivamente a pensare ad un cazzo di marte, ecco, non ci sarà nulla di male.

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