cric è quasi un palindromo.

febbraio 14th, 2011 § 1 commento

 
 
 
grubelard questa volta si è davvero arrabbiato.
… e poi cos’è quella scritta, come si chiama… quel… che hai usato?
font.
cosa?
si dice font.
non me ne frega un cazzo come si dice, fa schifo. credevo che tu fossi una persona di gusto e invece fa schifo.
è una bella font graziata.
dalle mie parti graziato vuol dire frocio. sei frocio tu?
no grubelard, non sono frocio.
e noi stiamo facendo un disco o stiamo ringraziando gli ospiti che hanno scelto il nostro bed en bercfast invece che un altro?
stiamo facendo un disco grubelard.
e allora leva quel cazzo di carattere.
scusa grubelard ti richiamo tra poco.
ho visto la ruota davanti staccarsi e allontanarsi a destra della macchina della mamma di zan zan.
mi sono spesso chiesto cosa succedesse a chi improvvisamente ci scoppia una ruota in autostrada.
oggi l’ho scoperto.
si sente un gran casino, la macchina traballa un po’, hai la netta sensazione che stai facendo più danni della grandine, senti immediatamente una forte emorragia al portafoglio e ti viene da accostare con le 4 frecce.
ho messo il triangolo a 10 metri circa dalla vettura e indossato l’orribile gilé giallo fluorescente.
ho accusato un gran freddo al fondoschiena quando piegato giravo la manovellona del cric.
mi sono cacato addosso quando un tir mi ha suonato per 7 secondi di fila.
mentre stringevo la terza vite del ruotino la macchina è caduta dal cric e io ho battuto le nocche in terra accanto a un pacchetto di cesterfild vuoto, umidiccio e schiacciato più volte.
poi son risalito in macchina.
pronto, grubelard?
sì, dicevamo, è tutto da rifare. domani andiamo in stampa.
non c’è problema, oggi è una magnifica giornata.
 

mietitrice.

ottobre 5th, 2010 § 3 commenti

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tornando a casa ho provato il fenomeno dell’acquaplening.
lo avevo già provato con sbarella tornando dalla puglia in autostrada. ci siam cacati addosso.
ma ieri molto di più.
mi si è completamente congelato un braccio dal terrore. quello che ha tenuto fermo il volante. credo. sono scivolato via in sorpasso accanto a una macchinetta guidata da una signora. era tardi e cosa ci facesse fuori lei a quell’ora non lo so.
marchetti dice che era la triste mietitrice. ci siamo guardati in faccia per un interminabile secondo entrambi terrorizzati. poi è tutto finito. mi son rimaste solo le gambe mollone per 20 minuti.
una volta mi son stiantato contro un albero.
mio padre mi ha chiesto 15 volte se avevo bevuto. io avevo bevuto un succo di frutta quella sera. forse la prima volta che bevevo un succo di frutta a un concerto.
la macchina non era mia chiaramente. della mamma della mia fidanzata di allora.
sono planato su delle foglie bagnate tirando a dritto a una curva. dritto contro un albero sul viale che porta al piazzale michelangelo a firenze. credo di aver pensato che fosse un bel posto per morire.
non mi son fatto tanto male.
quando fai gli incidenti poi sei scemo. subito dopo intendo. senti la botta sfondi il parabrezza con la testa perché le cinture non sono obbligatorie e se le metti sembri un cretino e poi ci sono quei 30 secondi in cui sei completamente scemo.
la prima cosa che ho fatto subito dopo è stato fermare il reuind dello stereo per vedere se ero arrivato al pezzo che volevo ascoltare. così a un certo punto sul viale dei colli alle 4 del mattino c’era un cretino con la faccia coperta di sangue, l’indice sullo stero e i tul a volume fotonico. forse ho anche bangheggiato col testone prima di scendere dalla macchina.
poi fuori i primi due hanno tirato a dritto.
si è fermata una ragazza che mi ha coperto con la sua giacchetta di gins perché io ero in maniche corte e faceva un freddo becco. le ho vomitato sulla ruota davanti della macchina.
ti ho presa?
no, no.
scusami.
stai tranquillo ora arriva l’ambulanza.
sono tranquillo.
dove vai stai fermo non ti muovere.
volevo solo sedermi.
ma dove vai stai fermo qui.
sì, posso sedermi per favore?
certo siediti qui.
va bene, mi siedo qui. guarda che non c’è bisogno che aspetti.
stai tranquillo.
sono tranquillo.
ma come hai fatto?
non lo so.
hai bevuto?
no, no.
ma hai visto qualcosa? hai cercato di evitare un gatto… un animale?
(oh, ti ho detto che ero tranquillo. fammi un’altra domanda e ti caco nel taschino del giubbotto gins.) non ho visto nulla, son solo scivolato.
come sei scivolato, cosa vuol dire sei scivolato?
sì, la macchina è scivolata via ho fatto vvvvvvvvvvvvvvvvv sbem!
madonna, ti è andata di lusso.
non è che te la sporco sta giacca? mi dispiace, dai tieni.
cosa fai! non te la levare! sei scemo?!
(oh mio dio ho beccato miseri non deve morire.) scusa, volevo solo evitare di sporcartela.
ti fa male la testa?
non lo so.
come non lo sai? sentirai male da qualche parte. guarda quanto sangue.
non lo so non lo so. ecco l’ambulanza.
(sia lodato il gesù cristo santissimo dio madonna vieni qui ambulanza.)
be’, grazie mille eh. eccomi qui, ma la macchina?
la macchina non si preoccupi. ce la fa a salire da solo?
certo che ce la faccio. ma le chiavi le tolgo.
lasci tutto così com’è adesso arriva la polizia e ci pensano loro.
la polizia?
e certo se no chi la leva la macchina dalla strada?
non posso fare una telefonata? non mi spettava una telefonata?
avanti andiamo all’ospedale.
come all’ospedale? io sto bene.
mica la possiamo portare a casa.
se lo sapevo chiamavo un taxi.
forza salga su che dobbiamo correre in ospedale.
no, vi prego andate piano.
poi invece non sono andati piano. sono andati a dumilallora e alla prima curva dopo la mia l’ambulanza ha sbandato di nuovo. mi sono alzato di scatto dal lettino.
stai tranquillo.
ma come stai tranquillo? (poi non mi davi del lei fino a un secondo fa?)
la sappiam guidare l’ambulanza.
ho capito ma stavamo per stiantarci di nuovo.
come di nuovo?
sì, insomma io stavo per stiantarmi di nuovo.
stai tranquillo.
tranquillo una sega.
ma c’è bisogno che stia sul lettino?
potresti avere un trauma cranico.
ma io sto bene.
questo lo dirà il dottore.
ma ci posso andare a piedi.
stai fermo lì.
va bene.
ecco a lei dottore.
cos’è successo?
sono andato contro un albero.
hai bevuto?
un succo di frutta.
ora facciamo una radiografia. togliti quell’affare dalla faccia.
allora io mi metto la mano in faccia e dalla fronte tolgo un pezzettino di vetro del parabrezza e lo metto sul lettino.
può per favore togliere quell’affare?
l’ho tolto.
si levi quell’orecchino dall’occhio.
il pirsing.
sì, il pirsing. ma come vi viene in mente di fare quelle cose? ma lo sapete che portano infezioni?
(voglio andare a casa.)
pronto mamma.
pronto.
mamma.
sì, sì pronto. ma che ore sono?
è tardi mamma. senti sono in ospedalehoffattounincidentemastobene.
ah, stai bene?
sì, sto bene ma avrei bisogno che tu mi venissi a prendere.
e dove lascio la crosby?
(la crosby è un capitolo troppo grande da affrontare a quest’ora. basti sapere che se lasciata sola la crosby abbaiava come se non ci fosse un domani.)
mamma, ti sto chiamando da un ospedale. ho appena fatto un incidente. sto bene ma vorrei davvero andare a dormire. la crosby portala con te. oppure girale un rotolo di scotch da pacchi intorno al muso e chiudila nello sgabuzzino. ti aspetto.
e poi mi è venuta a prendere, ha ripagato la macchina ai genitori della mia fidanzata, ha pagato una multa per il danneggiamento dell’albero e una multa per eccesso di velocità che la polizia mi ha fatto a prescindere solo perché mi ero stiantato da solo sul viale che porta al piazzale michelangelo.
quando galaad ha bucato lo stop e dalla parte del passeggero che ero io è entrata una lancia tema a 80 all’ora la portiera della mia parte toccava il gomito del guidatore che era galaad.
io gli sono finito in braccio. non mi son fatto un graffio.
galaad è uscito subito dalla macchina per vedere se quelli dell’altra macchina si eran fatti male.
c’era un vecchietto che si è buttato in terra e diceva di avere un forte dolore al collo. galaad era talmente spaventato che non riusciva a dire nulla. guardava.
il figlio del vecchietto chiedeva al padre se stava bene.
io ero in macchina che cercavo di aprire la portiera. la mia. non si apriva. era un bolo di lamiere.
allora mi son lasciato cadere dal finestrino. il mio. eppure la portiera del guidatore che era galaad era aperta. e io ero seduto proprio lì.
a volte penso a quel mio amico che lavorava al casello. me lo immagino in piena notte ingobbito nel suo gabbiotto a contare i soldi.
febio dice che aveva preso le misure per farci entrare la televisione. il basso proprio non ci entrava.
le serate a casa sua in famagosta a mangiare pasta e piselli son il paradigma della tristezza.
a pari merito con il tonno mangiato direttamente dalla scatoletta su una tavola non apparecchiata.

falene.

settembre 28th, 2010 § 2 commenti

 
 

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quando lavoravo al bar entrava sempre un signore sulla cinquantina non appena aprivamo. intorno alle 5 e mezzo di pomeriggio. appoggiava giacca e ventiquattrore e si sedeva al bancone. il suo drink era pronto non appena si accomodava sullo sgabello. gionni uolcher in un bicchiere grande pieno zeppo di ghiaccio.
il mio capo diceva che eschimesi e baristi hanno in comune una cosa fondamentale. entrambi si costruiscono la casa col ghiaccio.
lo diceva spesso.
una notte dopo aver chiuso me lo disse con l’alito pesante a un centimetro dal mio naso tenendomi la nuca stretta con la mano destra. non sapevo se volesse uccidermi o infilarmi la lingua in bocca.
il signor gionni uolcher era uno che parlava tantissimo. ma non diceva mai cose noiose. e non diceva mai la stessa cosa due volte. e ricordava tutti i nostri nomi.
credo che a ognuno di noi piacesse pensare di essere il suo barista preferito. non pretendeva di essere guardato in faccia mentre parlava. potevi fare le tue cose e spostarti lungo il bancone. nessuno fingeva di ascoltarlo. tutti lo facevano e basta. forse perché non parlava mai di sé.
dopo un po’ di tempo scoprimmo che era un assicuratore. era vestito come un assicuratore. ma non lo avremmo mai detto che era un assicuratore. non avremmo mai nemmeno detto che era un professore. forse perché già c’era il professore.
il professore arrivava tra le 23 e le 24. quando il locale era pieno zeppo di gente. prendeva una pinta e si metteva in silenzio a reggere una parete con la spalla destra. osservava tutti ma non appena era osservato a sua volta abbassava lo sguardo. non gli abbiamo mai sentito pronunciare una parola.
una volta una cameriera disse ragazzi il professore mi ha parlato.
noooooooooo.
eheheh, ci siete cascati.
salutava con un cenno della testa e si defilava. non ordinava nemmeno più. non appena la sua pinta di lager era spillata veniva al bancone a prendersela. pagava subito. 5 euro nonostante in quel posto una pinta ne costasse 6 e cinquanta. il capo ci aveva detto che andava bene così.
era il suo professore di storia dell’arte quando andava al liceo. sembrava che venisse al bar per fare una sorta di piacere al suo ex alunno. come se fosse compiaciuto del fatto che si fosse trovato un lavoro onesto e ben retribuito.
mi sono spesso chiesto se durante il resto della giornata non andasse in giro per uffici e negozi e ospedali e in tutti i posti in cui lavorassero i suoi ex alunni. potevano esserci 3 o 300 persone lui la sua spalla la doveva appoggiare proprio lì. davanti alla porta d’ingresso, accanto al bancone. un posto troppo visibile per una persona così defilata.
un giorno gionni uolcher era entrato nel locale con un grande mazzo di rose.
lo sai cos’è un palindromo?
radar.
esatto.
lo sai qual è il palindromo più lungo del mondo?
radar?
no.
qual è?
in girum imus nocte et consumimur igni.
cazzo.
andiamo in giro di notte e veniamo consumati dal fuoco.
poi gionni uolcher non venne più.
giorni dopo qualcuno ci disse che sua moglie aveva un cancro. era ricoverata non troppo lontano dal bar.
era andato a trovarla tutti i giorni. fino alla fine.
spesso mi chiedo se andasse da lei prima o dopo il uischi al bancone.
-
cosa sta facendo qui?
sto bene.
non mi pare. quanto ha bevuto?
si faccia i fatti suoi.
va bene ma posso aiutarla?
no non può.
fa un gran freddo qui, non vuole che la porti a casa?
è qui che tornerei comunque.
perché?
ragazzo, se solo lo sapessi probabilmente non tornerei qui.
-
c’era un tipo strano nel quartiere. girava con una pantegana.
io le pantegane le avevo viste solo dall’alto.
c’era un posto in cui mi portava a volte mio padre a mangiare gli amburgher che si affacciava sul fiume.
volevo sempre sedermi accanto alla finestra per tirare il pane in acqua. atterrava sempre un paio di metri oltre al punto in cui volevo che cadesse. non appena toccava la superficie dell’acqua ci si avventavano dei pesci neri enormi. ero convinto che se mai qualcuno fosse caduto nel fiume sarebbe stato divorato vivo. se il pane cascava sulla riva arrivavano anche dei toponi grandi quanto i pesci.
sono pantegane.
sono topi, papà.
sì, sono topi grandi. si chiamano pantegane.
anni dopo all’anfiteatro un tipo mi disse che c’era un pancabbestia che aveva insegnato al suo topo a fiutare il fumo. tutte le notti il suo topo trovava tutto il fumo che gli avventori e i marocchini perdevano nel prato.
e poi lo rivendeva. pare che quel signore fosse caduto in un tombino. non il pancabbestia, il signore con la pantegana. pare che in una notte di baldoria si fosse perso nei labirinti sotto la città. dopo avere urlato per ore, sfinito, si era lasciato stramazzare al suolo. seguendo un topo enorme aveva ritrovato l’uscita molte ore dopo. e una volta fuori aveva continuato a seguire quel topo.

alone.

settembre 11th, 2010 § 1 commento

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ehi, cosa state facendo?
dio… veloceveloceveloce.
ehi!
daidaidai.
cosa diavolo state facendo?
secondo lei cosa stiamo facendo?
ma le sembra il modo ma… lei è un maleducato incivile.
stia calmissimissimo ades
io qui ci abito.
sì. potrà continuare ad abitarci.
ma guardi che roba, non ho mai visto una cosa simile.
ascolti lo vede questo?
e.
cos’è?
un sacchetto?
esatto, un sacchetto.
e cosa ci fa?
cosa ci faccio secondo lei? lo gonfio e poi lo faccio esplodere per spaventare quei tizi laggiù.
comunque lei intenda utilizzarlo rimarrà comunque l’alone sul muro.
e che sarà mai. siamo in strada ci sono aloni dappertutto, impronte di scarpe e schizzi di fango e guardi lì, quella non è una siringa?
maporc
esatto.
be’ io non vado via di qui finché non la vedo pulire.
ma vada a casa, non ha nessuno che l’aspetta?
si faccia i fatti suoi.
questi sono fatti miei. sono fatti nostri. vorremmo rimanere da soli.
non ci pensi nemmeno. finché non è tutto pulito io non vado via.
oh porca merda.
ma fate sempre così?
a lui non riesce in altro modo.
cosa gli prende?
il dottore dice che è un disturbo psichico dovuto a un trauma subito nei primi mesi di vita. l’ha chiamata sindrome da prestazione estrema.
è grave?
lo diventa in circostanze estreme.
ovvero?
quando incontriamo gente come lei.
come me come?
curiosi morbosi sadici pignoli spaccacoglioni.
non si permetta. non sono certo io quello morboso. provi a mettersi nei miei panni e si guardi da fuori.
facciamo così, provo a mettermi nei suoi panni apro il portone e me ne vado a casa. a quest’ora c’è colpo grosso.
vero… sta insinuando qualcosa?
non sto insinuando niente, ci lasci stare.
non me ne vado finché non la vedo sistemare quel pasticcio.
va bene dio… ecco, ecco e ecco.
ce n’è un pezzetto anche lì.
dove?
lì, accanto alla siringa.
porca merda, non l’avremo mica calpestata.
non perda tempo.
ecco.
non ha una spugnetta? lì ancora non mi piace affatto.
le pare che giro con una spugnetta?
dovrebbe.
non ce l’ho una spugnetta. arrivederci.
come arrivederci, non vorrà mica lasciare quelle chiazze?
senta io me ne vado.
no no no.
mi lasci andare immediatamente il braccio.
lei non va da nessuna parte.
ok. ascolti, facciamo così. io una spugnetta non ce l’ho. lei sale in casa e ne prende una. io pulisco, me ne vado a letto e da questa parti non ci torno mai più quantevveriddio.
le sembro un cretino?
bah, a dirla tutta…
non appena entro nel portone lei se la svigna.
va bene salgo con lei. andiamo.
non ci penso nemmeno. io non la conosco, potrebbe essere un mascalzone.
certo. allora perché non aspettiamo qui tutta la notte. domattina appena apre il supermercato compriamo una spugnetta e puliamo il suo cazzo di muro. ora mi ha davvero rotto i coglioni. io me ne devo andare.
facciamo che lei aspetta qui e io salgo con lui.
ommerda. va bene. però veloci. dai dai.

sono passati 7 anni da quando non c’è più. ci siamo voluti un gran bene. sempre insieme sempre. fino all’ultimo.
ora c’è lei, con un carattere completamente diverso. la amo molto.
eppure ogni volta che vedo una merda aggrappata su un muro lungo il marciapiede non riesco a fare a meno di fermarmi a guardarla. per un tempo imprecisato. finché non passa il magone e subentra il sorriso.
e poi torna il magone.
ma pensa te se mi devo commuovere davanti a una merda.

i panini.

settembre 7th, 2010 § 1 commento

 
 
 
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stamani mi son svegliato accanto a bianca che mi schiaffeggiava e mi tirava il labbro inferiore. ha unghiette minuscole che fanno malissimo.
a volte riesco a riaddormentarmi o a simulare perfettamente di essere nel più profondo e angelico dei sonni.
così le dà da mangiare zan zan.
i banbini si sbrodolano un sacco.
quando ero piccolo in televisione c’era la pubblicità di ‘sto bambolotto che si sbrodolava e si vomitava addosso. per quale motivo si deve desiderare una cosa del genere?
i banbini sono grassi e pieni di pieghe. il latte spesso rimane lì e poi puzza tantissimo di alimentari pugliese.
l’odore del formaggio mi dà alla testa. quando entri in quei posti è un po’ come stare seduti sulla pianta del piede di un muratore gigantesco.
io odio il cibo a meno che non si trovi o su un piatto o su una forchetta o dentro la mia bocca.
in tutti gli altri posti del mondo mi fa impressione.
è una nevrosi. ne ho altre. ma questa mi uccide.
i panini li amo. sono buonissimi. ma quando mangio un panino pieno di salse e amburgher sembro un cretino in bilico sul punto di cadere. tengo tutto il corpo proteso in avanti per paura che le salse mi caschino addosso. ho un bolo di scottecs in tasca per pulirmi le dita a ogni morso. mangio come se partecipassi a una gara di panino veloce per accorciare l’agonia. a causa della poca pressione che faccio con le dita sul pane l’amburgher mi scivola via verso il cartoccio. sempre.
così alla fine col dito indice e il pollice tiro su questo schifo di carne ricoperta di pus e foglie di insalata e me lo lascio cadere in bocca nello stesso modo in cui si premia un delfino con un pesce. e alla fine sono un fascio di nervi e mi viene il singhiozzo. sempre.
le nevrosi sono un male poco bono.

stanotte ho fatto un sogno. e io non sogno spesso. ero in interreil con marcone e marchetti. con gli zaini e i bermuda come dei neodiplomati.
entriamo in un ostello e subito sento nell’aria eccitazione e stupore. sembra che tutti siano felici di vedere marcone. lui va alla resepscion con testa alta e fare sicuro. lo seguiamo ma lui appoggiato al bancone con un gomito senza neanche guardarci ci blocca stendendo l’altro braccio e facendo la mano a forma di stop. si mette l’altra mano in tasca e paga per tutti e tre con delle bustine di frutta liofilizzata per fare il frappè.
gli diciamo no marcone non devi.
ma lui ci zittisce e fa l’occhiolino.
ci precede sulle scale mentre andiamo in camera come se fosse di casa. una volta dentro poggia lo zaino e si spoglia. ha un drago verde tatuato su tutto il corpo.
ci guarda come a dire bello eh?
ma io e marchetti siamo imbarazzati perché oltre a essere il tatuaggio più brutto del mondo ha su marcone l’effetto che una tuta da pauerreinger avrebbe su marisa laurito. quindi non diciamo nulla e lui va a fare la doccia.
ecco.
ho raccontato il sogno a marcone. si è offeso. dice che nel mio subconscio lo reputo un babbo di minchia.
non è così. ho grande stime nei suoi confronti. è solo che il mio subconscio si è mangiato un panino.
non prima di andare a letto. non alla mia età. è sbagliato. molto.

il bottone rosso.

settembre 3rd, 2010 § Lascia un commento

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ciccio, ma cosa ti è saltato in mente?
non chiamarmi così.
come stai? ma guardati, guarda come ti sei ridotto.
ti hanno dato da mangiare? ho detto alle infermiere della tua intolleranza ai latticini. non avrai mica mangiato la mozzarella?
no.
stanno arrivando anche gli zii. si sono messi in macchina non appena hanno saputo. sento uno strano odore, hai fatto una puzzetta?
vorrei stare da solo.
apro un po’ la finestra. sembra… ti ricordi l’odore che c’era quando hanno cremato la nonna? tuo fratello non faceva che far finta di vomitare. non riuscivo a smettere di ridere. il conato di vomito lo fa perfetto.
chiudi la finestra, ho freddo.
il babbo mi ha detto che in ufficio non fanno che chiedere di te. pensare che non gli rivolgevano la parola da quando ha perso quel grosso cliente e due suoi colleghi son stati licenziati. sembrano tutti molto scossi da quello che ti è successo.
ma guardati. lascia che ti faccia delle foto.
ti prego smettila.
allora, come sta il nostro ometto?
buongiorno dottore.
signora, mi faccia un favore apra anche l’altra finestra. fa un gran caldo qui dentro.
allora ciccio prima di tutto tiriamo fuori la lingua.
non mi chiamo così.
bene bene. ti fa male se tocco qui?
no.
e se tocco qui?
no.
dottore lei per caso sa se oggi nel menù ci sono mozzarelle o latticini? ciccio è molto allergico. quando li mangia è come se il suo intestino vivesse di vita propria.
ha avvertito le infermiere?
l’ho fatto appena arrivata.
allora vedrà che troveranno il modo di nutrire questo giovanotto. vero ciccio?
non mi chiamo così.
tornerò più tardi. per qualsiasi cosa premi il bottone rosso sopra la tua testa.
ho le braccia ingessate.
ci vediamo dopo ciccio. su con la vita. sei un eroe.
non mi chiamo così.
arrivederci dottore. mi sembra molto bravo il dottore no? ci sono un sacco di tuoi amici della scuola che sono venuti a trovarti. sono talmente tanti che non li fanno entrare. guardali, riesci a vederli da lì? ciaaoo ragaazziii. ma sono tantissimi.
chiudi quelle cazzo di finestre.
oh ecco gli zii. gli vado incontro o non li faranno entrare. non ho mai visto così tanta gente fuori da un ospedale. ti vogliono proprio bene tutti quanti tesoro mio. guarda c’è anche tua cugina betty e il piccolo paolino! vado a prenderli. non ti muovere. arriviamo subito.
mamma?
dimmi tesoro.
perché hai messo il video su iutùb?

mi puzzano le mani.

settembre 3rd, 2010 § 3 commenti

 
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notte infernale. svegliati a intervalli irregolari da lamenti insopportabili.
zan dice che sono i denti.
io sono convinto che nostra figlia sia posseduta. si rigira nella culla come un essere invertebrato. non appena ti addormenti senti urla nella notte. spalanchi gli occhi in cerca di qualcosa che possa illuminare.
le opzioni sono:
- fantasmino dell’ichea con luce verde.
- cellulare dell’ichea con luce bianca.
- fiammiferi dell’ichea con luce debole.
- comodino dell’ichea.
- istinto felino. dell’ichea.
è sempre in posizioni diverse. fa molta paura quando è a pancia in giù ma con la testa rivolta verso il soffitto.
ci siamo dati dei turni per stare accanto alla culla e intervenire repentinamente.
il trucco è afferrare la prima cosa che fa luce. cercare nel delirio di banbini e coperte e lenzuola uno dei 17 ciucci gettati random. aprirle la bocca con pollice e incisivo. infilarle il pezzo di caucciù completamente in bocca.
svegliarsi di continuo ti fa perdere la cognizione del tempo dello spazio e di te stesso.
a un certo punto ho aperto gli occhi e zan era in piedi di fronte a me. aveva una mano sulla culla e la stava trascinando via.
le ho detto cosa fai.
mi ha detto sono sveglia.
… lo vedo… e dove vai?
non lo so.
porti la culla a fare un giro?
ormai sono sveglia.
questo non giustifica un trasloco.
no.
torna a letto zan zan.
mi faccio una doccia?
no, torna a letto.
vuoi un panino?
zan.
sì.
torna a letto.
ok.
quando mi sono svegliato zan era andata via. sul comodino il biberon. seduta sul cuscino accanto al mio bianca.
urlava come uno pterodattilo impazzito. l’ho nutrita e mi sono riaddormentato per 10 minuti.
poi un odore penetrante e inconfondibile. quando l’ho presa in braccio era ovunque. sul letto. sulla mia pancia. sui miei boxer.
fleshbèc.
poi stringiamo qui, facciamo girare questo di qui…
guarda che stai stringendo troppo.
guarda che va bene.
no amore, così le blocchi la circolazione del sangue.
chiamami ancora amore e ti do una testata.
stringi meno.
pare che a mettere i pannolini sei brava solo tu.
dico solo di stringere meno.
va bene, hai sempre ragione tu.
la prossima volta che le rimetto il pannolino lo stucco sui bordi e faccio un paio di giri di scoch da pacchi.
per fortuna stamani ho scoperto che c’è questo. che io già ho letto da un bel po’. e adesso è sulla rete per tutti. e io consiglio caldamente di leggerlo perché è molto bello. e di sicuro ogni tanto vi perderete.
ma esattamente come è bello perdersi nelle città scoprirete che non è affatto male perdersi anche in questa città.
dai dai dai.
mi puzzano le mani.

F.

agosto 30th, 2010 § 7 commenti

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la veranda è bella. è la mia stanza preferita.
prima che arrivasse bianca abbiamo provato a farla essere la nostra stanza ma faceva un freddo bestia.
pigiama infilato nei calzettoni e orecchie ghiaccio marmato al mattino.
d’estate invece pare di essere in una tenda piantata in mezzo al parcheggio della lidl di città del cairo. ci siamo dovuti trasferire nella camera della nonna. ha lo stesso arredamento della casa della mamma di psaico. che poi è psaico. l’assassino è il maggiordomo.
a livello di temperatura va bene sia d’estate che d’inverno. a livello di rumori è insostenibile. solo combriccole di banbini e rigazzini che urlano. di peggio c’è solo la morte violenta.
a un certo punto nell’estate del 2003 ho avuto a che fare con un sacco di banbini.
dissolvenza. assolvenza con effetto fumé. voce fuori campo.
sono sempre piaciuto un bel po’ ai banbini. c’è stato un periodo della mia vita in cui dicevo che non mi piacevano. non è vero. non mi piacciono i banbini brutti. i rigazzini quelli che urlano cose a caso. urlano tutto il tempo. cori da stadio e canzoni brutte. vieni a pescare con noi e hanno visto latumamma in vetrina adamsterdàm.
48 rigazzini. ho a che fare con 48 banbini/rigazzini. dai 10 ai 16 anni.
SMS ho bisogno di un favore chiamami appena puoi.
pronto carla?
vieni 3 giorni con me e 48 rigazzini a londra?
va bene. che sarà mai.
partenza alle 5 del mattino da firenze.
dormo da carla. arrivo a casa sua alle 23. la trovo spalmata su un divano di velluto. ci saranno 45 gradi. è sudata come se avesse appena vinto il rolangarròs ha in bocca l’apparecchio della notte ed è in piena crisi di riso isterico. promette benone.
sveglia alle 4. pulman. un’orda di banbini accompagnati da genitori iperapprensivi.
hai preso l’accappatoio?
hai preso lo sciampo alla camomilla?
ce l’hai il fon?
pare si stia andando tutti a fare una lunghissima doccia.
matteino tieni questo casco di banane danne una a franco e mezza a lavinia che c’ha il diabete.
valentina saluta la nonna e lo zio gennaro.
alberto smettila di sfagiolarti il pisello e stai attento a cosa dice la maestra.
non è assolutamente possibile che io mi trovi qui in questo momento. è troppo presto e troppo buio. c’è troppa gente e tutti urlano. e tutti mi fanno troppe domande.
l’occhio destro mi lacrima tantissimo. mi sudano le mani. e tutti continuano a farmi davvero troppe domande.
vedo solo labbra che si muovono ma non sento più nulla. io sono quello dell’ultimo momento non so nulla cazzo.
i genitori mi parlano e io mi limito a indicare carla senza alcuna espressione sul viso. e intanto penso che se c’è un dio dovrebbe dare un senso alla mia vita e schiacciarmi col suo piede sinistro.
non si parte.
quando cazzo si parte?
voglio andare a sedermi in fondo e dormire fino all’aeroporto di pisa con le cuffie nelle orecchie.
vi prego partiamo.
manca marco dove cazzo è marco.
l’appuntamento era qui alle 4 e mezzo. son qui dalle 4 e venti e alle 4 c’erano già millemila genitori che mi facevano domande.
e invece marco non c’è. dio, mandaci marco.
i banbini son tutti sul pulman.
le valige, madonna le valige, son tutte sul pulman.
anche la mamma di matteino è sul pulman. carla non è sul pulman. l’altra accompagnatrice che ancora non ho capito come si chiama per cui credo che la chiamerò scusa? non è sul pulman.
io, io non sono sul pulman. ma sono giù in mezzo a troppi genitori che si agitano.
la mamma di ginevra versa lacrime per la figlia che forse non tornerà più. o comunque tornerà estremamente cambiata. suo padre mi attacca un’improbabile pippa sulle condizioni atmosferiche sulla florida flora e la curiosa fauna dell’appenino toscoemiliano.
non mi sento bene. tachicardia, secchezza delle fauci, una fitta al torace.
marco. è arrivato marco.
ha la faccia come il culo e il ciuffo a forma di m di mecdonald. non sta zitto un attimo e tutto ciò che dice è fastidioso. ma alla fine m’importa una sega perché finalmente si parte.
non è vero. si fa l’appello.
brutti ricordi.
carla ha un microfono eppure grida. grida fortissimo.
carla, scusami, hai il microfono, come mai stai gridando?
mi guarda. guarda i ragazzi. guarda l’autista. guarda i genitori. riguarda i ragazzi. posa il microfono e ricomincia a gridare.
spinelli claudia.
fragorosa risata accompagnata da esplosioni di raudi pinolo bottiglie di spumante e cori da stadio. tutta la curva.
questo appello deve finire molto presto. perché è troppo presto e troppo buio e troppi genitori e troppo rumore e poi cazzo è davvero troppo presto e io non sto bene e prego perché tra i prossimi nomi non ci sia nessun:
- scaccolacammelli alessia
- succhiamelo guido
- vulva marina
- vaffanculo vanni
- zz top
finalmente si parte.
mi siedo in fondo e mi chiudo in un meticoloso silenzio. può solo andare molto peggio.
mi son tenuto un disco da ascoltare durante il viaggio. fa schifo.
pisa ore 6:25. cecchìn.
devo star lì ad aiutare i ragazzi a mettere il bagaglio sulla bilancia. sono tutti in fila e solo ora comincio a inquadrarli. sarà che dopo il caffè capisco quanto meno come mi chiamo. sarà mi sento improvvisamente più positivo e più utile. sono pronto cazzo.
il rapporto grandezza bagaglio banbino è inversamente proporzionale. chiaro che più piccolo è il banbino e più grande pare il bagaglio. ma qui non è una questione di proporzioni. questi bagagli sono davvero enormi.
un banbino di un metro e trenta con una sansonait da 28 chili mi ricatapulta nel peggiore dei pessimismi.
sono tutti in fila e io li vedo tutti in faccia e li odio.
sono brutti bruttissimi e ora sto digrignando i denti.
ce n’è una magrissima una grassissima c’è quello sfortunato e silenzioso quello masticato dall’acne il nano chiacchierone e le due fighe. son le più grandi di tutti. una bruna e una bionda. quella bionda ha un trollei delle dimensioni di un frigorifero. quando lo tiro su vedo tutto bianco per qualche secondo. riesco a stento a metterlo sulla bilancia. pesa 34 chili. il massimo consentito sono 20. quando vede il peso sul displei si gira verso la bruna e dice pensavo peggio. maledetta stronza.
poi c’è il rigazzino di mezza età. è alto più o meno così e avrà sì e no 14 anni. occhi azzurri capello nero.
lampadato. si sistema il ciuffo a intervalli regolari. è vestito e si muove come un amico qualunque di mio padre. parla forbito e tiene una stecca di malboro laits sotto un braccio. l’altro braccio è già intorno alle spalle della brunetta. gli manca solo la barca a vela e il brendi scaldato. ho già voglia di prenderlo a calci in bocca.
il banbino sfortunato è talmente sfortunato che un qualsiasi altro banbino sfortunato del mondo accanto a lui si sentirebbe il capitano della squadra di futbol. ha i pantaloni ascellari e un pacco sorprendentemente enorme.
fa il cecchìn per ultimo. è molto fiero del fatto che la sua valigia sia ben sotto il limite massimo consentito.
mi descrive puntigliosamente la tecnica con cui sua mamma piega i vestiti per ottimizzare lo spazio nella valigia.
mi mostro molto interessato.
sull’aereo è in ultima fila da solo. avrà 14 anni. gioca con il lego. di tanto in tanto si aggiusta col ditone gli occhiali tondi dalla montatura dorata. magone. sta arredando una rulòt di lego comprata su i bei.
mi siedo accanto a lui e parliamo di cinema. stallone è il suo attore preferito. poi cambia discorso e la butta sulle macchine. pare che tutti lo chiamino il dottore perché è una sorta di piccolo inaffrontabile tuttologo. sa di tutto un po’ ma sono le macchine il suo argomento preferito. e non appena vede che gli do un po’ di corda si eccita tantissimo.
fammi una domanda.
guarda non so molto di macchine.
fammene una dai.
davvero so veramente poco di macchine.
qualsiasi cosa chiedimi qualsiasi cosa.
credimi sono la persona meno adatta per
chiedimi qualcosa chiedimi qualcosa.
alza il tono della voce.
adesso forse ho un po’ paura.
va bene cambiamo argomento.
mpffff.
fruga nello zaino nervosamente. tira fuori una rivista e me la porge con gli occhi lucciconi brillantoni teneroni. patatone che non sei altro. la prendo ricambiando il sorrisone. armi. pistole fucili mine antiuomo e missili.
adesso ho molta paura e senza realmente accorgermene mi guardo intorno cercando la più vicina uscita di sicurezza. in paranoia.
cos’altro nasconde nello zaino il dottore. quanto avrà aspettato questo momento.
tutti i banbini che lo hanno sempre preso in giro tutti sullo stesso aereo.
la maestra no lei è buona. alla maestra vuole bene. ma tutti quei banbini che lo hanno sempre preso in giro no.
e io? cosa starà pensando di me per quel poco che ci siamo conosciuti ho avuto il massimo rispetto per lui cosa c’entro io siamo stati amici, amici veri.
il mio ultimo pasto non può essere un cruassàn di caucciù gusto prosciutto e formaggio e un maffin di legno con gocce di cioccolato e piombini da pesca.
tra l’altro su questo volo non servono nemmeno la colazione.
dottore le assicuro che ci sono cose più meglio delle armi. lei forse non ha mai preso in considerazione l’altro sesso. non è troppo presto sa. 14 anni è l’età giusta per riconsiderare il contenuto del proprio zaino. si levano le cose superflue tipo i fucili e gli esplosivi al plastico e si fa un po’ di spazio alla figa. dottore mi creda si fidi di me mi dia quello zaino.
nel corso della giornata sono i più piccoli a far breccia nel mio cuore.
c’è vanni, banbino caratteriale. marchino, banbino checca isterica. niccolò, banbino dal moto perpetuo. tommaso, banbino fratello di niccolò. dino, banbino piagnone.
vanni è il preferito. sta sempre per i fatti suoi e sorride di rado. dimentica il suo zainetto ovunque. le prime parole che gli ho sentito pronunciare sono ti do un destro maremma maiala. marchino lo prende in giro. dice che dorme ancora con sua mamma e che è frocio perché gli è capitata la stanza con la lettera F.
anche a me è stata assegnata una stanza con la lettera F.
F = figo. non frocio.
lo dico a vanni. sorride.
una ragazzina che si chiama qualcosa tipo helga mi insegna a fischiare con le dita in bocca. non ti dimenticherò mai helga. olga. come cazzo ti chiami.
quel marco che è arrivato in ritardo mi presta la cintura perché mi cadono i pantaloni.
il galanti piddu e federico mi chiedono se gli compro il fumo. io gli compro il bacardi. si ubriacano e scappano dal college.
il dottore viene a bussarmi alla porta alle due del mattino.
sono scappati mentre dormivo mi dice.
spione.
dove sono andati?
nell’altro college dalle ragazze di salerno.
fighe?
non lo so.
non preoccuparti dottore torneranno vai a dormire e non bussare mai più alla mia porta.
buonanotte.
ah dottore.
sì.
non bussare mai più a nessunissima porta.
ok.
galanti il giorno dopo dice di aver chiavato. non è possibile. la sera prima mi ha chiesto se li accompagnavo perché aveva paura a fuggire di notte senza la supervisione di un adulto.
anche piddu dice di aver chiavato. non è possibile. è cerebrofottuto.
federico è di campi bisenzio balla l’arcore si mangia le pasticche trucca il motorino e fuma 8 pacchetti di sigarette al giorno. quello che dice in genere non ha senso. siamo andati dihane sera lì madonnahane sicchè io dihane capito?
no.
ecco.
eppure la veranda è proprio la stanza migliore. magari va bene per le mezze stagioni. lasciatemi stare.
questo è il mio blog e ci scrivo un po’ che cazzo mi pare.
porca merda, sono un dannato bloggher.

kevin, il solito.

agosto 28th, 2010 § 1 commento

 
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ho fatto un lungo viaggio per arrivare fin qui.
davvero?
no, ero alla posta qui dietro.
sei sempre il solito.
cosa vuol dire sei sempre il solito? perché parli come i libri di moccia? certo che son sempre il solito. non conosco nessuno che non sia sempre il solito. ho un’amica bipolare che anche lei è sempre la solita. sempre la solita bipolare.
smettila, non ne ho davvero voglia.
beviamoci un caffè.
è davvero tardi.
dai, il tempo di un caffè.
qual è il tempo di un caffè?
be’ dipende prima di tutto dal caffè. un espresso è molto più veloce di un americano. a dirla tutta l’espresso è il più veloce di tutti. gli sta dietro solo il macchiato. ma anche lì dipende, non a tutti piace raccattare la schiuma col
smettila cazzo.
ti ho detto che sono in ritardo.
hai detto che è tardi. non è proprio la stessa cosa.
cosa volevi dirmi?
ho incontrato chiara.
lo vedi che sei sempre il solito. sei uno stronzo.
cosa… ti ho detto che ho incontrato chiara… che ca
hai incontrato o hai visto chiara?
be’ l’ho incontrata e l’ho vista. se non l’avessi vista non avrei mai saputo di averla incontrata.
dai, lo sai cosa intendo.
no.
l’hai incontrata per caso? l’hai chiamata e siete andati al cinema? insomma, avete scopato?
è incredibile, sentirti parlare sporco mi eccita ancora da morire.
avete scopato?
sì, abbiamo scopato. ci siamo incontrati alla posta, io pagavo una rata delle mie multe lei spediva una lettera a sua sorella che sta a colonia una cosa tira l’altra e… la tipa allo sportello mi ha detto che ce l’ho piuttosto grosso. alla fine ho portato al cinema anche lei.
la smetti o no?
ci beviamo ‘sto caffè?
sì.
però un espresso. al de amicis danno balla coi lupi in versione integrale. un espresso può bastare.

giosciua, grubelard, frenesgaz e gli altri.

agosto 27th, 2010 § 5 commenti

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sto per utilizzare dei nomi fasulli.
mi chiama questo tipo e dice ciao sono maicol il cantante degli sfrenegaz mi ha dato il tuo numero grubelard.
gli dico ah.
lui dice grubelard della giosciua enterprais dove faceva lo stage pinolo, il batterista dei gatti orizzontali.
gli dico aaaaaaa certo grubelard, cavolo come sta?
non ho la minima idea idea di chi stia parlando.
mi dice abbiamo appena finito di registrare il disco nuovo e grubelard mi ha detto che tu potresti darci una mano con la grafica.
soldi soldi soldi soldi soldi soldi.
be’ sì, a dire il vero sono un po’ preso in ‘sto periodo però ecco ci possiamo organizzare.
sì, in realtà dovrei subito chiederti quale sarebbe il prezzo perché pagherebbe gionatan della mortinculo records e il bagget non ti nascondo che è abbastanza limitato.
merda merda merda.
ma guarda in genere dipende dal tipo di lavoro, dal gruppo con cui ho a che fare, dall’etichetta per cui incide. direi che potrei farvi questo prezzo.
ah, guarda questo prezzo è più che perfetto.
merda merda merda potevo chiedere di più.
dico senti ma per quando vi servirebbe il tutto?
be’ alla fine il disco esce i primi di settembre perché vorremmo farlo coincidere con l’anniversario della morte di braian mec trollei visto che si tratta di un consept sul suo lavoro.
certo, il suo lavoro.
quindi visto che la nostra agenzia di buching ha già fissato le date del tur promozionale e la promoscion miusic ov de uorld deve cominciare a fare della vairal comunichescion avremmo bisogno del tutto asap. (asap lo dici alla maiala di to mà.) con vocetta troppo entusiasta per essere sincera, bene, a lavoro allora! avete in mente qualcosa? il disco ha un titolo?
be’ sì il disco si chiamerà lezioni di filofofia per autoctoni in via di estinzione, il titolo si ispira a un passo famosissimo di mec trollei in cui il suono prodotto dal cucciolo di balena limone sottoposto a stress da abbandono viene paragonato al movimento del post strutturalismo fotonico che si sviluppò nei paesi colpiti dal tifone antonio negli anni ’40.
cavolo, è una cosa interessantissima, ma senti voi avete già delle idee? (io ti spacco la faccia).
in realtà sì.
merda merda merda.
visto che il primo singolo estratto dal disco sarà castello pensavamo di rifarci al testo.
ah, ecco.
sì, visto che si parla dell’urgenza del criceto di fronte a un ottimo piatto di trofie alla salsa svizzera pensavamo di mettere in copertina la foto un vecchio disteso su una pelle d’orso bianco con un cappello di paglia bucato che spara nel caminetto una sorta di raggio laser viola che alimenta il fuoco fino a fargli prendere la forma di un demone dal volto di donna bellissima ma al tempo stesso spaventosa.
mmm, ma il cappello di paglia bucato lo indossa il vecchio o la pelle d’orso?
no no, il vecchio.
ah. (io ti disprezzo)
dico per fare questa cosa però forse c’è bisogno di organizzare una sorta di set fotografico.
un po’ stupito, ah sì? be’ io al momento ho al massimo una foto di un cappello di paglia che posso bucare con fotosciop.
ah, ma non puoi cercare le foto in internet e poi fare un fotomontaggio?
(brutto idiota chi cazzo pensi di aver chiamato? la picsar? chi cazzo sono io? uol disnei?) facciamo che faccio un paio di prove e vediamo cosa succede.
alla fine gli sfrenegaz in copertina si son beccati la foto in bianco e nero della tartaruga della mia vicina di casa. il mio compenso l’ho speso tutto in birre alla sagra del buon umore di appiano gentile. dove, peraltro, si son rifiutati di far suonare gli sfrenegaz.

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