BARBIERI | FEDERICO BERNOCCHI
settembre 14th, 2011 § 14 commenti
SPECIALE PARRUCCHIERI
La consistenza dei miei capelli ricorda quella del pelo della marmotta. Un po’ anche nella forma. La mia ragazza li chiama “i capellicane”. Immaginatevi il pelo ispido di un bassotto. Sono così, c’è poco da fare. Prima di raggiungere questa consapevolezza, c’è voluto un bel po’ di tempo. Ormai mi sono rassegnato. Ma un tempo non era così. In gioventù, ascoltavo molto metal pacco, per cui sognavo di averi i capelli lungi e lisci un po’ come il cantante degli Skid Row, Sebastian Bach. E invece loro nulla: più crescevano e più si allargavano ai lati, tipo Krusty il Clown. Sopra però, rimanevano piatti in maniera innaturale, come se un cameriere tutto matto ci avesse appoggiato sopra un vassoio pieno di voulevant di porfido. Ora, non so se avete mai provato a pettinare una marmotta o un bassotto a pelo ispido. Io no. Però mi sa che pettinare me, o uno di quei due animali lì, è un po’ la stessa cosa. Quando ero piccolo, mia madre mi ha regalato una strana spazzola dalla forma circolare. Era di plastica verde e aveva i denti lunghi e durissimi. La si riusciva ad usare solo stringendola tra indice e anulare. Poi bisognava darci dentro a furia di rastrellate. Era l’unica spazzola con cui riuscivo a dare una forma alla mia capigliatura, che fino ai 14 anni è stata esattamente come il caschetto che si mettono in testa i playmobil: una cofana di plastica immobile con la riga scolpita. Una massa muta e immobile. Io ero tutto fiero della mia spazzola circolare. Crescendo, ho scoperto che quella strana spazzola era venduta nei negozi per animali. Solitamente veniva usata per pettinare il pelo dei cani. Appunto: un bassotto a pelo ispido. Devo ammettere che inizialmente ci sono rimasto un po’ male, ma allo stesso tempo ho di molto apprezzato l’ingegno materno: era veramente l’unica strumento in grado di mettere ordine nella mia testa. I miei capelli hanno anche questa particolarità: sono praticamente idrorepellenti. Se mi tuffo in acqua ed esco velocemente, la mia testa rimane asciutta. Giusto due goccioline in superficie. Mi basta scuotere la testa – tricchetracche – e sono asciutto. Tutto questo per dire che per me l’argomento capelli è una cosa seria. Conseguenzialmente, trovare un barbiere che soddisfi le mie esigenze è questione tutt’altro che marginale. E non parlo solo del taglio di capelli; dopo il taglio playmobil, sono passato a un semplicissimo taglio a macchinetta, operazione che penso sappia fare veramente anche il dottore cieco della sigla di Boris. Ora, visto che dal barbiere ci devo passare tanto tempo, godo all’idea di trovare un posto confortevole. Un luogo dove posso passare del tempo, sostanzialmente buttato, speso solo per tenere a bada la marmotta che vive sopra la mia testa. Certo, potrei tagliarmeli da solo a casa, ma sai che palle? Ci ho anche provato e, tolto quel breve periodo in cui, grazie a un uso scellerato della macchinetta, mi facevo la pettinatura tipo Tin Tin (tutto rasato, tranne un piccolo ciuffo di capelli che spuntava dal mezzo della capoccia) per fare colpo sulle ragazze – mossa che per altro non ha mai dato i frutti sperati - mi sono sempre affidato alle sapienti mani di qualcun altro. Anche perché le persone che hanno impegnato la loro vita al taglio dei capelli altrui, nascondono perle di rara saggezza. O cazzate come quelle che seguono.
LE MALATTIE DEI NEGRI
Da due anni ho cambiato casa. In questo momento vivo a Milano, tra via Cenisio e Mac Mahon. Appena arrivato nel quartiere, mi sono subito messo a cercare il mio personale valhalla dei capelli. Dato che l’età media dell’abitante della mia zona è piuttosto alta, essa pullula di barbieri old school. C’è n’è uno di quelli moderni da signore, tutto sbrilluccicante e a tre vetrine. Uno nuovo nuovo gestito dai cinesi e il resto è roba vecchissima. Fuori tempo massimo. Quello dei cinesi l’ho provato solo una volta e, tolto il fatto che effettivamente paghi tipo cinque euro per un taglio, è un inferno: non parlando la stessa lingua, non sono stato in grado di spiegare che li volevo a macchinetta. Per cui, mi sono trovato nella scomoda situazione di dover spiegare a un diciannovenne cinese, pettinato come il tastierista dei Dari, che non volevo sembrare una bizzarra pianta grassa. Il ragazzo, per tutta risposta, mi ha guardato malissimo e poi mi ha fatto un taglio a macchinetta veramente accazzo. Ma VERAMENTE accazzo Per cui, ciao ciao chinese parrucchiers. Il primo barbiere vero che ho provato, si trova praticamente sotto casa. Non ha un nome specifico. Ha solo un’insegna rossa con la scritta “Parrucchiere”. Minimalismo. Mi piace. Il Parrucchiere vanta ben due poltrone e un cavalluccio per bambini. Il cavalluccio è uno strumento di tortura che in teoria serve a far immaginare ai bambini di essere dei Tex Willer anche durante il taglio. In realtà sono dei begli oggetti che restano il più delle volte inutilizzati. Il cavalluccio per bambini è un colpo basso. Un tempo era in dotazione a tutti i barbieri. Oggi ce l’hanno solo due categorie di barbieri: quelli che non sono mai cambiati da quando hanno aperto, e quelli che l’hanno comprato a una fiera dell’antiquariato per dare l’impressione di essere una vecchia bottega schietta e genuina. Visto che l’arredamento del posto urla fortissimo “ANNI OTTANTA!”, deduco che Il Parrucchiere appartiene alla seconda categoria. Non che sia una dramma, eh? Ci mancherebbe altro. Però è un colpo basso. Una volta entrato, noto che c’è una panchina in formica dove attendere il proprio turno, ma pochissime riviste interessanti. Vecchi free press e un paio di quei giornali sugli immobili che, dopo tre minuti che li sfogli, ti viene voglia di scheggiarti una rotula con un chiodo per vedere se sei ancora in grado di provare delle emozioni. Fortunatamente però, da Il Parrucchiere non c’è mai nessuno, per cui non ho mai dovuto aspettare. Il nostro uomo è un signore sulla sessantina, basso, tarchiato e vestito malissimo. Imperdonabile il maglione di lana con disegnoni geometrici enormi orrendi. Uno di quei maglioni che ognuno di noi cela nello sprofondo del proprio armadio. Quasi certamente ve l’ha regalato la vostra zia sfortunata nel 1984, poi l’avete messo solo una volta per stare caldi caldi in casa durante le vacanze di Natale, sperando ovviamente che nessuno vi vedesse con indosso una cosa del genere. Lui invece, tutto fiero, se lo mette per andare al lavoro. Il Parrucchiere è di origini calabresi ma, essendo in città da tempo, ha acquisito una stranissima cadenza meneghina. Ogni tanto butta lì due o tre parole in dialetto. Il risultato è una cosa del tipo: “Sunt andà dal prestiné a accattàr la soppressat”. La cosa ovviamente mi fa moltissimo ridere. Per cui appena posso, parlo a vanvera, sperando di sentire più frasi in milanocalabro possibile. Negli anni ho affinato una tecnica che mi permette di parlare per ore di argomenti di cui in realtà non so assolutamente un cazzo con tutti i barbieri del mondo. Per esempio: anche se in tutto conosco il nome di 15 giocatori di calcio, sono tranquillamente in grado di sostenere lunghissime discussioni su Mourinho, sui soldoni spesi dai presidenti delle squadre, sui Mondiali e altre robe. Sono bravissimo. Tutta una questione di tempistica. Fondamentalmente, basta ripetere le teorie espresse dal vostro interlocutore con altre parole, per poi intervallare il tutto con dei: “Ma infatti!” oppure dei puntuali “D’altra parte…”. Il negozio è abbellito da un bellissimo calendario della Würth (leader mondiale nella distribuzione di viteria, minuteria metallica e plastica) tutto donne nude. Mentre scherzo Adriano per il suo peso, guardo di soppiatto le tette delle donne del calendario, aiutandomi con una serie di giochi di specchi. Il tutto senza farmi mai beccare da Il Parrucchiere. Oltre alle donne nude con le tette grosse, c’è anche un enorme puzzle di un orribile casolare in montagna. La scelta del puzzle mi affascina moltissimo. Come nasce l’idea di comprare un puzzle, da almeno 4 mila pezzi, di una foto brutta fatta ad un inutile casolare di montagna? Perché tanto odio? Per fare vedere che si è bravissimi? “Oh, guarda che robina: quattromila pezzi! E ci ho messo solo un mese e mezzo, eh?”. Non capisco. C’è anche la remota possibilità che Il Parrucchiere nasconda un qualche indicibile segreto legato alle montagne. Veramente: non lo so. Comunque. Uno sta lì a farsi accarezzare la testa, mentre è obbligato a guardare questa casa di raro squallore, immersa in un grigiore interstellare, cosmico, con dietro due montagne mezze innevate. Sui gradini della casa c’è una vecchia di nero vestita con un grembiule bianco. Una di quelle foto che le vedi e ti viene subito voglia di piangere. Ma poi, a pensare a Il Parrucchiere che alla sera torna a casa e si mette a comporre questo puzzle gigantissimo, per poi farlo incorniciare e infine appenderlo nel suo negozio, mi viene proprio una tristezza infinita. Molto meglio le zinnone della Würth. Però guardarle è più difficile. Devi fare lo scaltro. Una cosa complessa. Comunque, in generale, ci siamo. Il posto non è per nulla male. Lo frequento per un po’ e penso che alla fine, per essere il primo che provo nel quartiere, m’è andata decisamente bene. Poi succede il dramma: un giorno sono lì che faccio finta di dire la mia sulla bravitudine dei giocatori brasiliani, quando entra un ragazzo africano che vuole venderci dei libri sull’Africa. Il Parrucchiere lo caccia immediatamente via. I modi sono sbrigativi, ma non è quello il problema. Il problema è che una volta che il ragazzo se n’è andato, Il Parrucchiere comincia a dire cose come: “Mi su no, stucazzu de negro… che mi sun drè a laurà e stu negru, cu stu libru… Che magari c’attacc pur’e malattie!”. Io rimango allibito. Una specie di attacco di bile improvvisa ha trasformato Il Parrucchiere in una macchina cacciaslogan razzisti. Al “ma perghé nun se ne torna al su’ paes”, raggiungo il limite. Tutto rosso causa imbarazzo lo guardo riflesso nello specchio e gli dico: “sì, vabbeh, guardi, non è il caso… cambiamo discorso… cioè, veramente non è il caso…”. Il Parrucchiere mi guarda anche lui attraverso lo specchio. Si ferma un secondo. Si zittisce. Io penso che evidentemente si è reso contro che stava esagerando. Cala il gelo. Il silenzio dura un bel cinque secondi. “Che poi sta zona si sta riempiend’ pure di ciness… mi su no! Che già si son pres tutta Paolo Sarpi. E mò comincen ad arrivar pure qui!”. Evidentemente a Il Parrucchiere non gliene frega un cazzo di quello che penso. Avrà sentito quello che ho detto? Che poi, cosa cazzo ho detto? Non ho detto nulla. Dovrei mettermi a litigare con un uomo di 60 anni, perché è un ignorante razzista? Dovrei fare una scenata, alzarmi e scappare con il telo di plastica sulle spalle? Se non fosse che è a metà taglio, forse mi incazzerei di più. Ma se mi incazzo adesso e litighiamo, questo non mi finisce di tagliare i capelli. Mi zittisco. Lui, dopo aver detto quella cazzata lì sui cinesi, si zittisce anche lui. Non gliene fregherà un cazzo di quello che ho detto, ma per lo meno ha capito che non è che in questo momento io ce l’abbia proprio in simpatia. Io, che sono evidentemente un pavido, nonché una persona spiacevole, mi limito ad avere il broncio, come se fossi un adolescente costretto a fare un viaggio lungo in macchina con i suoi genitori. Una scena brutta. Fortunatamente questa situazione d’imbarazzo dura poco. Il taglio finisce. Il Parrucchiere mi sgancia il cosone di plastica, mi fornisce di una veloce spazzolata, io mi alzo, prendo la giacca, gli appoggio 15 euri sul tavolino posto all’ingresso. Tutti e due zitti e muti. Avviene lo scambio: lui prende i soldi, io prendo la ricevuta. A me esce dalla bocca una roba tipo: “‘Rvdrc.”. Lui uguale. Io esco dal negozio dando un’ultima occhiata al calendario delle donne nude della Würth. “Peccato”, penso.
SEGHINI A 5 EURO
Cancellato dalla lista Il Parrucchiere, parte la ricerca del secondo barbiere. Vicino a casa mia c’è un mercato due giorni a settimana. Io non ci compro mai nulla, che ho un’alimentazione ridicola, però mi piace passarci in mezzo giusto per vedere le bancarelle e i vecchi del quartiere. Ho una vita eccitante come quella della Binetti, me ne rendo conto. Però grazie a questo mio fetish, trovo il secondo parrucchiere. Un giorno, dopo aver comprato due confezioni da tre calzini della Diadora di spugna a soli 5 euro (un affarone), noto che proprio dietro la bancarella c’è un barbiere. Entro, come in trance. All’interno del negozio entra pochissima luce: un luogo decisamente scuro con due poltrone anni Settanta dove potersi sedere per tagliare i capelli, un divano di quelli che si trovano ancora solo dai parrucchieri o a casa delle nonne, quelli marroni disagio con dei bottoni a coprire le cuciture. Alle pareti ci sono una marea di quadri di raro squallore e millemila cazzatine, topo santini, calendarietti e piccolo sculturine in ceramica tipo la maschera di pulcinella. Mi accoglie un signore molto elegante, seduto su una delle due poltrone, intento a leggere il giornale. Abbassa il giornale, mi getta uno sguardo particolarmente diffidente (del tipo: “Quanto sei orribilmente giovane!”) e risponde al mio “Buongiorno” con un urlo che rivela un accento decisamente nordico: “Uè, Salvatur!”. Esce Salvatore. Un ragazzo sui 35 vestito malissimo. Mi faccio l’idea che Salvatore è il proprietario del posto e che il signore anziano è un semplice pensionato di quelli che, piuttosto che stare a casa con la moglie, vanno a leggere il giornale dal barbiere. Mi accomodo su una sedia. Salvatore comincia a tagliarmi i capelli. Mi sembra un po’ scocciato dal fatto che li ho chiesti a macchinetta, ma non è un gran problema. Mentre avviene il taglio, cala il silenzio e il signore anziano continua a leggere il suo giornale seduto sul divano marrone disagio. Nessuno dice nulla e la situazione è resa ancora più pesante dall’assenza totale di musica. Dopo un po’ il signore del giornale comincia a dare segni di insofferenza. Appoggia il giornale sul divano, sbuffa e – aiutando col riflesso dello specchio – mi chiede: “Ma a lei le sembra giusto che uno paga il baccalà al mercato 8 euro?”. Io ovviamente non so di cosa stia parlando. Compro solo pasta e roba per farmi i toast. Il baccalà l’ho mangiato due volte in vita mia in vacanza e non l’ho ovviamente mai preso al mercato. “No, perché per me 8 euro è un furto! Ma proprio un furto!”. Grazie alle mie incredibili doti deduttive, degne del miglior August Dupin, capisco che il signore vuole sentirsi dare ragione. “Mi sembra veramente un’esagerazione”, dico. Il Signore sorride contento, si alza e si avvicina alla mia sedia. Salvatore continua a tagliare e non dice una parola. Il signore continua: “No, perché a parte che l’ho pagato 8 euro… aspetti, le faccio vedere lo scontrino!”. Scompare nel retrobottega da cui esce un minuto dopo brandendo lo scontrino. “Guardi qui! 8 euro per un baccalà! Incredibile. E poi, la sa una cosa? A quello del mercato gli ho chiesto: ‘ma è già salato?’ E lui mi ha detto di no! Poi vengo qui, lo cucino, lo salo, lo mangio e sa cosa scopro? Che era già salato! Ma mi su no!”. Io comincio a non capire un cazzo. Ma questo chi è? Perché legge il giornale e cucina qui il suo merluzzo? Ma cosa c’è nel retrobottega? Una cucina? E perché lui sta qui? Non può andare a casa sua a cucinare il merluzzo? Ma il povero Salvatore? Nel dubbio però continuo imperterrito sulla mia strada: “No, guardi, c’ha ragione: una cosa incredibile!”. Ovviamente è come se non avessi detto nulla. Il mio nuovo amico continua a parlare: “Io adesso vado lì e mi incazzo. Se mi dici che non è salato, porca troia, non è che poi lo trovo già salato!”. Dall’accento del signore intuisco che è cremonese, delle mie parti. Una breccia! “Ma scusi, lei di dov’è?”. C’è un momento in cui leggo negli occhi del signore come uno spiazzamento, un turbamento nella Forza. Lui è lì che si lamenta dei cazzi suoi e c’è uno che gli chiede di dov’è. “Mi sun de Suresina! (Soresina, un comune italiano di 9.404 abitanti della provincia di Cremona, noto ai più per la famose Latteria Soresina). “Ma sun chi a Milan da più de 30 ann e ho aperto qui 28 anni fa!” mi dice con un certo impeto. Ah, ma quindi il posto è suo! Per quello fa il cazzo che vuole e tratta Salvatore come una pezza da piedi! Lui è il parrucchiere e Salvatore è tipo il ragazzo di bottega! Realizzato questo dato non da poco, lo guardo tutto contento e gli dico: “Ah, di Soresina! Mi sembrava infatti. La mia famiglia viene da San Bassano, pensi!”: San Bassano è un altro piccolo comune del cremonese, piuttosto vicino a Soresina. Un colpaccio. “Ah, ma quindi lei è ‘n cremunes!”. Basta, è fatta. Il signore – che d’ora in avanti chiameremo per comodità Il Parrucchiere 2 – prende uno sgabello, mi si siede di fianco, mi appoggia una mano sul braccio e comincia a parlare fortissimo di tutto quello che gli passa per la testa. Una specie di vulcano. Uno di quei personaggioni pieni di aneddoti che non ascoltano niente di quello che gli viene detto, ma che sono pronti a pontificare su qualsiasi cosa. Mi parla dei suoi primi anni qui a Milano, del distacco da Soresina, della sua prima casa all’Ortiga (l’Ortica, quartiere milanese), di come era il quartiere una volta, di sua moglie, di suo figlio, del nipote, di varie donnine della televisione che lui si scoperebbe molto volentieri (anche contro natura). Di tutto. Inarrestabile, è effettivamente molto simpatico, anche se invadente come pochi. Tocca, si agita, si alza e gira su stesso. Ogni tanto entra qualcuno dai negozi vicini a salutarlo. Lui reagisce sempre come Reneé Ferretti di Boris: “Ueeeeeeeeeeei, carissimo!”: Poi il tipo esce e lui ti racconta tutta la sua vita: “Qel lì, l’è il Giuvan, un terun dell’ostia che g’ha apert il garage nel 2003. Eh, il Giuvan…”. Io annuisco, faccio domande finte interessate. In tutto questo, Salvatore continua a tagliarmi i capelli con una lentezza esasperante e non viene mai ammesso alla discussione. Mi permetto di chiedere: “Ma scusi, ma se il posto è suo, lei perché non taglia i capelli?”. Il Parrucchiere 2, che è molto felice di poter raccontare i cazzi suoi, mi informa. “Ma io sono stanco! Ho tagliato i capelli per 25 anni, sa? Io non ne posso più. Adesso faccio fare tutto a questo qui” e indica, senza manco degnarlo di uno sguardo, Salvatore che ovviamente continua muto a fare zic, zac, zic. “Ma lei dove abita qui nel quartiere, dove abita?”. Io che ci tengo a fare quello del posto, rispondo che ho preso casa da poco in via Cucchiari. Il Parrucchiere 2 si illumina. “Via Cucchiari? dove c’è il centro massaggi cinese?”. Effettivamente in fondo alla mia via, verso la parte che confina con Via Stilicone (nottetempo regno incontrastato di travoni), c’è un centro massaggi cinese. C’ho parcheggiato più volte la macchina e ho notato che è spessissimo aperto anche la notte. Ora, io non voglio pensare male, ci mancherebbe. Però un centro massaggi cinese, con le vetrine oscurate, aperto a mezzanotte, un paio di idee te le fa venire, no? “Sì, via Cucchiari quella lì”. “Ah, ma sa, io vado spessissimo a farmi fare dei bei massaggi lì. Proprio un bel posticino”. Pausa drammatica. “Poi, ci lascio giù 5 euro in più e mi fanno anche un bel seghino”. Tadaaaaaaan! Il mio simpatico nuovo amico, che avrà più o meno 65 anni, è elegante e ha una bottega di parrucchiere da più o meno 30 anni, gli piace andare a farsi fare le seghe da ragazze cinesi a cinque euro. Che son notizie. Quel tipo di notizie che magari non ti viene in mentre di rivelare a un nuovo cliente che vedi per la prima volta. E infatti, io non so esattamente come reagire. Che fai quando uno di 65 anni ti dice che si fa fare le seghe a 5 uro? Ti informi su come è fatta la sega? Discuti del prezzo? 5 euro non mi sembra manco tanto per una sega. Però, come diceva Beningi in Berlinguer Ti Voglio Bene, allora vado a casa e me la faccio io? Boh. Me ne esco con un: “Ah ma va?”. “Eh, sì, fai il massaggino, poi gli dice due robe, gli fai capire che - e tac! – ti fa il seghino!”. Una volta sono andato in un ristorante cinese a Bologna dove in vetrina c’era scritto “Qui lavora Miss Cina”. Poi sono entrato tutto contento e Miss Cina era una bufala, era una ragazza brutta e un po’ cicciona. Ora, se ti pubblicizzi come Miss Cina e poi sei un ragano- a me che ho una particolare predilezione per le bellezze asiatiche – mi fai scendere una gran catena. E io mi immagino la finta Miss Cina del ristorante cinese di Bologna, intenta a fare una manovella a Il Parrucchiere 2. Una roba di quelle che ti si ritira il pene dal ribrezzo. Salvatore ovviamente non fa manco una piega. Io non so più che dire. Il Parrucchiere 2 continua a parlare. Adesso è passato a raccontarmi dei pregi dei ristoranti della zona e continua imperterrito a fare il suo show. Dopo un po’ il taglio finisce. Concludiamo con due gags sul cremonese e una bella stretta di mano. “Alla prossima, allora!”. Mai più tornato.
SERVITO, SIGNORE
Canticchiando allegramente “Three! That’s the magic number”, sono riuscito a trovare un terzo parrucchiere. E questo, cari amici, non ha veramente nulla che non va. È perfetto. Vi spiego perché. Si chiama Parrucchiere Caruso e si trova in Via Losanna a Milano. No, ve lo consiglio perché secondo me è un’esperienza. All’interno del negozio ci sono tre sedie molto molto belle, più o meno risalenti ai ’70. La marca delle sedie è Saronno. Sono bianche con le parti imbottite in simil pelle marrone e hanno la parte dove appoggi i piedi con la scritta Saronno. Ora, non so se le poltrone da barbiere della marca Saronno sono un vanto, un plus di quelli che i barbieri tra di loro si bullano a vicenda, però mi piace immaginare che sia il massimo della vita. Del tipo che tutti gli altri parrucchieri del quartiere lo invidiano. “Sai che sedie s’è preso il Caruso? Delle Saronno originali. Dannato Caruso, c’ha tutte le fortune! Lo odio!”. Comunque. Ci sono tre poltrone comodissime, il solito divano marrone disagio sul fondo con un cesto per le riviste che solitamente contiene le varie pubblicazioni scandalistiche, tipo quelle dove puoi sapere più o meno tutto sula vita di Marcelo Fuentes, e un famoso mensile maschile di quelli dove puoi vedere il culo di Michelle Hunziker. Che alla fine comunque fa sempre un po’ di simpatia (il culo. Lei invece è simpatica come un debito). Alle pareti ci sono solo due foto: una è la formazione dell’Inter, squadra per cui evidentemente il nostro simpatico Caruso fa il tifo, l’altra una foto del suo nipotino. Due fotografie piccoline messe un po’ in disparte, che volendo manco te ne accorgi. Basta. Nessun calendario, nessuna cazzabubola tipo le maschere di Pulcinella. Niente. Tutto il resto è fatto in stile un po’ rustico, aka in finto legno, ma con un taglio futurista. Una roba che, all’epoca dell’acquisto, probabilmente era pura avantgardenss. Specchi incastrati in cornici esagonali, tipo gli interni delle navicelle spaziali dei vecchi film di fantascienza, mensole messe tutte strane. Il tutto in finito legno e con pochi inserti di metallo. Una bomba. Poi c’è lui, Caruso. Caruso è siciliano. Si chiama Rosario Caruso. Non riesco a capire se il nome è Caruso o Rosario. Secondo me è Rosario. Caruso dev’essere il cognome. Avrà più o meno settant’anni. Totalmente pelato, ha dei piccoli occhialini da vista e indossa sempre un camice da lavoro o azzurro o verde. Un camice elegantissimo con i bottoni messi tutti sul lato sinistro. Una roba fighissima. Nel locale si ascolta Radio Rai Uno. Rai Uno sembra come l’autoradio di Christine la Macchina Infernale. Nel vecchio film di Carpenter c’era lo spirito di questo assassino che finiva dentro una macchina, che poi comprava un babbo con la faccia da maniaco. Quando il babbo accendeva la radio, sentiva solo musica anni’50. Questo perché l’assassino era di quel periodo lì. Radio Rai Uno è come se trasmettesse dal 1994. C’ha proprio quel suono lì vecchio, che ti mette quasi nostalgia. La playllist è ovviamente agghiacciante, però ho risentito dei pezzi che veramente non mi ricordavo più neanche fossero mai stati scritti. You dei Ten Sharp. Che se non mi ricordo male, Ron ne fece la versione italiana. Quando non c’è la musica e parlano, ci sono delle trasmissioni o di politica o di salute. E me le sento tutte, perché Caruso non dice una parola. Ti saluto all’ingresso, ti chiede come vuoi i capelli (alla terza volta ti chiede “li facciamo come sempre?”) e basta. Straordinario. Ah, il tutto con un accento siciliano fortissimo. Poi ti siedi e lui ti avvolge nel grembiulone. Non è una roba brutta di plastica con una fantasia anni ’90 di quelle che d’estate sudi come se fossi in una sauna: è un telo di stoffa bianco. Ti ci avvolge, ti mette del cotone sul collo per evitare che si irriti e poi chiude il tutto con uno spillo. E poi ha mille mila accorgimenti: dopo la prima passata di macchinetta, ti toglie il grembiule, lo sbatte e te lo rimette. Ogni tanto spazzola via i capelli tagliati con questa specie di pennello che butta fuori piccole nuvolette di borotalco. È lentissimo, ma è perché è di rara precisione. A fine taglio, prende uno specchio circolare, ti fa vedere cosa ha appena fatto e poi rimane lì in attesa che tu dica qualcosa. Quando poi gli dici “Va bene, grazie”, lui mette giù lo specchio, ti toglie il grembiulone e poi ti dice: “Servito, signore.” La prima volta ci sono veramente rimasto di sasso. Che lord inglese. “Servito, signore” è proprio una bomba. Poi va al suo banchettino, ti compila la fattura a penna, ti stringe la mano e ti saluta. Bellissimo, emozionante. A dicembre ti regala il suo calendario che fa fare apposta tutti gli anni. Io per adesso ne ho solo due: uno azzurro del 2010 e uno rosso del 2011. C’è scritto Parrucchiere Caruso, l’indirizzo, e c’è il disegno di una forbice e un pettine. Dentro c’è un calendario con tutti i santi. Minimalismo. A Bologna andavo da Angelo, che a Natale ti regalava il suo calendarietto. Si chiamava Le Monelle di Angelo ed era abbellito con 12 fotografie di megastrappone scaricate dall’internet. Che ridere. Angelo beveva fortissimo e c’aveva proprio quell’aria di uno che con gli amici al bar, se vede una foto di una donna nuda, la chiama “monella”. Caruso invece dev’essere uomo timorato di Dio. Per lui niente monelle, solo i giorni coi relativi santi. Gli voglio troppo bene.

Applausometro ad alti livelli: che meraviglia!
Applausi.
Stupendo. Vorrei che fossi donna, per recensire quelli femminili.
Hai la testa piena di marmotte.
Genio.
Fantastico!Troppo ridere..ciao bassotto!:)
Adesso vado a comprare anch’io una Saronno originale e la metto in salotto. Fede sei il numero uno
Vez, ma la barba non te la fai fare? Dal barbiere è il top. Qui al pratello dei fratelli islamici, due pakistani e un tunisino per l’esattezza, hanno aperto un barbiere di fianco al bar di Fantoni. Barba e capelli 13 euro e fatti come Allah comanda. Solo capelli 8 sacchi, solo barba 5 con tanto di asciugamano caldo e spruzzata di floyd. Se non fossi diversamente ipertricotico mi farei fare anche un allegro shampoo, sempre compreso nel prezzo.
Da provare.
eh ma non c’è il seghino però. per questo la cina domina il mondo
Bellissimo.
Il mio barbiere ha 80epassa, è sempre lo stesso da quando sono bambino. Un siculoromano di pura simpatia anche se, li mortacci sua, mi sbaglia sempre le basette. Mi racconta ciclicamente che è nato il giorno in cui è nata la Roma e mi tira sempre i capelli indietro con il pettine, tipo taglio anni 30. Io di tutta risposta appena esco, dopo aver salutato e detto la classica frase “paga mio padre”, me li spettino tutti.
bello e utile grazie
Troppo comodo prendere per il culo la gente che lavora..vorrei vedere come cazzo lavori tu caro Federico.
Bravi anche i coglioni che applaudono!
Stronzi!
travis, se non sei un fake sei un matto.
in entrambi i casi, stai sereno.
Io sono serenissimo e affatto fake. I veri matti sono quelli che hanno 40 anni e si divertono con queste storielle da ragazzini. Sono capitato qui per sbaglio, ma ora avvertirò i barbieri menzionati che c’è chi li canzona, poi ne riparliamo.
Brutto, inutile e cattivo.