IL TUNNEL | CAPRA

febbraio 14th, 2012 § 14 commenti

Quella che stai per iniziare è la grande storia del tunnel.
Ci sono voluti 3 giorni a farlo. Tu impiegherai al peggio 8 minuti a leggerlo. Non lesinare.

Io e la mia famiglia abitiamo in una casa che ha un nome, il nome è Le Budrie, la casa è a Samone, a 5 km da Zocca, in una valletta che non ha un nome  – per quanto ne sappiamo, e per arrivare a casa Le Budrie dalla strada provinciale bisogna imboccare una via, che ha un nome pure questa, ed è via Busano, e percorrere 580 mt di strada sterrata.
Il numero civico di fianco all’ingresso di casa Le Budrie è, to’ mò, 580.

Quando nevica parecchio quei 580 mt di strada diventano impraticabili.
Se la neve rimane – diciamo – più o meno al di sotto dell’altezza delle ruote della Lada, allora vado avanti e indietro e via di gran sgommate. Se ne scende più di mezzo metro desisto, non avrebbe senso, suicidio automobilistico. Lascio l’auto sulla provinciale e si scende a piedi.
A quel punto telefoniamo al cowboy, che è un tizio che fa centomila lavori qua in montagna, uno che dalle mie parti si chiamerebbe un fattorone, e che in emergenza neve è precettato per la pulizia delle strade.
Il cowboy per pulire la nostra strada si piglia almeno almeno un cinquantello.
Era il prezzo di due anni fa. Magari quest’anno si piglia pure di più.
La settimana scorsa – che è nevicato pure la settimana scorsa – è venuto a pulirci la strada, e una volta arrivato giù a casa nostra son voluto salire sul trattore per tornare a prendere la macchina. Mi ha detto che coi mezzi spalaneve devono uscire quando supera i 5 cm. Che devono stare in giro finché le strade non sono praticabili. Che sono divisi per zone. Che quando hanno finito la loro zona possono andare dai privati. E fare un fracasso di soldi. Questo non l’ha detto.

La settimana che va dal 6 al 12 febbraio ha visto una delle peggio nevicate della storia della collina modenese (me l’ha detto un tizio della protezione civile, io sono uno di pianura che si è trasferito, non ho memoria storica). Roba che i mezzi spalaneve han dovuto girare sempre, ché le strade non restavano pulite (così mi ha detto la moglie del cowboy al telefono). Il vento forte non mi ha aiutato coi calcoli: in certi punti le dune di neve mi arrivavano alla spalla. Sono basso, certo. Però parliamo comunque di un metro e mezzo almeno. Neve e freddo. Il freddo ci ha congelato i tubi dell’acqua calda che escono dalla caldaia, che è in uno stanzino adiacente alla casa, pure al coperto. In una mattinata tempestosa il nostro idraulico si è fatto tutta la stradina a piedi per venire a casa nostra a scongelarci i tubi. Noi eravamo tutti a letto. Ci ha svegliato il cane che ha sentito l’idraulico che bussava. L’idraulico aveva tipo un phon però che faceva un caldo così assurdo da piegare i metalli.

Non ricordo neppure quando ha cominciato a nevicare. Abbiamo perso la cognizione dei giorni. Pare che la neve ci sia da sempre e che debba restare per sempre. C’è questo cartone uscito qualche mese fa, che piacque molto ad Ester, che si chiama Arietty, dove loro sono degli esserini minuscoli che vivono sotto al pavimento, e la madre ha questi fondali dietro alle finestre della loro casetta minuscola con dei paesaggi incantevoli, e ogni tanto li cambia per dare l’impressione di essere sempre in posti diversi e ariosi e bellissimi.
Agnese in questi giorni dice che vorrebbe avere dei pannelli come quelli di Arietty da mettere alle finestre di casa.
Ora che scrivo è domenica sera. Il calendario dice che è iniziato venerdì notte. Nella notte tra giovedì e venerdì. E infatti giovedì sera decidemmo di uscire e andare da amici prima delle reclusione. Qua in montagna la viviamo così. Quando minacciano queste nevicate esose si vive il più possibile il giorno prima della catastrofe, si fa scorta di cibo, si copre per bene la legna, si sistemano le cose come se dovesse iniziare una guerra lampo. E poi si sta reclusi. Per giorni.

Agnese al primo giorno già strippa. Io al secondo.

Così, il secondo giorno, si diede inizio al tunnel. E tunnel fu.
Però prima c’ho da spiegare ancora due robe.
Dalla notte di venerdì a sabato mattina la mazzata di neve fu tosta. Già si superava il record di qualche anno fa. In pianura l’hanno chiamato blizzard, qua si dice neve e vento. Una vera e propria tormenta. Pari pari a quelle che si vedono nei film sulla neve, tipo Sulle tracce dell’assassino con Sidney Poitier, che dal titolo non vi dirà niente ma l’avete visto di sicuro. È quel film dove lui è un agente federale che deve inseguire sui monti un killer e si fa accompagnare da un montanaro scorbutico come i montanari e c’è questa scena di tormenta di neve dove loro si rifugiano sotto la neve e si spogliano tutti e due nudi e il montanaro lo salva dall’assideramento abbracciandolo forte forte. Capito? Sì dai.
Tra l’altro, con ‘sto vento fortissimo, il venerdì non riusciamo ad accendere la stufa a legna in sala, che ha una canna fumaria non proprio regolamentare, e stiamo abbastanza al freddo. Ester il giorno dopo avrà il raffreddore. Genitori screanzati. Alla sera poi deciderò che con la stufa devo averla vinta io, quindi inondo la casa di fumo ma riesco a farla partire. La mattina dopo inonderò la casa di fumo ancora e riuscirò di nuovo a farla partire. Al che decidiamo che per la notte avremmo fatto i turni per tenerla sempre accesa come il fuoco di Vesta.
Insomma, neve e vento e -10°.
Per raggiungere qualsiasi cosa fuori casa devi creare dei cunicoli in mezzo alla neve. I nostri cunicoli standard sono: porta-di-casa à legnaia, legnaia à stalla, porta-di-casa à stalla, stalla à pollaio.  Nella stalla vivono i gatti. Nella legnaia vive la legna. Nel pollaio vivono le galline. Nella casa viviamo noi. Dopo un’ora che hai portato da mangiare, quel che non è stato mangiato è ghiacciato. L’acqua pure. Perciò, di tanto in tanto, si va a portare ristoro. Le galline detestano la neve. Sì e no escono dal pollaio, e se escono stanno su una zampa sola, per disprezzo. Gli portiamo il cibo fin sotto il naso. Sembra di nutrire dei malati con le flebo. I gatti hanno i loro rispettivi giacigli, si sono distribuiti i posti, quando arriva il cibo si stiracchiano, mangiano, e tornano nei rispettivi giacigli. Ogni tanto si appostano davanti alle finestre per entrare. Chi riesce ad arrivarci lo premiamo e lo facciamo entrare in casa.
Detto ciò, questi 40 metri di cunicoli cominciavano a starmi stretti.  Così, sabato, verso mezzogiorno dico: Agnes, io salgo in strada a vedere se c’è ancora la macchina…
Agnes mi guarda con una faccia che non capisco se voglia dirmi illuso o idiota.
Anche senza un caloroso incitamento coniugale, parto lo stesso. Convinto di arrivare in cima.
In un’ora e mezzo faccio 100mt. Arrivo alla Grande Quercia e mi fermo per i morsi della fame.
La neve è alta. Il vento ha fatto delle dune come nel deserto. In certi punti le dune sono alte come me. In altri gli avvallamenti sono giusto una trentina di centimetri. Proseguire in mezzo alla neve senza farsi strada con la pala è impresa impossibile. Ad ogni passo devo liberare davanti a me almeno 50 cm di neve. Anche di più, se la duna intralcia il cammino. Il percorso, visto dall’alto, è quantomeno tortuoso. Il tunnel ancora non era nei miei piani. Mi stavo semplicemente aprendo un varco per avanzare. Il tronco della Grande Quercia aveva creato una specie di riparo attorno a sé, dove un parapetto di neve proteggeva dal vento e teneva l’altezza dello strato più bassa che in qualsiasi altro punto. Tutt’attorno era sempre tormenta. Chiamai quel luogo: campo base. Occhi verso l’orizzonte. Sguardo fiero. Non avevo nulla da piantare per segnalare la zona, così ci pisciai nel mezzo. Grettezza. Tornai a casa.

Dopo pranzo decisi che quel semplice sentiero apertosi come il mar Rosso in mezzo a una distesa di bianco nulla poteva diventare… il tunnel.
E così ripartii. Agnese mi dice: È inutile, la neve te l’avrà già ricoperto. Miscredente. La neve non aveva battuto il tunnel. Lui era ancora lì, vegeto, e in attesa. Stavolta Gisella decide di entrare a far parte della missione e mi segue.
Il tratto dopo la quercia è quello più esposto di tutti i 580mt. Come un’unica duna altissima che divide il campo base dalla casa Bassa. La casa Bassa è una casa disabitata esattamente a metà tra casa mia e la strada provinciale. Riprendo l’opera di scavo verso le 15.30. La neve è davvero alta. Dopo 50 mt le braccia cominciano ad essere stanche. Un passo equivale a 4 spalate davanti. Un passo equivale a 20 cm in avanti. E nonostante le spalate, sotto ai piedi rimane ancora neve, come se la terra si fosse allontanata verso il basso. Gisella è sempre alle mie spalle. Sento che mi è vicina, ma quando mi è troppo vicina le arriva un colpo di pala sul petto. Non facevo apposta. Lei comunque sembrava non capire la dinamica del movimento, ché ogni 4-5 mt si ribeccava il suo colpo di pala nel petto. La fatica è grave. Le braccia dolgono ogni spalata di più, e le gambe sembrano portarsi appresso tutta la neve che mi sono lasciato alle spalle. Ogni tanto mi accascio, come in una via crucis. E tutte le volte che sono caduto, la zampa di Gisella si è posata sul mio moonboot. Non so se la cosa avesse un senso. Ma io l’ho letto come un segnale: IO-TI-DO-FIDUCIA. Grazie Gisella.
Dopo due ore arrivo nei pressi della casa Bassa. Mi accascio definitivamente. Resto fermo almeno un quarto d’ora. Gisella mi guarda per tutto il tempo. La neve comincia a ricoprirmi. Il fiatone non molla. Sotto ai mille strati sento che sono sudatissimo. Gli occhiali costantemente appannati. Avrei voluto aprirmi un rifugio sotto alla neve, e spogliarmi nudo, e restare lì. Mi sembrava una fine consona, intonata. Chiudere gli occhi. Lasciarsi seppellire. Quand’ecco che sento la sua zampa sul mio stinco. La guardo negli occhi. Hai ragione, penso. Torniamo a casa: domani dobbiamo portare a termine il tunnel.

Mi rialzo e riprendo la via di casa, e solo in quel momento mi accorgo di quando potente, e vero, e lungo fosse già il tunnel. Arrivo a casa che l’unica cosa che desidero è una doccia. Mi spoglio, entro in doccia, apro l’acqua, ma l’acqua non c’è. Si è ghiacciata di nuovo dentro i tubi. Mi metto i vestiti puliti senza lavarmi, giusto per darmi il contentino. Vado in cucina, apro l’acqua calda. E l’acqua calda lì c’è. Praticamente scopro che si è ghiacciata in quel metro e mezzo che va dalla cucina alla sala, dove i tubi attraversano un sottoscala vicino ad una finestrella per nulla coibentata. Coibento la finestra. Accendo alcune candele sotto al pezzo di tubo incriminato. Niente. Ci piazzo una stufetta elettrica per un paio d’ore. Niente. Vado a letto. Mi spalmo crema all’arnica praticamente su tutta la schiena e le braccia, che ad ogni movimento fanno ahi. Saluto Agnese chiedendole se ha messo la sveglia dei turni per tenere accesa la stufa. Mi dice: Io starò sveglia tutta notte per soffiare il naso ad Ester, tu badi alla stufa. Parole sante. Metto cinque sveglie. Alle 3.00, alle 4.15, alle 6.00, alle 8.15, alle 10.30. La stufa resta accesa. Avanti così.
Ci svegliamo, è domenica, nevica fitto come se fosse nebbia. Deprimendomi, mentre guardo fuori dalla finestra, ho un’idea: mettere delle braci ardenti sopra al metro di tubo ghiacciato.
Funziona. L’acqua si sblocca. E il mio primo pensiero è: oggi, dopo il tunnel, farò la doccia.
La mattina in casa tutti assieme. E alle 15.00 mi preparo ed esco. Nonostante siano trascorse un’intera notte e una mezza domenica di neve indefessa, il tunnel ha resistito. Certo, va ritoccato qua e là, e il pavimento non è duro come il giorno prima ma sprofonda. Ma il tunnel c’è. Lo percorro tutto fino alla casa Bassa, dando qualche colpo di pala qua e là come si fa con i disegni già finiti. Ma manca ancora metà strada da fare.
I primi 25 metri sono assurdi. Un’intera duna di più di un metro e mezzo di neve. La lavoro per bene, aprendo un varco comodo e catafratto. Ma già le braccia, ai primi colpi, tornano a far male. Decido che per alcuni tratti dovrò proseguire senza spalare. Provo a fare una ventina di metri così, solo con la forza delle gambe, ma i quadricipiti non reggono. Cado. Ansimo. Sudo. Mi rialzo e opto per una tecnica mista, tipo vogatore: spalo due bracciate di neve davanti come se stessi remando e intanto avanzo. Funziona. Procedo di altri 25 mt. Mi volto. È passata un’ora e sono solo qua. Mi ribello: grandi falcate e possenti vogate mi fanno arrivare in pochi minuti fino alla cassetta della posta. Poi quasi svengo. Devo fermarmi. Davanti a me rimane solo l’ultimo tratto, la terribile salita finale, quella che fa tanto paura ad Agnese nelle notti di ghiaccio. Le forze non ci sono più, mi è rimasta solo l’inerzia, e lo spartiacque che si apre tra tornare-a-casa o vincere è labile. Rifletto. Il fiato ancora non è tornato. Mi volto; Gisella mi guarda. È sufficiente. Con l’ormai collaudata tecnica del vogatore salgo, senza soste, con sempre meno fiato e sempre più sudore, e con quelle voci lontane.
Porca eva. Che minchia sono queste voci? Sono quasi arrivato alla strada e sento parlare. A voi non sembrerà così strano, uscire di casa e sentire qualcuno che parla. Ma oggi, in mezzo a questo nulla ricoperto di neve, dopo due ore in compagnia dell’unica Gisella, pensare che ci sia addirittura qualcuno ad accogliermi all’uscita dal tunnel mi fa un effetto davvero straniante. Ultimi metri, ultime vogate, lo spalaneve ha avuto il buon cuore di piazzare una bella montagna sullo sbocco d’uscita della mia via ma non c’è problema, attraverso anche quello come un centometrista taglia il traguardo ed ecco… i volontari della Protezione Civile. Sono in due squadre. Stanno rimettendo a posto le pale sulla capote del loro pandino. Hanno aiutato la badante dell’anziana che abita nella casa sulla provinciale a pulire il vialetto. Arrivo in strada, uno di loro mi guarda e fa: Serve una mano?
Resisto alla tentazione di scagliargli il cane addosso, e semplicemente ansimo un: Ah, ormai…
Poi mi volto verso il punto dove dovrebbe esserci la macchina. E vedo una tondeggiante collinetta bianca, circondata da muri di neve pressatale addosso dagli spalaneve.
Le braccia fanno male. Le gambe fanno male. Ma non posso lasciare la Lada lì. In montagna circola questa storia di un tizio a cui hanno spalato l’auto giù da un burrone perché era ricoperta di neve e non l’avevano vista. Comincio a toglierne un po’ da un punto dove dovrebbero esserci dei finestrini. “C’è la tua macchia lì?”, mi fa uno di quelli, “Non te la portano mica via sai…”. Risate. Salgo su uno di quei parapetti di neve che stanno attorno alla Lada per spingerne giù un po’ dal tettuccio senza dover fare la fatica di sollevare la pala. Faccio un passo di troppo, metto il piede su un punto di neve non pressata e precipito sepolto.
Da fuori sento: “Alza la pala, così ti vediamo…”. Risate. Io alzo la pala, inconsciamente. Poi mi mando a cagare. Gisella è molto felice di avere un po’ di spazio per correre. Ha già fatto amicizia con tutti, quando finalmente i tizi se ne vanno, e io sto già meglio. Gisella un po’ meno. La prima auto che transita sulla strada è quella delle pompe funebri di Zocca. Amen. Tento in vari modi di salire sulla capote della Lada per essere più comodo a spingere giù la neve, ma non ho la forza di saltare. Poi appoggio un piede sul paraurti dietro, compatto la neve alle mie spalle per poterci appoggiare l’altro piede e riesco a montare su. Grondo. Sono un po’ affranto. E anche un po’ coglione per non aver chiesto aiuto. Decido di fare il minimo: far vedere un po’ del blu della macchina e tornare a casa. Sono sopra alla capote che do gli ultimi colpi quando arriva la badante della vicina a portare via il pattume. Mi guarda e sorride e mi fa: Adesso vado prendere pala e aiuto te.  Io provo a dirle che fa lo stesso, si figuri, ha già fatto tanto, ma quella non capisce e ve a prendere pala. Io volevo dirle che avevo due anguille al posto delle braccia e che ero a posto così, avevo già fatto il tunnel, non avevo bisogno di altro, cara badante non tornare, fa’ la brava, su, ma quella torna, ha la pala in mano e dice: Devi uscire?, e io: No no, figurarsi, volevo solo far vedere la macchina, sa, c’è quel mio amico a cui hanno spinto l’auto già dal burrone etc etc; ma è chiaro che non ha capito e si mette a spalare come se dovesse salvare una vita. E io non posso neppure prendermi delle pause troppo lunghe che quella pare lo faccia di mestiere, e io fermo a prender fiato sembro un approfittatore, e pure razzista, e quindi, mi dico, adesso muoio, va bene così.
Non muoio. Ringrazio. Saluto. Chiamo il cane. Si scende.
E finalmente ripercorro tutto il tunnel fino a casa.
È lunghissimo. Nei punti dove non ho spalato l’incedere è meno agevole, certo. Ma è un difetto veniale. Mentre lo attraverso vorrei tanto che qualcuno, dal satellite, vi facesse una foto ora, perché sono certo che nella valletta di casa Le Budrie il tunnel figurerebbe come la Muraglia cinese dallo spazio. È ospitale. È vario. Certe spalate fuori posto le ricordo come ricordo i disegni di mia figlia; il pezzo fatto con la tecnica vogatoria; la duna inattraversabile dopo la casa Bassa; il campo base. E mentre scendo penso a quando, tra un paio di giorni, arriverà il cowboy a fare la rotta, e cancellerà tutto.
Ma in realtà non cancellerà nulla.
Perché il tunnel non è che una striscia di vuoto lunga 580 metri, un vuoto tra due pareti algide e fredde come quest’inverno, che in giorni così ci sembra debba durare per sempre, e che ogni tanto vorremmo nascondere, con dei pannelli disegnati, appesi alle nostre finestre.
Domani, con tutta la famiglia, saliremo il tunnel, e faremo foto, e arriveremo in cima.
E forse sarà questo il suo unico, vero significato.
Impiego circa 15 minuti a percorrerlo in discesa. Arrivo a casa, faccio fatica persino a tenere la pala in mano, la ficco nella neve e mi volto.
E penso che è stato difficilissimo.
Ma che ora c’è. Il tunnel esiste. Ed è bello ed effimero e inutile come tutte le opere d’arte.

Update: il tunnel è stato rimosso la mattina dopo aver scritto queste pagine. Nessuno, a parte il sottoscritto, lo ha percorso. Foto: The eraser

BARBIERI | FEDERICO BERNOCCHI

settembre 14th, 2011 § 14 commenti

SPECIALE PARRUCCHIERI

La consistenza dei miei capelli ricorda quella del pelo della marmotta. Un po’ anche nella forma. La mia ragazza li chiama “i capellicane”. Immaginatevi il pelo ispido di un bassotto. Sono così, c’è poco da fare. Prima di raggiungere questa consapevolezza, c’è voluto un bel po’ di tempo. Ormai mi sono rassegnato. Ma un tempo non era così. In gioventù, ascoltavo molto metal pacco, per cui sognavo di averi i capelli lungi e lisci un po’ come il cantante degli Skid Row, Sebastian Bach. E invece loro nulla: più crescevano e più si allargavano ai lati, tipo Krusty il Clown. Sopra però, rimanevano piatti in maniera innaturale, come se un cameriere tutto matto ci avesse appoggiato sopra un vassoio pieno di voulevant di porfido. Ora, non so se avete mai provato a pettinare una marmotta o un bassotto a pelo ispido. Io no. Però mi sa che pettinare me, o uno di quei due animali lì, è un po’ la stessa cosa. Quando ero piccolo, mia madre mi ha regalato una strana spazzola dalla forma circolare. Era di plastica verde e aveva i denti lunghi e durissimi. La si riusciva ad usare solo stringendola tra indice e anulare. Poi bisognava darci dentro a furia di rastrellate. Era l’unica spazzola con cui riuscivo a dare una forma alla mia capigliatura, che fino ai 14 anni è stata esattamente come il caschetto che si mettono in testa i playmobil: una cofana di plastica immobile con la riga scolpita. Una massa muta e immobile. Io ero tutto fiero della mia spazzola circolare. Crescendo, ho scoperto che quella strana spazzola era venduta nei negozi per animali. Solitamente veniva usata per pettinare il pelo dei cani. Appunto: un bassotto a pelo ispido. Devo ammettere che inizialmente ci sono rimasto un po’ male, ma allo stesso tempo ho di molto apprezzato l’ingegno materno: era veramente l’unica strumento in grado di mettere ordine nella mia testa. I miei capelli hanno anche questa particolarità: sono praticamente idrorepellenti. Se mi tuffo in acqua ed esco velocemente, la mia testa rimane asciutta. Giusto due goccioline in superficie. Mi basta scuotere la testa – tricchetracche – e sono asciutto. Tutto questo per dire che per me l’argomento capelli è una cosa seria. Conseguenzialmente, trovare un barbiere che soddisfi le mie esigenze è questione tutt’altro che marginale. E non parlo solo del taglio di capelli; dopo il taglio playmobil, sono passato a un semplicissimo taglio a macchinetta, operazione che penso sappia fare veramente anche il dottore cieco della sigla di Boris. Ora, visto che dal barbiere ci devo passare tanto tempo, godo all’idea di trovare un posto confortevole. Un luogo dove posso passare del tempo, sostanzialmente buttato, speso solo per tenere a bada la marmotta che vive sopra la mia testa. Certo, potrei tagliarmeli da solo a casa, ma sai che palle? Ci ho anche provato e, tolto quel breve periodo in cui, grazie a un uso scellerato della macchinetta, mi facevo la pettinatura tipo  Tin Tin (tutto rasato, tranne un piccolo ciuffo di capelli che spuntava dal mezzo della capoccia) per fare colpo sulle ragazze – mossa che per altro non ha mai dato i frutti sperati -  mi sono sempre affidato alle sapienti mani di qualcun altro. Anche perché le persone che hanno impegnato la loro vita al taglio dei capelli altrui, nascondono perle di rara saggezza. O cazzate come quelle che seguono.

LE MALATTIE DEI NEGRI

Da due anni ho cambiato casa. In questo momento vivo a Milano, tra via Cenisio e Mac Mahon. Appena arrivato nel quartiere, mi sono subito messo a cercare il mio personale valhalla dei capelli. Dato che l’età media dell’abitante della mia zona è piuttosto alta, essa pullula di barbieri old school. C’è n’è uno di quelli moderni da signore, tutto sbrilluccicante e a tre vetrine. Uno nuovo nuovo gestito dai cinesi e il resto è roba vecchissima. Fuori tempo massimo. Quello dei cinesi l’ho provato solo una volta e, tolto il fatto che effettivamente paghi tipo cinque euro per un taglio, è un inferno: non parlando la stessa lingua, non sono stato in grado di spiegare che li volevo a macchinetta. Per cui, mi sono trovato nella scomoda situazione di dover spiegare a un diciannovenne cinese, pettinato come il tastierista dei Dari, che non volevo sembrare una bizzarra pianta grassa. Il ragazzo, per tutta risposta, mi ha guardato malissimo e poi mi ha fatto un taglio a macchinetta veramente accazzo. Ma VERAMENTE accazzo Per cui, ciao ciao chinese parrucchiers. Il primo barbiere vero che ho provato, si trova praticamente sotto casa. Non ha un nome specifico. Ha solo un’insegna rossa con la scritta “Parrucchiere”. Minimalismo. Mi piace. Il Parrucchiere vanta ben due poltrone e un cavalluccio per bambini. Il cavalluccio è uno strumento di tortura che in teoria serve a far immaginare ai bambini di essere dei Tex Willer anche durante il taglio. In realtà sono dei begli oggetti che restano il più delle volte inutilizzati. Il cavalluccio per bambini è un colpo basso. Un tempo era in dotazione a tutti i barbieri. Oggi ce l’hanno solo due categorie di barbieri: quelli che non sono mai cambiati da quando hanno aperto, e quelli che l’hanno comprato a una fiera dell’antiquariato per dare l’impressione di essere una vecchia bottega schietta e genuina. Visto che l’arredamento del posto urla fortissimo “ANNI OTTANTA!”, deduco che Il Parrucchiere appartiene alla seconda categoria. Non che sia una dramma, eh? Ci mancherebbe altro. Però è un colpo basso. Una volta entrato, noto che c’è una panchina in formica dove attendere il proprio turno, ma pochissime riviste interessanti. Vecchi free press e un paio di quei giornali sugli immobili che, dopo tre minuti che li sfogli, ti viene voglia di scheggiarti una rotula con un chiodo per vedere se sei ancora in grado di provare delle emozioni. Fortunatamente però, da Il Parrucchiere non c’è mai nessuno, per cui non ho mai dovuto aspettare. Il nostro uomo è un signore sulla sessantina, basso, tarchiato e vestito malissimo. Imperdonabile il maglione di lana con disegnoni geometrici enormi orrendi. Uno di quei maglioni che ognuno di noi cela nello sprofondo del proprio armadio. Quasi certamente ve l’ha regalato la vostra zia sfortunata nel 1984, poi l’avete messo solo una volta per stare caldi caldi in casa durante le vacanze di Natale, sperando ovviamente che nessuno vi vedesse con indosso una cosa del genere. Lui invece, tutto fiero, se lo mette per andare al lavoro. Il Parrucchiere è di origini calabresi ma, essendo in città da tempo, ha acquisito una stranissima cadenza meneghina. Ogni tanto butta lì due o tre parole in dialetto. Il risultato è una cosa del tipo: “Sunt andà dal prestiné a accattàr la soppressat”. La cosa ovviamente mi fa moltissimo ridere. Per cui appena posso, parlo a vanvera, sperando di sentire più frasi in milanocalabro possibile. Negli anni ho affinato una tecnica che mi permette di parlare per ore di argomenti di cui in realtà non so assolutamente un cazzo con tutti i barbieri del mondo. Per esempio: anche se in tutto conosco il nome di 15 giocatori di calcio, sono tranquillamente in grado di sostenere lunghissime discussioni su Mourinho, sui soldoni spesi dai presidenti delle squadre, sui Mondiali e altre robe. Sono bravissimo. Tutta una questione di tempistica. Fondamentalmente, basta ripetere le teorie espresse dal vostro interlocutore con altre parole, per poi intervallare il tutto con dei: “Ma infatti!” oppure dei puntuali “D’altra parte…”. Il negozio è abbellito da un bellissimo calendario della Würth (leader mondiale nella distribuzione di viteria, minuteria metallica e plastica) tutto donne nude. Mentre scherzo Adriano per il suo peso, guardo di soppiatto le tette delle donne del calendario, aiutandomi con una serie di giochi di specchi. Il tutto senza farmi mai beccare da Il Parrucchiere. Oltre alle donne nude con le tette grosse, c’è anche un enorme puzzle di un orribile casolare in montagna. La scelta del puzzle mi affascina moltissimo. Come nasce l’idea di comprare un puzzle, da almeno 4 mila pezzi, di una foto brutta fatta ad un inutile casolare di montagna? Perché tanto odio? Per fare vedere che si è bravissimi? “Oh, guarda che robina: quattromila pezzi! E ci ho messo solo un mese e mezzo, eh?”. Non capisco. C’è anche la remota possibilità che Il Parrucchiere nasconda un qualche indicibile segreto legato alle montagne. Veramente: non lo so. Comunque. Uno sta lì a farsi accarezzare la testa, mentre è obbligato a guardare questa casa di raro squallore, immersa in un grigiore interstellare, cosmico, con dietro due montagne mezze innevate. Sui gradini della casa c’è una vecchia di nero vestita con un grembiule bianco. Una di quelle foto che le vedi e ti viene subito voglia di piangere. Ma poi, a pensare a Il Parrucchiere che alla sera torna a casa e si mette a comporre questo puzzle gigantissimo, per poi farlo incorniciare e infine appenderlo nel suo negozio, mi viene proprio una tristezza infinita. Molto meglio le zinnone della Würth. Però guardarle è più difficile. Devi fare lo scaltro. Una cosa complessa. Comunque, in generale, ci siamo. Il posto non è per nulla male. Lo frequento per un po’ e penso che alla fine, per essere il primo che provo nel quartiere, m’è andata decisamente bene. Poi succede il dramma: un giorno sono lì che faccio finta di dire la mia sulla bravitudine dei giocatori brasiliani, quando entra un ragazzo africano che vuole venderci dei libri sull’Africa. Il Parrucchiere lo caccia immediatamente via. I modi sono sbrigativi, ma non è quello il problema. Il problema è che una volta che il ragazzo se n’è andato, Il Parrucchiere comincia a dire cose come: “Mi su no, stucazzu de negro… che mi sun drè a laurà e stu negru, cu stu libru… Che magari c’attacc pur’e malattie!”. Io rimango allibito. Una specie di attacco di bile improvvisa ha trasformato Il Parrucchiere in una macchina cacciaslogan razzisti. Al “ma perghé nun se ne torna al su’ paes”, raggiungo il limite. Tutto rosso causa imbarazzo lo guardo riflesso nello specchio e gli dico: “sì, vabbeh, guardi, non è il caso… cambiamo discorso… cioè, veramente non è il caso…”. Il Parrucchiere mi guarda anche lui attraverso lo specchio. Si ferma un secondo. Si zittisce. Io penso che evidentemente si è reso contro che stava esagerando. Cala il gelo. Il silenzio dura un bel cinque secondi. “Che poi sta zona si sta riempiend’ pure di ciness… mi su no! Che già si son pres tutta Paolo Sarpi. E mò comincen ad arrivar pure qui!”. Evidentemente a Il Parrucchiere non gliene frega un cazzo di quello che penso. Avrà sentito quello che ho detto? Che poi, cosa cazzo ho detto? Non ho detto nulla. Dovrei mettermi a litigare con un uomo di 60 anni, perché è un ignorante razzista? Dovrei fare una scenata, alzarmi e scappare con il telo di plastica sulle spalle? Se non fosse che è a metà taglio, forse mi incazzerei di più. Ma se mi incazzo adesso e litighiamo, questo non mi finisce di tagliare i capelli. Mi zittisco. Lui, dopo aver detto quella cazzata lì sui cinesi, si zittisce anche lui. Non gliene fregherà un cazzo di quello che ho detto, ma per lo meno ha capito che non è che in questo momento io ce l’abbia proprio in simpatia. Io, che sono evidentemente un pavido, nonché una persona spiacevole, mi limito ad avere il broncio, come se fossi un adolescente costretto a fare un viaggio lungo in macchina con i suoi genitori. Una scena brutta. Fortunatamente questa situazione d’imbarazzo dura poco. Il taglio finisce. Il Parrucchiere mi sgancia il cosone di plastica, mi fornisce di una veloce spazzolata, io mi alzo, prendo la giacca, gli appoggio 15 euri sul tavolino posto all’ingresso. Tutti e due zitti e muti. Avviene lo scambio: lui prende i soldi, io prendo la ricevuta. A me esce dalla bocca una roba tipo: “‘Rvdrc.”. Lui uguale. Io esco dal negozio dando un’ultima occhiata al calendario delle donne nude della Würth. “Peccato”, penso.

SEGHINI A 5 EURO

Cancellato dalla lista Il Parrucchiere, parte la ricerca del secondo barbiere. Vicino a casa mia c’è un mercato due giorni a settimana. Io non ci compro mai nulla, che ho un’alimentazione ridicola, però mi piace passarci in mezzo giusto per vedere le bancarelle e i vecchi del quartiere. Ho una vita eccitante come quella della Binetti, me ne rendo conto. Però grazie a questo mio fetish, trovo il secondo parrucchiere. Un giorno, dopo aver comprato due confezioni da tre calzini della Diadora di spugna a soli 5 euro (un affarone), noto che proprio dietro la bancarella c’è un barbiere. Entro, come in trance. All’interno del negozio entra pochissima luce: un luogo decisamente scuro con due poltrone anni Settanta dove potersi sedere per tagliare i capelli, un divano di quelli che si trovano ancora solo dai parrucchieri o a casa delle nonne, quelli marroni disagio con dei bottoni a coprire le cuciture. Alle pareti ci sono una marea di quadri di raro squallore e millemila cazzatine, topo santini, calendarietti e piccolo sculturine in ceramica tipo la maschera di pulcinella. Mi accoglie un signore molto elegante, seduto su una delle due poltrone, intento a leggere il giornale. Abbassa il giornale, mi getta uno sguardo particolarmente diffidente (del tipo: “Quanto sei orribilmente giovane!”) e risponde al mio “Buongiorno” con un urlo che rivela un accento decisamente nordico: “Uè, Salvatur!”. Esce Salvatore. Un ragazzo sui 35 vestito malissimo. Mi faccio l’idea che Salvatore è il proprietario del posto e che il signore anziano è un semplice pensionato di quelli che, piuttosto che stare a casa con la moglie, vanno a leggere il giornale dal barbiere. Mi accomodo su una sedia. Salvatore comincia a tagliarmi i capelli. Mi sembra un po’ scocciato dal fatto che li ho chiesti a macchinetta, ma non è un gran problema. Mentre avviene il taglio, cala il silenzio e il signore anziano continua a leggere il suo giornale seduto sul divano marrone disagio. Nessuno dice nulla e la situazione è resa ancora più pesante dall’assenza totale di musica. Dopo un po’ il signore del giornale comincia a dare segni di insofferenza. Appoggia il giornale sul divano, sbuffa e – aiutando col riflesso dello specchio – mi chiede: “Ma a lei le sembra giusto che uno paga il baccalà al mercato 8 euro?”. Io ovviamente non so di cosa stia parlando. Compro solo pasta e roba per farmi i toast. Il baccalà l’ho mangiato due volte in vita mia in vacanza e non l’ho ovviamente mai preso al mercato. “No, perché per me 8 euro è un furto! Ma proprio un furto!”. Grazie alle mie incredibili doti deduttive, degne del miglior August Dupin, capisco che il signore vuole sentirsi dare ragione. “Mi sembra veramente un’esagerazione”, dico. Il Signore sorride contento, si alza e si avvicina alla mia sedia. Salvatore continua a tagliare e non dice una parola. Il signore continua: “No, perché a parte che l’ho pagato 8 euro… aspetti, le faccio vedere lo scontrino!”. Scompare nel retrobottega da cui esce un minuto dopo brandendo lo scontrino. “Guardi qui! 8 euro per un baccalà! Incredibile. E poi, la sa una cosa? A quello del mercato gli ho chiesto: ‘ma è già salato?’ E lui mi ha detto di no! Poi vengo qui, lo cucino, lo salo, lo mangio e sa cosa scopro? Che era già salato! Ma mi su no!”. Io comincio a non capire un cazzo. Ma questo chi è? Perché legge il giornale e cucina qui il suo merluzzo? Ma cosa c’è nel retrobottega? Una cucina? E perché lui sta qui? Non può andare a casa sua a cucinare il merluzzo? Ma il povero Salvatore? Nel dubbio però continuo imperterrito sulla mia strada: “No, guardi, c’ha ragione: una cosa incredibile!”. Ovviamente è come se non avessi detto nulla. Il mio nuovo amico continua a parlare: “Io adesso vado lì e mi incazzo. Se mi dici che non è salato, porca troia, non è che poi lo trovo già salato!”. Dall’accento del signore intuisco che è cremonese, delle mie parti. Una breccia! “Ma scusi, lei di dov’è?”. C’è un momento in cui leggo negli occhi del signore come uno spiazzamento, un turbamento nella Forza. Lui è lì che si lamenta dei cazzi suoi e c’è uno che gli chiede di dov’è. “Mi sun de Suresina! (Soresina, un comune italiano di 9.404 abitanti della provincia di Cremona, noto ai più per la famose Latteria Soresina). “Ma sun chi a Milan da più de 30 ann e ho aperto qui 28 anni fa!” mi dice con un certo impeto. Ah, ma quindi il posto è suo! Per quello fa il cazzo che vuole e tratta Salvatore come una pezza da piedi! Lui è il parrucchiere e Salvatore è tipo il ragazzo di bottega! Realizzato questo dato non da poco, lo guardo tutto contento e gli dico: “Ah, di Soresina! Mi sembrava infatti. La mia famiglia viene da San Bassano, pensi!”: San Bassano è un altro piccolo comune del cremonese, piuttosto vicino a Soresina. Un colpaccio. “Ah, ma quindi lei è ‘n cremunes!”. Basta, è fatta. Il signore – che d’ora in avanti chiameremo per comodità Il Parrucchiere 2 – prende uno sgabello, mi si siede di fianco, mi appoggia una mano sul braccio e comincia a parlare fortissimo di tutto quello che gli passa per la testa. Una specie di vulcano. Uno di quei personaggioni pieni di aneddoti che non ascoltano niente di quello che gli viene detto, ma che sono pronti a pontificare su qualsiasi cosa. Mi parla dei suoi primi anni qui a Milano, del distacco da Soresina, della sua prima casa all’Ortiga (l’Ortica, quartiere milanese), di come era il quartiere una volta, di sua moglie, di suo figlio, del nipote, di varie donnine della televisione che lui si scoperebbe molto volentieri (anche contro natura). Di tutto. Inarrestabile, è effettivamente molto simpatico, anche se invadente come pochi. Tocca, si agita, si alza e gira su stesso. Ogni tanto entra qualcuno dai negozi vicini a salutarlo. Lui reagisce sempre come Reneé Ferretti di Boris: “Ueeeeeeeeeeei, carissimo!”: Poi il tipo esce e lui ti racconta tutta la sua vita: “Qel lì, l’è il Giuvan, un terun dell’ostia che g’ha apert il garage nel 2003. Eh, il Giuvan…”. Io annuisco, faccio domande finte interessate. In tutto questo, Salvatore continua a tagliarmi i capelli con una lentezza esasperante e non viene mai ammesso alla discussione. Mi permetto di chiedere: “Ma scusi, ma se il posto è suo, lei perché non taglia i capelli?”. Il Parrucchiere 2, che è molto felice di poter raccontare i cazzi suoi, mi informa. “Ma io sono stanco! Ho tagliato i capelli per 25 anni, sa? Io non ne posso più. Adesso faccio fare tutto a questo qui” e indica, senza manco degnarlo di uno sguardo, Salvatore che ovviamente continua muto a fare zic, zac, zic. “Ma lei dove abita qui nel quartiere, dove abita?”. Io che ci tengo a fare quello del posto, rispondo che ho preso casa da poco in via Cucchiari. Il Parrucchiere 2 si illumina. “Via Cucchiari? dove c’è il centro massaggi cinese?”. Effettivamente in fondo alla mia via, verso la parte che confina con Via Stilicone (nottetempo regno incontrastato di travoni), c’è un centro massaggi cinese. C’ho parcheggiato più volte la macchina e ho notato che è spessissimo aperto anche la notte. Ora, io non voglio pensare male, ci mancherebbe. Però un centro massaggi cinese, con le vetrine oscurate, aperto a mezzanotte, un paio di idee te le fa venire, no? “Sì, via Cucchiari quella lì”. “Ah, ma sa, io vado spessissimo a farmi fare dei bei massaggi lì. Proprio un bel posticino”. Pausa drammatica. “Poi, ci lascio giù 5 euro in più e mi fanno anche un bel seghino”. Tadaaaaaaan! Il mio simpatico nuovo amico, che avrà più o meno 65 anni, è elegante e ha una bottega di parrucchiere da più o meno 30 anni, gli piace andare a farsi fare le seghe da ragazze cinesi a cinque euro. Che son notizie. Quel tipo di notizie che magari non ti viene in mentre di rivelare a un nuovo cliente che vedi per la prima volta. E infatti, io non so esattamente come reagire. Che fai quando uno di 65 anni ti dice che si fa fare le seghe a 5 uro? Ti informi su come è fatta la sega? Discuti del prezzo? 5 euro non mi sembra manco tanto per una sega. Però, come diceva Beningi in Berlinguer Ti Voglio Bene, allora vado a casa e me la faccio io? Boh. Me ne esco con un: “Ah ma va?”. “Eh, sì, fai il massaggino, poi gli dice due robe, gli fai capire che -  e tac! – ti fa il  seghino!”. Una volta sono andato in un ristorante cinese a Bologna dove in vetrina c’era scritto “Qui lavora Miss Cina”. Poi sono entrato tutto contento e Miss Cina era una bufala, era una ragazza brutta e un po’ cicciona. Ora, se ti pubblicizzi come Miss Cina e poi sei un ragano- a me che ho una particolare predilezione per le bellezze asiatiche – mi fai scendere una gran catena. E io mi immagino la finta Miss Cina del ristorante cinese di Bologna, intenta a fare una manovella a Il Parrucchiere 2. Una roba di quelle che ti si ritira il pene dal ribrezzo. Salvatore ovviamente non fa manco una piega. Io non so più che dire. Il Parrucchiere 2 continua a parlare. Adesso è passato a raccontarmi dei pregi dei ristoranti della zona e continua imperterrito a fare il suo show. Dopo un po’ il taglio finisce. Concludiamo con due gags sul cremonese e una bella stretta di mano. “Alla prossima, allora!”. Mai più tornato.

SERVITO, SIGNORE

Canticchiando allegramente “Three! That’s the magic number”, sono riuscito a trovare un terzo parrucchiere. E questo, cari amici, non ha veramente nulla che non va. È perfetto. Vi spiego perché. Si chiama Parrucchiere Caruso e si trova in Via Losanna a Milano. No, ve lo consiglio perché secondo me è un’esperienza. All’interno del negozio ci sono tre sedie molto molto belle, più o meno risalenti ai ’70. La marca delle sedie è Saronno. Sono bianche con le parti imbottite in simil pelle marrone e hanno la parte dove appoggi i piedi con la scritta Saronno. Ora, non so se le poltrone da barbiere della marca Saronno sono un vanto, un plus di quelli che i barbieri tra di loro si bullano a vicenda, però mi piace immaginare che sia il massimo della vita. Del tipo che tutti gli altri parrucchieri del quartiere lo invidiano. “Sai che sedie s’è preso il Caruso? Delle Saronno originali. Dannato Caruso, c’ha tutte le fortune! Lo odio!”. Comunque. Ci sono tre poltrone comodissime, il solito divano marrone disagio sul fondo con un cesto per le riviste che solitamente contiene le varie pubblicazioni scandalistiche, tipo quelle dove puoi sapere più o meno tutto sula vita di Marcelo Fuentes, e un famoso mensile maschile di quelli dove puoi vedere il culo di Michelle Hunziker. Che alla fine comunque fa sempre un po’ di simpatia (il culo. Lei invece è simpatica come un debito). Alle pareti ci sono solo due foto: una è la formazione dell’Inter, squadra per cui evidentemente il nostro simpatico Caruso fa il tifo, l’altra una foto del suo nipotino. Due fotografie piccoline messe un po’ in disparte, che volendo manco te ne accorgi. Basta. Nessun calendario, nessuna cazzabubola tipo le maschere di Pulcinella. Niente. Tutto il resto è fatto in stile un po’ rustico, aka in finto legno, ma con un taglio futurista. Una roba che, all’epoca dell’acquisto, probabilmente era pura avantgardenss. Specchi incastrati in cornici esagonali, tipo gli interni delle navicelle spaziali dei vecchi film di fantascienza, mensole messe tutte strane. Il tutto in finito legno e con pochi inserti di metallo. Una bomba. Poi c’è lui, Caruso. Caruso è siciliano. Si chiama Rosario Caruso. Non riesco a capire se il nome è Caruso o Rosario. Secondo me è Rosario. Caruso dev’essere il cognome. Avrà più o meno settant’anni. Totalmente pelato, ha dei piccoli occhialini da vista e indossa sempre un camice da lavoro o azzurro o verde. Un camice elegantissimo con i bottoni messi tutti sul lato sinistro. Una roba fighissima. Nel locale si ascolta Radio Rai Uno. Rai Uno sembra come l’autoradio di Christine la Macchina Infernale. Nel vecchio film di Carpenter c’era lo spirito di questo assassino che finiva dentro una macchina, che poi comprava un babbo con la faccia da maniaco. Quando il babbo accendeva la radio, sentiva solo musica anni’50. Questo perché l’assassino era di quel periodo lì. Radio Rai Uno è come se trasmettesse dal 1994. C’ha proprio quel suono lì vecchio, che ti mette quasi nostalgia. La playllist è ovviamente agghiacciante, però ho risentito dei pezzi che veramente non mi ricordavo più neanche fossero mai stati scritti. You dei Ten Sharp. Che se non mi ricordo male, Ron ne fece la versione italiana. Quando non c’è la musica e parlano, ci sono delle trasmissioni o di politica o di salute. E me le sento tutte, perché Caruso non dice una parola. Ti saluto all’ingresso, ti chiede come vuoi i capelli (alla terza volta ti chiede “li facciamo come sempre?”) e basta. Straordinario. Ah, il tutto con un accento siciliano fortissimo. Poi ti siedi e lui ti avvolge nel grembiulone. Non è una roba brutta di plastica con una fantasia anni ’90 di quelle che d’estate sudi come se fossi in una sauna: è un telo di stoffa bianco. Ti ci avvolge, ti mette del cotone sul collo per evitare che si irriti e poi chiude il tutto con uno spillo. E poi ha mille mila accorgimenti: dopo la prima passata di macchinetta, ti toglie il grembiule, lo sbatte e te lo rimette. Ogni tanto spazzola via i capelli tagliati con questa specie di pennello che butta fuori piccole nuvolette di borotalco. È lentissimo, ma è perché è di rara precisione. A fine taglio, prende uno specchio circolare, ti fa vedere cosa ha appena fatto e poi rimane lì in attesa che tu dica qualcosa. Quando poi gli dici “Va bene, grazie”, lui mette giù lo specchio, ti toglie il grembiulone e poi ti dice: “Servito, signore.” La prima volta ci sono veramente rimasto di sasso. Che lord inglese. “Servito, signore” è proprio una bomba. Poi va al suo banchettino, ti compila la fattura a penna, ti stringe la mano e ti saluta. Bellissimo, emozionante. A dicembre ti regala il suo calendario che fa fare apposta tutti gli anni. Io per adesso ne ho solo due: uno azzurro del 2010 e uno rosso del 2011. C’è scritto Parrucchiere Caruso, l’indirizzo, e c’è il disegno di una forbice e un pettine. Dentro c’è un calendario con tutti i santi. Minimalismo. A Bologna andavo da Angelo, che a Natale ti regalava il suo calendarietto. Si chiamava Le Monelle di Angelo ed era abbellito con 12 fotografie di megastrappone scaricate dall’internet. Che ridere. Angelo beveva fortissimo e c’aveva proprio quell’aria di uno che con gli amici al bar, se vede una foto di una donna nuda, la chiama “monella”.  Caruso invece dev’essere uomo timorato di Dio. Per lui niente monelle, solo i giorni coi relativi santi. Gli voglio troppo bene.

LA LEZIONE DEL VENERDÌ SERA | TOMMASO RENZINI

giugno 29th, 2011 § 5 commenti

<<Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. ahah! Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. eheh… Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. ahah! Parli italiano?….>>

Mi guardo intorno per capire le reazioni degli altri, magari loro stanno avendo o hanno avuto un corso con Justine e sanno come comportarsi in situazioni come questa. Alla fine di ogni giro della cantilena, sul “ahah!”, le indirizzo uno sguardo  tra l’imbarazzato e il soddisfatto per comunicarle la mia ammirazione per il suo accento italiano quasi perfetto. Justine è bassa e magrissima, me la immagino mentre inciampa su un cavo Fastweb e si spezza una gamba di netto. Raed, invece, è l’amico di tutti i professori e di tutti quelli che girano per l’università in generale, me compreso, e in nome della nostra amicizia interrompe il loop di Justine con una domanda generica. Lei sobbalza, risponde a Raed, e mi chiede se conosco Brian Eno. Io Brian Eno lo conosco, ma non è questo il punto. Il punto è: quale risposta ha la miglior probabilità di evitare che Justine cominci a fare tutti i suoni di Music for Airports con la bocca?

<<Yes I know him…but…>>

<<Well, tonight we’re going to listen to some Brian Eno’s music during my class>>

e se ne va velocemente verso il forno a microonde che si è appena liberato.

Durante la prima settimana all’Universitè du Quebec a Montreal i corsi sono aperti in modo da dare agli studenti la possibilità di farsi un’idea sulle lezioni prima di scegliere il piano di studi.

Sono andato alla lezione di Justine, ma non mi è piaciuta molto: è un corso di tipografia durante il quale, di quando in quando, senza preavviso, partono dei pezzi ambient a volume medio. Penso che Justine voglia che gli studenti lascino che sia la musica a guidare le loro mano sul foglio, eccetera. “Penso” perché non capisco cosa dica quando parla. In ogni caso, visto che avevo preselezionato un corso di troppo, ho deciso di eliminare proprio quello di Justine, e con un giorno di anticipo rispetto alla chiusura delle iscrizioni. Ero convintissimo che il corso di Animazione che avevo confermato senza assistere alla lezione sarebbe stato migliore di quello.

Il corso di animazione è ogni Venerdì sera alle sei, il mio coinquilino Hugo mi aveva consigliato di scegliere l’orario serale perché, dato che la gente ha fame, le lezioni di solito  durano meno… Queste parole, che avevo quasi dimenticato, cominciano a ronzarmi in testa non appena entro in aula alla prima lezione: sulla fila di banchi disposti a U nella stanza, quasi ogni studente del corso ha appoggiato un tapper ware con dentro la cena. L’aroma combinato dei vapori che escono dai barattoli è molto simile a quello della mensa del Centro di Aggregazione Estivo ’93 a Umbertide, che è il motivo per cui non ce la faccio più a mangiare i fusilli. Ma con una dose maggiore di cipolla. Non riesco in nessuna maniera distogliere lo sguardo dal ragazzo robusto che nella fila di fronte alla mia sta mangiando degli spaghetti con sopra un sugo marrone. Fissa intensamente negli occhi il professore con gli spaghetti che gli penzolano gocciolando dalla bocca. Al liceo, i compagni che facevano culturismo erano costretti a mangiare il tonno di nascosto durante le lezioni perché ai professori non interessava niente degli orari ferrei previsti dalle loro diete. Qui l’approccio pare molto più rilassato. Accanto a lui c’è una ragazza riccia con un tapper ware pieno di una zuppa verde granulosa con dei cubi biancastri che galleggiano. Credo che la zuppa, guardando in alto dalla propria prospettiva, stia assistendo ad uno spettacolo piuttosto simile. Alla sua sinistra una ragazza minuta non riesce a tenere gli occhi aperti e continua ad addormentarsi per brevi intervalli di due secondi, per poi rinvenire, con una rapida frustata dell’osso del collo, ogni volta che la testa le compie un giro antiorario completo.

Fino a quel momento avevo avuto soltanto lezioni al mattino, e gli studenti e i professori che avevo incontrato erano tutti mediamente belli e posati alla maniera dei designer canadesi. Il fatto che alla prima lezione dopo il tramonto cui assista la tipologia di persone cambi così drasticamente comincia ad insospettirmi.

Dopo l’introduzione al corso, il professore comincia a fare l’appello. L’elenco scorre via liscio fino al mio cognome che, pur non essendo difficilissimo da pronunciare per un franco-canadese, suscita sempre qualche secondo di suspense. Jean Francois, il professore, si avvicina al mio banco sorridendo per capirne meglio il suono, mentre io capisco come la dose maggiore di cipolla nell’aria rispetto all’odore della mensa del Centro Estivo fosse tutta merito della sua igiene personale. È strano come il corso di Justine mi sembri ora una grande occasione persa.

J.F. spenge le luci e fa partire la proiezione di alcune animazioni di Norman Mc Laren. Mi metto comodo e copro il naso con la sciarpa. C’è qualcosa, però, che mi infastidisce, una sensazione simile a quella che si prova al cinema quando i pannelli delle uscite di sicurezza sono troppo luminosi; un cretino a due posti di distanza ha il Mac spalancato e sta creando uno spiacevole effetto abat-jour. La luce che il portatile gli proietta in faccia fa risaltare un paio di baffi da sega che si inarcano ritmicamente mentre lui, indicando lo schermo, sussurra a voce altissima qualcosa al suo vicino di banco. Nemmeno questo, come d’altronde il fatto che la gente stia mangiando, sembra disturbare Jean Francois, che sorride soddisfatto immerso nell’aura azzurra dell’animazione.

Finita la carrellata Malcom Mc Laren, le animazioni si fanno più figurative. Non importa dove sei e con chi sei, a casa di domenica sera o in una scuola di design a Montreal, con gli amici o con dei serissimi sconosciuti in una stanza buia: le risate partono sempre e solo quando qualcuno si fa male. Gli animatori sovietici pare avessero imparato questa regola poiché, ogni qual volta l’animazione sullo schermo si fa troppo intricata, ecco una scena del protagonista che cade, o che viene colpito alle palle, o che viene schiacciato da qualcosa di pesante. E tutta la stanza ride. Ogni tanto, tra un filmato e l’altro, il professore accende la luce per chiedere se nessuno abbia commenti da fare. Ricordo che Noemi, una delle sorelle di Ascella,  una volta in campeggio scattò una foto con il flash in piena notte tenendo la macchinetta al contrario e perse la vista per mezzora. Quello che sta facendo Jean Francois è altrettanto dannoso. Porto la sciarpa dal naso agli occhi.

Quando in sala tornano le luci, alla mia destra è comparso un goth. Un paio di stivaloni di pelle e metallo fanno capo ad un viso efebico adombrato da una bombetta in feltro merinos. Lo osservo mentre disegna un coniglio in un cappello, col tratto di chi non pare eccezionalmente dotato ma che su quel soggetto si è allenato parecchio. Jean Francois ha ricominciato a parlare, probabilmente siamo arrivati ai saluti, che per il ragazzone della fila di fronte dovrebbero coincidere con l’ammazzacaffè. Il goth nel frattempo ha completato il coniglio nel cappello e si sta misurando con un coniglio in una tazza di tè nella pagina successiva del quaderno. Il ragazzo con il baffetto da sega e la sua ghenga, invece, si sono disposti a cerchio intorno al professore; io decido così di sfruttare la loro copertura per uscire dalla classe, imbucare l’ascensore, e poi la metropolitana.

Quando esco fuori c’è la luna piena. E non credo sia una coincidenza.

GALLINE | CAPRA

giugno 1st, 2011 § 28 commenti

La storia delle nostre galline è una storia cruenta. Una di quelle storie piene di sangue, e morti violente, e persone che piangono, e un gallo che pensavamo fosse una gallina che gira attorno a casa alle 5 di mattina urlando in cerca delle proprie compagne. Trucidate poche ore prima.

La storia delle nostre galline comincia con un cane. Il nostro: Gisella. Che le galline non le aveva mai incontrate. E nei primi giorni dopo il trasloco ha cominciato a girare un po’ lontano da casa, e scoprire le galline delle vicine (che comunque stanno a 600 metri da noi). È entrata nel pollaio della signora Alfa e ne ha fatte fuori due. Gisella dice che l’ha fatto per gioco. Ad Alfa abbiamo portato un po’ di roba da mangiare e l’abbiamo fatta patta. Ma il panico ogni volta che Gisella si allontanava ci rimase. A ragione. Un primo pomeriggio di un mese dopo, Gisella comincia ad abbaiare per segnalarci che qualcuno sta venendo verso casa nostra. Esco in cortile e vedo, all’inizio della stradina, una figura rattrappita, appoggiata ad un bastone, esageratamente vestita per essere agosto. Gisella abbaia. La figura sembra ferma. Aspetto. Non mi pare si muova, mi pare che vibri, piuttosto. Rientro e metto su una moka. Esco, la figura forse si è spostata di un paio di metri. Il caffè fa in tempo a salire e io faccio in tempo a berlo che la figura è arrivata a metà strada. Agnese mi dice che secondo lei è la vicina. Non Alfa, l’altra. Gisella abbaia. E man mano che quella s’avvicina, Gisella abbaia sempre di più. Dopo altri 5 minuti mi decido ad andarle incontro, giusto per. Quando le sono a 10 metri, la vecchia alza il bastone in direzione del cane, e dice qualcosa che non mi è molto chiaro. Ha una voce di gola, impastata di lingua, il visto storto come se avesse preso delle botte fortissime sopra l’occhio destro, il collo infossato nelle spalle e perpendicolare al corpo, la faccia spunta in avanti a poco a poco come in un bassorilievo. Dice qualcosa del cane – desumo -  e delle sue galline, e che dovremo tenerlo legato altrimenti… Altrimenti? Non capii, ma la bocca assunse una smorfia eloquente. Altrimenti lo avrebbe avvelenato. Poi si voltò, e per un altro quarto d’ora la guardai risalire. Il giorno dopo siamo voluti passare da casa della signora per capire meglio, ma ci siamo fermati sul vialetto d’ingresso: un tappeto di penne di galline ricopriva il suolo. Ok. Gisella andava addestrata. Contattammo un’amica di amici, di preciso una psicologa. Specializzata in etologia e relazione uomo-animale (uoah). Venne e ci insegnò un po’ di esercizi. Che applicammo con fervore. Al punto che eravamo così sereni e carichi da decidere di prendere le nostre galline.

Le galline non ci sono mai piaciute. Anzi. Ci facevano abbastanza schifo. Anzi, diciamocelo: le galline fanno abbastanza schifo. Però ci sembrava da sfigati stare in posto come il nostro e non avere galline. Ci immaginavamo i vecchi al bar di Samone: “E neanche una gallina!”, e giù a ridere. Ecco no. Da una tizia di Montepastore acquistiamo queste due galline che costavano quasi come uno scooter, ma erano state allevate con le mani della festa. Virna e Lisi. Però ci facevano schifo. Non le volevamo vicino a casa. Così abbiamo fatto il pollaio in una casa 200 metri più in alto, disabitata, per non averle tra le balle. E io costruii il mio primo recinto.

Fare un recinto è stramaledettissima rottura di coglioni. Se hai sogghignato, si vede che non hai mai fatto un recinto. Col senno di poi, il mio primo recinto era un pro forma. Non teneva chiuse le galline, e non impediva a niente di entrare. E infatti le galline, a parte la prima mezz’ora, eran costantemente fuori. Chiudevamo la porticina solo la sera, giusto per dire: Abbiamo fatto il possibile per salvarle.  In ogni caso, il motivo principale per cui avevamo preso le galline (le uova) dopo un mese abbondante ancora non veniva esaudito. (Anche questo è normale. Le galline impiegano un tempo variabile per adattarsi al trasloco e riprendere la produzione.) Però a noi, di avere queste galline, e di sfamarle a gratis, non è che ci mandasse in solluchero. Così ne abbiamo prese altre due. Della varietà francesine. Quelle piccolette che fanno le uova bianche e minute. Già in periodo di ovulazione. Janis e Joplin. Niente. Avevo anche messo un uovo finto nel pollaio, il cosiddetto indice – che nel mio caso era poi l’ovetto, quell’uovo di plastica che fa da maracas – ma niente. L’ovetto era arancione.

Poi il primo uovo arrivò. E fu grandioso. Eravamo a passeggio con amici, io entro nel pollaio più per formalità che per altro, e vedo un uovo. La prima cosa che penso è che sia passato qualcuno e che abbia pitturato l’ovetto coi colori di un uovo vero. Un trompe l’oeil, già. Lo raccolgo ed esulto. I nostri amici pensavano che l’avessi comprato e messo lì io per scherzo. Era il 17 febbraio. L’abbiamo segnato sul calendario. Non era un uovo di francesina. Le uova delle francesine non le abbiamo mai trovate nel pollaio. Ogni tanto ne scovavamo una in giro attorno alla casa. Abbiamo cercato ovunque per capire dove potessero covare, ma non c’è stato niente da fare. Uno dei contadini che ogni tanto bazzicava lì alla casa abbandonata, ci disse, quando oramai le nostre galline non c’erano già più, di aver trovato in una cesta sul carro del trattore circa una trentina di uova. Nel carro del trattore ci avevamo guardato, chiaramente. Quelle dannate francesine secondo noi spostavano tutte le uova da un posto all’altro ogni mattina. Se la sono meritata, alla fine.

Comunque, non facciamola troppo lunga. Una sera. Stiamo rientrando. I fari illuminano qualcosa. Ed ecco la volpe. Che fosse una volpe l’abbiamo capito dalle orecchie enormi. Per il resto sembrava un gatto, magro da far scarezza e spelacchiato. A ripensarci, un paio di galline le servivano davvero. Da neofiti allevatori di galline non abbiamo neppure paventato l’idea che una volpe a 100 metri dal nostro pollaio potesse effettivamente risultare un problema. E qualche giorno dopo, Virna (o Lisi, non le abbiamo mai distinte), non si vide più. E il giorno dopo neanche Lisi (o Virna) si vide più. Noi andavamo ogni era su per riportarle nel pollaio, gridando svogliatamente cose come: “Cooooccche! Cocche!” e facendo tintinnare del mais dentro a un secchiello. Ma in quelle due sere prima Virna poi Lisi, o viceversa, non rientrarono. E neppure le francesine volevano rientrare. Erano riuscite a salire sopra una trave del soffitto del deposito, tipo a 4 metri di altezza, e se ne stavano là. Qualcosa non tornava. La soluzione del mistero era in realtà abbastanza deducibile, ma non ne sapevamo mezza: la volpe aveva portato via una gallina di notte dal pollaio; la sera dopo era tornata, e le restanti, nel pollaio, non ci volevano più tornare, anzi: si portavano in un posto in alto per proteggersi. Illuse. Pochi giorni dopo anche Janis e Joplin sparirono. E il pollaio su alla casa abbandonata fu abbandonato anch’esso.

Sinceramente: non piangemmo copiose lacrime.
Però decidemmo che, se volevamo delle galline, e se le volevamo vive, dovevano stare vicino a casa. Dove noi, Gisella, e un pollaio più sicuro, le avrebbero protette. Illusi.
In ogni caso:
CONSIGLIO N.° 1:  Se devi tenere delle galline, fa’ il pollaio vicino a casa.

Comprammo un pollaio in internet. A San Marino. Quasi 300 euro. “Con un’ottantina di uova lo ammortizziamo”. Illusi. Comprammo quattro galline giganti da una famiglia di Zocca. Spendemmo tipo come un impianto a GPL. Non fecero nemmeno in tempo a ricevere un nome. Il pollaio nuovo era composto da una casetta in legno e da una gabbia davanti all’entrata. Gisella era entrata molto nella parte della difenditrice delle galline e non le mollava un secondo. Una di queste quattro galline ci sembra strana. Più voluminosa, con la cresta, i bargigli e la curiosa abitudine di cantare tutte le mattine. Che fosse un gallo? Sì, certo, tu ci saresti arrivato. Noi no. Sfortunatamente non abbiamo mai avuto la prova (non abbiamo mai assistito al momento della deposizione dell’uovo), ma lo chiamavamo comunque il galletto, e gallo fu. (Per inciso: non volevamo galli. Io, perché non desideravo allevare pulcini; e Agnese non voleva maschi sia perché è femminista, sia per difendere i diritti delle galline, che la nostra amica Barbara ci ha detto che il suo gallo è un despota e sodomizza tutte le galline giorno e notte e robe così. Il nostro, comunque, se era un gallo, era gay).
Gallo o non gallo, queste galline enormi (due grigie, una nera e una rossa) erano una vera rottura di coglioni: stavano sempre davanti alla porta di casa, cagavano sullo zerbino e si appostavano davanti alle finestre a spiare. Senza contare che una gallina, ogni volta che ti muovi, pensa che tu stia per darle da mangiare. Sempre. Se fai un mucchio con le foglie, lo sparpagliano. Se vuoi fare qualcosa per terra ce le hai tutte intorno e inciampi.

Insomma. Anche qua serviva un recinto. Ci misi più impegno, ma nemmeno stavolta ne venne fuori un’opera dell’umano ingegno da tramandare. Amen. Almeno avevamo avuto la bella idea di far sì che nel recinto ci stesse anche la zona compost, così tutti gli avanzi non erano scarti. Ma le galline salivano sul tetto della loro simpatica casetta, facevano un saltino ed erano fuori dal recinto. Come a dire: Gli avanzi li dai poi a tua sorella. Stesi una rete per volatili da una parte all’altra della recinzione. La prima nevicata la sfondò. Tuttavia lo scopo primario delle nostre fatiche, ovverosia salvare le galline, ci pareva raggiunto. E pure le uova. L’unica cosa da ricordarsi era chiudere il cancelletto della gabbia ogni sera. Facile no? Illusi.

CONSIGLIO N.° 2:  Se hai un pollaio, ricordati di chiuderlo. Tutte le sere però.

Una sera Agnese l’aveva lasciato aperto. Io lo sapevo, e di ritorno dalle prove vado per chiuderlo. Tipo verso le due di notte. Lascio accesi i fari puntati verso il pollaio e la luce illumina un bestione enorme che esce dalla porticina di legno. Un tasso. “Non esita a introdursi in pollai e conigliere”, sentenzia laconica wikipedia. Io ve lo giuro: sul momento mi sono anche esaltato per la visione del tasso, e non ho minimamente pensato alle galline (io mi esalto quando vedo animali nuovi). Il tasso non sa cosa fare: sbatte contro le sbarre, torna dentro al pollaio. Fico, penso, e rido. (Idiota). Quasi sto per dirmi: Adesso lo aiuto poverone… quando vedo una zampa di gallina immobile che spunta dalla porta. Il tasso riesce ad uscire, e comincia a scappare, io gli sto dando del figlio di puttana quando arriva Gisella (grazie Gisella) che abbaia come se non ci fosse un domani. Per venti secondi, poi si ferma a guardarmi. “Almeno inseguilo”, le dico. Niente. Faccio il resoconto dei danni: due galline morte sul colpo, quasi sicuramente di crepacuore (ero arrivato che il tasso, in tutta probabilità, era appena entrato) e due irreperibili. Una di queste è il galletto. Che verso le 5 di mattina comincia a cantare, con la voce rotta, girando attorno a casa, ininterrottamente, solo e inconsolabile. Uno strazio.

Cosa fare con le galline morte? Mia nonna non avrebbe avuto dubbi. Noi c’abbiamo pensato su, poi abbiam deciso di portare i cadaveri ad Alfa, che almeno lei li avrebbe utilizzati per scopi alimentari, e non esclusivamente per vacui riti funebri come avremmo fatto noi. Alfa ci ha guardato come uno che ti regala una chitarra perché gli si son rotte le corde. Comunque le ha prese, e a noi tanto bastava.  Le sere seguenti il gallo e la gallina superstiti non ne volevano sapere di rientrare nel pollaio (come biasimarli) e dovevo inseguirli per mezz’ora ogni volta. Da allora, tutte le sere, benché sapessi per certo di aver chiuso la porta del pollaio, tornavo comunque a controllare. Illuminavo l’interno da una finestrella con la grata. E le due galline mi fissavano. Occhi sbarrati. Tutte le sere. Ogni volta che arrivavo. Dormono mai?, mi chiedevo. E così smisi di gettare i fondi di caffè nel compost.

Da allora chiudemmo sempre il pollaio. Ma non fu sufficiente. Saran passate tre settimane dall’incursione del tasso, quando una notte la luce della pila illumina due corpi supini di tra le sbarre della gabbietta. Strano, penso, mai visto dormire le galline sdraiate. Mi avvicino. Strano, ripenso, mai visto le mie galline senza testa. Già. La faina fa così, quella maledettissima stronza: mangia quel che deve, e spesso si trastulla ammazzando quel che non mangia. Surplus killing, è l’amena definizione che ci offre wikipedia. (Nota anti-discrimazione di genere: la faina può essere anche di sesso maschile. Stronza rimane.) La faina è una animaletto non più grande di un gatto. Ha fatto uno spuntino, ma le ha decapitate entrambe. Grazie faina. Stavolta non portiamo due galline senza testa ad Alfa: le metto in un sacco e le porto nel bosco. Passa mezz’ora, e vedo Gisella con una gallina in bocca. Si avvicina, la posa e mi guarda come per dire: “Cretino, hai dimenticato una gallina nel bosco”. Grazie Gisella. Salgo in macchina e le butto da un dirupo lontano da casa.

CONSIGLIO n.° 3:  Se hai un pollaio, assicurati che sia VERAMENTE sicuro.

A questo punto era diventata una sfida. Noi vs I predatori. La domanda vi sarà sorta immediatamente: Com’era entrata la faina?  Facile. La parte di legno del pollaio (il dormitorio, diciamo) era su un pallet. Da sotto il pallet chiunque sarebbe potuto entrare. Però avevo messo una fila di mattoni per chiudere i passaggi. Illuso. Uno di questi era stato spostato. Un controllo più accurato del pollaio mi riservò altre gravose perplessità. La gabbia, semplicemente appoggiata per terra, non avrebbe impedito ad una volpe di scavare da sotto; l’anta che si alza per raccogliere le uova l’avrebbe potuta sollevare anche una lumaca; la porticina laterale aveva dei buchi che l’alacre lavoro di un mustelide notturno avrebbe divelto con soporifera nochalanche e la sbarre della gabbietta di ferro sembravano, ora, dopo quelle morti, tremendamente larghe per una donnola qualsiasi. Insomma: quel pollaio di San Marino era una merda. Ci prendemmo qualche mese di pausa-galline per riflettere ed elaborare il lutto. Poi, io e il caro Peggy lavorammo un intero pomeriggio. Pavimentammo in legno la gabbia di ferro esterna; sbarrammo ogni possibile passaggio con assi inchiodate; rivestimmo la gabbia di un ulteriore rete in plastica rigida. Alla fine eravamo così soddisfatti delle nostre misure di sicurezza che chiamammo il pollaio Alcatraz.
Alcatraz era pronto, ed era inespugnabile!

Stavolta optammo per il mercato di Zocca. Ogni martedì viene un omino col suo camioncino straripante di gabbiette per volatili. L’omino vende volatili, per l’appunto. Una gallina: 8 euro. Un paio di euro in più se è già in periodo da uova. Ne compriamo due. Poi ne prenderemo altre tre. Due rosse e tre piccole ovaiole. Anche le nuove arrivate impiegano meno di 7 minuti per capire il trick di salire sul tetto e saltare fuori. Di nuovo la stramaledettissima rete per volatili che resta in piedi in media 3 giorni. Le rosse le chiamammo Sandra e Milo, le ovaiole Geena Bette e Davis. Sandra e Milo erano composte ed educate, e molto produttive. Le ovaiole erano impertinenti, discole e irrequiete. La rete per volatili era totalmente inefficace. Una di loro era la mente: era sempre lei che escogitava nuovi tricks per uscire dal pollaio, e subito le due gregarie la imitavano. Era un genio della fuga. A un certo era così scafata che spiccava un balzo direttamente da terra e saltava fuori da qualsiasi punto del recinto. Erano indomabili. Era estate: non potevamo neanche tenere la porta di casa aperta o ce le trovavamo sul divano. Puntavano sempre all’orto e lo desertificavano e cagavano ovunque, specialmente dove Ester soleva giocare. Quando abbiamo inconsciamente iniziato a sperare che arrivasse una faina e si portasse via le bianche ovaiole, abbiamo capito che quelle tre non facevano per noi. Le abbiamo regalate a Silvio e Rosamaria, che stanno a Roccamalatina, che hanno un recinto ma non hanno un pollaio protetto. Da loro sono durate un mese a dir tanto. Sì, un po’ ci sentiamo in colpa. Si può quasi dire che le abbiamo mandate a morire. Silvio dice che hanno contribuito all’ecosistema. Mettiamola così; dai pure. Al posto delle ovaiole compriamo due galline nere. Ancora non hanno un nome.

Una domenica di primavera decidiamo di invitare un po’ di amici a pranzo, sia per vangare la terra dove avremmo voluto fare l’orto nuovo, sia per erigere un recinto come si deve.
E, quella domenica, costruimmo un recinto come si deve (eravamo in cinque, vorrei anche vedere): pali in ferro, basamenti in calcestruzzo, rete alta 2 metri: un tripudio.

È ancora lì. E anche Sandra e Milo e le due nere sono ancora lì. Sì: undici galline sono morte per la nostra negligenza, e la cosa non ci rende fieri. Abbiamo imparato dai nostri sbagli, e le nostre quattro galline di adesso sono le eredi di un passato turbolento e luttuoso, ma davanti a loro si apre un futuro che faremo in modo sia il più longevo possibile. Le viziamo di tanto in tanto con leccornie e prelibatezze, le rimpinziamo quotidianamente come membri della famiglia, e nei mesi invernali le lasciamo libere di andare dove vogliono. E se le moire decideranno che la loro storia dovrà essere più breve di quanto speriamo, possiamo però assicurare al fato che la loro vita è stata piena e gratificante.  Le nostre quattro galline le abbiamo oramai da più di un anno. È il nostro record. Ci è andata anche molto bene. Per dire: una sera che eravamo da amici siamo rientrati, e abbiamo beccato la faina in diretta, che Gisella stava tenendo d’occhio sopra un trave della barchessa; mi son messo a fotografarla quando mi è sovvenuto che il pollaio era aperto. Corro: le cocche c’erano tutte.
Due di loro ancora non hanno un nome. Questo racconto vorrebbe essere il modo per darglielo.
Noi vorremmo che le nostre galline morissero di vecchiaia.

CONSIGLIO n.° 4
Se vuoi tenere delle galline, devi provare a volerci bene.

gazebo penguins vs. federico bernocchi

maggio 6th, 2011 § 8 commenti



mi chiama capra e mi dice che vorrebbero che cantassi un pezzo nel disco nuovo. e io ci dico ragazzi io se volete lo faccio anche ma occhio che ultimamente sono davvero ovunque e rischio di far la figura del michele pattoni di noi giovani e forse non è bello. e capra dice hai ragione ci pensiamo su. poi mi richiama e mi dice ok ci abbiamo pensato su, canta un pezzo. ok. lo faccio. e poi il pezzo è bellissimo. anche se c’ha un titolo che farebbe cariare un gomito a laura pausini. e poi scrivo un altro mezzo testo e una cosa tira l’altra e alla fine ci faccio anche la grafica del disco e io e bliz con Legno, che è il nostro studio di brutta grafica e serigrafia, stampiamo il tutto. che abbiamo finito ieri perchè la prima volta che abbiamo stampato io non ero convinto.
era tutto troppo scuro e quel giallo non mi piaceva un gatto. e io non ci ho dormito la notte. e invece a bliz piaceva così ma io ci ho detto bliz io non dormo la notte e ho pure smesso di fumare e se non ristampiamo quella merda io forse mi ammazzo. allora lo abbiamo ristampato e c’era una parte che continuava a non venire e bliz doveva tutte le volte spruzzarsi l’aprimaglia sull’indice e strofinare sul telaio come un pazzo invasato e alla fine è andato via di qui col giramento di coglioni e l’indice destro più corto di mezzo centimetro.
ecco, e allora io e il febio abbiamo pensato che visto che sono invischiato in questa cosa come se praticamente facessi parte del disco e in effetti è così che mi sento, allora abbiamo detto facciamo fare intervista e recensione al federico bernocchi che è un bravo uaglione e noi stimiamo un bel tanto.
e così è andata.
e poi volevo dire che quando sono andato a correggio all’iglù audio factori ci sono due gatti, un maschio e una femmina. il maschio non ricordo come si chiama ma la femmina si chiama steve. a me ha fatto ridere.

L’INTERVISTA AI GAZEBO PENGUINS
di Federico Bernocchi

Allora. Il giorno dopo il mio compleanno, sono riuscito a intervistare Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins. Io ho appena compiuto 34 anni. Sono giovanissimo. Se fossi un regista, sarei un giovane regista italiano. Sfortunatamente non sono un regista. Ciò non toglie che io, comunque, sono molto giovane. Dico “sono riuscito a intervistare”, come se fosse un’impresa titanica, perché effettivamente così è stato. Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins è peggio di Liza Minelli. Una diva tutta matta. Per beccarlo su Skype c’ho messo tipo dieci giorni. Con Jonah Jacopo Jameson che mi mandava le mail minatorie quelle tipo: “voglio l’intervista sulla mia scrivania per le otto di domattina” e quell’altro che mi tirava i pacchi su Skype. D’altra parte bisogna dire che Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins ha una vita intensissima. Forse vi ricordate di lui per la sturia dello slumacare. Se non ve la ricordate, vi siete persi una storia edificante e bella, per cui recuperate. Poi c’ha una moglie e una figlia che fa riderissimo e con cui chiunque passerebbe le giornate intere a disegnare trenini coi chiodini. Ve li ricordate i chiodini? Io quando me li sono ricordati ancora un po’ mi mettevo a piangere. Ma questo fa parte del fatto che io il giorno prima avevo compiuto 34 anni, un po’ i nuovi 19. Ho festeggiato perdendo molta della mia dignità al bancone dove sono solito passare delle ore felici con i miei amici e amiche. Anche a causa del mio barista preferito, Mattia, che è un criminale nazista e ti versa della vodka di nascosto nei tuoi drinks a metà, il giorno dopo avevo una pigna infuocata in testa. E anche quella tipica instabilità emotiva dei giorni di hangover. Per cui appunto, a un certo punto Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins mi passa un link ai chiodini e io ho avuto una mini madeleine e poi volevo piangere e tornare a passare le mie giornate e bere ettolitri di Billy davanti a Raplh Super Maxi Eroe. Comunque a un certo punto siamo riusciti a non incrociare i flussi e a beccarci su Skype. A un certo punto abbiamo dovuto fare una pausa che Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins doveva fare delle cose con sua figlia e a me mi ha chiamato la mia zia Franca che voleva parlare un po’. Mia zia Franca è un incrocio perfetto tra Yoda e Leonard Nimoy vecchio e fa molto ridere perché a 87 anni non ha ancora imparato a pronunciare la parola “volentierei”. Lei dice “volontieri”. E la cosa bizzarra è che lo mette in OGNI frase! Una roba folle. Comunque, basta ciurlare nel manico. Qui c’è gente seria. Serietà come parole d’ordine, cazzo. LEGNA è il nuovo disco dei Gazebo Penguins. Noi abbiamo contattato per Voi Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins e gli abbiamo rivolto le seguenti domande. Nel frattempo, vi sarà utile sapere, il tenutario di questo blog mi ha spiegato che se scrivi flex tra parentesi su Skype, viene fuori un verme che si fa un autopompelmones. Sono giorni belli. Johnny Dorelli.

Oh, oh, ma che titolo è LEGNA?

Quando dai un titolo a un disco è un po’ come pensare un nome per un figlio, o un cane, un gatto o una gallina. Non ci interessava dare un titolo che celasse una storia, o il significato della vita o della musica. Volevamo che il nostro disco avesse un nome con cui ci sarebbe piaciuto chiamarlo da vecchi al bar di Samone, con un bianchino e le arachidi e le carte segnate e la barista brutta.

Sì, però LEGNA è un po’ in realtà un’indicazione della vostra musica, no? Cioè, vuol dire che è un disco con la pacca.

Certo. Anche chiamarlo FRIGO sarebbe stato un bel nome per un disco.
Però LEGNA, che scriviamo in maiuscolo perché è una roba grossa e imponente da scrivere in maiuscolo come le lapidi romane, si attagliava alla perfezione a quelli che erano i pezzi una volta finito di registrarli.

Cavolo. Attagliava. Ma è una parola vera? Cioè, la posso usare a Scarabeo?

Sì, però usala all’infinito: ATTAGLIARE, se no ti maramaldeggiano. Comunque non mi distrarre. Ascolta: LEGNA: 5 lettere come le dita della mano. 5 lettere + 3 pinguini = 8, il numero dei pezzi di LEGNA. Poi, scusa, vuoi mettere? Un pezzo di LEGNA al giorno. SpaccaLEGNA. CantiLEGNA. Dai, è perfetto. Non ti piace? dico, LEGNA non ti piace? Io ti rovino.

Sono ancora stupefatto dalla tua padronanza della lingua italica. Attagliare è fortissimo. È per questo che siete passati dal cantare in inglese con accento di Samone, all’italiano con accento di Samone?

Ora che ci penso, non c’entra molto ma ci sto pensano proprio ora e te lo dico, dico: quando hai un concerto e dici: “Ecco, adesso il prossimo pezzo etc etc lo dedichiamo etc etc”, insomma, dici due tre cazzate e attacchi a suonare, e poi ti ritrovi a cantare in inglese. Voglio dire: è strano. Come se sei lì che mangi i borlenghi con le mani e a un certo punto vuoi un coltello da pesce o i bastoncini Poi, oh, ognuno mangia come vuole. Però adesso ci risulta strano. Ma forse non si attaglia alla tua domanda.
Abbiamo deciso di cantare in italiano perché, intanto, abbiamo una padronanza assoluta della lingua. Cantavamo in un inglese posticcio che una volta il mio amico Luca di Londra che era in vacanza a Bonassora col nostro amico Babo ed era venuto a vedere un concerto a Viadana ci ha detto: “Molto fighi i pezzi. Ma perché cantate in inglese che si capisce benissimo che siete italiani?” Lui, tra l’altro, l’ha detto in un italiano perfetto.

É interessantissimo. Ma il tuo amico inglese si chiama Luca in italiano? Non Luke? È importante che tu risponda a questa domanda.

Sì. Ha tipo la mamma italiana, non so, ora glielo chiedo. Tra l’altro era in Italia a registrare un album e non so neanche se sia mai uscito. (Non so se qui si faccia riferimento al disco o a Luca. Cioè se il disco non è mai stato distribuito o se Luca non sia mai uscito di casa. Ma non è importante ai fini dell’intervista. Nda). Oh! Ma non è che adesso odiamo l’inglese e non diciamo più drink card. O che odiamo i gruppi che cantano in inglese e quelli che portano magliette di gruppi inglesi. E poi abbiamo deciso di cantare in italiano anche per questa motivazione che abbiamo scritto sul sito che adesso copio e incollo.

DOMANDA: PERCHÉ IN ITALIANO?
RISPONDIAMO SUBITO:
• 1.IL NOSTRO INGLESE ERA ED È IMBARAZZANTE
• 2.IL NOSTRO ITALIANO È FORBITO E PERTINENTE
• 3.PRIMA DI ENTRARE IN STUDIO AVEVAMO QUESTI 8 PEZZI: QUATTRO CANTICCHIATI IN INGLESE E 4 CANTICCHIATI IN ITALIANO. C’ERA DA SCEGLIERE TRA 50 E 50. ABBIAMO SCELTO 50.
• 4.IL PRIMO EP INVASION ERA CANTATO IN UNA LINGUA A METÀ TRA INGLESE E ITALIANO. IL PRIMO DISCO THE NAME IS NOT THE NAMED ERA CANTATO IN INGLESE. IL SECONDO DISCO LEGNA È CANTATO IN ITALIANO. IL 4 EP SARÀ CANTATO IN UNA LINGUA A METÀ TRA ITALIANO E INGLESE.
• 5. VISTO CHE SI TENDE SEMPRE A RIPETERE LE COSE CHE CI PIACCIONO, SE TI PIACE UNA CANZONE TENDI AD ASCOLTARLA PIÙ VOLTE E A RIPETERLA ANCHE QUANDO NON LA ASCOLTI PIÙ. VISTO CHE NON TUTTI POSSONO RIPETERE UNA CANZONE RISUONANDOLA CON LA CHITARRINA, CANTICCHIARLA O CANTARLA È LA COSA PIÙ FACILE. SE CAPISCI LE PAROLE, POI, È ANCORA PIÙ FACILE. PER DIRE: VOLEVAMO UN DISCO DA FAR RIPETERE, DA POTER CANTARE CON PIÙ AMENA FACILITÀ. LA GIOIA. L’AMORE. E CHE MAGARI MENTRE SEI LÌ CHE SUONI QUALCUNO TE LO CANTA IN FACCIA E DIVENTA MOLTO BELLO TUTTO.
• 6. VASCO CANTA IN ITALIANO

È un momento in cui la scelta dell’italiano sembra buttare, tra i Fine Before You Came e The Death of Anna Karina.

(si sente un rumore fortissimo. Dal fondo della sala di Skype, entra in scena tra gli applausi del pubblico il leader maximo di questo blog, l’artista contemporaneo del terzo mondo conosciuto anche con il nome di Mike Patton italiano” o Jacopo Lietti)

Mike Patton Italiano: Lo han fatto prima i La Quiete e poi i Dummo son stati i primissimi. Cioè, i secondissimi. Dopo i La Quiete. Ecco, volevo dirlow.

Eh, ma loro nascono così. Invece qui si tratta di gruppi che sono passati dall’inglese all’italiano.

Mike Patton Italiano: Però hanno visto giusto. Scusate. Torno a fare la merda.

(Jacopo Lietti fa su baracca e burattini, sputa in terra e se ne esce dalla sala delle feste di Skype per tornare a fare quello che stava facendo prima. Ovvero intarsiare il legno.)

Sempre sulla scelta dell’italiano: sembra quasi che ci sia anche una certa consapevolezza dietro a questa scelta. Tipo una di quelle robe tipo i gruppi metal che a metà anni ’90 facevano il loro secondo disco self titled per dire che avevano trovato una nuova identità.

No, no. È stata una scelta molto tranquillona. Non ci son state motivazioni di svolta, o di maturità o di consapevolezza e che ne so. La scelta era a 50 e 50. E probabilmente il prossimo sarà in tedesco.

Sono molto noioso. Volevo dire un’altra cosa sull’italiano. Non è stato ancora più strano quando vi siete trovati la prima volta in sala prove a cantare in italiano?

Sì, è stato strano. È stato Sollo il primo. Mi pare che il pezzo fosse Troppo Facile. Era strumentale come tutte le altre, poi a un certo punto lui si mette a urlare: “È faciiile… è tvoppo facileeee”. (Fa ridere perché Sollo ha la erre moscia. Nda.) Però io non lo sentivo, perché in sala non amplificavamo mai le voci. E così la prima volta che ho sentito che cantava in italiano è stato ad un live. Allora, dopo il concerto, gli dico: “Oh, ma che minchia canti?”. E lui, sereno: “Tvoppo facile”. E io, puntuale: “E perché?”, al che lui mi ha risposto raggiante: “Pevché ci sta bene”. E allora io ho risposto convinto: “Bella”.

Mi piace pensare che sia anche una questione di “urgenza di comunicare”. È una frase che mi ha detto una volta Carlo Masu dei Cut quando lavorava in Phonoteca e mi ha fatto ascoltare gli Old Time Relijun e mi ha detto: “senti che urgenza di comunicare!”. Io adesso tento di utilizzare questa espressione ogni volta che scrivo di musica. La vostra è stata quindi una scelta dettata dalla volontà di comunicare?

No.

Perfetto.

Però, l’italiano ha tante cose belle, che finché non registri i cantati in studio forse non capisci per bene. Ha di bello che riesci a cantare un pezzo dopo 15 secondi. E quindi ha di bello che chi ti ascolta poi si porta con sé qualcosa che diventa più profondo e radicato ogni volta che ci pensa.
Come il verme solitario, o uno stillicidio di soda caustica sul femore, sempre più a fondo, sempre di più. Poi c’è di bello che se davvero ci tieni a dire qualcosa che per te è importante nel testo di una canzone, allora c’è anche il caso che quel qualcosa passi, e che venga ascoltato. Io non ho mai tradotto un testo in vita mia. Mai, per dire. Comunque è molto raro avere qualcosa di importante da dire.

Vi siete anche sbattuti parecchio per promuovere questo disco…

Dal momento che il disco oramai si chiamava LEGNA, abbiamo deciso di fare gli ignoranti e giocarci su. Man mano che LEGNA si andava formando, abbiamo scoperto che ci eravamo molto affezionati a questo disco. E che volevamo fare tutto il possibile perché fosse un disco mondiale. Allora ci siamo sbattuti. Prima di tutto, LEGNA lo si scarica. È un regalo. E il fatto si scarichi, e sia gratis, già è un buon inizio, secondo noi, per diffondere LEGNA nel mondo. Poi abbiamo creato un piccolissimo e modesto immaginario attorno al disco. Le foto nei boschi, le barbe finte, la motosega, gli alberi, le camicie di flanella, i teaser… bé, siamo andati nel bosco qua sotto casa mia. È venuto anche Albo, che è il collega di Piter (il batteraio), e c’ha fatto le foto sbure. che poi servivano a Jacopo (Lietti, quello di questo blog qui), che ha anche cantato in un pezzo e che ha pure curato la grafica, per fare la copertina e il poster che c’è dentro al ciddì.

A, ecco! Ma perché nel disco prima avevate mille mila ospiti e in questo invece solo Jacopo dei FBYC? Cos’è accaduto? Siete diventati molto antipatici nel frattempo?

No. Assolutamente no. Noi siamo simpaticissimi. Avevamo la fila, fuori dallo studio. Però abbiamo detto di no, a tutti. Solo a Jacopo abbiam detto di sì perché ci disse che se lo lasciavamo cantare in un pezzo c’avrebbe fatto la grafica a gratis.

Quindi c’avete il braccino.

Guarda, ti rispondo con una roba che stiamo per pubblicare sulla pagina facebook dei Gazebo Penguins.

Quanto costa fare un disco?
È facile. Facciamo due conti.
Prendiamo LEGNA.
LEGNA è stato registrato all’Igloo Audio Factory, che è lo studio che, assieme ad altri, ha fondato Sollo, che suona nei Penguins. Lo IAF sta a Correggio. Le giornate trascorse in studio a registrare son state circa 10, a fine gennaio, cui vanno aggiunti altri 5 giorni di mix in marzo. Diciamo due settimane. Indicativamente, tra una balla e l’altra, per far uscire 8 pezzi mixati dallo IAF abbiamo speso 2.500€
In studio, in media, in quelle due settimane lì, c’erano quasi sempre 4 persone. Che suonavano, spippolavano pomelli, mangiavano, dormivano, bevevano e cagavano. Nient’altro. Vogliamo calcolare 10 € al giorno di spese pensione completa tutto compreso? È una cifra irrisoria, ma prendiamo quella. 40€ al giorno x 14 giorni = 560€ (trascurando i giorni in cui eravamo in 8 o più. Ma non siam qua a fare gli zelanti).
Noi pinguini, di quel che abbiamo preso per i concerti e i dischi venduti negli ultimi due anni, non ci siamo mai tenuti un euro (a parte una volta, a Pegognaga, dove abbiam deciso di prenderci 60 € a testa, e Piter disse: “Uoah. Ossigeno”). Tutto finiva in cassa, e la cassa è stata debitamente svuotata per pagare le registrazioni.

Vogliamo buttarci le spese di viaggi? Mettiamoci solo quelli che ho fatto io, per stare scarsi. Più o meno 5 volte avanti e indietro, per una spesa sommaria al difetto di 150€.
Una volta finito di registrare, il disco è andato da Carl Saff a Chigago per il master. Carl Saff è un brav’uomo con tanto di famigliola felice, e oltre a questo ti fa pagare in base al minutaggio del disco. Il nostro dura 23 minuti circa e abbiam speso 200 dollari. Che son più o meno 150€ a far conto pari.
Nel frattempo si è lavorato alle grafiche. Le grafiche partivano da alcune foto, che ci ha fatto Albo, che lavora con Piter, che suona nei Penguins, in cambio di un pranzo in giardino e di una sudata come poche. Le grafiche poi le ha seguite Jacopo, che ha pure cantato in un pezzo. Jacopo ci ha detto: “Voi mi avete regalato un pezzo, io vi regalo le grafiche”. Jacopo è un guaglione come pochi (e lo sarebbe anche se non ci avesse regalato le grafiche). Ma qui parliamo di soldi, e per tanto non starò a incensarlo con commoventi panegirici, ma possiamo solo dire che la spesa delle grafiche ci è stata abbuonata. Poi c’è la stampa, sia dei ciddì che del packaging. Siamo andati sempre da Jacopo e nella sua bottega di serigrafia che si chiama Legno (pensa te). La stampa è stata una spesa che ha deciso di accollarsela To Lose La Track, nella persona di Luca Benni (altro incredibile soggetto). Su per già siamo sui 1.200€ per cinquecento copie di LEGNA. Serigrafate a mano.
Addendiamo:
2.500€ + 560€ + 150€ + 150€ + 1.200€ = 4.560 €
Di LEGNA circoleranno 500 copie. E si sa già che, tra una balla e l’altra, 25 di queste verranno regalate a chi se lo è meritato. Ne restano 475. Saranno vendute a 10 € l’una. Il che fa un ricavo di 4.750€ nella celestiale ipotesi che vengano vendute tutte.
Tutto ‘sto pippone per dire cosa?
Niente, che per noi sono tra i soldi spesi meglio della nostra vita. E lo abbiamo fatto proprio sapendo che non ci avremmo preso una lira. Perché le cose più belle restan sempre quelle che regali. E questo disco ve lo volevamo regalare a tutti i costi.

“Se fai così, è bello”.


Bellissimo. Senti, mi piacciono molto quelle interviste in cui si chiede al gruppo di commentare con una frase una, ogni canzone del disco. Lo facciamo? Vai.

Ti interessa una premessa? Io farei una premessa.
LEGNA è stato registrato tutto su bobina. Che vuol dire che Burro è arrivato in studio con due pizze di nastro e su quello abbiamo registrato tutte le prese e un po’ di voci. Una bobina ha 12 piste, che significa che ci puoi registrare, contemporaneamente, 12 robe. Una pista però mi pare non andasse bene… In ogni caso, in gergo si dice che abbiamo registrato in analogico. Poi, una volta venuto il momento di mixare, abbiamo riversato tutti i mix su un altro nastro, spesso ¼ di pollice. Cosa significa? Non lo so davvero, però era giallo.

CINGHIALE: Forse è l’unico pezzo in cui parole e musica sono legati e compenetranti. Io quel pezzo lì, in studio, la prima volta che l’ho sentito dopo le prese, me lo son proprio visto come un cinghiale che mi veniva addosso ansante. Che tra l’altro a me i cinghiali son venuti addosso più e più volte, perciò parlo con senno di causa perché una volta io e Gisella (un cane bionico costato sei milioni di dollari, nda) stavamo inseguendo i cinghiali coi raudi, e uno di loro m’è venuto addosso, e io ero in scooter e mi son davvero cagato sotto. Cinghiale l’abbiamo provata per la prima volta io e Piter, una sera che avevamo fissato le prove e poi Sollo (basso e voce) non era potuto venire. Ci siam detti: Visto che non c’è Sollo, facciamo un pezzo metallaro con del mosh. Ed è nato cinghiale. All’inizio era molto più metallaro però.

IL TRAM DELLE SEI: È uno dei due pezzi veramente vecchissimi di LEGNA. C’è un video del Tagofest di 15 anni fa nell’internet dove c’è anche Zanna che suona e facevamo quel pezzo lì alle sue origini. A me questo pezzo non piaceva più. Quasi non volevo finisse nel disco. Poi, quando sollo e Burro me l’hanno inviato dopo il mix, è rinato completamente. Al testo di questo pezzo ha collaborato anche Jacopo.

FRATE INDOVINO: È stato l’ultimissimo pezzo che abbiamo messo giù prima di andare in studio. Tutte le volte che lo provavamo Sollo diceva: Va bé, qui per ora lasciamo così, poi lo sistemiamo in studio. L’abbiamo portato in studio che non era ben chiaro a nessuno come sarebbe andato a finire. Poi Burro (che è colui che ha registrato il disco insieme ai Gazebo Penguins) ha deciso che l’avremmo registrato tutto su tracce separate – che tipo Piter suonava solo i fusti reali e dei piatti di plastica che gli mandavano i suoni midi dei piatti in cuffia; poi il giorno dopo solo i piatti; poi il giorno dopo solo i rutti, etc. Anche basso e chitarra tutto separato, uno dopo l’altro. Poi sono arrivate le voci, e ad un certo punto il testo diceva: “Frate indovino non aspetta mai”. E i ragazzi dicevano: “No capra, no, frate indovino no. Non lo sa nessuno chi è.” E io: “Va bé. Voi, però, intanto lo sapete”. E loro seguitavano a dissentire. Quella sera in studio c’era un po’ di gente, così abbiamo fatto un sondaggio tra i presenti. Metà di loro sapevano chi era Frate Indovino, e l’altra metà no. Nella metà che non lo sapeva però c’era l’unica ragazza presente, e questo ha spostato di molto la maggioranza. Alla fine abbiamo raggiunto il compromesso, che si diceva un po’ CALENDARIO e una volta sola Frate Indovino, ma il pezzo si sarebbe chiamato FRATE INDOVINO. Al di là della diatriba sulle parole, il testo parla di una delle mie fissazioni: i ricordi. E le cose che si dimenticano. Quando dimentichi qualcosa per davvero, e cioè che non la ricorderai mai più, quella cosa smette di esistere. Se nessuno la ricorderà mai, è sparita, è nulla, basta. Eppure, ti è appartenuta. È nulla, è qualcosa che non esiste, e allo stesso tempo è qualcosa di tuo, senza che tu lo sappia. Frega? A me sì.

TROPPO FACILE: Anche TROPPO FACILE è stata registrata da fighetti, tutto separatamente. È anche l’unico pezzo in cui c’è un raddoppio di chitarra che fa un’armonia diversa (ma ve ne frega?). TROPPO FACILE ha un po’ l’aria del singolo. Chitarrine che fanno gli sleghi, tutto bello chiaro e nitido, cantato gigiulone, crescendo sul finale, ritornello che si canta in bici, finalone metallonzo. Il cantato sul finale del pezzo è stato registrato con un microfono che aveva la forma di una patata e faceva quell’effetto lì che si sente, di voce tipo da pilota di aereo. Ah. Tutte le voci di LEGNA non hanno nessun tipo di effetto. Ci sembrava una cosa importante.

DETTATO: DETTATO ci piace molto perché ha dei tempi strani. Son quei pezzi che vengono fuori così, poi ti accorgi che han dei tempi stranissimi che se dovessimo metterci a contare non ci salteremmo mai fuori. Parla degli errori d’ortografia.

CI MANCHERÀ: Questo è il pezzo più vecchio del disco. È un pezzo che suoniamo da una vita, ce l’abbiamo oramai proprio dentro alle braccia, viene fuori da solo come uno sputo. L’abbiamo sempre chiamato Hot Snakes perché ci sembrava un pezzo degli Hot Snakes. Ora non lo sembra per niente. Il testo che c’abbiamo appioppato parla di partigiani. Uoah. Non è vero. C’è la parola partigiano, e anche cippo, e mondine. Però in realtà quello che ci siamo chiesti è: Cosa faremmo noi, oggi, se arrivasse una guerra e ci toccasse scegliere? Cosa sceglieremmo, noi, oggi, se fossimo costretti (dalla storia, dagli amici, dai nemici, dallo stato, dall’etica) a scegliere? Secondo noi, quel che è certo, è che, rispetto a chi prese una decisione 60 anni fa, quello che a noi manca è la paura. Paura. E alla fine dice “Ci mancherà sempre quella paura che avevi tu. Ci resterà un peso in più”. L’assenza di paura diventa un grossissimo peso da portarsi appresso. Però non è che ora si debba star qui a spiegare e far la parafrasi, che è la morte dell’amicizia.

SENZA DI TE: È un pezzo che è partito alla grande in saletta. Poi si è fermato per mesi. C’era ‘sto ritornello che ci gasava un sacco, poi basta. Partiva il pezzo in sala, e finiva sempre dopo 25 secondi. Gran godimento, coito interrotto. Pian pianino c’abbiamo tirato fuori una strofa, ma quando fu ora di trovarci un cantato, niente. Tutto quello che ci veniva sembrava un pezzo scartato dal Liga. Eravamo alla frutta. Però avevamo il giocatore di scorta. Jacopo. Gli abbiamo mandato il provino, lui si è gasato, ha scritto il testo della strofa tipo in 7 minuti – lui fa quasi tutto tipo in 7 minuti -, poi un bel giorno è sceso a Correggio ed è venuto a registrare la sua bella cantatona. Senza Jacopo quel pezzo non avrebbe avuto una strofa. E neanche un testo. Che tra l’altro è un testo curioso perché avevo chiesto a Jacopo di scrivere qualcosa che andasse bene sia per una storia d’amore finita male ma soprattutto per un gatto che sparisce di casa. E lui ha eseguito alla perfezione.

300 LIRE: È l’unico pezzo del disco che ha una chitarra senza distorti. Dici poco: non è poco.
Nei ritornelli c’è una cosa che fa la chitarra che mi piace moltissimo, ed è questo pedalino che se togli il volume alla chitarra lui ti cambia completamente il suono. Frega? A me sì.
Il testo doveva essere una chiacchierata tra padre e figlia, ma poi non si capisce bene dove sia andato a finire.

Senti, ma voi cosa fate nella vita vera? Anche perché mi preoccupo un po’ per voi, visto che se vendete tutte le copie del disco vi mettete 34 euro in tasca a testa.

Esatto. Questo senza contare Luca (Benni, della To Lose La Track che fa uscire il disco). Peter che è il batterista, lavora con Albo che è il fotografo di LEGNA, ed è la parte tecnico/programmatizia della SOOLID, la loro agenzia di Correggio. Sollo, basso e voce, fa part time il proiezionista al cinema di Correggio, e tutto il tempo che gli resta gestisce l’Igloo Audio Factory – lo studio di registrazione dove abbiamo fatto LEGNA, di stanza a Correggio – fa il fonico a vari gruppi (Giardini di Mirò, TDOAK, etc) e suona in altri 5 o 6 gruppi. E io, chitarra e voce, Capra, faccio l’organizzatore teatrale con una compagnia che ha la sede a cinque minuti da casa mia, sulle montagne che portano a Zocca, che è il paese dove è nato Vasco.

Questa sembra una domanda un po’ così, ma in realtà è profondissima: per quale motivo suonate?

A me personalmente, vengon spesso in mente delle canzoni, dei giri. Sia quando sono in macchina che quando suono la chitarrina da solo a casa. E allora suono, ché finché non li suono per davvero qui giri lì continuano a rompermi i coglioni. Poi, son sincero – chiedilo a Sollo – dopo un tot di giorni che non facciamo le prove, a me viene la scimmia, e se non suono passo metà delle giornata a fare air guitar come i metallari quando andavo in discoteca che c’era la mezz’ora per metallari. Poi suonare è l’unica attività fisica che faccio. E mi gasa tantissimo. E quando ci si accorge che quello che fai (che ti gasa) arriva a gasare anche altre persone (quelle che ascoltano) allora si viene a creare tutto questo pioppeto enorme, pieno di piumini che finiscono nel naso, di cose morbide sotto ai piedi, “e si gode tutti insieme”.
Se diventasse un lavoro stabile, certo, ci sarebbero un sacco di cose belle in più (tipo che ci campi e che fai rivalvolare la testata ogni mese); e alcune cose più deprimenti, tipo il rischio di stancarti di caricare il furgone, di fare il check, di mangiare pizze fredde, e forse, alla lunga, di suonare. Ma è ovvio che son cose che si dicono perché, al momento, è impossibile stancarsi. Perché siamo giovani e belli e ci piace il volume.

Mi racconti del concerto più brutto che avete fatto in vita vostra, o la situazione più imbarazzante in cui vi siete trovati live?

Sollo: nel mio caso quando aprivamo a un concerto dei Red Worms Farm all’Aquaragia di Mirandola in cui mi si è rotta una corda del basso e non avevo le corde di ricambio. I Red Worms hanno due chitarre e zero basso quindi nessuno poteva prestarmi un basso quindi dopo il secondo pezzo (di quello che poteva essere probabilmente il nostro miglior concerto in assoluto e conta che eravamo super carichi) abbiamo finito di suonare. Puppa. Bello leggero.

C’è un gruppo italiano che eliminereste dalla faccia della terra, così, senza pensarci due volte?

Ma no. Ognuno fa quel che gli pare. Basta che si diverta per davvero. Ecumenismo.

C’è una cosa che trovate sempre nelle vostre recensioni, o una cosa che si dice di voi che vi dà fastidio? Cioè, questo è giornalismo di servizio: vi do la possibilità di far sentire la propria voce e smentire ciò che vi ferisce!

Capra: Siamo davvero stanchi che tutti si soffermino su quanto siamo sconsideratamente belli, senza prendere veramente sul serio la nostra musica.
Sollo: quando mi dicono sinceramente “oh gran concerto ves, ma davvero avete spaccato” e quando mi dicono così a me il concerto ha sempre fatto cacare.

Chi di voi è il divo del gruppo e che poi, quando sarete famosi, lascerà il gruppo e farà un disco solista?

Capra: Sicuramente sono io il divo del gruppo.
Sollo: Sì, Capra sta già facendo un disco solista per lasciarci disperati.

Concludo con una domanda seria di quelle che interessano gli appassionati di musica: che dischi avevate in mente quando avete immaginato il suono di LEGNA?

Capra: Io non avevo in mente niente. Però, dopo alcune chiacchierate fatte con Burro dopo che l’avevamo chiamato a produrre LEGNA, avevo capito subito che LUI aveva tutto in mente. Ed è stato così. Poi, un paio di dischi li si sono ascoltati più di altri, tipo Young Widows e Fu Manchu, ma Burro era arrivato allo IAF con in testa ben chiaro quel che avrebbe fatto coi nostri pezzi e un gran bel quadernone su cui scrivere tutte le sue manovrine.
Sollo: immaginati una valanga enorme che dalla cima di un monte ti sta arrivando addosso, e tu sei a valle, e non puoi muoverti, e sai che la fine è inesorabile però non puoi fare a meno di guardare sta roba che ti viene addosso, e la slavina arriva sempre più vicina, ma a una velocità di 10 km/h, tipo a rallenty, però è piena estate e non è una valanga di neve, ma di tronchi di legna, che ti arriva dritta in faccia. Ecco questo avevo in mente io.

LEGNA esce in fri daunlò l’11 di maggio qui
e in CD prodotto da TO LOSE LA TRACK il 27 maggio qui

Dollar Cinema Montreal | Tommaso Ranzana

marzo 29th, 2011 § 2 commenti

la prima volta che sono andato al cinema a montreal sono andato a
vedere the black swan perchè me ne aveva parlato bene ascella. 14
dolli al banque de scotia nella parte vecchia della città. il prezzo
era piuttosto milanese, ma avevo i soldi che nonna mi aveva dato per
comprare una giacca pesante per il canada. ieri avevo voglia di andare
di nuovo al cinema, però non è che posso spendere 14 dolli a botta, a
meno che non ci sia un motivo più che valido, come ad esempio il
cunilingus di mila kunis a natalie portman, dunque mi sono messo a
digitare su google cose come “cheap cinema montreal”, “cheapest cinema
montreal”, “win a free cinema ticket in montreal” e così via. tra i
primi risultati compariva sempre “dollar cinema montreal”, dove il
biglietto sembrava costare 2 dolli e dove davano the fighter e tron.
che culo – penso – e scarico la mappa per arrivare al posto. la
stazione di metropolitana più vicina al dollar cinema e “namur”, la
penultima della linea arancione verso cote vertu, situata a lato della
superstrada e circondata da gente povera. mi metto a camminare
seguendo la mappa, pensando soltanto a non pensare alla ragione per
cui sto camminando da solo a fianco della superstrada, in una zona
desolata, su una discesa che va verso un sottopassaggio, in un buio
quasi pesto, in un paese straniero e senza documenti. arrivo al 6990
Blvd. Decarie, e l’ampio parcheggio completamente vuoto mi fa
insospettire, tanto quanto l’insegna SEARS laddove sarebbe più logico
ci fosse quella “dollar cinema”. ma il numero civico è quello, dunque
entro al supermercato. non c’è nessuno. dico all’unica persona nei
paraggi che sto cercando il “dollar cinema” e lui mi risponde <<in
fondo a destra>> puntando con la mano verso un punto in fondo a
sinistra. vado dritto in mezzo al corridoio per evitare che si offenda
e mi spari con la pistola, e  probabilmente è esattamente questo il
piano di chi ha scritto su internet che c’è un cinema in mezzo al
nulla con il biglietto che costa due dolli; e io ho abboccato. invece
no: in fondo a sinistra c’è davvero un’insegna con scritto “cinema”, e
questo significa che c’è veramente un cinema dentro un supermercato. il
pavimento è ricoperto da una moquette stellata, l’arredamento sembra
non sia stato toccato dagli anni 70. Dietro al bancone, ma soprattutto
sotto un altorilievo dorato di un dollaro canadese grosso quanto una
zucca, c’è il responsabile del cinema: un signore sui 50-60 anni che
sembra aver trovato un compromesso con una tintura per capelli nero
corvino che tende decisamente a favore della tintura. dollar tintura.
mi fissa con gli occhi violacei e mi chiede <<is it your first time
here, sir?>>, e io ci dico di si, e lui borbotta qualcosa tipo
<<hmm..wow sir>>. dice che questo è il cinema con le sale più grandi
di montreal, e indica due insegne di quelle con le lettere di plastica
con scritto “cine 1″ e “cine 2″ e i titoli dei film in rotazione. Io
gli faccio notare che “the fighter” non compare tra i titoli sulle
insegne. lui risponde che the fighter è in sala 3, la sala più nuova
di tutte, e mi suggerisce di andare a dare un’occhiata a che bomba
sono le sale più grosse di montreal mentre aspetto che la gente esca
dallo spettacolo del pomeriggio in sala 3. nella sala cine 1 c’è un
film con ashton kutcher ma non capisco cosa sia, capisco però che
quello non è sicuramente il cinema più grosso del mondo. alla mia
sinistra riconosco nel buio delle sedie pieghevoli, che hanno in
comune con quelle del cinema il fatto di essere pieghevoli, ma che per
il resto sono comuni sedie di plastica da giardino. torno a sedermi
sui divani nell’atrio. dopo dieci minuti il tizio al bancone va ad
aprire la porta della sala 3. la gente comincia ad uscire mentre io,
due vecchie e tre ragazzotti ci avviciniamo. l’interno della sala 3 è
uno spettacolo commovente:  lo schermo, grande quanto una finestra di
ghisa che dà sulla stazione centrale, invece che essere posizionato
lungo la parete è messo in diagonale in un angolo. la ragione è
semplice quanto sconvolgente: la stanza, piccola, è fatta a V, e i
sedili sono disposti in due file perpendicolari l’una all’altra,
adiacenti all’angolo del muro. l’effetto è quello di due corridoi che
si incrociano, e lo schermo è all’incrocio, così che quelli della fila
di quà vedono lo schermo ma non quelli della fila di là, e viceversa.
comincio a credere di aver speso quei 2 dolli per una causa
nobilissima.   mi metto a sedere in seconda fila corridoio di destra e
noto che in questa stanza il motivo della moquette si arricchisce di
nuovi particolari: stelle e raggi laser. sulla parete c’è una scritta
in caratteri adesivi dorati STEREO SURROUND SOUND. il tizio con la
tintura entra in sala, squadra la situazione, si avvicina allo schermo
ed esclama <<fasten your seatbelts, this room rocks>>  e mentre con la
mano sinistra mima un’onda, con la destra inserisce un dvd nel lettore
che sta sopra un tavolino di radica davanti allo schermo. mentre seguo
con lo sguardo i suoi movimenti (e cerco di capire se sta facendo sul
serio) vedo che dal tavolino di radica parte una fila di luci di
natale che continua sopra tutto il battitappeto della parete di
destra. dollar fire exit route. probabilmente.

oramai il film non ha più importanza, ho già esorcizzato la paura di
morire e quella di essere povero e sono soddisfatto. vedere due tre
cazzotti di uno povero che lotta per sopravvivere non aggiungerà
niente alla serata. dopo una ventina di minuti comincio a sentire
qualcuno che russa, ma non riesco a vedere chi è, perchè è nell’altro
corridoio. in compenso dal fondo del mio corridoio arrivano un paio di
scoreggie e qualche rutto, seguiti individualmente da grandi risate.
quando finisce il film e torno nell’atrio, il proprietario mi porge il
pugno e io gli ci dò un pugno in segno di rispetto. gli dico che
tornerò sicuramente, e mi rimetto il cappotto. ovvio che lo farò,
penso, mentre con la coda dell’occhio lo vedo appartarsi dietro gli
scatoloni dei poster con una ragazzina.

Un uppercut controvolere | Michele Camorani

febbraio 18th, 2011 § 6 commenti

enrica è una signora, non una di quelle che potrebbe essere mia madre, ma di quelle che potrebbe essere l’amica più giovane di mia madre. quel tanto che basta per creare la situazione in cui lei mi dà del “tu”, io le do del “lei”, e lei mi dice “ma non darmi del lei”. è in gamba e gentile quanto basta, non dà troppa confidenza però è in gamba, quando vado a comprare delle cose nel suo negozio mi offre aiuto, tipo l’ultima volta avevo un paio di scatoloni un po’ pesanti da portare in macchina, e enrica, come sempre si è offre gentilmente di darmi una mano. direi che fisicamente è magra, però ha una particolarità: un seno che pare tipo un coppia di mappamondi di quelli che si illuminano e diventano politici. nel goffo tentativo di mettere lo scatolone più grande nel retro della mia macchinina a 3 porte mi scivola da una mano. tutta la pressione che il pesante parallelepipedo in cartone esercita sulla mia mano all’improvviso svanisce, e, come ci insegna la fisica, la mia mano che per sorreggere la pressione esercita una forza contraria pari al peso dell’oggetto, all’improvviso si ritrova a schizzare verso l’alto. in questo forsennato tragitto verso l’etere trova L’INTRALCIO: un tettone di enrica. praticamente enrica che mi era molto vicina riceve esattamente un cazzottone sul tettone sinistro che le sbatte sulla faccia facendo un rumore sordo, ci mancava solo che nell’azione io urlassi “shoriuuuken”. lei emette un urlo molto breve di durata ma estremamente sgraziato e acuto. tipo “arh”, di gola. “oooooommmmiodddddiooooo scusa enrica”. si tiene una mano sulla tetta e con la voce affannata dolorante mi dice “non è niente non è niente” – voglio morire – continuo a chiedere scusa mugugnando frasi di circostanza, e senza guardarla in faccia risalgo in macchina e me ne vado.

API di Phileepow Deeowneasy

dicembre 29th, 2010 § 3 commenti


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phileepow deeowneasy, molti di voi lo ricorderanno per il blog questacittà, ha scritto questa storiella che narra di api.
phileepow è uno che parla poco e scrive tanto. e che ha un grosso problema con lo spelling dei nomi.

A mezzanotte e diciannove di stanotte stavo guardando tutte le puntate della quinta serie di Decster. A un certo punto mi appare sullo schermo Legno nella faccia di Decster che mi dice ‘Scrivi una storia sugli animali’. Io non ho mai posseduto un animale. Se potessi scegliere, vorrei una scimmia come maicolgecson o uno struzzo come macs pezzali. Una volta tornavo a casa dei miei genitori, a Casalecchio – che anche se non vuoi, a Casalecchio ci arrivi comunque, perché è la città più piena di centri commerciali del mondo, quindi in ogni pila di cartelli c’è un cartello per arrivare ad un centro commerciale e allora, se non hai bisogno del Carrozziere Giulio e dei Pianoforti ZubinMeta, seguire il cartello per arrivare al centro commerciale, ti fa sentire un po’ più nella giusta direzione – una volta tornavo a Casalecchio su quella strada dritta col limite dei settanta chilometri all’ora dove nessuno fa i settanta chilometri all’ora e che si chiama Asse Attrezzato ma che tutti invece chiamano Stradone, e all’altezza dell’uscita, vicino a un capannone nero che non ho mai capito cosa ci facciano dentro, ho messo la freccia e ho visto due struzzi che mi guardavano da dietro una rete e sembrava che dicessero ‘vaffanculo,filippo’. I miei genitori abitano sul fiume. I miei genitori sono come robertredford che dirige In mezzo scorre il fiume. A loro piace il fiume. Infatti, quando ero piccolo abitavamo in Via Trieste 9, che una volta si chiamava in un altro modo – tipo Via Trento Trieste, poi non so cos’è successo – e dalla finestra del bagno si sentiva il rumore del fiume. Poi se ti affacciavi, capivi che in effetti questo era dovuto al fatto che fuori c’era il fiume. Adesso ci hanno fatto una spiaggia artificiale che si chiama Lido Beach ed è una delle cose più tristi che io abbia mai visto ma è un luogo veramente molto indicato se nella tua lista delle priorità compare la voce leptospirosi. E comunque, quando avevo dodici anni ed ero un bambino un po’ ciccione, i miei genitori mi hanno detto che ci trasferivamo in un’altra casa. E io ero contento, perché sul fiume c’è molta natura. Il che, se ti è piaciuto In tu ze uaild diretto da Scionpènn, ti fa stare molto bene. Ma se hai il terrore delle api, invece no. Perché io ho il terrore delle api. E delle vespe. E allora ero contento, perché pensavo ‘se ce ne andiamo di qui, non andremo mai in un posto con più api e vespe’. Invece i miei genitori sono come robertredford. Gli piace il fiume. E allora mi portano in un’altra casa e sento quel rumore che è il fiume che mi dice ‘dai, affacciati un attimo che ti saluto’. E infatti è un’altra casa sul fiume. Solo che ci sono anche i terrazzi, che nell’altra casa non c’erano. Quindi, quando te ne stavi sul terrazzo a leggere un libro o a mangiare una percoca o un cacomela, sentivi un rumore tipo aereo in lontananza e allora stringevi gli occhi e le tue orecchie sembravano tipo quelle di Manimal e capivi che invece era una vespa o un’ape vicino alla tua testa. Baldazzi è stato vittima di un’aggressione di una vespa muratore/vespa col carretto – quelle che sembra che si siano rotte tutte e quattro le zampe e che stiano volando barcollando in ospedale con questi quattro arti ciondoloni – è stato vittima mentre eravamo sul terrazzo a studiare. Ma lui, che è un vero uomo, si è tolto la camicia e ha cominciato a succhiarsi fuori il veleno come rambo e io l’ho molto ammirato. A casa di Andrea Bonazzi, mentre studiavamo – le api non ti lasciano studiare, vogliono che tu sia ignorante, così non puoi informarti su come sconfiggerle – mentre studiavamo, è entrata un’ape. Io mi sono paralizzato. Lui, invece, con quello che definiva un ‘bacchetto’, l’ha tramortita e poi ha cominciato a studiarla, con una delicatezza che all’ape deve essere sembrata una carica della polizia. Dopo un quarto d’ora di sevizie, c’è stata questa scena tipo film di uoltdisney, con Andrea Bonazzi che – dal sesto piano di un palazzo del quartiere Barca – si affaccia alla finestra di camera sua con l’ape sulla punta del bacchetto, dice qualcosa tipo ‘Vai, sei libera, il mondo è tuo’ e la lancia verso l’alto. L’ape non so cosa abbia pensato però è caduta giù come un sasso.

Quando lavoravo nei boschi di Carrega, vicino Parma, il mio capo mi ha offerto di abitare in una casa che aveva comprato e che stava per cominciare a ristrutturare. Erano cinque piani completamente vuoti nel bosco. C’era una cucina. Una camera con un letto. Un bagno. E le api. Lì ci siamo trovati bene, io e le api. In cinque piani c’era posto per tutti. Poi la caldaia si è rotta. Il mio capo ha detto che ci avrebbe pensato il muratore Omar. Che mi ha chiamato e mi ha detto ‘stacca il tubo, riattaccalo, riaccendi. Vedrai che funziona’. L’ho fatto. Ha funzionato per tipo due secondi. C’eravamo io e le api intorno alla caldaia che ci schiacciavamo dei cinque alti. Poi la caldaia è morta. E io ho detto al mio capo ‘Guarda che la caldaia è morta’. E il mio capo ha detto ‘Va bene, lo dico a Omar’. Io nel frattempo stavo con la giacca in casa e dormivo con una stufetta elettrica posizionata pericolosamente vicino al letto. E per tutti i mesi che sono stato lì mi sono addormentato con Gud nait end gud lac di giorg’clùnei sullo schermo del compiuter, senza mai arrivare alla fine. Poi un giorno dico al mio capo, ‘senti, hai chiamato i tizi della caldaia?’ E lei mi dice, mettendosi un dito sulla bocca e dondolandosi ‘Oh…mi sono dimenticata. Ti mando Omar’. E Omar viene e fa la stessa cosa che aveva detto di fare a me e ovviamente non funziona e allora io gli offro un caffé e lui, molto serio, mi dice ’Mi sa che non funziona’. Poi, ok, io mi rassegno e vado avanti così per qualche tempo. Una mattina arrivo a Parma e il mio capo mi dice ‘Ah, mi sono scordata di dirti che Omar ha staccato la luce dalla casa. Però tu non devi preoccuparti, perché ti ho comprato questo’ e tira fuori un casco da minatore con la luce sopra e mi fa vedere che si accende e si spegne con estrema facilità. Sono tornato a Bologna a fine giornata.

Poi, a Bologna, con Carlotta, siamo andati ad abitare in una mansarda in centro, con vista molto europea sui viali e io ho pensato che le api non ci sarebbero mai venute lì. E invece ce le siamo ritrovate ovunque. Anche con le vespe dalle braccia spezzate. Facevano il nido ovunque. Hanno fatto il nido anche dietro le orecchie di un nano da giardino che Carlotta si porta dietro da tipo dieci anni. Hanno fatto il nido sulle tende. Hanno depositato roba pelosa e gialla in mezzo alle giacche appese. E hanno chiamato anche la blattella germanica. Che è una specie di scarafaggio rosso oblungo che è veloce come sciumàcher e lo puoi abbattere solo con una pasta che praticamente gli fa venire così tanta fame che alla fine le blattelle si rintanano e si mangiano tra di loro e probabilmente ne rimane soltanto una grassa come un tacchino che alla fine esplode e così muoiono tutte.

Quest’estate siamo andati a Berlino. E c’è una panetteria a Schoneberg dove fanno dei dolci buonissimi – io mangio qualsiasi tipo di dolce tu mi metta sotto gli occhi, anche se c’è la tua mano sopra – ma dentro le vetrine dei dolci, che ti prendi da solo con le pinze di metallo appese fuori, ci sono le api. Ce ne sono tantissime. E’ una situazione molto spiacevole. Io amo i dolci all’uvetta, tipo le girelle all’uvetta, che in francia si chiamano pain au raisins e in germania non mi ricordo. Comunque anche le api. E allora lo scomparto dei dolci all’uvetta era pieno di api. E poi, un giorno, ero  fuori da un supermercato a bere il caffé e a mangiare un dolce all’uvetta e le api – che prima non c’erano – sono venute in massa verso il mio dolce all’uvetta. E allora io ho spostato il dolce all’uvetta e ho cominciato a bere solo il caffé senza zucchero. Ma le api sono venute nel caffé senza zucchero. Allora io mi sono alzato di scatto, ho travolto le sedie, mi sono ustionato un braccio col caffé bollente e mi sono messo dall’altro lato della strada a bestemmiare in silenzio come un monaco al contrario con una vena pulsante al centro della fronte, mi sono seduto per terra e mi sono fatto una sigaretta. Carlotta mi ha raggiunto e mi ha detto ‘mi hai fatto davvero paura’. E io l’ho guardata come decster  morgan e le ho detto ‘ce l’hanno con me. Io odio le api’.

il maestro oggi ci parla di cinema | Narnia 2 – Il principe Caspian

dicembre 22nd, 2010 § 3 commenti


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a un certo punto il maestro ha posseduto una fionda.
ecco a dire il vero poi l’ho comprata anche io.
ma la nascondevo.
favero ci portava a sparare nei boschi in un posto che in reltà era una sorta di percorso per invasati con l’arco e le frecce.
c’erano dei bersagli a forma di cinghiali nascosti tra i cespugli.
anche di cervi.
e noi gli sparavamo con le fionde.
il maestro aveva i pallettoni di metallo.
io sparavo delle volgarissime pietre.
davanti a casa del maestro c’era un campo.
quando nel campo passavano i gatti il maestro sparava ai gatti.
dal balconcino del salottino.
nel nostro quartierino.
casa sua era piccola ma piena zeppa di giocattoli e cazzate di ogni tipo.
a lui e a sua mamma son sempre piaciute le cazzate.
la renza non faceva mancare mai schifezza alcuna.
a casa del maestro qualsivoglia cassetto tu aprissi ti potevi cariare i denti.
era facilissimo.
una volta in un cioccolatino c’erano i vermi.
da quella volta non metto mai un cioccolatino tutto intero in bocca.
lo mordo a metà e guardo se dentro ci sono i vermi.
quando non passavano i gatti sparava a quello che si muoveva nel campo.
se soffiava il vento sparava al sacchetto della coop mosso dal vento.
se si muoveva l’erba sparava nell’erba.
se non si muoveva nulla sparava al campo.
e imprecava il signore.
finchè un giorno non passarono gatti.
non soffiò il vento.
non balzò una cavaletta.
non si mosse il campo.
e il maestro puntò la sua fionda a sinistra.
verso la zona abitata.
e sparò più lontano che potè.
perchè lontano dagli occhi lontano dal cuore.
vai pallettone di metallo.
vola pericolosissimo in quella direzione e cerca di non far danni.
e se proprio devi fare danni falli lontanissimo da qui.
dal parrucchiere oggi hanno quasi ammazzato un bambino dice la renza una sera.
distratto, con tutta una mano nella narice a cercare caccole da collezionare in ovetti chinder giallo canarino, il maestro risponde si e?
davvero danielino, c’era un buco nella vetrina. il proiettile gli è finito a mezzo metro di distanza a quel poverino.
l’indice trova finalmente un cappero parietale ed è come un interruttore che accende una lampadina nella testa del maestro.
io non c’ero, ma credo che il maestro si sia limitato a spalancare gli occhi e a correre in camera sua a nascondere la fionda per sempre.
al percorso per invasati con l’arco e le frecce non ci siamo più andati.
se 20 anni fa al maestro dicevo che un giorno gli avrei chiesto di scrivere una recensione di un film prima mi avrebbe soffiato un rutto in faccia, poi mi avrebbe chiesto cos’è una recensione, poi avrebbe riso a volume troppo alto e poi avrebbe imprecato contro il signore.
oggi eccolo qua che ci parla di cinema.
amici, accogliamo il maestro con affetto inconsiderato perchè merita la stima e il rispetto di tutti noi.
altrimenti perchè chiamarlo maestro.
maestro, pensaci tu.

Ciao legno,
vediamo se nella pausa pranzo riesco a cacare la mia prima recensione cinematografica…. Vorrei principiare con un film veramente d’ impatto, denso di sesso e di scene pulp… “Narnia 2 , il principe Caspian” ribattezzato da me ” Haslam Devidson & Marlboro Boys “.

L’altra sera sono stato al cimena a vedere HarryPotter7, la scelta è discutibile si, ma non c’entra niente… prima di entrare, vedo la locandella di Narnia 3, e mi dico, ma quando cazzo è uscito il 2? L’1 l’ho visto , è un buon film per banbini e rientrando io di cervello, in tale categoria, non me lo sono lasciato sfuggire…Quindi mi sono ripromesso, prima di Harrypotterizzarmi, che lo avrei dovuto vedere… ieri sera appunto, eccomi pronto , tra il divano e il tavolo di salotto, pronto a vederlo, un po in relax e un po facendo lavoretti casalinghi da seduto… Ovvio perchè, certi film mica si possono vedere dall’inizioallafine nel divano, bisogna distrarsi durante il film, altrimenti si rischia di addormentarsi… Insomma, il film scorre regolare, se siete tredicenni e vi piace il genere ve lo consiglio…Ma una cosa mi ha propio buttato via. Avete presente in Narnia 1 la voce da vecchiorimbambitosenzadentiscorreggione che hanno messo al leone (Haslam)? Ecco, in questo capitolo l’hanno sostituita (per fortuna!?!) con la voce del mitico doppiatore di He-man (per il potere di grayskull!!) che poi è lo stesso di George Clooney. Ma se questo non fosse bastato per capire che il leone è veramente il giesu’ della foresta, quando emette un ruggito, sembra che metta in moto un’ Harley, di quelle ipermodificate ammerigane… Al che io son saltato sul divano e ho fatto “Haslam Devidson!! ” e la mia ragazza si è messa a ridere di gusto.(son quelle battute che fanno ridere solo sul momento, dette dopo non sanno di un cazzo, mi spiace). Oltre questo, ci sono i 5 ragazzini brufolosi protagonisti, che compaiono in scena 2-3 volte da dietro la classica collinetta con sole alle spalle in formazione unita fianco-a-fianco con mano alla spada, al che alla terza volta risalto su dal divano, come svegliandomi da un torpore e dico additandoli ” Marlboro boys !”
Il parallelo è fatto,  Haslam Devidson & Marlboro Boys ecco quale doveva essere il sottotitolo di questo film, altro che il cazzo di principe Caspian!

P.S. ho, se fa cacare dillo, penso sia la terza volta che scrivo una roba cosi’ lunga da dopo le medie….Mica me ne offendo….e correggimi gli errori va!

maestro è perfetto. ho scrive con l’h.

LUMACA OMNIA VORAT | CAPRA

novembre 13th, 2010 § 12 commenti


ecco, si apre questa nuova rubrica che prevede degli ospiti di legno.
a sto giro abbiamo capra che ci parla di lumache.
se al prossimo abbiamo cervo che ci parla di fenicotteri vi assicuro che è solo il bizzarro gioco del fato.
capra è uno che non lo conosci facilmente.
però poi quando lo conosci pensi che potrebbe essere il tuo migliore amico. io lo penso.
parla poco e lo fa con cognizione di causa e apparente spocchia.
la sua non è spocchia.
è che effettivamente lui ne sa molto più di te.
anche se poi magari non è vero sappi che lui ne sa molto più di te.
chiunque tu sia.
tu la sai aggiustare una cornamusa con un cotonfioc e un incisivo di squalo limone?
capra lo sa fare.
tu sai sviluppare delle fotografie con una soluzione di lacrime di farfalla e rugiada della controra?
capra lo sa fare.
tu lo sai mettere giù un parchè dell’ichea?
chettelodicoaffare.
se capiti all’iglù capra ti fa suonare nella sua sala prove.
ti da da mangiare e da bere cose che probabilmente produce lui stesso.
ti dice che magari non c’è rimborso e poi invece se arriva gente continua a venire da te e ti allunga banconote da venti manco fosse uno zio a cui rimane poco da vivere.
e quando finiscono i soldi capra ti impacchetta a modino tranci di formaggio stagionato, ti nasconde in macchina bottiglie di vino del contadino o cucina ancora per te.
e se non ti dovesse bastare capra ti aggiusta la cornamusa.
fatto sta che capra mi ha mandato questa storiella che parla di lumache.
ora per dirla tutta io faccio fatica a leggere le cose sullo schermo del computer e per questo sarei il peggiore amico del blog su cui scrivo ma questa storiella è bella bella in modo assurdo.
non lasciatevi spaventare dalla lunghezza e dal piglio scientifico con cui il tema è trattato perchè se avete trovato avvincente l’ultimo film con tom cruis e antonella elia lumaca omnia vorat vi terrà incollati al vostro dannato portatile.
capra, a te la parola.

Lumaca omnia vorat

Parlerò di lumache. Prima parlerò per 16 righe del perché parlerò di lumache.

Lo Ziro e il Many fanno tipo gli editori in internet. Lo Ziro mi fa, un giorno d’estate: scrivi qualcosa per questo secondo e-book che facciamo sulla sfiga? Figo, dico. Mi è sempre piaciuto scrivere. Poi io che sono uno che in internet non partecipa a niente, che in internet non ha nessun tipo di domicilio a parte l’email, mi son anche galvanizzato all’idea di far parte di qualcosa in internet. Grande Ziro, una di queste sere scrivo e ti mando. La sera è quella parte della giornata che dedico al computer, generalmente per i fatti miei, lavoro arretrato a parte. Non ho un blog, non ho un sito, no facebook, anobii, friendfeed, twitter et cetera. Non credo che tutte queste mancanze mi abbiano reso una persona migliore. Nemmeno credo mi abbiano reso peggiore, ma non saprei.
Mi hanno reso una persona con un orto.
La sfiga vuole che l’orto sia preda delle lumache. Limacce per la precisione. Che sono tipo lumache ma senza il guscio. Ci sono anche quelle col guscio, ma di preferenza l’orto è invaso dalle limacce. Quando mi mettevo davanti al computer per scrivere qualcosa per Ziro, il Many e il loro stracazzo di ebook non riuscivo a non pensare: Mentre son qua a cazzeggiare, quelle troie schifose mi stanno mangiando tutte le piantine di pomodoro. Mollavo lì e andavo nell’orto.

Io non credo che il concetto di avere un orto lo possa capire chi non ha un orto. È una sentenza stronza, me ne rendo conto. Però c’è della verità. E non parlo dell’orto dei tuoi nonni o dei tuoi genitori. Il tuo orto. È come quando ti chiedono di spiegare di cosa tratta la tua tesi di laurea: ci puoi provare, ma in fondo sai che l’altro non potrà mai capire tutte le sfaccettature di quel che hai fatto. Noi è il primo anno che abbiamo un orto serio. Serio nel senso che son più di tre mesi che non compriamo verdura – a parte un po’ di carote ogni tanto, dai. Aggiungi che sono vegetariano. È un orto serio, dai, fidati. 64 metri quadrati. Circa. Per la precisione è un orto sinergico. Agnese ha seguito un corso, a fine primavera, sull’orto sinergico. E così abbiamo fatto un orto sinergico. Il nome mi metteva soggezione, evocava fricchettonaggini e madre terra e ciclo della vita, ma in soldoni si tratta di fare dei cumuli di terra e ricoprire tutto di paglia. L’idea l’ha avuta Fukuoka (google: Fukuoka + orto sinergico, desumo), ma lo faceva anche mio nonno: fai i cumuli così le piante han più terra soffice dove crescere; metti la paglia così l’acqua evapora meno e innaffi meno. Poi di diverso c’è che nell’orto sinergico le piante dello stesso tipo non sono tutte attaccate ma distribuite per tutto l’orto, mischiate anche con fiori e officinali; poi, in secondo luogo, l’orto sinergico, dopo qualche anno, non lo devi più lavorare: perché lasci andare le piante in fiore e si seminano da sole; lasci le radici nella terra che la rendono friabile e non devi zappare; depositi le piante morte sul cumulo che concimano da sole. Natura spontanea.
Questo in teoria.
Io c’ho l’orto sinergico da quest’estate, e per ora, da solo, non ha fatto un benemerito cazzo. Anzi. A un certo punto tutta quella stramaledetta paglia l’ho dovuta togliere perché sotto la paglia le lumache se la godevano anche di giorno e facevano orge spaventose (desumo) e si riproducevano a livelli enormi. Paglia di merda.

Le lumache, a livello di ecosistema, non fanno niente di male – e ci mancherebbe. Dove abbiamo creato l’orto era un campo di erba medica. Era territorio loro. Gliel’abbiamo strappato. Hanno tutti i diritti di mangiare i nostri ortaggi. E io ho un po’ di diritti nel farmi il mio orto. Quindi ambedue i contendenti hanno in parte ragione. Per questo si può parlare di lotta. Di guerra.

All’inizio non capivamo. Le piantine nuove sparivano. Così, da mane a sera. Niente più foglie. Niente di niente che Dio le maledica. Poi, una sera, andando nell’orto verso il tramonto a sfemminare i pomodori, le abbiamo viste. (Sfemminare i pomodori significa togliere gli steli che crescono nelle ascelle degli altri steli. Se non hai capito non è grave. Agnese si lamenta. Agnese è femminista anche per le piccole cose. Dice che non si dovrebbe dire sfemminare i pomodori. Ok)
Ci siamo informati, e le abbiamo tentate tutte. Eccetto roba chimica, che ne facciamo a meno. Cenere. Cenere attorno alle piantine. Niente. Esche lumachicide biologiche. Niente. “Metti delle assi di legno sotto a cui si rifugiano di giorno. Poi le capovolgi e le ammazzi.” Mai trovata una sotto a un’asse di legno. Trappole con la birra. Un cazzo di niente (toh, 3 lumache a trappola in una notte). Tale Ferramol (“Noi lo usiamo in campagna, spacca, son sparite”). Fuochino. Ma bisognerebbe chiedere un prestito per riempire l’orto di Ferramol e vedere che succede. Un amico di qua vicino, che nella vita fa l’idraulico e l’elettricista, e ha lui pure un orto sinergico, ci fa: “L’unica è mettere un cono di rame attorno alle piantine. Le lumache non riescono a salire sul rame”. Sticazzi, tanto vale pagare un cecchino per il turno di notte nell’orto.  In internet dice: “I rospi sono ottimi predatori di lumache”. Io più di una sera ho trovato un rospo nell’orto. Per vedere quanto è predatore di lumache ne ho presa una e gliel’ho messa a 5 centimetri dalla bocca. Niente. Forse è timido, dico. Riprendo la lumaca su un rametto e gliel’avvicino alla bocca. Niente. Forse non ha fame. Quindi adagio la lumaca su uno dei suoi labbri, o quel che l’è. Resto a guardare. La lumaca comincia a scendere, supera il gargarozzo, percorre una zampa e torna per terra. Rospo di merda.

Va bene. Ci sto. I rimedi facili non funzionano. Allora scendo in campo in prima persona e vaffanculo. Le colgo in flagrante. Di notte. Prima con una pila in bocca. Poi, compromessa la fluidità mascellare, con una pila bloccata sulla visiera di un cappellino con un grosso elastico. Le prime notti rientravo in casa devastato. Il nostro orto non è grande. Forse è più grande del tuo, ma voglio dire: 250 e più lumache, perdìo! E sicuramente ne avevo lasciate. Al posto della schiena era come avere una di quelle cassette di legna per la frutta, di quelle perfette per accendere il fuoco. Facevo cric, manco riuscivo a stare sdraiato. L’ho detto qualche giorno dopo a un’amica che lavora in campagna (non quella del Ferramol, un’altra), mi fa: Eh, è così lavorare in campagna. Grazie.
Poi però passa. Nel senso che alla terza sera è tutto molto più soft, finché ti accorgi di essere stato chinato due ore e stai divinamente. Paura. E spettacolo.
L’attività di raccolta lumache è una roba seria. Io poi son uno che stare un’ora a saltare da un video all’altro di youtube gli viene la manza. Raccogliere lumache no. Non mi annoia. Anzi. Mi vivifica. Mi galvanizza. Mi transustanzia. Mi redime. Paratassi.
Perché è il tuo orto. E loro te lo distruggeranno. Arrivi ad odiarle. Ti ritrovi ad offenderle ad alta voce. Troie merdose schifose puttane. Agnese si lamenta. Dice che non sono tutte femmine. O-K-C-A-Z-Z-O

E sera dopo sera, comincio ad impratichirmi. Per questo, ora, vi do delle dritte che spaccano.

Dove mettere le lumache mentre le raccogli? All’inizio usavo sacchetti di carta. Tipo quelli della farina, che dentro non è proprio carta e loro faticavano un po’ a risalire. Risultava difficile aprire per bene il sacchetto e scagliarle dentro. Devi criccarle, le lumache, per staccarle dalle dita. E spesso il cricco le faceva capitombolare vicino all’uscita, ergo dovevo ricriccarle da dentro al sacchetto per spingerle più in basso. Ultimamente ho optato per un recipiente di plastica. Largo. Facilmente centrabile al cricco. Che non si sfalda con l’umidità. Geniale

Che fare della lumache raccolte?
Inizialmente le uccidevo sul momento. Sembrerebbe la soluzione più facile, che funge pure da cruento monito per le lumache prossime venture. Sbagliato. Possiedono un’abnegazione indefessa; sono incrollabili anche di fronte alle carneficine più spietate. Aggiungi che uccidere una lumaca è difficile. Che fai? La schiacci con le dita? Sguiccia via come l’ultima parte del calippo. La strofini per terra col piede? S’insinua tra le falde del terreno e sopravvive. Bisognerebbe avere una superficie liscia e resistente al calpestio sempre con sé, tipo un’asse di legno, per schiacciarvele sopra. Proibitivo. Io ho due galline. Do le lumache alle galline. Capovolgo il suddetto contenitore di plastica sopra ad una grossa piastrella dirimpetto al pollaio. Vi posiziono sopra un mattone per sigillare le uscite e alla mattina scoperchio. La velocità con cui le galline divorano il centinaio di lumache è un’esperienza tipo un rapporto sessuale di 6 secondi. Che godi, certo, però…

Se una lumaca ti cade quando l’hai agguantata è questione d’onore ritrovarla (spesso di aggrappano a foglie sottostanti. Altre volte le recuperi a terra).
Un giorno una coppia di amici ha trovato dietro casa nostra una lumaca veramente enorme per i miei standard. L’ho raccolta con un ramo e l’ho gettata nel recinto delle galline. Se la sono litigata. A vederle mangiarsela mi è venuto quasi il vomito.

Voi avete mai sentito il bramito dei cervi o dei caprioli? È tipo l’urlo del cane di Satana. Una sera stavo slumacando e a 10 metri dalle mie spalle un capriolo che non avevo sentito avvicinarsi ha bramito fortissimo. Son stato in ansia per un’ora.

Cose da sfatare sulle lumache:

le lumache prediligono le foglie basse, vicino alla terra. No. Trovi lumache enormi su steli altissimi esili come un filo scucito.

Le lumache sono lente. No.

Le lumache col guscio sono più lente di quelle senza. No.

Le lumache evitano piante coriacee o disgustose. No. Le trovi comodamente sugli steli pungenti delle zucchine, su un cavolfiore marcio, sul radicchio amaro (quello veramente amaro), sulla menta. La lavanda no, per dire, valle a capire.

Mangiare lumache aiuta la gastrite. No.

Cose da sapere se vai a raccolta di lumache:

Le mani si impiastricceranno di un liquame vischioso che non va via con l’acqua al primo lavaggio. Consiglio l’uso di uno straccio per toglierselo prima di lavarsi le mani

Ci si sporca le mani

Si incontrano animali che potrebbero crearti repulsione: cavallette, ragni, scarafaggi di varie dimensioni, rospi o rane, coccinelle, caprioli, cinghiali (gli ultimi dipendono anche un po’ da dove abiti)

Può venire mal di schiena

Ci si sporca le scarpe.

Quando le piante sono molto piccole, le lumache possono rosicchiare il tronco principale, a volte anche sotto terra. Troie schifose.

Ci si sporca i pantaloni. (Anche se so che sarai tentato, non pulirti le mani sui pantaloni: resisti fino alla fine)

Bisogna andarci col buio. Di giorno non le trovi. (E col buio c’è buio: ti serve una luce)

Se c’è umido ti bagnerai. (Questo vale un po’ per la vita in genere)

Anche se costa fatica ammetterlo, le lumache hanno ragione.
Era giugno quando abbiamo scoperto le lumache. Per i 10 giorni successivi al tremendo incontro ho trascorso circa 2 ore ogni sera nell’orto. Più o meno dalle 23.30 alle 1.30. Le prime volte sembrava di lavorare per niente. La sera successiva erano ugualmente lì, in numero uguale se non superiore. Disperazione totale. Stavo raggiungendo livelli di parossismo prossimi all’autismo. Per dire: una sera, di ritorno dalle prove coi Penguins – che avevamo fissato prima del solito poiché il giorno seguente dovevo svegliarmi alle 7.00 (che, per il sottoscritto, è un orario praticamente demenziale) – dicevo: quella sera sarà stata l’una circa, scarico la chitarra e mi avvicino alla porta finestra. La luna è forte, e illumina tutta la vallata. Orto compreso. Io lo guardo e lui mi guarda. Lasciamo perdere? Niente, il selvatico che mi abita mi costringe ad andare. Indosso gli abiti da slumacamento e resto nell’orto fino alle 3.00, dandomi costantemente del cretino. Un’altra sera c’erano due amici che restavano la notte da noi. Accendiamo un fuoco (che è una delle cose belle di stare in montagna, che puoi accendere i fuochi anche d’estate) e ci sistemiamo. Dopo un po’ dico: Faccio un salto nell’orto. Son tornato da loro dopo non so quanto tempo; avevano finito una bottiglia di grappa di moscato e ridevano per cose che non capivo. Ho chiesto scusa e sono andato a letto sentendomi parecchio solo. “Pisciate sul fuoco prima di rientrare”, e loro giù a ridere. Che amarezza.

Ma, fortunatamente per la mia salute mentale, man mano che passavano i giorni, mi accorgevo che calavano. Dopo un paio di settimane ne recuperavo sì e no una trentina. Finché, complice anche il caldo torrido di metà estate, sono scomparse. Una sera ogni tanto capitavo di nuovo a fare un sopralluogo: quattro o cinque eroiche superstiti schiumavano su qualche foglia di lattuga, ma avevo vinto. E loro avevano perso.
In agosto ci andavo solo dopo i giorni di pioggia, sapendo che le maiale sarebbero arrivate.
C’è stato un ritorno di fiamma verso fine estate, che ho sedato in una manciata di sere.
Insomma, avevo vinto perdìo.

Ora siamo in ottobre. L’autunno le ha fatte tornare, ma le piante ormai sono grandi, e non hanno più paura. Qualche sera faccio una scappata, giusto per non perdere il ritmo.
Ed ecco che mi hanno permesso di scrivere questa roba.
L’inverno passerà. L’orto sarà lì, vedremo in che stato di salute. La prossima primavera forse ricomincerà la guerra. Un’amica ci ha detto che lei vuole preparare un macerato di lumache, fatto seguendo certe fasi lunari, lasciato riposare per qualche settimana, per poi distribuirlo sull’orto. Il principio è quello del similia similibus curantur, ovvero che il simile cura il simile. Potremmo anche provarci.
In una notte di luna piena. Completamente nudi. Delimiteremo un recinto con la cenere. Ci ricopriremo interamente la pelle di lumache. In testa un enorme conchiglia di gasteropode. Ai polsi i coni di rame come braccialetti rituali. Berremo la birra delle trappole alla birra. E senza mai smettere di mescolare il macerato in senso antiorario. Fino allo sfinimento. Fino al primo lucore dell’alba. Forse le lumache sono vampiri.

Novembre 2010
capra [lumaca] gazebopenguins.com

 

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