nutrie

marzo 4th, 2012 § 1 commento

una volta, di ritorno, il treno aveva rallentato e sull’argine del canale s’era arrampicato un coso peloso enorme dell’aspetto di un sorcio. e se pensi che sia un sorcio davvero ti fa ribrezzo. è quel codone rotondo che ti inganna. era la prima volta che ne vedevo una così da vicino. le due ragazzine di fronte a me saltano letteralmente dai sedili e dallo schifo. loro crederanno per sempre di aver visto un ratto gigante. il sorcio più grande del mondo. bleah! però si sporgono meglio verso il finestrino incuriosite. ce ne sono altri. sono più piccoli. stanno risalendo anche loro l’argine. la madre li sta aspettando. è un quadretto molto tenero. è per forza una femmina. la femmina è dominante e guida il gruppo. il maschio pare sia errante e in genere che faccia un sacco di cazzate. e vi è andata bene perché il maschio è ancora più grande. la nutria è una sorta di castorino. solo che non ha la coda a paletta come i castori. dicono che sia quel rat mousquet con cui si fanno i pellicciotti per il collo. ma non ne sono sicuro. è una delle cento specie aliene più dannose al mondo. ma non è nemmeno troppo colpa sua. è che da noi manca il suo predatore principale. il caimano. che non è la lucertola più grande del mondo. il treno riparte. le due ragazzine si riprendono dallo shock e intavolano un’interessantissima discussione sul magnum algida. vogliono provarli tutti. era appena uscita quella serie sui peccati capitali. e allora iniziano a snocciolarli. non i magnum. i vizi. ma ne manca sempre uno. come con i sette nani. tra l’altro per i sette nani è facile. basta partire nominandoli in ordine alfabetico. a. niente. b. brontolo. c. cucciolo. e così via. comunque le ragazzine sono in difficoltà. non riescono a trovare l’ultimo. cazzo hanno detto pure accidia. dài, cristo. allora gola, superbia, avarizia. lussuria. gola. no, gola l’hai già detto. gola, accidia, superbia, avarizia, invidia… lussuria, accidia. cazzo. no. e ripartono. e a quel punto non ce la faccio più. sono paonazzo dentro. sbuffo. devo dirglielo. glielo dico? sbotto. IRA! IRA! IRAAA!

quaglie

ottobre 12th, 2011 § Lascia un commento

ieri sera ero in macchina lungo la strada provinciale e davanti a me sul ciglio c’era un’anatra che correva. non provava nemmeno a tentare di volare, correva proprio. una di quelle anatre che puoi trovare in un libro di racconti di caccia ambientati nel vermont. un’anatra maculata su toni marroni che pareva più o meno una grossa quaglia. un giorno renato mi aveva detto di avere tra le mani un business, ché un amico gli avrebbe lasciato la gestione di un quagliodromo. io pensavo che stesse scherzando e invece era serissimo. e insieme pensavo che il quagliodromo fosse un posto dove far correre le quaglie. e ieri sera ho pensato subito a quello, a renato e al suo quagliodromo, un’anatra vestita da quaglia che correva fortissimo davanti a me. e invece poi il quagliodromo era un posto in cui andavi per sparare alle quaglie. un abominio. alberto allora aveva raccontato di quando un tizio aveva preso delle quaglie da allevare e gli avevano detto che per non farle volare via alle quaglie gli devi tagliare le ali. e lui allora gliele aveva tagliate solo che non gli aveva tagliato quelle dietro, le piume della coda, gli aveva proprio tagliato le ali. le quaglie erano morte dissanguate. l’altro giorno io la nani e bianca siamo andati a fare un giro lungo la strada del cimitero. c’era il sole e dall’erba salivano sul muro le lucertole a ogni passo che facevamo. la nani ha cercato di prenderne una e ha dato un morso al muro. da piccolo prendevo pallina e andavo a cacciare le lucertole. si chiamava così il nostro gatto nero. mia nonna ha avuto una sessantina di gatti. tutti pallina. maschi e femmine. le mangiava le lucertole pallina. e io aspettavo che le aprisse per vederle sbudellate. c’è una fase quando si è bambini in cui si è cattivi. immagino che renato non avesse più di undici anni. renato è uno così. uno con la faccia di enzo braschi che nel tempo libero se ne va in giro con la carabina ad aria compressa a tirare agli scoiattoli. o ai gatti quando va male.

quel gran genio del mio amico

febbraio 24th, 2011 § 2 commenti

stamani sono andato a ritirare la macchina dal meccanico. aveva qualcosa ai freni di dietro. quando mi ha detto i freni di dietro io ho subito pensato alla bicicletta che adesso non ricordo se stanno a destra o a sinistra sul manubrio quelli dietro ma comunque sono quelli che devi tirare per evitare di capottarti. solo che nella macchina c’è solo un pedale da pigiare mica due. una volta ginella aveva guidato la smart di un nostro amico che aveva sonno e così gli aveva dato il cambio in autostrada. e la smart mica ce l’ha la frizione ma lui non ci aveva fatto caso che tanto in autostrada è tutto dritto senza incroci e allora vai di acceleratore. e arrivato al casello pensando di scalare ha affondato per bene il piede su quella che credeva essere la frizione e invece era il freno. la smart ha rischiato un fosbury alla sbarra del casellante. e l’amico che aveva tanto sonno si è svegliato di colpo che credeva di morire di morte. io seguivo il tutto da dietro con la mia di macchina. un po’ sgranando gli occhi un po’ ridendo. dal meccanico però non ce l’avevo portata per il freno di dietro. è come quando accompagni al provino quella tua amica e invece prendono te. ce l’avevo portata per controllare i fumi. il fresia che è il mio meccanico mi fa vedere le ganasce che ha sostituito. paiono morsicate dalle streghe. e lo fa con molto orgoglio come il chirurgo che ti sventola davanti i tuoi calcoli renali chiusi in un barattolo. a me piace stare in officina di solito. ci sono tutti quei catini che pare che abbia piovuto dentro olio dal tetto. lui è uno di quelli che ti saluta porgendoti il gomito. una volta me l’ero messa pure io una di quelle tute da meccanico poi mio fratello mi aveva detto che somigliavo a tomas milian. il fresia invece ricorda un po’ ivan graziani. credo anche senza tuta. e mi dice che mi ha sostituito anche un pezzo della marmitta. e allora mi fa andare sotto una macchina sospesa nel vuoto e mi indica quel pezzo. io pensavo che la marmitta fosse lunga venticentimetri e invece è lunga tipo l’intestino crasso. o quello tenue. non lo so. e allora il fresia inizia anche lui un micropippone sull’origine delle marmitte e si dirige sul retro dove mi va a prendere quello che dovrebbe chiamarsi bruciafiamme. ne sa riconoscere l’età come un biologo. sul retro ci sono le luci al neon quindi non torna subito. alla radio c’è un pezzo di springsteen che parla di promesse. quando torna una vecchia lo sequestra prendendolo sottobraccio. la sua macchina dice è un po’ più alta a sinistra rispetto a destra. il paraurti è tutto scocciato da un nastro che sembra quello usato per legare gli ostaggi alla sedia. il fresia passa la mano sulla carrozzeria. poi ci dà un’occhiata più generale e insieme più convinta. io vorrei solo le mie chiavi per potermene andare. però la macchina sembra apposto. il fresia ne è convinto. tu che dici mi chiede? anche a me sembra apposto. si fermano a guardarla anche i passanti. la vecchia dice non lo so mi sembra più alta di qui però adesso non vedo neanche bene perché mi sono caduti gli occhiali e si è spostata la lente. e ci infila il pollice dentro per farci vedere. e allora il fresia le dice che magari è la lente che la fa sembrare più alta che le sbalza la prospettiva. e la vecchia dice: dice? e gli porge gli occhiali. glieli vuole far provare. e il fresia toglie i suoi e mette quelli della vecchia. e si vede proprio che la lente sta fuori. ecco dice la vecchia allora devo andare a farmeli mettere apposto. e per un attimo credo che gli voglia chiedere se lui li sa aggiustare. con un cacciavite in mano fa miracoli. e io ho la bronchite e magari lui saprebbe cosa fare. che sarei anche di fretta. rivoglio solo le mie chiavi. per la gola magari ripasso.

mimmo

gennaio 26th, 2011 § 1 commento

la vita nei boschi. ieri c’era anche mimmo il boscaiolo, che tra l’altro dice sempre hai capito? capisci cosa voglio dire? stai capendo? e sembra che ti stia trattando come uno scemo che non capisce mai nulla. certo che ho capito testadicazzo. che poi un po’ va anche bene che io ho sempre bisogno di un piano. di fare il punto prima di iniziare. e invece dopo un po’ capisci davvero. solo che capisci che il suo è solo un intercalare. dice anche sempre telodicoio. dopo qualunque frase. quell’albero è morto in piedi. telodicoio. quando l’albero inizia a muoversi scappa. telodicoio. non capisci quanto cazzo è grossa una pianta finché non la vedi distesa per terra. io non ho il senso della misura. e la vita nei boschi è piena di luoghi comuni. come il tirare troppo la corda. è una fatica imbroccare il cappio al ramo al primo lancio. ma è ancora più faticoso assicurarsi la sua giusta tensione. ci sono tronchi tagliati che sanno di radice di liquirizia. altri che sanno già di mobili. ma ieri ce n’era uno di castagna che sapeva di ketchup. davvero. a un certo punto c’era mio padre che faceva il palo. la sentinella. a metà strada tra me e mimmo. mimmo con la motosega. accendere la motosega al primo colpo è una goduria pari a quella che prova ralph macchio quando prende la mosca al volo con le bacchette da riso. e poi c’ero io a monte che guidavo il verricello. mimmo dice varricello. ma io non l’ho corretto mai. e quando si lavora non ci si ferma fin quando non si ha finito. nemmeno per bere. che alla fine mimmo ha bevuto un litro e mezzo di tè freddo. e mio padre che voleva fargli un complimento gli ha detto è come per le vacche che una volta che si mettono a bere non la finiscono più. per lui tutte le bestie sono nobili quanto l’uomo. però certo dire: mimmo sei come una vacca. ecco. e quindi mio padre doveva farmi i segni con la mano quando tirare. perché io mimmo non lo sentivo, né lo vedevo. mimmo tra l’altro è uguale a jimmy il fenomeno. e io guardavo mio padre. sessantaseianni. che sbirciava. appoggiato al tronco con il braccio sulla fronte. a ripararsi dietro l’albero. mio padre. sessantaseianni. pareva giocasse a nascondino.

billietti

gennaio 19th, 2011 § 6 commenti

ho preso il treno per andare a milano. andata e ritorno. allora oblitero il billietto lì davanti alla billietteria e l’obliteratore mi dice che è troppo corto. e io mi giro verso il billiettaio col tagliando tra pollice e indice e lui mi dice tutto bene? è troppo corto dice l’obliteratrice. allora lui lo guarda come se riuscisse a capirlo così se è della dimensione giusta e lo cestina. e quello che mi dà va bene. però al ritorno uso il billietto che mi era rimasto e l’obliteratrice di cadorna mi dice che è troppo lungo e io corro dal billiettaio e gli dico questo billietto è troppo lungo. e lui mi fa e te lo devo tagliare io? e io vorrei avere la prontezza di dirgli e chi cazzo me lo dovrebbe tagliare brutto testa di banana. e invece faccio la faccetta del bambino che non ha il libro di testo e dico mi dispiace ma io non ho le forbici. col billietto tagliato torno all’obliteratrice e questa volta mi dice che è troppo corto. ma io non mi spazientisco per nulla, faccio retrofront e torno dal mio amico billiettaio con le forbici come se stessi guardando il mondo attraverso un billietto del treno che tengo sempre tra il pollice e l’indice. e lui mi dice è troppo corto eh? e io faccio sì sì con la testolona e mi faccio tenerezza. allora lo timbra e mi dice di andare all’ultimo girello dove ci sono i controllori. e io vado lì e lo mostro ai controllori che mi faccino passare e andare a prendere il treno. e c’è un controllore nano coi capelli riccioli e lunghi che non si possono affrontare che mi fa mille domande senza aprire bocca. gli dico me lo hanno timbrato alla billietteria perché prima era troppo lungo poi me lo hanno tagliato e adesso è troppo corto. lui mi dà di gomitino e mi dice era meglio quando era lungo. e fa il sorriso dello zio che racconta la barzelletta durante la cena di natale.

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