buon compleanno

agosto 26th, 2011 § 5 commenti

quando ho compiuto vent’anni dormivo al piano di sotto di un letto a castello in una stanza di due metri fuori brighton. il posto era shoream-by-sea, a dodici km dalla città. la mia scuola d’inglese invece era in un altro paese ancora a una quarantina di chilometri. in classe c’ero io e altri sette giapponesi. qualsiasi cosa gli chiedessi, loro ridevano e dicevano sì. non capivano un cazzo. però sapevano fare un sacco di trick con le penne. è da loro che ho imparato a roteare la bic sulla nocca del pollice. stamani l’ho fatto ripetutamente davanti a maria, che è l’unica alle poste che riesce a farmi spedire dei pacchi senza spendere un occhio della testa. tutte le altre è come se fossero giapponesi. la maria mi ha detto che sono bravo. io ho fatto finta di non capire a cosa si riferisse, e lei mi ha detto la penna, sei bravo. una di queste sere la porto a cena fuori e poi al cinema. il giorno del mio ventesimo compleanno ho pensato che non ci fosse niente da festeggiare: ho moltiplicato i miei anni per due e mi sono sentito fuori luogo e fuori tempo. mario divideva la stanza con me, ma sarebbe partito nel giro di pochi giorni. mi sono regalato una bmx. per andare a scuola, mi son detto. ma comunque il treno lo dovevo prendere. una bmx il giorno del mio ventesimo compleanno forse mi ha fatto sentire ancora più fuori luogo. una volta ho cercato di saltare un sacchetto della spazzatura e son caduto faccia in avanti ai piedi di una vecchietta che non mi ha nemmeno chiesto se mi ero fatto male. è dal giorno del mio ventesimo compleanno che odio i miei compleanni. comincio a odiarli almeno un paio di settimane prima. mi sento triste e penso al letto a castello e a quella stanza minuscola piena di fogli e cd sparsi sotto il letto e a quella stupida bmx. verso la fine di ottobre il mio compagno di classe giapponese june (che io non ho mai capito se si scrivesse e leggesse come giugno in inglese oppure era lui che continuava a dire sì e alla fine lo abbiamo tutti chiamato così), mi ha invitato a bere delle birre in un pub in paese. non avevo alcuna voglia di andare e ho cercato di inventargli delle scuse in inglese. ma lui continuava a dire sì, e alla fine ho legato la mia bmx fuori dal pub e sono entrato a bere ‘ste dannate birre. dentro c’era solo june che giocava a biliardo, da solo. gli ho chiesto se era solo. sì. occazzo. ho sorriso, ma dentro mi veniva da piangere. gli ho detto vado a prendere una birra, june. sì. torno con una birra per me e una per lui. questa è per te, june. sì, sì. prendo una stecca da biliardo e mi atteggio da paul newman per farlo ridere. ma tanto quello rideva sempre. ok, june, tocca a te. sì. june, tocca a te! sì. june? sì. o tiri oppure ti infilo la stecca su per il buco del culo e ti sventolo come una bandiera maledetto cacariso sorridente che dice sempre sì. buon compleanno june.

non mi piacciono i compleanni. non so da cosa dipenda. forse è solo tutta quell’attenzione che ti tiene il guardo puntato contro. e non li ho mai festeggiati. nemmeno da bambino, quando di solito s’accompagnano all’insopportabile rito dei cazzotti sulla spalla. che poi siccome all’epoca gli anni son ancora pochi, e così i cazzotti, l’ultimo lo si dava fortissimo, prendendo la rincorsa. ti lasciava sulla pelle il ricordo d’un livido grosso quanto il mar nero. per il mio diciottesimo, gli altri mi regalarono una coppia di criceti. fulvio e cesira. dopo pochissimo s’erano già accoppiati. pare che i criceti scopino come conigli. la femmina va in calore ogni quattro giorni per circa due ore, soprattutto di notte. sfornarono una fagiolata di pargoletti. solo che il giorno successivo la prole s’era completamente data. ed io, che non avevo capito subito, avevo provato a cercarla ovunque. poi, qualcuno mi dice che il maschio molto spesso si mangia i piccoli, e che quindi una volta nati, conviene separarli. e allora compro un’altra gabbia identica alla prima. si accoppiano di nuovo, nidiata dopo un paio di settimane. separo cesira dal conte ugolino. ma il giorno seguente la figliolanza è nuovamente sparita. occazzo. sta a vedere che ho sbagliato e quello che pensavo essere il maschio invece era la femmina? fulvia? li rimetto nella stessa gabbia. fornicarono al solito. nascono i criceti, li riseparo. il giorno dopo i piccoli sono nuovamente scomparsi. eccheccazzo. e allora qualcun altro mi dice che a volte anche la madre mangia i piccoli se questa ritiene che le circostanze non siano favorevoli alla loro sopravvivenza, oppure perché è stato nuovamente ingravidata dal maschio. desisto. li lascio separati. un paio di giorni dopo muoiono entrambi. fu una carneficina. sarebbe stato più eticamente corretto iscriverli direttamente a degli incontri di combattimento clandestino. criceti e maceti. quell’anno io avrei tanto voluto un orologio. e sì, poi c’è mio zio. mio zio è il parente che hanno tutti, quello vagamente strambo, quello che fumava una sola sigaretta l’ultimo dell’anno, solo per farmi credere di riuscire ad espellere il fumo dalle orecchie. quello che porta sempre con sé un fischietto, infilato nella tasca dei calzoni, che se uno cade e non ce la fa ad alzarsi, può fischiare per chiedere aiuto. e quello che un’estate in valle d’aosta a far visita al papa, fu bloccato dalle guardie, reo d’esser in possesso di un coltellino svizzero a dir loro sospetto. bene mio zio, il devoto attentatore, ogni anno, ancora oggi, fa la solita pantomima. e cadendo dal pero mi domanda: e quanti sono quest’anno? però questa volta è un’altra cosa. questa volta è bello e ci va di festeggiare. e poi è facile. uno, zio. quest’anno compiamo un anno.

targhe alterne

agosto 3rd, 2011 § 1 commento

l’idea iniziale era quella del calcio grosso, quello vero, col campo di terra, le porte enormi e tutto il resto, con tanto di squadra col nome declinato della città. e allora sarebbe stato un via via andare di faticosissimi allenamenti, con le mani costantemente sui fianchi e il sorriso spento sulla faccia. e poi un lungo sedersi in panchina alla domenica, per alzarsi solo gli ultimi dieci minuti e correre in campo come ragazzini coi calzettoni abbassati, sbracciandosi oltremodo per un passaggio che non sarebbe mai arrivato. la terza categoria: la morte del calcio. un aggregarsi a quindici sconosciuti con la pancia che si credevano dei fenomeni, che ci avrebbero ringhiato addosso come fanno i cani col postino nuovo. no, dovevamo avere una cosa che fosse tutta nostra. la dovevamo fare noi, arruolare un manipolo d’imbecilli (avevamo già pronta la lista dei nomi) per mettere su una squadra di calcio a 5. la heartfelt soccer team. ecco cosa.

avevamo cercato sulle pagine gialle un posto dove prendere le magliette, i pantaloncini, i calzettoni. in realtà all’inizio volevamo risparmiare e prendere solo le magliette ma poi non abbiamo resistito. avremmo preso pure le sacche fosse stato per noi. i colori sociali erano diventati da subito il bordeaux e il blu. bordeaux le magliette e i calzoncini. blu i calzettoni. (da piccolo pensavo che nelle squadre di calcio ogni giocatore avesse la maglia del colore che preferiva. mio nonno mangiava l’uovo al tegamino nello studio davanti alla tv, guardava la partita, e io ricordo perfettamente che c’erano mille giocatori coloratissimi: mi chiedevo quale fosse lo scopo del gioco.) il posto invece non lo avevamo trovato subito. era difficilissimo. sperduto nella provincia milanese. e tutto il campionato sarebbe poi stato un perdersi nella provincia milanese. quelle statali tutte uguali in cui a un certo punto ti aspetti di trovare il cartello con la scritta honolulu. 10 stronzi in giro per l’hinterland a fare i bulli con gli arbitri (sempre il solito: rigor mortis o eretio perennis; un poveraccio che macinava chilometri dietro di noi per poi esser preso a pesci in faccia: una versione triste e seria di quella di un gigi reder senz’occhiali), e a prender delle gran risuonate dai peggio scarponi del mondo (fatta eccezione per il cuba libre. pensammo da subito che fosse un nome sfortunato da chi si atteggia a squadrone. saranno dei ragazzi col taglio dei capelli da oratorio e le scarpe da ginnastica color argento. e invece erano belli grossi. parevano un giusto compromesso tra dei fotomodelli e dei supereroi. e ce le diedero di santa ragione. e la cosa più umiliante fu che dopo pochi minuti, vista l’aria che tirava, si misero a giocare pianopianissimo), per poi finire a scappare con un debito di un milione di vecchie lire. e gombo? che aveva risolto il problema delle targhe alterne quel giorno che giocavamo fuori casa e c’era il blocco del traffico? con un folle ed eroico gesto, grazie ad una boccetta di acetone, quello da sciampiste per levare lo smalto dalle unghie, gombo aveva trasformato l’ultimo numero, un 4, in un bell’1. solo che la macchina era del marchetti, che poi dopo quella trasferta aveva dovuto ritrasformare l’1 nel 4 con un pennarello indelebile. quella volta, per le divise, ci eravamo andati anche con lazzaro, che era il portiere. e il portiere doveva scegliersi la maglia e i pantaloni lunghi e i guanti sui quali sputare. lazzaro era uno polemico di natura. quello a cui non andava mai bene nulla. nella heartfelt soccer team sarebbe stato il capitano. non ricordo più il motivo, forse per via di una partita persa a tavolino (non ci eravamo presentati, o meglio ci eravamo presentati, solo che avevamo sbagliato giorno), aveva poi deciso che non avrebbe fatto più parte della squadra. un giorno lo incontrai in via torino, ero con ginella. e quella sera c’era la partita. gli faccio: lazzaro, ci sei stasera? lui scuote la testa. non ce l’ho con voi, con la squadra, mi dice. ce l’ho con dirigenza. la dirigenza? il presidente era il marchetti. brenda invece faceva l’allenatore. così il giorno stesso andai a tesserare alfredo. il portiere di scorta. alfredo abitava nel mio stesso palazzo. era di foggia. mi diceva che giocavo come careca. mi stava molto simpatico. il suo regista preferito era popi bonnici. nessuno avrebbe preso il numero 10. il marchetti si prese il secondo numero più fico, il 5. il 2 andò a gombo. il 3 a bella. il 4 prima al berti e poi al cera (è un tipo fantastico il cera. una volta è venuto a cena qui insieme a un sacco di altra gente. mi ha detto: e quindi ti sei trasferito in brianza. e io gli dico: ma non lo so se questa è la brianza. e lui mi fa: a dire il vero non ne sono certo nemmeno io. ma la brianza è un posto dell’anima. e a me piace pensare che questa sia brianza.) il 6 diviso tra ginella e il ceccarelli (‘untavevovisto). tu avevi il 7. io l’8. l’ultimo numero era per il pilipella, l’11. il berti aveva la faccia di delpiero e i riccioli di robertobaggio. se ne stava sempre zitto. secondo il marchetti ci avrebbe fatto vincere tutte le partite. dopo la prima smise di venire.

gombo. gombo si chiama tommaso cupido. ha uno di quei nomi che ti permettono di essere famoso. tommaso cupido è perfetto. puoi fare l’attore di ollivud con un nome del genere. io mi innamorerei immediatamente di uno che si chiama tom cupido. eppure gombo era gombo. e non era nemmeno un tipo così goffo. anzi, era uno piuttosto atletico. cintura nera di non ricordo bene quale arte marziale orientale totale fotonica. simone, detto anche bella perché eravamo soliti urlare beeeeeeeeellaaaaaaa tutte le volte che lo vedevamo (e non era colpa sua. il fatto è che aveva quel sorriso contagioso che perdinci lo vedevi e ti veniva voglia di urlare: bella! era più forte di qualsiasi cosa forte nel mondo). cosa stavo dicendo? bella diceva che gombo era uno di quelli tranquilli che se lo fai arrabbiare ti ammazza di botte. averlo al proprio fianco in campo era confortante considerando che spesso, visto che perdevamo sempre, io facevo di tutto per innervosire i giocatori della squadra avversaria. gombo era detto anche gombelli. tommaso gombelli. tommaso gombelli è un nome che addosso a gombo dona molto di più. tommaso gombelli, quello che è buono e caro ma non provare mai a farlo arrabbiare. non pensarci nemmeno. il portiere della squadra avversaria ha appena rilanciato il pallone. è un lancio lungo, fin troppo per un campo da calcetto. e gombo corre dietro alla palla che vola verso la bandierina destra della nostra area di rigore. un punto in cui non c’è nessuno degli avversari, ma lui continua a correre con la testa rivolta al pallone dando le spalle a tutti. e proprio quando la palla sta per uscire, gombo spicca un salto altissimo e noi rimaniamo tutti a bocca aperta ammirati da tanta grazia. e in aria fa una cosa che nessuno di noi ha mai visto dal vivo: con un colpo di reni riesce a contorcere tutto il suo corpo muscoloso e a eseguire una rovesciata tanto perfetta quanto inutile che rimette la palla in gioco. riatterra sulla schiena con il rumore tipico della carcassa di grosso animale gettata da un camion e sulle facce dei presenti si accende una smorfia di dolore. palla alla squadra avversaria. gol. noi tutti impietriti. il nostro amico italo era solito chiamarlo anche velociraptor. velociraptor gombelli.

avremmo poi perso tutte le partite (anzi, quasi tutte. una forse l’avevamo vinta ai rigori. funzionava così: se si pareggiava si andava ai rigori. se vincevi ai rigori prendevi due punti, se perdevi uno solo. ecco, quindi ci sta che, se non due, almeno un punto l’avessimo preso). e con loro anche gran parte del nostro entusiasmo, finendo, in campo a non passarci più la palla, e negli spogliatoi a tenerci il muso e non prestarci più nemmeno lo shampoo. ma ancora oggi sono convinto che potenzialmente fossimo fortissimi. tutti loro erano dei tipi normali, apparentemente normali, ma tra i più speciali che ci sia capitato di incontrare in questi anni. stavamo insieme in un modo bello. a quel tempo c’era mio padre ricoverato a rozzano, all’ospedale. mi dicevi che una volta ripreso avrebbe potuto venirci a vedere, giusto in tempo per i playoff. non sto manco a dire che noi i playoff non gli avremmo mai fatti. gli è sempre piaciuto il calcio. e quando andavo a trovarlo, ogni volta, dovevo trovare da qualche parte nascosto il coraggio di dirgli che si era perso, dinuovo. la sera dopo l’operazione l’avevo trovato parecchio debilitato. piuttosto normale, credo, ma a me aveva fatto ugualmente un certo effetto: lui, il suo pallore e quella lunga cicatrice che m’immaginavo gli corresse nuda sul petto. gli avevo portato una rete piena di arance, come ai carcerati. e allora quella volta come ogni volta mi aveva chiesto: e avete vinto? stavamo guardando un documentario sui canguri rossi in quella minuscola tivù, nell’angolo in alto, che somigliava di più a una telecamera di videosorveglianza. sì, papà. stavolta abbiamo vinto.

record store day

aprile 11th, 2011 § 1 commento

tu ci andavi nei negozi di dischi? da rigazzino dico. sei costì? no, scusa. ci sono ora. ero al negozio di dischi, appunto. daero? adesso? a comperare cosa? ho chiesto per motorpsycho, il live nuovo. ma esce il 29 aprile dice. io di loro compro ancora tutto. oggi c’era quello che assomiglia a un ewok. a me loro mi stanno simpatici. poi c’è quell’altro che io dico che è suo fratello solo perché ha la barba anche lui. e allora insieme sembrano i bushwackers. e poi c’è anche un terzo, che però non c’è mai. lui è come il terzo zztop senza barba. e nulla ho preso il biglietto per gli arcade fire a milano a luglio. maiala. non vedevo un concerto grosso dai pearl jam del ‘96. io ho visto i coldplay 10 anni fa al palasport con marchetti e la barella. nonostante fossi innamorato e lui lo fosse più di me che si era appena messo con quell’attrice bionda che ha fatto il film della metropolitana da cui poi ruggeri ha tirato fuori quel capolavoro di programma che è il bivio. ecco, nonostante tutto questo quel concerto è stato poco più decente di tirarsi un cazzotto fortissimo sulla fava. ne verrà fuori un telegrafo, lo sai? lo so. io l’ultima volta che son stato in un negozio di dischi è stato a nuova iorche un mese fa. sai che per me i negozi di dischi in realtà sono quel periodo dei dischi usati. come la tappa fissa da rossetti a scartabellare i ciddì come un domino. ti ricordi? che un giorno lui ti aveva preso dapparte e ti aveva detto ho un disco per te e aveva tirato fuori il disco dei rage against the machine e vista la tua faccia ci era rimasto poi male. e ancora le capatine da psycho mentre tornavo a casa che era bello, che aveva sia i vinili sia l’usato, o le trasfertone a metropolis in via padova, in autobus l’ultimo tratto, o a piedi che la metropolitana arrivava solo fino a un certo punto, ascoltando i dischi dei sonic youth nel lettore cd portatile. e poi in centro me li facevo tutti. anche quelli brutti. virgin, le messaggerie. anche sotto da mariposa. oppure più in là verso casa prima buscemi, che non ti faceva ascoltare nulla, poi pure supporti fonografici in fondo e tutti i libracci. sempre. e poi sai cosa facevo? cosa facevi? faccio un nescafè lo vuoi? andavo da ricordi che ci vedevo sempre zuzzurro di zuzzurro e gaspare ma in borghese senza impermeabile e dopo l’incidente che aveva un po’ la faccia di takeshi kitano poraccio. e per me quel periodo era rifarmi le discografie di quei gruppi ammezzati. ammezzati? sì, perché da rigazzini si compravano scaglionati i dischi che non si aveva tanti soldi. questo lo prendo io e questo lo prendi tu. tipo ginella maledetto lui ha preso pisces iscariot e io siamese dream. che a me piace di più pisces iscariot. solo che siamese dream era uscito prima e non potevamo saperlo. non poteva saperlo di certo lui che gli ho dato del maledetto. siamese dream è il primo disco che ho comprato senza delega. ci sono andato io direttamente un pomeriggio prendendo il pullman. da papermoon, lo stesso in cui sono stato oggi. tutti i miei dischi ce li ha brenda. tutti tutti tutti. io non possiedo niente. ho solamente un cane una figlia e dei dischi. ma i dischi ce li ha brenda. a volte vorrei che avesse mia figlia. e invece ha i miei dischi. e allora più avanti volevo ricomprarmeli quelli belli che mi mancavano. solo che mica ce li avevo tutti quei soldi ancora. e allora facevo la lista della spesa così a occhio, no? e allora li guardavo, li soppesavo e alcuni sai che facevo? tipo quelli che ce n’era solo una misera copia? cosa? li nascondevi? io lo so che li nascondevi. li portavi nella sezione musica etnica. esatto. che lì ci vanno solo i matti e le professoresse di religione. sì, oppure li infilavo con nonchalance in mezzo a dischi con tantissime copie. che uno pensava che fossero tutte dello stesso tipo a scartabellarle e invece nascosta c’era la perla. che c’era pure da fare attenzione. a non mostrare troppo entusiasmo quando scovavi il disco che volevi. quello che avresti parcheggiato altrove. dovevi essere omertoso quanto un cercatore di funghi. ricordo gebhardt plays himself. che era appunto il disco solista del batterista dei motorpsycho. costava trentacinque mila lire. stigatti. e allora l’ho messo in mezzo al black metal. be’ però rischioso. vero. uno che si chiama gebhardt è credibile come cantante black metal. ma in copertina c’è lui col banjo e in testa tipo un borsalino o uno di quei cappelli da telegramma cantato. però dentro c’è del gran gutturalone e delle gran chitarre zanzarone. no, c’è proprio il banjo. quando andavo al liceo a firenze al michelangelo in pieno centro facevo spesso forca. mi ricordo che al concerto dei deus e soulwax ai magazzini ti avevo chiesto cosa si diceva a firenze per interrompere il gioco. mi avevi detto spigo. non c’entra un gatto qui. si parla di forca. e infatti mi han sempre rimandato e bocciato una volta. e ho rischiato altre volte finché mia mamma non mi ha mandato dai preti. quando facevo forca andavo in piazza san marco. c’era un negozio di dischi che si chiamava piccadilli saund. conoscevo il proprietario benissimo ormai. e quando non andavo a scuola andavo lì a dare una mano. rimettevo apposto i dischi. gli andavo a comprare il caffé. traducevo i clienti stranieri che chiedevano bocelli e eros ramazzoni. e a fine giornata mi beccavo mezzo disco. nel senso che poi la volta dopo alla fine mi avrebbe regalato un disco. insomma un disco ogni due forche.  una mattina entrano due signori. una coppia di una 50ina di anni. e si mettono a scartabellare tra i dischi punk. poi il signore prende su la copia di agheist de grein e dice questo è il gruppo di mio figlio. e marcello fa tutto stupito e eccitatone macchì?! bret ghereviz? e il tipo fa si col testone e va via. e marcello rimane fermo immobile a guardare verso la soglia appena attraversata dalla coppia con la fissità del macigno nello sguardo per dei lunghi interminabili secondi. al che gli faccio oh, marcello? e lui continuando a guardare la soglia con la stessa espressione scema dice avrei dovuto chiedergli l’autografo. “to marcello, sincerely brett guerewitz’s daddy”. ma che autografo sarebbe stato? poi mia mamma quando è venuta a vivere a milano e ha fatto il trasloco ha trovato dietro il mio stero il libretto delle giustificazioni di quando andavo al michelangiolo. pieno di firme di mio padre. fatte da me. oggi ho portato bianca a fare il vaccino contro il morbillo. ha pianto? io ho pianto quando mi hanno fatto l’antitetanica sul culo e l’infermiera mi ha dato uno schiaffo. in faccia, non sul culo. io l’ho odiata tantissimo. e di più quando nessuno mi ha creduto quando l’ho detto a casa. ha pianto tanterrimo. il fatto però non è questo. siamo arrivati e zan mi fa (senza razzismo alcuno ma col suo fare cinico che amo): come mai ‘sto posto è sempre pieno zeppo di negri? e io rido. e lei tutta seria mi fa no, no davvero. è sempre un crogiuolo di negri qui. poi entriamo e ci mettiamo ad aspettare. e ci sono due sale comunicanti attraverso una porta aperta. noi siamo nella sala dei trolls. ci sono un papà con la figlia brutta e entrambi i nonni che dicono cose a caso ma per di più imbarazzanti. una coppia di signori grassi con un’età indefinita tra i 22 e i 57 anni. con un figlio che è identico a suo padre però in miniatura. e intendiamoci, suo padre non è proprio un bell’uomo. e poi c’è una signora magrissima talmente magra che su di lei i fusò paiono dei pantaloni da repper. ha un figlio di 5 anni e continua a presentarlo a chiunque. senza motivo. le vorrei dire signora, molto sinceramente, m’importa una sega se suo figlio si chiama francesco. anche il bambino pare imbarazzato. nell’altra sala invece c’è una big mama nera vestita con i colori dei pappagalli tropicali con due bambini neri e accanto c’è una coppia di ragazzi di una trentina d’anni coi tatuaggi i pantaloni larghi gli orecchini e le camicie di eicenèm. e lui continua a sedersi accanto alla big mama e gioca coi bambini neri in maniera ostentata. e io e zan ci scopriamo a fissarlo un po’ infastiditi. pare che voglia dimostrare a tutti i costi che per lui non c’è alcuna differenza tra un bambino bianco e uno nero. la cosa triste è che sembra che lo voglia dimostrare a se stesso. allora zan mi fa quella dev’essere la sala dei PER FORZA BUONI. ho riso tantissimissimo. ecco, quel tipo secondo me lo troveresti nella sezione musica etnica. sabato 16 aprile si celebra il record store day. evento per supportare i negozi di dischi indipendenti e non appartenenti alla grande distribuzione. per ulteriori informazioni cliccate sul link. c’è pure un videomessaggio di ozzy.

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