le minestre riscaldate.
agosto 30th, 2011 § 2 commenti
mio nonno era solito versare un bicchiere di vino rosso nella minestra. è ciò che chiamava un pasto completo. mi ha sempre fatto venire in mente quella vecchia storiella in cui quel tizio si mette a cucinare la minestra di sassi, aggiungendo via via nel paiolo un paio di cipolle, perché con un paio di cipolle sarebbe stata ancora migliore, e poi le patate, il sedano, le carote. e più tardi anche quella scena di un povero ricco, con pozzetto nel bar che ordina un bicchiere d’acqua del rubinetto, lo macchia con del latte per far andar via quel saporaccio di cloro, e ci aggiunge una tonnellata di zucchero, perché il latte senza zucchero non gli piaceva. e avremmo potuto fare così anche noi, prendere il nostro piatto di minestra, versarci il bicchiere di vino, un po’ di pane raffermo tagliato a crostini, un filo d’olio a crudo, una spolverata di paprika dolce che male pare non fare, e, questo cos’è? aglio in polvere? dio che porcheria, dentro anche questo; mescolare tutto per bene, e infine condire con i tre sassi e il bicchiere d’acqua macchiato. com’è? fa schifo, vero? no, le nostre minestre vanno già bene così. nel corso delle settimane le metteremo solo sui fornelli e gli daremo una riscaldata. voi passate di qua con il vostro piatto e noi ci assicureremo che ne abbiate un mestolo ciascuno. cominciando da oggi. buon appetito.
- daccapo
- un gatto
- riminirimini
- ben aflec
- cimici
- carma
- marmo
carma.
dicembre 6th, 2010 § 6 commenti
fare i paladini della buona educazione non serve a niente. non porta costrutto. è tutto praticamente inutile. serve solo a innervosirsi tantissimo. ché a volte è vero ti verrebbe da frantumare il finestrino con un gomito, afferrare il telefonino dell’uomo che ti ha appena tagliato la strada e lanciarlo nell’iperspazio. ma non è bello. peggior punizione da riservare a quelli che al semaforo svuotano il posacenere sotto la macchina. se avessero un buco diretto sotto al sedile credo persino che cacherebbero mentre attendono il verde. una cacata, il giornale aperto sulle ginocchia e sotto lo spuntare timido di un camerlengo che si accerti del sesso del conducente. una volta all’entrata in autostrada c’era uno che mi stava appiccicato al paraurti come un chewing-gum, e non riuscivo a immettermi nella corsia, mi bloccava la visuale. e io tentavo di farglielo capire a gesti, parlando con il mio specchietto retrovisore, esagerando il labiale. e quello nulla. mi scherniva quel pezzo di merda, tentando ugualmente di sorpassarmi. allora io ho iniziato a fare zig-zag davanti a lui come un matto. poi rientrati in corsia ho lasciato che mi si affiancasse e gli ho fatto il dito medio. quando sono arrivato a milano la mia macchina si è bloccata in mezzo al traffico. e ha preso a fumare. e non si spegneva. e tutti a indicarmi. a indicare il cofano. guardi che la sua macchina fuma. cristo, lo vedo anch’io che fuma. ma ditemi cosa cazzo fare. avevo paura che prendesse fuoco. che esplodesse. volevo sbattere fortissimo la testa contro il volante. era il karma. bisogna limitarsi a questo. fare buone azioni per ricevere buone azioni. e di fronte ai maleducati semplicemente porgere l’altra guancia. c’è un circolo virtuoso che si instaura quando si è alla guida. succede quando finalmente un santo si ferma e ti fa passare. e tu ti liberi da quel bugigattolo in cui ti eri incastrato e sei di nuovo in strada. e allora accade che istintivamente ti ritrovi poi ad aiutare a tua volta quelli che si trovano nella tua vecchia condizione. e quelli faranno lo stesso con gli altri. credo che anche le rotonde alla francese siano un’ottima metafora di vita. che servano a responsabilizzarsi. a non delegare. a non addossare le colpe a qualcun altro. a essere artefici del proprio destino, insomma. anche se ce ne sono troppe. come le decisioni da prendere. le rotonde crescono come funghi. mi immagino alle riunioni comunali quando viene fatta richiesta di idee per migliorare la viabilità. e un fiume di mani alzate. ah, eccetto le proposte per l’introduzione di nuove rotonde stradali. e il fiume di mani che va in secca. non ho mai capito perché prima di ogni rotonda alla francese c’è un marciapiede svizzero. forse più in là dovrebbero costruire un cavalcavia belga. il teo crede alla legge della strada. ché non importa il codice. chi ha il mezzo più grosso ha anche la precedenza. e comanda tutti. il marchetti invece aveva un’altra teoria. che di notte a semaforo rosso o lampeggiante non bisognasse affrontare l’incrocio titubanti. bisognava affrontarlo il più decisi possibile. come se il semaforo fosse verde. e gli altri si sarebbero fermati. la profezia che si autoavvera? non l’ho mai capita bene. però avevo un po’ paura quando si andava in macchina con lui. e ora capisco il racconto che mi faceva di quel suo amico che in prossimità di un possibile scontro si tappava le orecchie con i palmi delle mani. come se il problema del botto fosse attutirne il rumore. un giorno di ritorno dalla metropolitana di sant’ambrogio mi si avvicina un vecchietto dall’aria tranquilla. è proprio davanti a me. e mi bestemmia fortissimo in piena faccia. pareva avesse un megafono dentro alla gola. sono saltato per lo spavento. lui in gola ci aveva il megafono, io il cuore. poi mi è risceso, lo stesso rumore sordo della pallina del bigliardino quando segni, e sono scoppiato a ridere. come un matto, come lui.
una volta sono andato a una rassegna al de amicis. il cinema lì, in sant’ambrogio. era una rassegna orror senza alcun filo conduttore se non l’orror. c’era bleid. matango. e poi un film italiano imbarazzatissimo che parlava di un tipo palestrato che prendeva troppi anabolizzanti e impazziva. si chiamava anabolaiser. faceva schifo. ma faceva talmente schifo da essere meraviglioso. dietro di me c’era un vecchio che per tutto il film ha fatto commenti a voce altissima. ma eran talmente belli che nessuno gli diceva di smettere. tipo in una scena in cui un uomo e una donna sono sotto la doccia lui ha detto con la voce di bivis e batted: eh eh, se la scopa, se la scopa in culo eh eh. e poi a un certo punto ha detto: s’impicchi! sì, a un albero di fragole! io non l’ho visto in faccia. ma sono certo che è il tuo stesso vecchietto. poi una volta io e marchetti siamo andati ad affittare un film da bloc baster. siamo stati lì 1 ora a decidere cosa prendere. tutti eccitati che era una blocbaster nait con la coca cola e le pringol e il filmissimo. alla fine scegliamo il film. non ricordo quale fosse ma eravamo molto felici. e ci mettiamo in fila. con il film le pringol e la bottigliona di cocacola. tutti e due ingobbiti a guardare gli spiccioli nelle mani. tieni prendi ‘sti due euri. no ma io ti dovevo i soldi della pizza. vabbè ma mi hai pagato le sigarette. vabbè dai tu paghi il film e io pago le pringol. e bla bla bla. arriviamo in cassa e il tipo ci chiede la tessera. e io ce l’hai tu? e marchetti: no ce l’hai tu. e io ah, è vero. alla fine la trovo. la do al tipo del bloc baster. lui digita sul compiuter. poi ci guarda in faccia e ci dice: avete un ritardo di 26 euro su bleid 2. e io e marchetti scoppiamo a ridere come due imbecilli. ma come cazzo si fa ad avere un ritardo di 26 euro su bleid 2?
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a zan zan è caduta una persiana. di quelle verdi vecchie grandi come porte pesanti come porte.
stava andando a letto e delle due che ha tirato verso di sé una è precipitata in strada con forte botto. spatapèm. è rimasta immobile e incredula a fissarla dall’alto in basso. senza alcun senso di arrogante superiorità.
quelli sovrappeso che vivono di fronte si sono affacciati alla finestra. stavano guardando la tv. come al solito.
lei ha detto vi è caduta la persiana.
zan zan ha risposto lo so.
poi è venuta di qua e mi ha detto amore mi è caduta la persiana, me la vai a prendere?
allora ho indossato il mio cappellino di lucio dalla e sono andato in strada. c’era già il marito sovrappeso della donna sovrappeso che aveva detto a zan che era caduta la persiana.
mi ha detto vi è caduta la persiana.
gli ho detto scusate, dev’esserci caduta la persiana.
si è affacciata di nuovo lei, sovrappeso. ha detto eh sì, vi è proprio caduta, mio marito è sceso a levarla dalla strada.
lui era di fronte a me.
ragazzi, basta televisione e d’ora in avanti cercate di seguire una dieta salutare. non mangio verdura da due settimane. stasera ho aperto il frigo e dentro c’era del checiap, due confezioni di margarina, due viustel economici della coop e un tapperuer con del passato di verdura di un mese fa.
aspettiamo che cominci a puzzare per poi giocarci a morra cinese chi deve andare a svuotarlo nel cesso.
zan zan ha sempre pensato che si dicesse vuster. una volta abbiamo fatto perfino una scommessa. ho vinto io. si dice viustel. al massimo vuber.
da piccolo sognavo di entrare alla coop di notte. di girare per i corridoi e assaggiare tutti gli schifi.
forse non ero così piccolo. forse ero già adolescente e fumavo gli spinelli col maestro quando mia mamma era di guardia all’ospedale. poi mangiavamo qualsiasi cosa. dai plumcheic pucciati nello iogurt al cocco ai cornfleics ricoperti di nutella. e quando finivano le scorte sognavamo la coop.
il giorno dopo c’era scuola. quando non falsificavamo la firma dei nostri genitori sul libretto. io facevo quella di mio padre. non ho mai abitato con mio padre. quando mia mamma ha trovato dietro lo stero il libretto della prima liceo le è venuto un colpo. mi ha chiesto cosa facessi quando non andavo a scuola. le ho detto che il più delle volte rimanevo a casa a dormire. non ho mentito.
il maestro non era effettivamente il mio maestro. si chiama daniele ma io lo chiamo maestro. perché mi ha insegnato un sacco di cose. tipo rullare gli spinelli, sputare in testa ai gatti, soffiare i rutti, scoreggiare sotto le coperte e guardare le ragazzine sul bus.
il 10 era il bus più vecchio di firenze. c’era un piccolo cartello di metallo con su scritto vietato sputare. il maestro saliva la rampa di 3 scalini e scatarrava regolarmente ai piedi delle vecchie. poi faceva finta di tirargli un pugno e gli faceva pagare la mossa.
dopo aver visto meri per sempre smontò una candela del motorino e lanciò questo pezzettino minuscolo che non ho idea di cosa fosse dal finestrino della macchina di suo padre che ci accompagnava a scoppiare i raudi pinolo sull’arno e mandò in frantumi il parabrezza di una macchina parcheggiata. suo padre assomigliava a favero, il terzino della iuventus. lo guardò dallo specchietto retrovisore e con lo sguardo rassegnato gli disse testa di cazzo.
allo coop compravo sempre il pompelmo gassato. mia mamma il paté di fegato per i crostini.
ultimamente io e zan facciamo la spesa alla coop che lei dice che è il supermercato più attento al mondo di tutti. ci ha i sacchetti biodegradabili e i prodotti che non uccidono i delfini.
ogni tanto compro le bottigliette da mezzo litro di pompelmo.
l’altro giorno lo stavo bevendo affacciato alla finestra mentre lavoravamo con michele e bliz in serigrafia.
mi è caduta la bottiglia su un avventore della pizzeria che c’è sotto casa. si è schiantata sui cartoni di pizza appena comprata. sono sceso di corsa per scusarmi. il tipo era già in macchina fradicio di pompelmo che stava andando via quando sono arrivato. gli ho aperto la portiera in corsa quasi stizzito perché non si era minimamente arrabbiato e gli ho detto oh, scusa cazzo. lui ha fatto spallucce ed è andato via con la sua triste monovolume e il suo giubbotto odor soda gusto pompelmo.
alla gelateria la nuvola ci sono sempre dei ragazzotti con il campari in mano e il fare degli zarri. ho sempre l’impressione che non abbiano niente da fare se non drogarsi. ho spesso voglia di non curvare e sfondare la vetrina con la macchina. ma è la macchina aziendale di zan zan. non posso proprio.
l’altra sera mi hanno spaccato un finestrino per rubare un navigatore che mi ha fatto decisamente più perdere che trovare. sul sedile della macchina c’erano due dischi che mi piacciono molto.
li hanno lasciati. ho pensato che se avessero ascoltato quei dischi in passato ora non sarebbero in giro a rubare navigatori. e mi sono sentito molto superiore a loro.
hanno rotto il finestrino quello piccolino sul retro coprendo di vetri il seggiolone di bianca. ho guidato col cappuccio.
ho pensato che alla fine mi è andata anche bene. negli ultimi 3 mesi siam stati dai carabinieri 15 volte. la prossima probabilmente ci costituiremo per omicidio. che un’altra persiana cade sicuro prima di natale. o vado a dritto alla nuvola. oppure ammazzo il prossimo ragazzino che ci scoppia un petardo sotto casa.
maledetto carma. mi hai davvero rotto il cazzo.
cimici.
ottobre 28th, 2010 § 1 commento
emilio il raid se lo dava direttamente sulle gambe. gambe e braccia sudate. diceva: se è in grado di ucciderle le zanzare vuol dire che le tiene pure lontane. lo adoperava anche nel vigneto. una nuvola vaporosa a circonfondere tutti i suoi grappoli. quando ci regalava il vino noi subito lo ringraziavamo. nello stesso modo in cui si asseconda un pazzo. poi di nascosto, prima di andare via, lo versavamo tutto nel tombino. era viola fosforescente.
ci sono cimici ovunque in questa casa di questi tempi. pare sia colpa della pianta che si arrampica sulla parete che da sul giardino. mi chiedo se le produca lei. hanno un colore più rustico rispetto al verde fluo delle cimici da città.
un anno io e greta siamo andati in tour coi det ov anna càrina. greta aveva un furgone e lo prestava a chiunque. ce lo hanno distrutto. e alla fine ce lo hanno rubato. subito dopo aver speso un occhio del gesù per far mettere apposto la frizione.
a colonia c’è questo posto molto bello che si chiama caffè kult. forse è monaco. be’ di sicuro non è sesto san giovanni.
quella sera suonavano lì. non a sesto san giovanni. fuori miliardi di cimici. quelle cattive. che le guardi e puzzano. immediatamente. senti qualcosa di duro atterrarti sul collo ma sai che non puoi dare lo schiaffo da zanzara.
devi andarci cauto con la cimice. ma per quanto cauto tu possa andare lei ti ha già scoreggiato addosso prima ancora che tu l’abbia afferrata tra l’indice e il pollice. e dio solo sa quanto cazzo puzza.
quella sera quando siamo andati a dormire io e ilaria eravamo inavvicinabili. queste qui non puzzano così tanto. però volano ovunque e fanno il rumore del ciao truccato con la marelli bucata.
zan zan le teme molto. è l’unico insetto che le fa veramente paura.
a me alla fine la cimice sta simpatica. ha carattere.
sono giorni che mi chiama da una stanza all’altra all’urlo di ce n’è una anche qui. grazie al cazzo. sono ovunque. le faccio salire su un pezzo di carta o le prendo con lo scottecs e le fiondo fuori dalla finestra. quelle più fortunate vanno in giardino.
l’altra sera ho fatto salire l’ennesima su un foglio di carta e l’ho fatta volar via in strada. sono rimasto fermo qualche secondo a guardare. ha fatto un girone enorme e poi è tornata a posarsi sul foglio di carta che avevo ancora in mano.
mi piace credere che mi abbia guardato. le ho detto di non fare la furba e l’ho rigettata in strada.
l’altra mattina zan zan ne ha pestata una per sbaglio con le infradito. ha fatto crac e zan è rimasta ferma immobile in mezzo al bagno. il terrore negli occhi. per qualche minuto.
la nani le mangia. forse è per questo che ultimamente quando apre la bocca pare di essere seduti sul molo del porto di bari.
c’è qualcosa di strano in questa casa. ci sono davvero troppe cimici. e io comincio ad affezionarmi a ognuna di loro.
ben aflec.
ottobre 24th, 2010 § 5 commenti
ieri un amico mi ha chiesto che differenza ci fosse tra guerre stellari e star wars.
la stessa che passa tra l’uomo ragno e spider man, gli rispondo.
ah, fa lui con la faccia di chi ha capito. l’uomo ragno non l’ho visto, però spider man è bello.
volevamo andare al cinema oggi.
si cercava un’alternativa a buried che potrebbe essere un po’ claustrofobico. un oremmezzo in una bara senza inseguimenti e senza sparatorie.
a zan zan non piacciono nemmeno i popcorn. ma sopratutto pare che questo film non sia di luc bessòn.
sondo alternative con marchetti.
e poi c’è de taun dico io.
e lui dice ah sì, quello con ben aflec scritto e diretto da ben aflec ambientato a ben aflec. credo di non averne voglia.
no, nemmeno io.
marmo.
ottobre 15th, 2010 § 5 commenti
in quarta elementare mi sono fracassato il braccio. avevo tenuto il gesso per un mese. un gesso ammaccato dalle continue cadute. tutte successive a quella fatale. quel capitombolo al rovescio che mi era costata la frattura. quel giorno l’avevo levato da pochissimo. era una goduria. pari solo a quella che precedentemente sa darti la punta del cacciavite quando capisci che puoi infilarlo dentro pian piano per alleviarne il prurito. e avevo appena passato quella fase in cui il braccio prigioniero poi liberato non ti sembra il tuo. bianchiccio, indolenzito, formicolante. quel sabato pomeriggio eravamo in oratorio. avevo ripreso a giocare a biliardino. la catechista ci fece poi sedere tutti sulle panchette di legno. i piedi a penzoloni che scalciavano l’aria. so che uno di voi di recente ha avuto un incidente, fece la catechista. e io ero già pronto ad alzarmi in piedi, un occhio di bue a illuminarmi intero, e ricevere il giusto tributo di gloria e commiserazione. e quasi lo feci davvero, mentre sorridevo sotto il naso, chinando il capo imbarazzato. poi però la catechista fece un altro nome. non c’era scritto il mio dentro a quella busta immaginaria. l’oscar andò a viviana. s’era appena rotta un rene.
quando pioveva stavamo dentro. non c’era tanto spazio e fino a che non è arrivato il biliardino ci si annoiava un bel po’. ci eravamo inventati le fughe al piano di sopra.
andavamo in bagno a prendere il dentifricio e lo mettevamo dietro la maniglia della porta della classe di suor letizia.
ci stava sul gatto suor letizia. era quella che alzava più spesso le mani. e poi aveva la faccia cattiva e un porro che pareva un bacio perugina coi peli.
per fortuna la nostra maestra era suor anna. era l’ultima arrivata e aveva sostituito con nostro grande dispiacere la maestra gloria. io gloria me la ricordo bellissima. probabilmente era un cesso con le ruote.
suor anna aveva degli occhiali spessi come fondi di bottiglia. dietro quelle lenti enormi si aprivano e chiudevano con un’intermittenza fastidiosa degli occhietti minuscoli. quando si levava gli occhiali erano ancora più piccoli e tutto intorno sembrava che mancassero delle cose nella sua faccia.
in realtà c’era tutto. ma quegli occhi eran davvero minuscoli. forse avrebbe potuto tranquillamente avere un naso in più per compensare. e adesso avrei da raccontare la meravigliosa storia di una suora con due nasi.
e invece no.
un pomeriggio di pioggia prima dell’arrivo del biliardino il pera e ricca erano sul primo pianerottolo delle scale che litigavano per uno squallido flipper di legno. il flipper di legno era il gioco più ambito. chi non beccava quello si ritrovava a giocare con giochi dell’oca senza oca, inutili birilli di plastica con cui spesso e volentieri ci spaccavamo vicendevolmente le gengive, memori con 13 carte, palloni di spugna mangiati dai topi.
il flipper di legno era rotto e rattoppato con pezzi di scoch da pacchi e la pallina di metallo era stata sostituita con una biglia troppo piccola che regolarmente andava perduta al quinto minuto del primo tempo della ricreazione pomeridiana. i restanti 55 minuti si passavano a cercarla tra le millemila gambe dei banbini che correvano impazziti in 15 metri quadrati.
per tutta la vita il pera ha detto che era colpa di ricca e ricca che era colpa del pera.
fatto sta che tira tira tira a un certo punto uno dei due ha mollato la presa sul flipper di legno e l’altro e finito di schiena su suor nazzarena che è precipitata giù dalle scale e si è spezzata il femore in 67 punti diversi.
suor nazzarena aveva 236 anni. ci hanno fatto pregare ininterrottamente per 4 giorni di fila. non ne potevamo più. alla preghiera della sera, nell’intimità della mia stanzetta buia chiedevo a gesù di far smettere le suore di farci pregare.
il quinto giorno suor nazzarena ha raggiunto il suo signore.
cosa ci fai qui nazzarena?
son caduta.
sei caduta?
sì, son caduta dalle scale. son state quelle piccole merde agitate.
adesso sei con me nazzarena, nell’alto dei cieli.
sì, bravo. cosa c’è da mangiare?
a più di 25 anni di distanza mi ritrovo in duomo. la cerimonia comincia alla 17. alle 19 mi vedo costretto a mollare. bianca e zan zan sono fuori e voglion tornare a casa. la cerimonia non è ancora finita.
ci sono due macsischermi enormi su cui ogni tanto si riesce a vederlo.
daniele ha l’allergia. continua a starnutire e a soffiarsi il naso facendo un casino del signore. ogni tanto si gira verso di me e mi guarda senza espressione.
io e giacomo parliamo di musica.
c’è una bambina che continua a correre in tondo come se non ci fosse un domani.
un tipo grasso dietro di noi canta tutto quello che si può cantare. alleluia alleluia. credo che sia infastidito dal nostro parlottare.
poi parte il sancta sanctorum.
un diacono si posiziona davanti al leggio e parte con una litania mortale. lui dice il nome di un santo in una tonalità e un coro gli risponde prega per noi con la stessa identica tonalità. per 35 minuti di fila.
durante questo lasso di tempo infinito il pera e gli altri aspiranti preti si stendono a pancia in giù sul marmo ghiacciato del duomo. immobili. morti. li vedo stesi uno accanto all’altro e non riesco a smettere di immaginare una moto da cross che li salta prendendo a 120 all’ora una rampa rossa con le stelle bianche.
o un elefante cavalcato da un indiano che gli cammina sopra.
nel frattempo il sancta sanctorum va avanti e per un paio di minuti buoni mi sembra di ascoltare i silver maunt zaion e quasi quasi mi piace.
dico a giacomo oh, alla fine non è male.
lui mi dice vaffanculo.
daniele si gira e adesso sta per piangere. ma non è commosso.
quando il pera ci riunì tutti e ci disse ragazzi mi faccio prete, daniele disse pera, preferivo tu ci dicessi che eri finocchio.
san matteo epico e invincibile cavalliere di dio. prega per noi.
riminirimini.
agosto 28th, 2010 § 7 commenti
quando siamo andati in campeggio e il marchetti, che dovevamo accompagnare fino a firenze, ha aperto il bagagliaio della polo bianca mi ha domandato s’io ci fossi mai stato in campeggio. il marchetti è uno di quel piglio. del tipo che va bene che è per ridere ma che stai facendo? avevo portato troppa roba. davvero troppa. non si chiudeva nemmeno più il portellone. c’era una sporta piena di audiocassette. e c’era pure il cuscino. e alla fine il cuscino si sarebbe rivelato l’oggetto in più. quello in grado di fare la differenza. io però in campeggio c’ero già stato. gliel’avevo anche detto al marchetti. c’ero andato la notte di san lorenzo con la mia ragazza. era il suo compleanno. su in montagna dove ci sono i ripetitori e poco niente. e la tenda l’avevo montata piuttosto facilmente. con picchetti e tutto. ostentando pure una certa sicumera. che un mio amico una volta pensava fosse un ballo. la baldanzosa danza dopo una conquista. quella notte qualcosa si era avvicinato alla nostra tenda. e lì si appoggia. ci svegliamo. inizio a provare a mandare via quel coso con poca convinzione. nello stesso modo in cui si tenta di scacciare un moscone: schiaffeggiando l’aria e la tenda. facendo sciò sciò un po’ a caso. pensavo potesse essere un cane. un cane che si era semplicemente accucciato accanto alla nostra tenda. un cane che magari era lì a farci pure la guardia. se sei un cane abbaia. guaisci perdio. latra. uggiola! e avevo paura a uscire perché se poi era un lupo? quello ci mangia vivi. però non poteva mangiarmi la mano attraverso la tenda. non credevo almeno. allora resto dentro e prendo a dare dei colpi più decisi. e un colpo si assesta. qualcosa avevo preso. la tenda si allenta. c’è meno pressione. il coso s’era spostato. ma non doveva essere molto agile. mi sarei immaginato sentir balzar via un corpo come un gatto. fuggir come una lepre. volar via come un corvaccio. gli animali nella mia testa nel frattempo si erano moltiplicati. e invece niente. nessun salto. nessuna corsa. nessuno svolìo. la tenda comunque tira un sospiro di sollievo. va tutto bene. è tutto a posto. ostento ancora: sono l’uomo che dona tranquillità alla mia metà. e ci rimettiamo a dormire. la mattina usciamo. accanto alla tenda c’era una gigantesca merda di vacca fumante. la indico e non dico niente. quel coso che si era appoggiato alla nostra tenda era il suo culo. alla fine ci ha solo quasi cacato addosso. poteva decisamente andarci peggio. se con uno di quei colpi avessi inavvertitamente fatto lo sgambetto al garretto della vacca quella ci avrebbe uccisi. schiacciandoci come un pisolino. e quella volta io non avevo nemmeno portato il cuscino.
l’ombrello è un accessorio che non mi è mai piaciuto. ho sempre preferito prender l’acqua. coi capelli bagnati siam tutti meno brutti.
l’ombrellone nemmeno. l’ombrellone sta allo spiaggiante come il casco sta allo scuterista napoletano.
prima di partire ci hanno regalato una tenda contro i raggi ultravioletti e i raggi gamma e i missili fotonici.
per bianca. che è piccola e bianca. e non deve prendere il sole.
era una di quelle tende che si tirano fuori dal sacchetto e ti si aprono in faccia. grossi schiaffi di tenda. la apri e poi non la richiudi più. impossibile. istruzioni scritte da un cane umido.
ci abbiamo provato io e zan. ci hanno provato brenda e michela. ci ho riprovato io. ci ha riprovato michela. ci ho riprovato io con piglio più violento. ci ha riprovato brenda con la pazienza di gesù. ci ha riprovato zan con fare snob. ci ho riprovato io bestemmiando alcuni santi e prendendomela con gesù. ci ha riprovato brenda chiedendo l’aiuto da casa. ci ho riprovato io stringendo forte forte i denti. ci ha riprovato michela chiudendosi in un ostinato silenzio. poi greta l’ha piegata come l’incredibile ulc piegherebbe un deltaplano a motore.
nel frattempo bianca si è abbronzata. non va bene. mentre la riportavamo a casa ci è scoppiata in macchina come un airbeg.
a casa ci abbiamo riprovato col senno di poi.
è rotta dico io. è sicuramente difettosa. questa tenda è difettosa. ne compro un’altra. lo faccio.
zan non approva. dice comprane una normale. di quelle che si montano. come hanno i due figaccioni sulla spiaggia.
quali?
lei bionda lui grosso muscoloso e tatuato con banbino di un anno circa.
lui grosso e muscoloso?
sì, un bel figo a dire il vero.
non esagerare. (a dirla tutta lo avevo notato palleggiare con un pallone di cuoio a piedi scalzi su delle rocce appuntite fumando una pipa e leggendo un saggio sul mistero della confutazione della formula di karl dhreuster. il pallone non ha mai toccato terra. nemmeno quando ha smesso di palleggiare. dhreuster si legge droister e se cerchi in internet non trovi niente perché esiste solo una copia del suo saggio e la possiede lui, il figaccione con la tenda che si monta e la può leggere solo quando fuma la pipa e palleggia con un pallone di cuoio a piedi scalzi su delle rocce appuntite. altrimenti muori. se non ci credi chiedi a mia mamma.)
nel pomeriggio andiamo al supermercato di nonna isa. si chiama così. al piano inferiore una vasta gamma di articoli per la spiaggia.
eccola lì. gialla oppure blu. la prendo blu. è una di quelle che ti si aprono in faccia. porca merda.
chiedo a un giovinotto.
giovinotto avete solo questo modello di tenda?
mi guarda con la fissità dell’ottuso e fa spallucce.
no perché ho visto persone sulla spiaggia che facevano fatica a ripiegarle.
non saprei, noi abbiamo sempre venduto queste e nessuno si è mai lamentato. piegarle è assai semplice aggiunge.
(allora facciamo che vieni in spiaggia con me e la mia famiglia e quando decidiamo di tornare a casa ce la pieghi tu brutta faccia di culo supponente). bene, allora la prendo. protegge contro i raggi ultravioletti?
fa spallucce.
protegge contro i missili fotonici?
spallucce.
contro i raggi vasta gamma di articoli per la spiaggia?
spallucce.
giovinotto, se ne vada affanculo.
17 euro e 50 spesi con pochissime perplessità.
zan mi guarda con compassione. com-passione.
stai serena le dico. le istruzioni sono chiarissime.
in spiaggia vento forza 74. apro la tenda ed è come ritrovarsi tra le mani un grosso aquilone impazzito. vengo trascinato per 2 metri verso il bagnasciuga. mi guardo intorno ed è chiaro che tutti mi stanno osservando. c’è anche la famigliola del figaccione e la bionda. la loro tenda è ferma immobile come un blocco di cemento in un parcheggio per autodinoccolati. riesco con non poche difficoltà a domare la nostra e a posizionarla in terra. mi ci siedo dentro per non farla volare via ma non basta. ci sono dei picchetti ma è come cercare di sedare un elefante imbizzarrito con una camomilla. ci metto dentro il paseggino, la borsa di bianca, gli asciugamani, zan zan e bianca.
in meno di 25 secondi nella tenda c’è un’altra spiaggia e un microclima insostenibile. vedo passare scimmie e tucani. sudiamo e il vento ci appiccica addosso un piacevolissimo strato di sabbia. con una mano reggo la tenda con l’altra sposto il passeggino che mi preme contro le costole e con un piede animo una paperella di gomma al fine distrarre bianca dal gran disagio.
ha negli occhi la compassione di sua madre. mi rimane un piede con cui potrei fare un massaggio alla schiena a zan zan ma lo tengo libero nel caso, per deviare eventuali oggetti contundenti spinti pericolosamente verso di noi dal vento.
forse non è la giornata giusta per stare in spiaggia dico.
zan sta già mettendo bianca nel passeggino.
io guardo la tenda. la tenda guarda me. devo piegarla.
15 minuti dopo davanti a un cestino che non riesce a contenere quello che ha tutta l’aria di essere un deltaplano piegato distrattamente dall’incredibile ulc dico a zan zan “questa cosa rimane tra me e te”.
sulla strada di casa mi vedo costretto a rivalutare la praticità dell’oggetto ombrellone.
mio dio, sono un cazzo di bloggher.
andrò all’inferno.
un gatto.
agosto 26th, 2010 § 2 commenti
era stata una battuta del teo. una mattina d’estate avevamo fatto sega a scuola. una bella giornata, con quella brezza che ti toglie un po’ il caldo dalla faccia. eravamo andati a giocare a pallacanestro al campetto. poi il teo era andato a prendere le focaccine in piazza. io e il manu invece c’eravamo stesi a pancia in su, a prendere il sole sul muretto. il manu è uno completamente glabro, sia in volto sia sul torace. come il teo d’altronde. anche se il teo avrebbe poi acquistato col tempo una bella barba d’api, invidiabile, seppur non completamente uniforme. fatto sta che ci vede da lontano, appena svoltato l’angolo, prima ancora di accedere al campetto. il cartoccio di focaccine stretto nella mano. e fintamente trafelato mi urla: oh, occhio! ché hai un gatto enorme sul petto. io mi alzo appena per mettermi seduto. avessi avuto gli occhiali da sole avrei fatto quel gesto di abbassarli per far passare appena fuori gli occhi. la bestia però non si spaventa. non fa una piega, rimane sdraiata là, in verticale, tra ombelico e mento, villosa sul mio petto. il gatto non era scappato.
cosa vuoi fare stasera?
non saprei.
nel pomeriggio la ragazza sovrappeso del palazzo di fronte mi ha detto che sente un gattino miagolare sul nostro tetto.
zan zan dice che faceva la ballerina.
ci siamo parlati da finestra a finestra.
alla finestra del palazzo accanto al nostro il ragazzo che giocava con zan zan quando erano banbini dice che riesce a vederlo. non riesco a prenderlo però.
gli dico sparagli!
la ragazza ballerina dice è quello che gli ho detto anche io.
io il gattino non lo sento.
stamani però anche zan zan sentiva un gattino. lo senti? mi dice.
no.
prendo le torce, andiamo a cercarlo.
le dico ah, quindi è questo che faremo stasera.
in soffitta fa un caldo che pare di stare nella bocca di un dinosauro. la mia torcia illumina più o meno quanto il displei di un cellulare per topi. in più ho in mano un piattino di plastica rossa colmo di latte e procedo col timore di dare una testata da un momento all’altro a una trave.
zan zan avanza con la sua torcia con un’agilità che mi dà i brividi. secondo me quassù si è portata i rigazzini una quindicina di anni fa. due ore fa era piegata a squadra che lanciava bacetti negli antri più bui con un pompiere alle sue spalle anche lui tutto un versetto e un micio micio.
le si vedevano le mutande.
le faccio amore?
e lei cosa?
silenzio.
cosa?
mi è sembrato di sentire qualcosa da quella parte, presto torna in posizione eretta e seguimi.
il camion dei pompieri ha bloccato tutta la strada e ci sono mille persone che guardano in alto.
il gattino non si trova. uno dei due pompieri è particolarmente coinvolto dalla tragedia di ‘sto cazzo di orfanello felino. si arrampica come se non ci fosse un domani su sta scala che io faccio fatica persino a concepire.
zan si gira verso di me e mi fa la boccuccia di chi dice hai visto che roba il pompiere?
e io penso solo a un giorno chissaquando in cui mi disse che alla fine c’è poco da fare l’uomo con l’uniforme fa un gran sesso. e lo guardo. e non spero certo che cada. però mi piacerebbe tantissimo se al posto della tuta verde oliva e il caschetto avesse una maglietta con su scritto dalla non è un cantante, è un consiglio e un paio di pinocchietti color cachi.
fatto sta che i pompieri si sono arresi e ora io avanzo nel buio come un cretino con ‘sto piattino di plastica rossa facendo i passetti incerti di chi sta per fare un danno da un momento all’altro. e mi pare di essere in un giusto compromesso tra giochi senza frontiera e un film orror.
quando raggiungo zan zan dall’altra parte del sottotetto il latte è tutto sui miei piedi il gatto non si sente e al collo ho una collana di ragnatele e piume di cuccioli di piccione. forse ci vomito in questo cazzo di piattino.
eppure l’idea di avere un gatto non mi dispiace affatto.
io un gatto non l’ho mai avuto. alla mamma l’ho chiesto un sacco. che impegno vuoi che sia un gatto mamma?
finché alla fine siamo andati a prenderlo. io lei e il suo fidanzato roberto. con la renò 5 grigio metallizzata.
c’era stata una cucciolata.
ricordo vagamente che era un posto tipo circolo del tennis. non ricordo di averne scelto uno in particolare. ricordo solo che a un certo punto siamo risaliti in macchina con ‘sto gatto chiuso in una borsa da calcio. di quelle coi tacchetti sotto. la mamma e roberto davanti. io e la borsa da calcio dietro.
poi roberto mette in moto. io apro la borsa da calcio. roberto parte. il gatto fa un verso e balza scomposto sui sedili davanti. al verso roberto si gira e il gatto gli passa sopra la testa. tamponiamo una macchina parcheggiata davanti a noi che finisce in un dirupo. poi non ricordo più nulla. se non che quel giorno ho scoperto che i gatti neri portano sculo.
io un gatto non l’ho mai avuto.
se mai questo dovesse decidere di affezionarsi a noi e scendere dal sottotetto lo chiameremo tegola fava scalabrini. mangerà lucertole, accecherà la nani, rovescerà tazze di caffè sulla tastiera del compiuter, berrà dalla tazza del cesso e farà tutte quelle cose che ci si aspetta da un gatto.
sarebbe bello avere un gatto.
daccapo.
agosto 26th, 2010 § 8 commenti
tolto il dente tolto il dolore si dice. che poi non è mica sempre vero. come quella storia di quell’uomo senza un braccio a cui ogni tanto fa male il braccio. non l’altro. proprio quello che gli manca. quando mi hanno tolto il dente del giudizio la mia gengiva ha iniziato pian piano a piegarsi, come un origami, sino a prendere le fattezze del dente che non c’è più. e ogni tanto mi fa pure male. la cosa che mi dà più fastidio di quando vado dal dentista è che usa il mio petto come se fosse un bancone su cui poggiare gli attrezzi. credo sia una prassi comune. ché l’ultima volta che mi hanno fatto un’operazione quando mi sono svegliato sapevo tutte le regole del backgammon. senza averci mai giocato. compagno di letto nella stessa stanza d’ospedale c’era un paziente inglese che credo però abbia impiegato tantissimo a guarire. proprio tantissimo. era conciato parecchio male. e poi mi dà fastidio anche il fatto che il dentista discuta di fatti personali con l’assistente mentre io sono sotto anestesia. ecco io le sue cose non voglio saperle. non ci tengo per nulla. ché poi salta fuori che il suo film preferito è il maratoneta e io scappo a gambe levate. il mio dentista porta l’apparecchio. secondo me è un buon segno. ché se avesse i denti marci ci sarebbe poco da fidarsi. come i parrucchieri. avete mai visto un parrucchiere calvo? è un po’ come la storia degli oculisti che portano tutti gli occhiali. solo al contrario. non è che portano gli occhiali al contrario. la storia intendo. quando sono andato a far la visita per la vista, il medico prima mi ha fatto precedere, facendomi strada con un prego, e poi mi ha invitato a entrare nello studio alla mia (e sua) sinistra. a sinistra c’era solo un muro. lungo tutta la parete bianca. cosa sei cieco? a destra volevo dire, mi fa il medico. cominciamo bene ho pensato io. ma da qualche parte occorre pur cominciare.
il buona la prima non vale sempre. io ci credo molto, per carità. però ecco a volte l’entusiasmo gioca scherzi ignobili. per cui io ricomincio tutto daccapo. via tutto.
giulia mi ha spesso detto apri un blog. io le ho spesso ripetuto che il blog mi sta sul gatto. e forse è così. forse no. son prevenuto. forse non ho voglia di fare il bloggher. ma anche michele mi ha detto di scrivere. e io scrivo a prescindere. e tengo lì. e allora tanto vale mettere qui. del resto anche zan mi ha detto cazzo allora metti lì. e mentre aspetto che bliz si tolga una trave dal culo dico io che le tengo a fare tutte quelle cose lì in un fail del compiuter. tanto vale metterle qui. che poi magari va a finire che vinco un contest di bloggher e mi danno una bella tastiera di marzapane con cui cariarmi i molari.
ieri mi è partito un pezzo di molare. ho sentito chiaramente qualcosa cadere sulla tastiera del compiuter.
la lingua batte dove il dente duole. il dente era meno del solito. mi sono guardato intorno in cerca del pezzetto.
devid mi ha chiesto ti è partito un dente?
e io ho detto no no. mi sono un po’ vergognato. come se perdere un dente fosse una debolezza.
i denti sono una roba strana.
mia nonna da piccolo mi ha detto che sognare denti che cadono è presagio di morte in famiglia.
zia tina non sta bene. ha 96 anni e ultimamente non riconosce le persone e dà segni di follia.
ieri quando mi si è rotto il dente non ci ho pensato a lei. io non ho mai sognato di perdere denti.
però una volta da banbino ho sognato che mi cadeva l’uccello nel vater. mi tiravo giù la cerniera dei pantaloni e lui cascava giù come un viustel lesso. credo che sia stato il peggior incubo fatto in tutta la mia vita. avevo 6 anni.
forse dopo tutto mi è andata bene.


