LA LEZIONE DEL VENERDÌ SERA | TOMMASO RENZINI

giugno 29th, 2011 § 5 commenti

<<Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. ahah! Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. eheh… Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. ahah! Parli italiano?….>>

Mi guardo intorno per capire le reazioni degli altri, magari loro stanno avendo o hanno avuto un corso con Justine e sanno come comportarsi in situazioni come questa. Alla fine di ogni giro della cantilena, sul “ahah!”, le indirizzo uno sguardo  tra l’imbarazzato e il soddisfatto per comunicarle la mia ammirazione per il suo accento italiano quasi perfetto. Justine è bassa e magrissima, me la immagino mentre inciampa su un cavo Fastweb e si spezza una gamba di netto. Raed, invece, è l’amico di tutti i professori e di tutti quelli che girano per l’università in generale, me compreso, e in nome della nostra amicizia interrompe il loop di Justine con una domanda generica. Lei sobbalza, risponde a Raed, e mi chiede se conosco Brian Eno. Io Brian Eno lo conosco, ma non è questo il punto. Il punto è: quale risposta ha la miglior probabilità di evitare che Justine cominci a fare tutti i suoni di Music for Airports con la bocca?

<<Yes I know him…but…>>

<<Well, tonight we’re going to listen to some Brian Eno’s music during my class>>

e se ne va velocemente verso il forno a microonde che si è appena liberato.

Durante la prima settimana all’Universitè du Quebec a Montreal i corsi sono aperti in modo da dare agli studenti la possibilità di farsi un’idea sulle lezioni prima di scegliere il piano di studi.

Sono andato alla lezione di Justine, ma non mi è piaciuta molto: è un corso di tipografia durante il quale, di quando in quando, senza preavviso, partono dei pezzi ambient a volume medio. Penso che Justine voglia che gli studenti lascino che sia la musica a guidare le loro mano sul foglio, eccetera. “Penso” perché non capisco cosa dica quando parla. In ogni caso, visto che avevo preselezionato un corso di troppo, ho deciso di eliminare proprio quello di Justine, e con un giorno di anticipo rispetto alla chiusura delle iscrizioni. Ero convintissimo che il corso di Animazione che avevo confermato senza assistere alla lezione sarebbe stato migliore di quello.

Il corso di animazione è ogni Venerdì sera alle sei, il mio coinquilino Hugo mi aveva consigliato di scegliere l’orario serale perché, dato che la gente ha fame, le lezioni di solito  durano meno… Queste parole, che avevo quasi dimenticato, cominciano a ronzarmi in testa non appena entro in aula alla prima lezione: sulla fila di banchi disposti a U nella stanza, quasi ogni studente del corso ha appoggiato un tapper ware con dentro la cena. L’aroma combinato dei vapori che escono dai barattoli è molto simile a quello della mensa del Centro di Aggregazione Estivo ’93 a Umbertide, che è il motivo per cui non ce la faccio più a mangiare i fusilli. Ma con una dose maggiore di cipolla. Non riesco in nessuna maniera distogliere lo sguardo dal ragazzo robusto che nella fila di fronte alla mia sta mangiando degli spaghetti con sopra un sugo marrone. Fissa intensamente negli occhi il professore con gli spaghetti che gli penzolano gocciolando dalla bocca. Al liceo, i compagni che facevano culturismo erano costretti a mangiare il tonno di nascosto durante le lezioni perché ai professori non interessava niente degli orari ferrei previsti dalle loro diete. Qui l’approccio pare molto più rilassato. Accanto a lui c’è una ragazza riccia con un tapper ware pieno di una zuppa verde granulosa con dei cubi biancastri che galleggiano. Credo che la zuppa, guardando in alto dalla propria prospettiva, stia assistendo ad uno spettacolo piuttosto simile. Alla sua sinistra una ragazza minuta non riesce a tenere gli occhi aperti e continua ad addormentarsi per brevi intervalli di due secondi, per poi rinvenire, con una rapida frustata dell’osso del collo, ogni volta che la testa le compie un giro antiorario completo.

Fino a quel momento avevo avuto soltanto lezioni al mattino, e gli studenti e i professori che avevo incontrato erano tutti mediamente belli e posati alla maniera dei designer canadesi. Il fatto che alla prima lezione dopo il tramonto cui assista la tipologia di persone cambi così drasticamente comincia ad insospettirmi.

Dopo l’introduzione al corso, il professore comincia a fare l’appello. L’elenco scorre via liscio fino al mio cognome che, pur non essendo difficilissimo da pronunciare per un franco-canadese, suscita sempre qualche secondo di suspense. Jean Francois, il professore, si avvicina al mio banco sorridendo per capirne meglio il suono, mentre io capisco come la dose maggiore di cipolla nell’aria rispetto all’odore della mensa del Centro Estivo fosse tutta merito della sua igiene personale. È strano come il corso di Justine mi sembri ora una grande occasione persa.

J.F. spenge le luci e fa partire la proiezione di alcune animazioni di Norman Mc Laren. Mi metto comodo e copro il naso con la sciarpa. C’è qualcosa, però, che mi infastidisce, una sensazione simile a quella che si prova al cinema quando i pannelli delle uscite di sicurezza sono troppo luminosi; un cretino a due posti di distanza ha il Mac spalancato e sta creando uno spiacevole effetto abat-jour. La luce che il portatile gli proietta in faccia fa risaltare un paio di baffi da sega che si inarcano ritmicamente mentre lui, indicando lo schermo, sussurra a voce altissima qualcosa al suo vicino di banco. Nemmeno questo, come d’altronde il fatto che la gente stia mangiando, sembra disturbare Jean Francois, che sorride soddisfatto immerso nell’aura azzurra dell’animazione.

Finita la carrellata Malcom Mc Laren, le animazioni si fanno più figurative. Non importa dove sei e con chi sei, a casa di domenica sera o in una scuola di design a Montreal, con gli amici o con dei serissimi sconosciuti in una stanza buia: le risate partono sempre e solo quando qualcuno si fa male. Gli animatori sovietici pare avessero imparato questa regola poiché, ogni qual volta l’animazione sullo schermo si fa troppo intricata, ecco una scena del protagonista che cade, o che viene colpito alle palle, o che viene schiacciato da qualcosa di pesante. E tutta la stanza ride. Ogni tanto, tra un filmato e l’altro, il professore accende la luce per chiedere se nessuno abbia commenti da fare. Ricordo che Noemi, una delle sorelle di Ascella,  una volta in campeggio scattò una foto con il flash in piena notte tenendo la macchinetta al contrario e perse la vista per mezzora. Quello che sta facendo Jean Francois è altrettanto dannoso. Porto la sciarpa dal naso agli occhi.

Quando in sala tornano le luci, alla mia destra è comparso un goth. Un paio di stivaloni di pelle e metallo fanno capo ad un viso efebico adombrato da una bombetta in feltro merinos. Lo osservo mentre disegna un coniglio in un cappello, col tratto di chi non pare eccezionalmente dotato ma che su quel soggetto si è allenato parecchio. Jean Francois ha ricominciato a parlare, probabilmente siamo arrivati ai saluti, che per il ragazzone della fila di fronte dovrebbero coincidere con l’ammazzacaffè. Il goth nel frattempo ha completato il coniglio nel cappello e si sta misurando con un coniglio in una tazza di tè nella pagina successiva del quaderno. Il ragazzo con il baffetto da sega e la sua ghenga, invece, si sono disposti a cerchio intorno al professore; io decido così di sfruttare la loro copertura per uscire dalla classe, imbucare l’ascensore, e poi la metropolitana.

Quando esco fuori c’è la luna piena. E non credo sia una coincidenza.

DO NASCIMIENTO | DO NASCIMIENTO

giugno 22nd, 2011 § 3 commenti

una volta la mamma di marchetti ci ha regalato i biglietti per andare a vedere ludovico einaudi al teatro. ludovico fa quelle robe che è impossibile che non ti piacciano perché sono colonne sonore perfette di ricordi di banbyno. lui suona e in bocca senti il sapore dello zabaione sbattuto da tua nonna nella cucina della casa in campagna. o la carezza di suor anna il giorno in cui il celli ti ha dato un cazzotto fortissimo nella nuca. i do nascimiento sono come un banbyno in costume che ha venti euro in mano al bar della spiaggia. puoi rubargli i soldi o prenderlo in collo e tirarlo su all’altezza del bancone. il mago do nascim(i)ento oggi fa il parrucchiere in brasile. tra la merce che la guardia di finanza gli ha sequestrato c’era anche un pallone da pallavolo sgonfio e una lettiera del gatto grande quanto quella spiaggia. nonostante il nome che si sono rubati, i do nascimiento non promettono. non promettono né di strabiliarti con chissà quale sortilegio, né di levarti di dosso in un solo colpo tutte le tue sventure. pur restando dei cialtroni, non ti prendono per il culo. sono solo quattro imbecilli che si rincorrono con la foia di un diciottenne, alzando troppo la sabbia, buttandosi addosso gavettoni riempiti col piscio, disturbando tutti con lo stereo troppo alto. ma loro sono un banbyno o un diciottenne? sono un banbyno diciottenne nano che non arriva al bancone. presto, rubategli i soldi.

do nascimiento sarà scaricabile gratuitamente qui  e uscirà presto in 100 copie in cassetta grazie a two two cats bad tapes e a (vita di) legno. e non dite che non ve l’avevamo detto.

RAEIN | SULLA LINEA D’ORIZZONTE TRA QUESTA MIA VITA E QUELLA DI TUTTI

giugno 17th, 2011 § 4 commenti

mi ha chiamato michele prima. mi ha detto che il caunter dei daunlò è impazzito si è bloccato e poi è ripartito. infatti se vai sul sito ci sono tipo 200 daunlò. che è una cifra alta per un disco uscito ieri. la verità  invece  è che quel disco lo hanno già scaricato e ascoltato almeno 3/4mila persone in nemmanco un giorno. se non di più. e continueranno ad ascoltarlo una valanga di genti. anche se un cantato non c’è. sono urla su una base ultramelodica. quand’eravamo in serigrafia e lo stavamo ascoltando ti dicevo come fosse strano il fatto che a vent’anni una cosa così risultasse per me totalmente indigeribile e che allora mi sarei aspettato che passati i trenta non l’avrei nemmeno più tenuta in considerazione la sola idea di ascoltare un disco così. che avrei detto: sono riusciti ad arrivar ad essere così melodici mantenendo quel tiro, allora perché la voce continua a urlare, a sbraitare? invece ora mi piace. mi piace proprio questo disco qui. alla fine la voce (anzi le due voci, che sono in due a cantare, che s’incastrano a pennello), questa voce qui, urlona, non è altro che uno strumento. è un’altra chitarra distorta. e i testi sono il suo spartito. quando da rigazzino in cameretta ascoltavo la gente che strillava e entrava mia mamma, mi sentivo un po’ in imbarazzo. ecco è come se i raein fossero riusciti a rendere l’urlo accettabile anche dalla mamma che ti entra di soppiatto in cameretta. ma che roba stai ascoltando? se stai ascoltando i raein non te lo può più chiedere. perché quelle urla lì son proprio dolci. mica facile fare una cosa del genere. e, inaspettato, a metà disco ti tiran fuori pure il coretto singalong. quando ho sentito per la prima volta il disco ho pensato a de sceip of panc tu cam. che è un disco hc che potenzialmente può piacere a chiunque. che infatti è il solo disco di quel tipo che mi piaceva quando avevo vent’anni. ecco questo dei raein è un disco urlone che può piacere alle nostre mamme e all’utente medio di rochit. che iddio lo fulmini. michele mi ha anche detto che un giapponese ha donato 100 euro. poi ci ha pensato un attimo e ha detto: forse voleva donare 100 ien poverino. poi ci ha pensato un altro attimo e ha detto: io i soldi non glieli rendo. e alla fine il giapponese si renderà pur conto di aver donato 100 euro a 5 imbecilli che han cacato un capolavoretto. maledetti loro e chi non glielo dice sventolando dollaroni e indossando l’accappatoio di gei ar di dallas.
e sai cosa? adesso tutte le volte che lo ascolto mi pare di sentire mia mamma che mi alita dietro il collo.
per scaricare a gratis sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti vai qui.

GALLINE | CAPRA

giugno 1st, 2011 § 28 commenti

La storia delle nostre galline è una storia cruenta. Una di quelle storie piene di sangue, e morti violente, e persone che piangono, e un gallo che pensavamo fosse una gallina che gira attorno a casa alle 5 di mattina urlando in cerca delle proprie compagne. Trucidate poche ore prima.

La storia delle nostre galline comincia con un cane. Il nostro: Gisella. Che le galline non le aveva mai incontrate. E nei primi giorni dopo il trasloco ha cominciato a girare un po’ lontano da casa, e scoprire le galline delle vicine (che comunque stanno a 600 metri da noi). È entrata nel pollaio della signora Alfa e ne ha fatte fuori due. Gisella dice che l’ha fatto per gioco. Ad Alfa abbiamo portato un po’ di roba da mangiare e l’abbiamo fatta patta. Ma il panico ogni volta che Gisella si allontanava ci rimase. A ragione. Un primo pomeriggio di un mese dopo, Gisella comincia ad abbaiare per segnalarci che qualcuno sta venendo verso casa nostra. Esco in cortile e vedo, all’inizio della stradina, una figura rattrappita, appoggiata ad un bastone, esageratamente vestita per essere agosto. Gisella abbaia. La figura sembra ferma. Aspetto. Non mi pare si muova, mi pare che vibri, piuttosto. Rientro e metto su una moka. Esco, la figura forse si è spostata di un paio di metri. Il caffè fa in tempo a salire e io faccio in tempo a berlo che la figura è arrivata a metà strada. Agnese mi dice che secondo lei è la vicina. Non Alfa, l’altra. Gisella abbaia. E man mano che quella s’avvicina, Gisella abbaia sempre di più. Dopo altri 5 minuti mi decido ad andarle incontro, giusto per. Quando le sono a 10 metri, la vecchia alza il bastone in direzione del cane, e dice qualcosa che non mi è molto chiaro. Ha una voce di gola, impastata di lingua, il visto storto come se avesse preso delle botte fortissime sopra l’occhio destro, il collo infossato nelle spalle e perpendicolare al corpo, la faccia spunta in avanti a poco a poco come in un bassorilievo. Dice qualcosa del cane – desumo -  e delle sue galline, e che dovremo tenerlo legato altrimenti… Altrimenti? Non capii, ma la bocca assunse una smorfia eloquente. Altrimenti lo avrebbe avvelenato. Poi si voltò, e per un altro quarto d’ora la guardai risalire. Il giorno dopo siamo voluti passare da casa della signora per capire meglio, ma ci siamo fermati sul vialetto d’ingresso: un tappeto di penne di galline ricopriva il suolo. Ok. Gisella andava addestrata. Contattammo un’amica di amici, di preciso una psicologa. Specializzata in etologia e relazione uomo-animale (uoah). Venne e ci insegnò un po’ di esercizi. Che applicammo con fervore. Al punto che eravamo così sereni e carichi da decidere di prendere le nostre galline.

Le galline non ci sono mai piaciute. Anzi. Ci facevano abbastanza schifo. Anzi, diciamocelo: le galline fanno abbastanza schifo. Però ci sembrava da sfigati stare in posto come il nostro e non avere galline. Ci immaginavamo i vecchi al bar di Samone: “E neanche una gallina!”, e giù a ridere. Ecco no. Da una tizia di Montepastore acquistiamo queste due galline che costavano quasi come uno scooter, ma erano state allevate con le mani della festa. Virna e Lisi. Però ci facevano schifo. Non le volevamo vicino a casa. Così abbiamo fatto il pollaio in una casa 200 metri più in alto, disabitata, per non averle tra le balle. E io costruii il mio primo recinto.

Fare un recinto è stramaledettissima rottura di coglioni. Se hai sogghignato, si vede che non hai mai fatto un recinto. Col senno di poi, il mio primo recinto era un pro forma. Non teneva chiuse le galline, e non impediva a niente di entrare. E infatti le galline, a parte la prima mezz’ora, eran costantemente fuori. Chiudevamo la porticina solo la sera, giusto per dire: Abbiamo fatto il possibile per salvarle.  In ogni caso, il motivo principale per cui avevamo preso le galline (le uova) dopo un mese abbondante ancora non veniva esaudito. (Anche questo è normale. Le galline impiegano un tempo variabile per adattarsi al trasloco e riprendere la produzione.) Però a noi, di avere queste galline, e di sfamarle a gratis, non è che ci mandasse in solluchero. Così ne abbiamo prese altre due. Della varietà francesine. Quelle piccolette che fanno le uova bianche e minute. Già in periodo di ovulazione. Janis e Joplin. Niente. Avevo anche messo un uovo finto nel pollaio, il cosiddetto indice – che nel mio caso era poi l’ovetto, quell’uovo di plastica che fa da maracas – ma niente. L’ovetto era arancione.

Poi il primo uovo arrivò. E fu grandioso. Eravamo a passeggio con amici, io entro nel pollaio più per formalità che per altro, e vedo un uovo. La prima cosa che penso è che sia passato qualcuno e che abbia pitturato l’ovetto coi colori di un uovo vero. Un trompe l’oeil, già. Lo raccolgo ed esulto. I nostri amici pensavano che l’avessi comprato e messo lì io per scherzo. Era il 17 febbraio. L’abbiamo segnato sul calendario. Non era un uovo di francesina. Le uova delle francesine non le abbiamo mai trovate nel pollaio. Ogni tanto ne scovavamo una in giro attorno alla casa. Abbiamo cercato ovunque per capire dove potessero covare, ma non c’è stato niente da fare. Uno dei contadini che ogni tanto bazzicava lì alla casa abbandonata, ci disse, quando oramai le nostre galline non c’erano già più, di aver trovato in una cesta sul carro del trattore circa una trentina di uova. Nel carro del trattore ci avevamo guardato, chiaramente. Quelle dannate francesine secondo noi spostavano tutte le uova da un posto all’altro ogni mattina. Se la sono meritata, alla fine.

Comunque, non facciamola troppo lunga. Una sera. Stiamo rientrando. I fari illuminano qualcosa. Ed ecco la volpe. Che fosse una volpe l’abbiamo capito dalle orecchie enormi. Per il resto sembrava un gatto, magro da far scarezza e spelacchiato. A ripensarci, un paio di galline le servivano davvero. Da neofiti allevatori di galline non abbiamo neppure paventato l’idea che una volpe a 100 metri dal nostro pollaio potesse effettivamente risultare un problema. E qualche giorno dopo, Virna (o Lisi, non le abbiamo mai distinte), non si vide più. E il giorno dopo neanche Lisi (o Virna) si vide più. Noi andavamo ogni era su per riportarle nel pollaio, gridando svogliatamente cose come: “Cooooccche! Cocche!” e facendo tintinnare del mais dentro a un secchiello. Ma in quelle due sere prima Virna poi Lisi, o viceversa, non rientrarono. E neppure le francesine volevano rientrare. Erano riuscite a salire sopra una trave del soffitto del deposito, tipo a 4 metri di altezza, e se ne stavano là. Qualcosa non tornava. La soluzione del mistero era in realtà abbastanza deducibile, ma non ne sapevamo mezza: la volpe aveva portato via una gallina di notte dal pollaio; la sera dopo era tornata, e le restanti, nel pollaio, non ci volevano più tornare, anzi: si portavano in un posto in alto per proteggersi. Illuse. Pochi giorni dopo anche Janis e Joplin sparirono. E il pollaio su alla casa abbandonata fu abbandonato anch’esso.

Sinceramente: non piangemmo copiose lacrime.
Però decidemmo che, se volevamo delle galline, e se le volevamo vive, dovevano stare vicino a casa. Dove noi, Gisella, e un pollaio più sicuro, le avrebbero protette. Illusi.
In ogni caso:
CONSIGLIO N.° 1:  Se devi tenere delle galline, fa’ il pollaio vicino a casa.

Comprammo un pollaio in internet. A San Marino. Quasi 300 euro. “Con un’ottantina di uova lo ammortizziamo”. Illusi. Comprammo quattro galline giganti da una famiglia di Zocca. Spendemmo tipo come un impianto a GPL. Non fecero nemmeno in tempo a ricevere un nome. Il pollaio nuovo era composto da una casetta in legno e da una gabbia davanti all’entrata. Gisella era entrata molto nella parte della difenditrice delle galline e non le mollava un secondo. Una di queste quattro galline ci sembra strana. Più voluminosa, con la cresta, i bargigli e la curiosa abitudine di cantare tutte le mattine. Che fosse un gallo? Sì, certo, tu ci saresti arrivato. Noi no. Sfortunatamente non abbiamo mai avuto la prova (non abbiamo mai assistito al momento della deposizione dell’uovo), ma lo chiamavamo comunque il galletto, e gallo fu. (Per inciso: non volevamo galli. Io, perché non desideravo allevare pulcini; e Agnese non voleva maschi sia perché è femminista, sia per difendere i diritti delle galline, che la nostra amica Barbara ci ha detto che il suo gallo è un despota e sodomizza tutte le galline giorno e notte e robe così. Il nostro, comunque, se era un gallo, era gay).
Gallo o non gallo, queste galline enormi (due grigie, una nera e una rossa) erano una vera rottura di coglioni: stavano sempre davanti alla porta di casa, cagavano sullo zerbino e si appostavano davanti alle finestre a spiare. Senza contare che una gallina, ogni volta che ti muovi, pensa che tu stia per darle da mangiare. Sempre. Se fai un mucchio con le foglie, lo sparpagliano. Se vuoi fare qualcosa per terra ce le hai tutte intorno e inciampi.

Insomma. Anche qua serviva un recinto. Ci misi più impegno, ma nemmeno stavolta ne venne fuori un’opera dell’umano ingegno da tramandare. Amen. Almeno avevamo avuto la bella idea di far sì che nel recinto ci stesse anche la zona compost, così tutti gli avanzi non erano scarti. Ma le galline salivano sul tetto della loro simpatica casetta, facevano un saltino ed erano fuori dal recinto. Come a dire: Gli avanzi li dai poi a tua sorella. Stesi una rete per volatili da una parte all’altra della recinzione. La prima nevicata la sfondò. Tuttavia lo scopo primario delle nostre fatiche, ovverosia salvare le galline, ci pareva raggiunto. E pure le uova. L’unica cosa da ricordarsi era chiudere il cancelletto della gabbia ogni sera. Facile no? Illusi.

CONSIGLIO N.° 2:  Se hai un pollaio, ricordati di chiuderlo. Tutte le sere però.

Una sera Agnese l’aveva lasciato aperto. Io lo sapevo, e di ritorno dalle prove vado per chiuderlo. Tipo verso le due di notte. Lascio accesi i fari puntati verso il pollaio e la luce illumina un bestione enorme che esce dalla porticina di legno. Un tasso. “Non esita a introdursi in pollai e conigliere”, sentenzia laconica wikipedia. Io ve lo giuro: sul momento mi sono anche esaltato per la visione del tasso, e non ho minimamente pensato alle galline (io mi esalto quando vedo animali nuovi). Il tasso non sa cosa fare: sbatte contro le sbarre, torna dentro al pollaio. Fico, penso, e rido. (Idiota). Quasi sto per dirmi: Adesso lo aiuto poverone… quando vedo una zampa di gallina immobile che spunta dalla porta. Il tasso riesce ad uscire, e comincia a scappare, io gli sto dando del figlio di puttana quando arriva Gisella (grazie Gisella) che abbaia come se non ci fosse un domani. Per venti secondi, poi si ferma a guardarmi. “Almeno inseguilo”, le dico. Niente. Faccio il resoconto dei danni: due galline morte sul colpo, quasi sicuramente di crepacuore (ero arrivato che il tasso, in tutta probabilità, era appena entrato) e due irreperibili. Una di queste è il galletto. Che verso le 5 di mattina comincia a cantare, con la voce rotta, girando attorno a casa, ininterrottamente, solo e inconsolabile. Uno strazio.

Cosa fare con le galline morte? Mia nonna non avrebbe avuto dubbi. Noi c’abbiamo pensato su, poi abbiam deciso di portare i cadaveri ad Alfa, che almeno lei li avrebbe utilizzati per scopi alimentari, e non esclusivamente per vacui riti funebri come avremmo fatto noi. Alfa ci ha guardato come uno che ti regala una chitarra perché gli si son rotte le corde. Comunque le ha prese, e a noi tanto bastava.  Le sere seguenti il gallo e la gallina superstiti non ne volevano sapere di rientrare nel pollaio (come biasimarli) e dovevo inseguirli per mezz’ora ogni volta. Da allora, tutte le sere, benché sapessi per certo di aver chiuso la porta del pollaio, tornavo comunque a controllare. Illuminavo l’interno da una finestrella con la grata. E le due galline mi fissavano. Occhi sbarrati. Tutte le sere. Ogni volta che arrivavo. Dormono mai?, mi chiedevo. E così smisi di gettare i fondi di caffè nel compost.

Da allora chiudemmo sempre il pollaio. Ma non fu sufficiente. Saran passate tre settimane dall’incursione del tasso, quando una notte la luce della pila illumina due corpi supini di tra le sbarre della gabbietta. Strano, penso, mai visto dormire le galline sdraiate. Mi avvicino. Strano, ripenso, mai visto le mie galline senza testa. Già. La faina fa così, quella maledettissima stronza: mangia quel che deve, e spesso si trastulla ammazzando quel che non mangia. Surplus killing, è l’amena definizione che ci offre wikipedia. (Nota anti-discrimazione di genere: la faina può essere anche di sesso maschile. Stronza rimane.) La faina è una animaletto non più grande di un gatto. Ha fatto uno spuntino, ma le ha decapitate entrambe. Grazie faina. Stavolta non portiamo due galline senza testa ad Alfa: le metto in un sacco e le porto nel bosco. Passa mezz’ora, e vedo Gisella con una gallina in bocca. Si avvicina, la posa e mi guarda come per dire: “Cretino, hai dimenticato una gallina nel bosco”. Grazie Gisella. Salgo in macchina e le butto da un dirupo lontano da casa.

CONSIGLIO n.° 3:  Se hai un pollaio, assicurati che sia VERAMENTE sicuro.

A questo punto era diventata una sfida. Noi vs I predatori. La domanda vi sarà sorta immediatamente: Com’era entrata la faina?  Facile. La parte di legno del pollaio (il dormitorio, diciamo) era su un pallet. Da sotto il pallet chiunque sarebbe potuto entrare. Però avevo messo una fila di mattoni per chiudere i passaggi. Illuso. Uno di questi era stato spostato. Un controllo più accurato del pollaio mi riservò altre gravose perplessità. La gabbia, semplicemente appoggiata per terra, non avrebbe impedito ad una volpe di scavare da sotto; l’anta che si alza per raccogliere le uova l’avrebbe potuta sollevare anche una lumaca; la porticina laterale aveva dei buchi che l’alacre lavoro di un mustelide notturno avrebbe divelto con soporifera nochalanche e la sbarre della gabbietta di ferro sembravano, ora, dopo quelle morti, tremendamente larghe per una donnola qualsiasi. Insomma: quel pollaio di San Marino era una merda. Ci prendemmo qualche mese di pausa-galline per riflettere ed elaborare il lutto. Poi, io e il caro Peggy lavorammo un intero pomeriggio. Pavimentammo in legno la gabbia di ferro esterna; sbarrammo ogni possibile passaggio con assi inchiodate; rivestimmo la gabbia di un ulteriore rete in plastica rigida. Alla fine eravamo così soddisfatti delle nostre misure di sicurezza che chiamammo il pollaio Alcatraz.
Alcatraz era pronto, ed era inespugnabile!

Stavolta optammo per il mercato di Zocca. Ogni martedì viene un omino col suo camioncino straripante di gabbiette per volatili. L’omino vende volatili, per l’appunto. Una gallina: 8 euro. Un paio di euro in più se è già in periodo da uova. Ne compriamo due. Poi ne prenderemo altre tre. Due rosse e tre piccole ovaiole. Anche le nuove arrivate impiegano meno di 7 minuti per capire il trick di salire sul tetto e saltare fuori. Di nuovo la stramaledettissima rete per volatili che resta in piedi in media 3 giorni. Le rosse le chiamammo Sandra e Milo, le ovaiole Geena Bette e Davis. Sandra e Milo erano composte ed educate, e molto produttive. Le ovaiole erano impertinenti, discole e irrequiete. La rete per volatili era totalmente inefficace. Una di loro era la mente: era sempre lei che escogitava nuovi tricks per uscire dal pollaio, e subito le due gregarie la imitavano. Era un genio della fuga. A un certo era così scafata che spiccava un balzo direttamente da terra e saltava fuori da qualsiasi punto del recinto. Erano indomabili. Era estate: non potevamo neanche tenere la porta di casa aperta o ce le trovavamo sul divano. Puntavano sempre all’orto e lo desertificavano e cagavano ovunque, specialmente dove Ester soleva giocare. Quando abbiamo inconsciamente iniziato a sperare che arrivasse una faina e si portasse via le bianche ovaiole, abbiamo capito che quelle tre non facevano per noi. Le abbiamo regalate a Silvio e Rosamaria, che stanno a Roccamalatina, che hanno un recinto ma non hanno un pollaio protetto. Da loro sono durate un mese a dir tanto. Sì, un po’ ci sentiamo in colpa. Si può quasi dire che le abbiamo mandate a morire. Silvio dice che hanno contribuito all’ecosistema. Mettiamola così; dai pure. Al posto delle ovaiole compriamo due galline nere. Ancora non hanno un nome.

Una domenica di primavera decidiamo di invitare un po’ di amici a pranzo, sia per vangare la terra dove avremmo voluto fare l’orto nuovo, sia per erigere un recinto come si deve.
E, quella domenica, costruimmo un recinto come si deve (eravamo in cinque, vorrei anche vedere): pali in ferro, basamenti in calcestruzzo, rete alta 2 metri: un tripudio.

È ancora lì. E anche Sandra e Milo e le due nere sono ancora lì. Sì: undici galline sono morte per la nostra negligenza, e la cosa non ci rende fieri. Abbiamo imparato dai nostri sbagli, e le nostre quattro galline di adesso sono le eredi di un passato turbolento e luttuoso, ma davanti a loro si apre un futuro che faremo in modo sia il più longevo possibile. Le viziamo di tanto in tanto con leccornie e prelibatezze, le rimpinziamo quotidianamente come membri della famiglia, e nei mesi invernali le lasciamo libere di andare dove vogliono. E se le moire decideranno che la loro storia dovrà essere più breve di quanto speriamo, possiamo però assicurare al fato che la loro vita è stata piena e gratificante.  Le nostre quattro galline le abbiamo oramai da più di un anno. È il nostro record. Ci è andata anche molto bene. Per dire: una sera che eravamo da amici siamo rientrati, e abbiamo beccato la faina in diretta, che Gisella stava tenendo d’occhio sopra un trave della barchessa; mi son messo a fotografarla quando mi è sovvenuto che il pollaio era aperto. Corro: le cocche c’erano tutte.
Due di loro ancora non hanno un nome. Questo racconto vorrebbe essere il modo per darglielo.
Noi vorremmo che le nostre galline morissero di vecchiaia.

CONSIGLIO n.° 4
Se vuoi tenere delle galline, devi provare a volerci bene.

Where Am I?

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