targhe alterne
agosto 3rd, 2011 § 1 commento
l’idea iniziale era quella del calcio grosso, quello vero, col campo di terra, le porte enormi e tutto il resto, con tanto di squadra col nome declinato della città. e allora sarebbe stato un via via andare di faticosissimi allenamenti, con le mani costantemente sui fianchi e il sorriso spento sulla faccia. e poi un lungo sedersi in panchina alla domenica, per alzarsi solo gli ultimi dieci minuti e correre in campo come ragazzini coi calzettoni abbassati, sbracciandosi oltremodo per un passaggio che non sarebbe mai arrivato. la terza categoria: la morte del calcio. un aggregarsi a quindici sconosciuti con la pancia che si credevano dei fenomeni, che ci avrebbero ringhiato addosso come fanno i cani col postino nuovo. no, dovevamo avere una cosa che fosse tutta nostra. la dovevamo fare noi, arruolare un manipolo d’imbecilli (avevamo già pronta la lista dei nomi) per mettere su una squadra di calcio a 5. la heartfelt soccer team. ecco cosa.
avevamo cercato sulle pagine gialle un posto dove prendere le magliette, i pantaloncini, i calzettoni. in realtà all’inizio volevamo risparmiare e prendere solo le magliette ma poi non abbiamo resistito. avremmo preso pure le sacche fosse stato per noi. i colori sociali erano diventati da subito il bordeaux e il blu. bordeaux le magliette e i calzoncini. blu i calzettoni. (da piccolo pensavo che nelle squadre di calcio ogni giocatore avesse la maglia del colore che preferiva. mio nonno mangiava l’uovo al tegamino nello studio davanti alla tv, guardava la partita, e io ricordo perfettamente che c’erano mille giocatori coloratissimi: mi chiedevo quale fosse lo scopo del gioco.) il posto invece non lo avevamo trovato subito. era difficilissimo. sperduto nella provincia milanese. e tutto il campionato sarebbe poi stato un perdersi nella provincia milanese. quelle statali tutte uguali in cui a un certo punto ti aspetti di trovare il cartello con la scritta honolulu. 10 stronzi in giro per l’hinterland a fare i bulli con gli arbitri (sempre il solito: rigor mortis o eretio perennis; un poveraccio che macinava chilometri dietro di noi per poi esser preso a pesci in faccia: una versione triste e seria di quella di un gigi reder senz’occhiali), e a prender delle gran risuonate dai peggio scarponi del mondo (fatta eccezione per il cuba libre. pensammo da subito che fosse un nome sfortunato da chi si atteggia a squadrone. saranno dei ragazzi col taglio dei capelli da oratorio e le scarpe da ginnastica color argento. e invece erano belli grossi. parevano un giusto compromesso tra dei fotomodelli e dei supereroi. e ce le diedero di santa ragione. e la cosa più umiliante fu che dopo pochi minuti, vista l’aria che tirava, si misero a giocare pianopianissimo), per poi finire a scappare con un debito di un milione di vecchie lire. e gombo? che aveva risolto il problema delle targhe alterne quel giorno che giocavamo fuori casa e c’era il blocco del traffico? con un folle ed eroico gesto, grazie ad una boccetta di acetone, quello da sciampiste per levare lo smalto dalle unghie, gombo aveva trasformato l’ultimo numero, un 4, in un bell’1. solo che la macchina era del marchetti, che poi dopo quella trasferta aveva dovuto ritrasformare l’1 nel 4 con un pennarello indelebile. quella volta, per le divise, ci eravamo andati anche con lazzaro, che era il portiere. e il portiere doveva scegliersi la maglia e i pantaloni lunghi e i guanti sui quali sputare. lazzaro era uno polemico di natura. quello a cui non andava mai bene nulla. nella heartfelt soccer team sarebbe stato il capitano. non ricordo più il motivo, forse per via di una partita persa a tavolino (non ci eravamo presentati, o meglio ci eravamo presentati, solo che avevamo sbagliato giorno), aveva poi deciso che non avrebbe fatto più parte della squadra. un giorno lo incontrai in via torino, ero con ginella. e quella sera c’era la partita. gli faccio: lazzaro, ci sei stasera? lui scuote la testa. non ce l’ho con voi, con la squadra, mi dice. ce l’ho con dirigenza. la dirigenza? il presidente era il marchetti. brenda invece faceva l’allenatore. così il giorno stesso andai a tesserare alfredo. il portiere di scorta. alfredo abitava nel mio stesso palazzo. era di foggia. mi diceva che giocavo come careca. mi stava molto simpatico. il suo regista preferito era popi bonnici. nessuno avrebbe preso il numero 10. il marchetti si prese il secondo numero più fico, il 5. il 2 andò a gombo. il 3 a bella. il 4 prima al berti e poi al cera (è un tipo fantastico il cera. una volta è venuto a cena qui insieme a un sacco di altra gente. mi ha detto: e quindi ti sei trasferito in brianza. e io gli dico: ma non lo so se questa è la brianza. e lui mi fa: a dire il vero non ne sono certo nemmeno io. ma la brianza è un posto dell’anima. e a me piace pensare che questa sia brianza.) il 6 diviso tra ginella e il ceccarelli (‘untavevovisto). tu avevi il 7. io l’8. l’ultimo numero era per il pilipella, l’11. il berti aveva la faccia di delpiero e i riccioli di robertobaggio. se ne stava sempre zitto. secondo il marchetti ci avrebbe fatto vincere tutte le partite. dopo la prima smise di venire.
gombo. gombo si chiama tommaso cupido. ha uno di quei nomi che ti permettono di essere famoso. tommaso cupido è perfetto. puoi fare l’attore di ollivud con un nome del genere. io mi innamorerei immediatamente di uno che si chiama tom cupido. eppure gombo era gombo. e non era nemmeno un tipo così goffo. anzi, era uno piuttosto atletico. cintura nera di non ricordo bene quale arte marziale orientale totale fotonica. simone, detto anche bella perché eravamo soliti urlare beeeeeeeeellaaaaaaa tutte le volte che lo vedevamo (e non era colpa sua. il fatto è che aveva quel sorriso contagioso che perdinci lo vedevi e ti veniva voglia di urlare: bella! era più forte di qualsiasi cosa forte nel mondo). cosa stavo dicendo? bella diceva che gombo era uno di quelli tranquilli che se lo fai arrabbiare ti ammazza di botte. averlo al proprio fianco in campo era confortante considerando che spesso, visto che perdevamo sempre, io facevo di tutto per innervosire i giocatori della squadra avversaria. gombo era detto anche gombelli. tommaso gombelli. tommaso gombelli è un nome che addosso a gombo dona molto di più. tommaso gombelli, quello che è buono e caro ma non provare mai a farlo arrabbiare. non pensarci nemmeno. il portiere della squadra avversaria ha appena rilanciato il pallone. è un lancio lungo, fin troppo per un campo da calcetto. e gombo corre dietro alla palla che vola verso la bandierina destra della nostra area di rigore. un punto in cui non c’è nessuno degli avversari, ma lui continua a correre con la testa rivolta al pallone dando le spalle a tutti. e proprio quando la palla sta per uscire, gombo spicca un salto altissimo e noi rimaniamo tutti a bocca aperta ammirati da tanta grazia. e in aria fa una cosa che nessuno di noi ha mai visto dal vivo: con un colpo di reni riesce a contorcere tutto il suo corpo muscoloso e a eseguire una rovesciata tanto perfetta quanto inutile che rimette la palla in gioco. riatterra sulla schiena con il rumore tipico della carcassa di grosso animale gettata da un camion e sulle facce dei presenti si accende una smorfia di dolore. palla alla squadra avversaria. gol. noi tutti impietriti. il nostro amico italo era solito chiamarlo anche velociraptor. velociraptor gombelli.
avremmo poi perso tutte le partite (anzi, quasi tutte. una forse l’avevamo vinta ai rigori. funzionava così: se si pareggiava si andava ai rigori. se vincevi ai rigori prendevi due punti, se perdevi uno solo. ecco, quindi ci sta che, se non due, almeno un punto l’avessimo preso). e con loro anche gran parte del nostro entusiasmo, finendo, in campo a non passarci più la palla, e negli spogliatoi a tenerci il muso e non prestarci più nemmeno lo shampoo. ma ancora oggi sono convinto che potenzialmente fossimo fortissimi. tutti loro erano dei tipi normali, apparentemente normali, ma tra i più speciali che ci sia capitato di incontrare in questi anni. stavamo insieme in un modo bello. a quel tempo c’era mio padre ricoverato a rozzano, all’ospedale. mi dicevi che una volta ripreso avrebbe potuto venirci a vedere, giusto in tempo per i playoff. non sto manco a dire che noi i playoff non gli avremmo mai fatti. gli è sempre piaciuto il calcio. e quando andavo a trovarlo, ogni volta, dovevo trovare da qualche parte nascosto il coraggio di dirgli che si era perso, dinuovo. la sera dopo l’operazione l’avevo trovato parecchio debilitato. piuttosto normale, credo, ma a me aveva fatto ugualmente un certo effetto: lui, il suo pallore e quella lunga cicatrice che m’immaginavo gli corresse nuda sul petto. gli avevo portato una rete piena di arance, come ai carcerati. e allora quella volta come ogni volta mi aveva chiesto: e avete vinto? stavamo guardando un documentario sui canguri rossi in quella minuscola tivù, nell’angolo in alto, che somigliava di più a una telecamera di videosorveglianza. sì, papà. stavolta abbiamo vinto.
LA LEZIONE DEL VENERDÌ SERA | TOMMASO RENZINI
giugno 29th, 2011 § 5 commenti
<<Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. ahah! Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. eheh… Parli italiano? non ancora…. è solo prima lezione.. ahah! Parli italiano?….>>
Mi guardo intorno per capire le reazioni degli altri, magari loro stanno avendo o hanno avuto un corso con Justine e sanno come comportarsi in situazioni come questa. Alla fine di ogni giro della cantilena, sul “ahah!”, le indirizzo uno sguardo tra l’imbarazzato e il soddisfatto per comunicarle la mia ammirazione per il suo accento italiano quasi perfetto. Justine è bassa e magrissima, me la immagino mentre inciampa su un cavo Fastweb e si spezza una gamba di netto. Raed, invece, è l’amico di tutti i professori e di tutti quelli che girano per l’università in generale, me compreso, e in nome della nostra amicizia interrompe il loop di Justine con una domanda generica. Lei sobbalza, risponde a Raed, e mi chiede se conosco Brian Eno. Io Brian Eno lo conosco, ma non è questo il punto. Il punto è: quale risposta ha la miglior probabilità di evitare che Justine cominci a fare tutti i suoni di Music for Airports con la bocca?
<<Yes I know him…but…>>
<<Well, tonight we’re going to listen to some Brian Eno’s music during my class>>
e se ne va velocemente verso il forno a microonde che si è appena liberato.
Durante la prima settimana all’Universitè du Quebec a Montreal i corsi sono aperti in modo da dare agli studenti la possibilità di farsi un’idea sulle lezioni prima di scegliere il piano di studi.
Sono andato alla lezione di Justine, ma non mi è piaciuta molto: è un corso di tipografia durante il quale, di quando in quando, senza preavviso, partono dei pezzi ambient a volume medio. Penso che Justine voglia che gli studenti lascino che sia la musica a guidare le loro mano sul foglio, eccetera. “Penso” perché non capisco cosa dica quando parla. In ogni caso, visto che avevo preselezionato un corso di troppo, ho deciso di eliminare proprio quello di Justine, e con un giorno di anticipo rispetto alla chiusura delle iscrizioni. Ero convintissimo che il corso di Animazione che avevo confermato senza assistere alla lezione sarebbe stato migliore di quello.
Il corso di animazione è ogni Venerdì sera alle sei, il mio coinquilino Hugo mi aveva consigliato di scegliere l’orario serale perché, dato che la gente ha fame, le lezioni di solito durano meno… Queste parole, che avevo quasi dimenticato, cominciano a ronzarmi in testa non appena entro in aula alla prima lezione: sulla fila di banchi disposti a U nella stanza, quasi ogni studente del corso ha appoggiato un tapper ware con dentro la cena. L’aroma combinato dei vapori che escono dai barattoli è molto simile a quello della mensa del Centro di Aggregazione Estivo ’93 a Umbertide, che è il motivo per cui non ce la faccio più a mangiare i fusilli. Ma con una dose maggiore di cipolla. Non riesco in nessuna maniera distogliere lo sguardo dal ragazzo robusto che nella fila di fronte alla mia sta mangiando degli spaghetti con sopra un sugo marrone. Fissa intensamente negli occhi il professore con gli spaghetti che gli penzolano gocciolando dalla bocca. Al liceo, i compagni che facevano culturismo erano costretti a mangiare il tonno di nascosto durante le lezioni perché ai professori non interessava niente degli orari ferrei previsti dalle loro diete. Qui l’approccio pare molto più rilassato. Accanto a lui c’è una ragazza riccia con un tapper ware pieno di una zuppa verde granulosa con dei cubi biancastri che galleggiano. Credo che la zuppa, guardando in alto dalla propria prospettiva, stia assistendo ad uno spettacolo piuttosto simile. Alla sua sinistra una ragazza minuta non riesce a tenere gli occhi aperti e continua ad addormentarsi per brevi intervalli di due secondi, per poi rinvenire, con una rapida frustata dell’osso del collo, ogni volta che la testa le compie un giro antiorario completo.
Fino a quel momento avevo avuto soltanto lezioni al mattino, e gli studenti e i professori che avevo incontrato erano tutti mediamente belli e posati alla maniera dei designer canadesi. Il fatto che alla prima lezione dopo il tramonto cui assista la tipologia di persone cambi così drasticamente comincia ad insospettirmi.
Dopo l’introduzione al corso, il professore comincia a fare l’appello. L’elenco scorre via liscio fino al mio cognome che, pur non essendo difficilissimo da pronunciare per un franco-canadese, suscita sempre qualche secondo di suspense. Jean Francois, il professore, si avvicina al mio banco sorridendo per capirne meglio il suono, mentre io capisco come la dose maggiore di cipolla nell’aria rispetto all’odore della mensa del Centro Estivo fosse tutta merito della sua igiene personale. È strano come il corso di Justine mi sembri ora una grande occasione persa.
J.F. spenge le luci e fa partire la proiezione di alcune animazioni di Norman Mc Laren. Mi metto comodo e copro il naso con la sciarpa. C’è qualcosa, però, che mi infastidisce, una sensazione simile a quella che si prova al cinema quando i pannelli delle uscite di sicurezza sono troppo luminosi; un cretino a due posti di distanza ha il Mac spalancato e sta creando uno spiacevole effetto abat-jour. La luce che il portatile gli proietta in faccia fa risaltare un paio di baffi da sega che si inarcano ritmicamente mentre lui, indicando lo schermo, sussurra a voce altissima qualcosa al suo vicino di banco. Nemmeno questo, come d’altronde il fatto che la gente stia mangiando, sembra disturbare Jean Francois, che sorride soddisfatto immerso nell’aura azzurra dell’animazione.
Finita la carrellata Malcom Mc Laren, le animazioni si fanno più figurative. Non importa dove sei e con chi sei, a casa di domenica sera o in una scuola di design a Montreal, con gli amici o con dei serissimi sconosciuti in una stanza buia: le risate partono sempre e solo quando qualcuno si fa male. Gli animatori sovietici pare avessero imparato questa regola poiché, ogni qual volta l’animazione sullo schermo si fa troppo intricata, ecco una scena del protagonista che cade, o che viene colpito alle palle, o che viene schiacciato da qualcosa di pesante. E tutta la stanza ride. Ogni tanto, tra un filmato e l’altro, il professore accende la luce per chiedere se nessuno abbia commenti da fare. Ricordo che Noemi, una delle sorelle di Ascella, una volta in campeggio scattò una foto con il flash in piena notte tenendo la macchinetta al contrario e perse la vista per mezzora. Quello che sta facendo Jean Francois è altrettanto dannoso. Porto la sciarpa dal naso agli occhi.
Quando in sala tornano le luci, alla mia destra è comparso un goth. Un paio di stivaloni di pelle e metallo fanno capo ad un viso efebico adombrato da una bombetta in feltro merinos. Lo osservo mentre disegna un coniglio in un cappello, col tratto di chi non pare eccezionalmente dotato ma che su quel soggetto si è allenato parecchio. Jean Francois ha ricominciato a parlare, probabilmente siamo arrivati ai saluti, che per il ragazzone della fila di fronte dovrebbero coincidere con l’ammazzacaffè. Il goth nel frattempo ha completato il coniglio nel cappello e si sta misurando con un coniglio in una tazza di tè nella pagina successiva del quaderno. Il ragazzo con il baffetto da sega e la sua ghenga, invece, si sono disposti a cerchio intorno al professore; io decido così di sfruttare la loro copertura per uscire dalla classe, imbucare l’ascensore, e poi la metropolitana.
Quando esco fuori c’è la luna piena. E non credo sia una coincidenza.
DO NASCIMIENTO | DO NASCIMIENTO
giugno 22nd, 2011 § 3 commenti
una volta la mamma di marchetti ci ha regalato i biglietti per andare a vedere ludovico einaudi al teatro. ludovico fa quelle robe che è impossibile che non ti piacciano perché sono colonne sonore perfette di ricordi di banbyno. lui suona e in bocca senti il sapore dello zabaione sbattuto da tua nonna nella cucina della casa in campagna. o la carezza di suor anna il giorno in cui il celli ti ha dato un cazzotto fortissimo nella nuca. i do nascimiento sono come un banbyno in costume che ha venti euro in mano al bar della spiaggia. puoi rubargli i soldi o prenderlo in collo e tirarlo su all’altezza del bancone. il mago do nascim(i)ento oggi fa il parrucchiere in brasile. tra la merce che la guardia di finanza gli ha sequestrato c’era anche un pallone da pallavolo sgonfio e una lettiera del gatto grande quanto quella spiaggia. nonostante il nome che si sono rubati, i do nascimiento non promettono. non promettono né di strabiliarti con chissà quale sortilegio, né di levarti di dosso in un solo colpo tutte le tue sventure. pur restando dei cialtroni, non ti prendono per il culo. sono solo quattro imbecilli che si rincorrono con la foia di un diciottenne, alzando troppo la sabbia, buttandosi addosso gavettoni riempiti col piscio, disturbando tutti con lo stereo troppo alto. ma loro sono un banbyno o un diciottenne? sono un banbyno diciottenne nano che non arriva al bancone. presto, rubategli i soldi.
do nascimiento sarà scaricabile gratuitamente qui e uscirà presto in 100 copie in cassetta grazie a two two cats bad tapes e a (vita di) legno. e non dite che non ve l’avevamo detto.
RAEIN | SULLA LINEA D’ORIZZONTE TRA QUESTA MIA VITA E QUELLA DI TUTTI
giugno 17th, 2011 § 4 commenti
mi ha chiamato michele prima. mi ha detto che il caunter dei daunlò è impazzito si è bloccato e poi è ripartito. infatti se vai sul sito ci sono tipo 200 daunlò. che è una cifra alta per un disco uscito ieri. la verità invece è che quel disco lo hanno già scaricato e ascoltato almeno 3/4mila persone in nemmanco un giorno. se non di più. e continueranno ad ascoltarlo una valanga di genti. anche se un cantato non c’è. sono urla su una base ultramelodica. quand’eravamo in serigrafia e lo stavamo ascoltando ti dicevo come fosse strano il fatto che a vent’anni una cosa così risultasse per me totalmente indigeribile e che allora mi sarei aspettato che passati i trenta non l’avrei nemmeno più tenuta in considerazione la sola idea di ascoltare un disco così. che avrei detto: sono riusciti ad arrivar ad essere così melodici mantenendo quel tiro, allora perché la voce continua a urlare, a sbraitare? invece ora mi piace. mi piace proprio questo disco qui. alla fine la voce (anzi le due voci, che sono in due a cantare, che s’incastrano a pennello), questa voce qui, urlona, non è altro che uno strumento. è un’altra chitarra distorta. e i testi sono il suo spartito. quando da rigazzino in cameretta ascoltavo la gente che strillava e entrava mia mamma, mi sentivo un po’ in imbarazzo. ecco è come se i raein fossero riusciti a rendere l’urlo accettabile anche dalla mamma che ti entra di soppiatto in cameretta. ma che roba stai ascoltando? se stai ascoltando i raein non te lo può più chiedere. perché quelle urla lì son proprio dolci. mica facile fare una cosa del genere. e, inaspettato, a metà disco ti tiran fuori pure il coretto singalong. quando ho sentito per la prima volta il disco ho pensato a de sceip of panc tu cam. che è un disco hc che potenzialmente può piacere a chiunque. che infatti è il solo disco di quel tipo che mi piaceva quando avevo vent’anni. ecco questo dei raein è un disco urlone che può piacere alle nostre mamme e all’utente medio di rochit. che iddio lo fulmini. michele mi ha anche detto che un giapponese ha donato 100 euro. poi ci ha pensato un attimo e ha detto: forse voleva donare 100 ien poverino. poi ci ha pensato un altro attimo e ha detto: io i soldi non glieli rendo. e alla fine il giapponese si renderà pur conto di aver donato 100 euro a 5 imbecilli che han cacato un capolavoretto. maledetti loro e chi non glielo dice sventolando dollaroni e indossando l’accappatoio di gei ar di dallas.
e sai cosa? adesso tutte le volte che lo ascolto mi pare di sentire mia mamma che mi alita dietro il collo.
per scaricare a gratis sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti vai qui.
GALLINE | CAPRA
giugno 1st, 2011 § 28 commenti
La storia delle nostre galline è una storia cruenta. Una di quelle storie piene di sangue, e morti violente, e persone che piangono, e un gallo che pensavamo fosse una gallina che gira attorno a casa alle 5 di mattina urlando in cerca delle proprie compagne. Trucidate poche ore prima.
La storia delle nostre galline comincia con un cane. Il nostro: Gisella. Che le galline non le aveva mai incontrate. E nei primi giorni dopo il trasloco ha cominciato a girare un po’ lontano da casa, e scoprire le galline delle vicine (che comunque stanno a 600 metri da noi). È entrata nel pollaio della signora Alfa e ne ha fatte fuori due. Gisella dice che l’ha fatto per gioco. Ad Alfa abbiamo portato un po’ di roba da mangiare e l’abbiamo fatta patta. Ma il panico ogni volta che Gisella si allontanava ci rimase. A ragione. Un primo pomeriggio di un mese dopo, Gisella comincia ad abbaiare per segnalarci che qualcuno sta venendo verso casa nostra. Esco in cortile e vedo, all’inizio della stradina, una figura rattrappita, appoggiata ad un bastone, esageratamente vestita per essere agosto. Gisella abbaia. La figura sembra ferma. Aspetto. Non mi pare si muova, mi pare che vibri, piuttosto. Rientro e metto su una moka. Esco, la figura forse si è spostata di un paio di metri. Il caffè fa in tempo a salire e io faccio in tempo a berlo che la figura è arrivata a metà strada. Agnese mi dice che secondo lei è la vicina. Non Alfa, l’altra. Gisella abbaia. E man mano che quella s’avvicina, Gisella abbaia sempre di più. Dopo altri 5 minuti mi decido ad andarle incontro, giusto per. Quando le sono a 10 metri, la vecchia alza il bastone in direzione del cane, e dice qualcosa che non mi è molto chiaro. Ha una voce di gola, impastata di lingua, il visto storto come se avesse preso delle botte fortissime sopra l’occhio destro, il collo infossato nelle spalle e perpendicolare al corpo, la faccia spunta in avanti a poco a poco come in un bassorilievo. Dice qualcosa del cane – desumo - e delle sue galline, e che dovremo tenerlo legato altrimenti… Altrimenti? Non capii, ma la bocca assunse una smorfia eloquente. Altrimenti lo avrebbe avvelenato. Poi si voltò, e per un altro quarto d’ora la guardai risalire. Il giorno dopo siamo voluti passare da casa della signora per capire meglio, ma ci siamo fermati sul vialetto d’ingresso: un tappeto di penne di galline ricopriva il suolo. Ok. Gisella andava addestrata. Contattammo un’amica di amici, di preciso una psicologa. Specializzata in etologia e relazione uomo-animale (uoah). Venne e ci insegnò un po’ di esercizi. Che applicammo con fervore. Al punto che eravamo così sereni e carichi da decidere di prendere le nostre galline.
Le galline non ci sono mai piaciute. Anzi. Ci facevano abbastanza schifo. Anzi, diciamocelo: le galline fanno abbastanza schifo. Però ci sembrava da sfigati stare in posto come il nostro e non avere galline. Ci immaginavamo i vecchi al bar di Samone: “E neanche una gallina!”, e giù a ridere. Ecco no. Da una tizia di Montepastore acquistiamo queste due galline che costavano quasi come uno scooter, ma erano state allevate con le mani della festa. Virna e Lisi. Però ci facevano schifo. Non le volevamo vicino a casa. Così abbiamo fatto il pollaio in una casa 200 metri più in alto, disabitata, per non averle tra le balle. E io costruii il mio primo recinto.
Fare un recinto è stramaledettissima rottura di coglioni. Se hai sogghignato, si vede che non hai mai fatto un recinto. Col senno di poi, il mio primo recinto era un pro forma. Non teneva chiuse le galline, e non impediva a niente di entrare. E infatti le galline, a parte la prima mezz’ora, eran costantemente fuori. Chiudevamo la porticina solo la sera, giusto per dire: Abbiamo fatto il possibile per salvarle. In ogni caso, il motivo principale per cui avevamo preso le galline (le uova) dopo un mese abbondante ancora non veniva esaudito. (Anche questo è normale. Le galline impiegano un tempo variabile per adattarsi al trasloco e riprendere la produzione.) Però a noi, di avere queste galline, e di sfamarle a gratis, non è che ci mandasse in solluchero. Così ne abbiamo prese altre due. Della varietà francesine. Quelle piccolette che fanno le uova bianche e minute. Già in periodo di ovulazione. Janis e Joplin. Niente. Avevo anche messo un uovo finto nel pollaio, il cosiddetto indice – che nel mio caso era poi l’ovetto, quell’uovo di plastica che fa da maracas – ma niente. L’ovetto era arancione.
Poi il primo uovo arrivò. E fu grandioso. Eravamo a passeggio con amici, io entro nel pollaio più per formalità che per altro, e vedo un uovo. La prima cosa che penso è che sia passato qualcuno e che abbia pitturato l’ovetto coi colori di un uovo vero. Un trompe l’oeil, già. Lo raccolgo ed esulto. I nostri amici pensavano che l’avessi comprato e messo lì io per scherzo. Era il 17 febbraio. L’abbiamo segnato sul calendario. Non era un uovo di francesina. Le uova delle francesine non le abbiamo mai trovate nel pollaio. Ogni tanto ne scovavamo una in giro attorno alla casa. Abbiamo cercato ovunque per capire dove potessero covare, ma non c’è stato niente da fare. Uno dei contadini che ogni tanto bazzicava lì alla casa abbandonata, ci disse, quando oramai le nostre galline non c’erano già più, di aver trovato in una cesta sul carro del trattore circa una trentina di uova. Nel carro del trattore ci avevamo guardato, chiaramente. Quelle dannate francesine secondo noi spostavano tutte le uova da un posto all’altro ogni mattina. Se la sono meritata, alla fine.
Comunque, non facciamola troppo lunga. Una sera. Stiamo rientrando. I fari illuminano qualcosa. Ed ecco la volpe. Che fosse una volpe l’abbiamo capito dalle orecchie enormi. Per il resto sembrava un gatto, magro da far scarezza e spelacchiato. A ripensarci, un paio di galline le servivano davvero. Da neofiti allevatori di galline non abbiamo neppure paventato l’idea che una volpe a 100 metri dal nostro pollaio potesse effettivamente risultare un problema. E qualche giorno dopo, Virna (o Lisi, non le abbiamo mai distinte), non si vide più. E il giorno dopo neanche Lisi (o Virna) si vide più. Noi andavamo ogni era su per riportarle nel pollaio, gridando svogliatamente cose come: “Cooooccche! Cocche!” e facendo tintinnare del mais dentro a un secchiello. Ma in quelle due sere prima Virna poi Lisi, o viceversa, non rientrarono. E neppure le francesine volevano rientrare. Erano riuscite a salire sopra una trave del soffitto del deposito, tipo a 4 metri di altezza, e se ne stavano là. Qualcosa non tornava. La soluzione del mistero era in realtà abbastanza deducibile, ma non ne sapevamo mezza: la volpe aveva portato via una gallina di notte dal pollaio; la sera dopo era tornata, e le restanti, nel pollaio, non ci volevano più tornare, anzi: si portavano in un posto in alto per proteggersi. Illuse. Pochi giorni dopo anche Janis e Joplin sparirono. E il pollaio su alla casa abbandonata fu abbandonato anch’esso.
Sinceramente: non piangemmo copiose lacrime.
Però decidemmo che, se volevamo delle galline, e se le volevamo vive, dovevano stare vicino a casa. Dove noi, Gisella, e un pollaio più sicuro, le avrebbero protette. Illusi.
In ogni caso:
CONSIGLIO N.° 1: Se devi tenere delle galline, fa’ il pollaio vicino a casa.
Comprammo un pollaio in internet. A San Marino. Quasi 300 euro. “Con un’ottantina di uova lo ammortizziamo”. Illusi. Comprammo quattro galline giganti da una famiglia di Zocca. Spendemmo tipo come un impianto a GPL. Non fecero nemmeno in tempo a ricevere un nome. Il pollaio nuovo era composto da una casetta in legno e da una gabbia davanti all’entrata. Gisella era entrata molto nella parte della difenditrice delle galline e non le mollava un secondo. Una di queste quattro galline ci sembra strana. Più voluminosa, con la cresta, i bargigli e la curiosa abitudine di cantare tutte le mattine. Che fosse un gallo? Sì, certo, tu ci saresti arrivato. Noi no. Sfortunatamente non abbiamo mai avuto la prova (non abbiamo mai assistito al momento della deposizione dell’uovo), ma lo chiamavamo comunque il galletto, e gallo fu. (Per inciso: non volevamo galli. Io, perché non desideravo allevare pulcini; e Agnese non voleva maschi sia perché è femminista, sia per difendere i diritti delle galline, che la nostra amica Barbara ci ha detto che il suo gallo è un despota e sodomizza tutte le galline giorno e notte e robe così. Il nostro, comunque, se era un gallo, era gay).
Gallo o non gallo, queste galline enormi (due grigie, una nera e una rossa) erano una vera rottura di coglioni: stavano sempre davanti alla porta di casa, cagavano sullo zerbino e si appostavano davanti alle finestre a spiare. Senza contare che una gallina, ogni volta che ti muovi, pensa che tu stia per darle da mangiare. Sempre. Se fai un mucchio con le foglie, lo sparpagliano. Se vuoi fare qualcosa per terra ce le hai tutte intorno e inciampi.
Insomma. Anche qua serviva un recinto. Ci misi più impegno, ma nemmeno stavolta ne venne fuori un’opera dell’umano ingegno da tramandare. Amen. Almeno avevamo avuto la bella idea di far sì che nel recinto ci stesse anche la zona compost, così tutti gli avanzi non erano scarti. Ma le galline salivano sul tetto della loro simpatica casetta, facevano un saltino ed erano fuori dal recinto. Come a dire: Gli avanzi li dai poi a tua sorella. Stesi una rete per volatili da una parte all’altra della recinzione. La prima nevicata la sfondò. Tuttavia lo scopo primario delle nostre fatiche, ovverosia salvare le galline, ci pareva raggiunto. E pure le uova. L’unica cosa da ricordarsi era chiudere il cancelletto della gabbia ogni sera. Facile no? Illusi.
CONSIGLIO N.° 2: Se hai un pollaio, ricordati di chiuderlo. Tutte le sere però.
Una sera Agnese l’aveva lasciato aperto. Io lo sapevo, e di ritorno dalle prove vado per chiuderlo. Tipo verso le due di notte. Lascio accesi i fari puntati verso il pollaio e la luce illumina un bestione enorme che esce dalla porticina di legno. Un tasso. “Non esita a introdursi in pollai e conigliere”, sentenzia laconica wikipedia. Io ve lo giuro: sul momento mi sono anche esaltato per la visione del tasso, e non ho minimamente pensato alle galline (io mi esalto quando vedo animali nuovi). Il tasso non sa cosa fare: sbatte contro le sbarre, torna dentro al pollaio. Fico, penso, e rido. (Idiota). Quasi sto per dirmi: Adesso lo aiuto poverone… quando vedo una zampa di gallina immobile che spunta dalla porta. Il tasso riesce ad uscire, e comincia a scappare, io gli sto dando del figlio di puttana quando arriva Gisella (grazie Gisella) che abbaia come se non ci fosse un domani. Per venti secondi, poi si ferma a guardarmi. “Almeno inseguilo”, le dico. Niente. Faccio il resoconto dei danni: due galline morte sul colpo, quasi sicuramente di crepacuore (ero arrivato che il tasso, in tutta probabilità, era appena entrato) e due irreperibili. Una di queste è il galletto. Che verso le 5 di mattina comincia a cantare, con la voce rotta, girando attorno a casa, ininterrottamente, solo e inconsolabile. Uno strazio.
Cosa fare con le galline morte? Mia nonna non avrebbe avuto dubbi. Noi c’abbiamo pensato su, poi abbiam deciso di portare i cadaveri ad Alfa, che almeno lei li avrebbe utilizzati per scopi alimentari, e non esclusivamente per vacui riti funebri come avremmo fatto noi. Alfa ci ha guardato come uno che ti regala una chitarra perché gli si son rotte le corde. Comunque le ha prese, e a noi tanto bastava. Le sere seguenti il gallo e la gallina superstiti non ne volevano sapere di rientrare nel pollaio (come biasimarli) e dovevo inseguirli per mezz’ora ogni volta. Da allora, tutte le sere, benché sapessi per certo di aver chiuso la porta del pollaio, tornavo comunque a controllare. Illuminavo l’interno da una finestrella con la grata. E le due galline mi fissavano. Occhi sbarrati. Tutte le sere. Ogni volta che arrivavo. Dormono mai?, mi chiedevo. E così smisi di gettare i fondi di caffè nel compost.
Da allora chiudemmo sempre il pollaio. Ma non fu sufficiente. Saran passate tre settimane dall’incursione del tasso, quando una notte la luce della pila illumina due corpi supini di tra le sbarre della gabbietta. Strano, penso, mai visto dormire le galline sdraiate. Mi avvicino. Strano, ripenso, mai visto le mie galline senza testa. Già. La faina fa così, quella maledettissima stronza: mangia quel che deve, e spesso si trastulla ammazzando quel che non mangia. Surplus killing, è l’amena definizione che ci offre wikipedia. (Nota anti-discrimazione di genere: la faina può essere anche di sesso maschile. Stronza rimane.) La faina è una animaletto non più grande di un gatto. Ha fatto uno spuntino, ma le ha decapitate entrambe. Grazie faina. Stavolta non portiamo due galline senza testa ad Alfa: le metto in un sacco e le porto nel bosco. Passa mezz’ora, e vedo Gisella con una gallina in bocca. Si avvicina, la posa e mi guarda come per dire: “Cretino, hai dimenticato una gallina nel bosco”. Grazie Gisella. Salgo in macchina e le butto da un dirupo lontano da casa.
CONSIGLIO n.° 3: Se hai un pollaio, assicurati che sia VERAMENTE sicuro.
A questo punto era diventata una sfida. Noi vs I predatori. La domanda vi sarà sorta immediatamente: Com’era entrata la faina? Facile. La parte di legno del pollaio (il dormitorio, diciamo) era su un pallet. Da sotto il pallet chiunque sarebbe potuto entrare. Però avevo messo una fila di mattoni per chiudere i passaggi. Illuso. Uno di questi era stato spostato. Un controllo più accurato del pollaio mi riservò altre gravose perplessità. La gabbia, semplicemente appoggiata per terra, non avrebbe impedito ad una volpe di scavare da sotto; l’anta che si alza per raccogliere le uova l’avrebbe potuta sollevare anche una lumaca; la porticina laterale aveva dei buchi che l’alacre lavoro di un mustelide notturno avrebbe divelto con soporifera nochalanche e la sbarre della gabbietta di ferro sembravano, ora, dopo quelle morti, tremendamente larghe per una donnola qualsiasi. Insomma: quel pollaio di San Marino era una merda. Ci prendemmo qualche mese di pausa-galline per riflettere ed elaborare il lutto. Poi, io e il caro Peggy lavorammo un intero pomeriggio. Pavimentammo in legno la gabbia di ferro esterna; sbarrammo ogni possibile passaggio con assi inchiodate; rivestimmo la gabbia di un ulteriore rete in plastica rigida. Alla fine eravamo così soddisfatti delle nostre misure di sicurezza che chiamammo il pollaio Alcatraz.
Alcatraz era pronto, ed era inespugnabile!
Stavolta optammo per il mercato di Zocca. Ogni martedì viene un omino col suo camioncino straripante di gabbiette per volatili. L’omino vende volatili, per l’appunto. Una gallina: 8 euro. Un paio di euro in più se è già in periodo da uova. Ne compriamo due. Poi ne prenderemo altre tre. Due rosse e tre piccole ovaiole. Anche le nuove arrivate impiegano meno di 7 minuti per capire il trick di salire sul tetto e saltare fuori. Di nuovo la stramaledettissima rete per volatili che resta in piedi in media 3 giorni. Le rosse le chiamammo Sandra e Milo, le ovaiole Geena Bette e Davis. Sandra e Milo erano composte ed educate, e molto produttive. Le ovaiole erano impertinenti, discole e irrequiete. La rete per volatili era totalmente inefficace. Una di loro era la mente: era sempre lei che escogitava nuovi tricks per uscire dal pollaio, e subito le due gregarie la imitavano. Era un genio della fuga. A un certo era così scafata che spiccava un balzo direttamente da terra e saltava fuori da qualsiasi punto del recinto. Erano indomabili. Era estate: non potevamo neanche tenere la porta di casa aperta o ce le trovavamo sul divano. Puntavano sempre all’orto e lo desertificavano e cagavano ovunque, specialmente dove Ester soleva giocare. Quando abbiamo inconsciamente iniziato a sperare che arrivasse una faina e si portasse via le bianche ovaiole, abbiamo capito che quelle tre non facevano per noi. Le abbiamo regalate a Silvio e Rosamaria, che stanno a Roccamalatina, che hanno un recinto ma non hanno un pollaio protetto. Da loro sono durate un mese a dir tanto. Sì, un po’ ci sentiamo in colpa. Si può quasi dire che le abbiamo mandate a morire. Silvio dice che hanno contribuito all’ecosistema. Mettiamola così; dai pure. Al posto delle ovaiole compriamo due galline nere. Ancora non hanno un nome.
Una domenica di primavera decidiamo di invitare un po’ di amici a pranzo, sia per vangare la terra dove avremmo voluto fare l’orto nuovo, sia per erigere un recinto come si deve.
E, quella domenica, costruimmo un recinto come si deve (eravamo in cinque, vorrei anche vedere): pali in ferro, basamenti in calcestruzzo, rete alta 2 metri: un tripudio.
È ancora lì. E anche Sandra e Milo e le due nere sono ancora lì. Sì: undici galline sono morte per la nostra negligenza, e la cosa non ci rende fieri. Abbiamo imparato dai nostri sbagli, e le nostre quattro galline di adesso sono le eredi di un passato turbolento e luttuoso, ma davanti a loro si apre un futuro che faremo in modo sia il più longevo possibile. Le viziamo di tanto in tanto con leccornie e prelibatezze, le rimpinziamo quotidianamente come membri della famiglia, e nei mesi invernali le lasciamo libere di andare dove vogliono. E se le moire decideranno che la loro storia dovrà essere più breve di quanto speriamo, possiamo però assicurare al fato che la loro vita è stata piena e gratificante. Le nostre quattro galline le abbiamo oramai da più di un anno. È il nostro record. Ci è andata anche molto bene. Per dire: una sera che eravamo da amici siamo rientrati, e abbiamo beccato la faina in diretta, che Gisella stava tenendo d’occhio sopra un trave della barchessa; mi son messo a fotografarla quando mi è sovvenuto che il pollaio era aperto. Corro: le cocche c’erano tutte.
Due di loro ancora non hanno un nome. Questo racconto vorrebbe essere il modo per darglielo.
Noi vorremmo che le nostre galline morissero di vecchiaia.
CONSIGLIO n.° 4
Se vuoi tenere delle galline, devi provare a volerci bene.
GAZEBO PENGUINS | LEGNA
maggio 12th, 2011 § 3 commenti
qui siamo di parte come non lo siamo mai stati prima. ma ieri ho pensato che ci sono situazioni in cui non si è più di parte ma si diventa di party. LEGNA è una grande festa a cui dobbiamo partecipare tutti. è uno di quei dischi che è un piacere condividere e che vive e vivrà dell’entusiasmo di un crogiuolo di invasati col dito puntato e l’ascella tempestosa. il sudore ha cancellato i nomi sui bicchieri di carta. che ognuno beva un po’ dove cazzo gli pare.
una volta avevo conosciuto un tizio che sosteneva che, perso per un soffio un autobus, non valesse la pena spolmonarsi volandogli dietro, ma che fosse sufficiente una corsetta sul posto, fintamente trafelata, le braccia su e giù come una locomotiva e di tanto in tanto una mano alzata, come in un saluto. questo perché il conducente, prese un po’ le distanze, con l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, non avrebbe avuto la reale percezione del nostro movimento. se avesse voluto fermarsi e concederci di salire, lo avrebbe fatto in ogni caso. tanto valeva allora risparmiarsi la fatica vera solo per lo scatto finale. io l’avevo trovato geniale. e legna è un po’ così: un continuo tentativo di colmare le distanze, di accorciare i ritardi; di riandare a prendere quelle cose belle che stanno indietro, nelle soffitte, nei granai, nella memoria. e poi di portarle a spasso, di tenerle qui con sé, per la costruzione di un mondo perfettamente ammobiliato. continuando a ricordarle per non permettere che smettano di esistere. e insieme, scegliere il modo più efficace per farlo, d’impatto, immediato. un modo fragoroso, granitico, scusate, legnatico (scusate ancora). senza tentennamenti, senza aspettare, come nello schiocco di dita delle decisioni. e tutto ti arriva subito e dentro c’è già tutto. il suono che bastona, che ti scuote il bacino o te lo frantuma a suon di gran pacche. in una sassata di minuti. e le parole che scendono e si sedimentano. sono vive e ancora rivive. come i ricordi, come le cose che ci sono capitate che sono parte di quel che siamo. e poi il resto sarà tutto un lavoro di camera oscura dietro al nero delle palpebre. e come loro vi fermerete sui particolari, vi perderete nei dettagli. le parole che ruotano nella testa sino a perdere significato, portarvi da un’altra parte per assumerne uno nuovo. e allora volevo dirvi che se a un certo punto, incontrando un mazzo di carte, vi ritroverete istintivamente a pensare ad un cazzo di marte, ecco, non ci sarà nulla di male.
gazebo penguins vs. federico bernocchi
maggio 6th, 2011 § 8 commenti

mi chiama capra e mi dice che vorrebbero che cantassi un pezzo nel disco nuovo. e io ci dico ragazzi io se volete lo faccio anche ma occhio che ultimamente sono davvero ovunque e rischio di far la figura del michele pattoni di noi giovani e forse non è bello. e capra dice hai ragione ci pensiamo su. poi mi richiama e mi dice ok ci abbiamo pensato su, canta un pezzo. ok. lo faccio. e poi il pezzo è bellissimo. anche se c’ha un titolo che farebbe cariare un gomito a laura pausini. e poi scrivo un altro mezzo testo e una cosa tira l’altra e alla fine ci faccio anche la grafica del disco e io e bliz con Legno, che è il nostro studio di brutta grafica e serigrafia, stampiamo il tutto. che abbiamo finito ieri perchè la prima volta che abbiamo stampato io non ero convinto.
era tutto troppo scuro e quel giallo non mi piaceva un gatto. e io non ci ho dormito la notte. e invece a bliz piaceva così ma io ci ho detto bliz io non dormo la notte e ho pure smesso di fumare e se non ristampiamo quella merda io forse mi ammazzo. allora lo abbiamo ristampato e c’era una parte che continuava a non venire e bliz doveva tutte le volte spruzzarsi l’aprimaglia sull’indice e strofinare sul telaio come un pazzo invasato e alla fine è andato via di qui col giramento di coglioni e l’indice destro più corto di mezzo centimetro.
ecco, e allora io e il febio abbiamo pensato che visto che sono invischiato in questa cosa come se praticamente facessi parte del disco e in effetti è così che mi sento, allora abbiamo detto facciamo fare intervista e recensione al federico bernocchi che è un bravo uaglione e noi stimiamo un bel tanto.
e così è andata.
e poi volevo dire che quando sono andato a correggio all’iglù audio factori ci sono due gatti, un maschio e una femmina. il maschio non ricordo come si chiama ma la femmina si chiama steve. a me ha fatto ridere.
L’INTERVISTA AI GAZEBO PENGUINS
di Federico Bernocchi
Allora. Il giorno dopo il mio compleanno, sono riuscito a intervistare Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins. Io ho appena compiuto 34 anni. Sono giovanissimo. Se fossi un regista, sarei un giovane regista italiano. Sfortunatamente non sono un regista. Ciò non toglie che io, comunque, sono molto giovane. Dico “sono riuscito a intervistare”, come se fosse un’impresa titanica, perché effettivamente così è stato. Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins è peggio di Liza Minelli. Una diva tutta matta. Per beccarlo su Skype c’ho messo tipo dieci giorni. Con Jonah Jacopo Jameson che mi mandava le mail minatorie quelle tipo: “voglio l’intervista sulla mia scrivania per le otto di domattina” e quell’altro che mi tirava i pacchi su Skype. D’altra parte bisogna dire che Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins ha una vita intensissima. Forse vi ricordate di lui per la sturia dello slumacare. Se non ve la ricordate, vi siete persi una storia edificante e bella, per cui recuperate. Poi c’ha una moglie e una figlia che fa riderissimo e con cui chiunque passerebbe le giornate intere a disegnare trenini coi chiodini. Ve li ricordate i chiodini? Io quando me li sono ricordati ancora un po’ mi mettevo a piangere. Ma questo fa parte del fatto che io il giorno prima avevo compiuto 34 anni, un po’ i nuovi 19. Ho festeggiato perdendo molta della mia dignità al bancone dove sono solito passare delle ore felici con i miei amici e amiche. Anche a causa del mio barista preferito, Mattia, che è un criminale nazista e ti versa della vodka di nascosto nei tuoi drinks a metà, il giorno dopo avevo una pigna infuocata in testa. E anche quella tipica instabilità emotiva dei giorni di hangover. Per cui appunto, a un certo punto Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins mi passa un link ai chiodini e io ho avuto una mini madeleine e poi volevo piangere e tornare a passare le mie giornate e bere ettolitri di Billy davanti a Raplh Super Maxi Eroe. Comunque a un certo punto siamo riusciti a non incrociare i flussi e a beccarci su Skype. A un certo punto abbiamo dovuto fare una pausa che Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins doveva fare delle cose con sua figlia e a me mi ha chiamato la mia zia Franca che voleva parlare un po’. Mia zia Franca è un incrocio perfetto tra Yoda e Leonard Nimoy vecchio e fa molto ridere perché a 87 anni non ha ancora imparato a pronunciare la parola “volentierei”. Lei dice “volontieri”. E la cosa bizzarra è che lo mette in OGNI frase! Una roba folle. Comunque, basta ciurlare nel manico. Qui c’è gente seria. Serietà come parole d’ordine, cazzo. LEGNA è il nuovo disco dei Gazebo Penguins. Noi abbiamo contattato per Voi Gabriele detto Capra dei Gazebo Penguins e gli abbiamo rivolto le seguenti domande. Nel frattempo, vi sarà utile sapere, il tenutario di questo blog mi ha spiegato che se scrivi flex tra parentesi su Skype, viene fuori un verme che si fa un autopompelmones. Sono giorni belli. Johnny Dorelli.
Oh, oh, ma che titolo è LEGNA?
Quando dai un titolo a un disco è un po’ come pensare un nome per un figlio, o un cane, un gatto o una gallina. Non ci interessava dare un titolo che celasse una storia, o il significato della vita o della musica. Volevamo che il nostro disco avesse un nome con cui ci sarebbe piaciuto chiamarlo da vecchi al bar di Samone, con un bianchino e le arachidi e le carte segnate e la barista brutta.
Sì, però LEGNA è un po’ in realtà un’indicazione della vostra musica, no? Cioè, vuol dire che è un disco con la pacca.
Certo. Anche chiamarlo FRIGO sarebbe stato un bel nome per un disco.
Però LEGNA, che scriviamo in maiuscolo perché è una roba grossa e imponente da scrivere in maiuscolo come le lapidi romane, si attagliava alla perfezione a quelli che erano i pezzi una volta finito di registrarli.
Cavolo. Attagliava. Ma è una parola vera? Cioè, la posso usare a Scarabeo?
Sì, però usala all’infinito: ATTAGLIARE, se no ti maramaldeggiano. Comunque non mi distrarre. Ascolta: LEGNA: 5 lettere come le dita della mano. 5 lettere + 3 pinguini = 8, il numero dei pezzi di LEGNA. Poi, scusa, vuoi mettere? Un pezzo di LEGNA al giorno. SpaccaLEGNA. CantiLEGNA. Dai, è perfetto. Non ti piace? dico, LEGNA non ti piace? Io ti rovino.
Sono ancora stupefatto dalla tua padronanza della lingua italica. Attagliare è fortissimo. È per questo che siete passati dal cantare in inglese con accento di Samone, all’italiano con accento di Samone?
Ora che ci penso, non c’entra molto ma ci sto pensano proprio ora e te lo dico, dico: quando hai un concerto e dici: “Ecco, adesso il prossimo pezzo etc etc lo dedichiamo etc etc”, insomma, dici due tre cazzate e attacchi a suonare, e poi ti ritrovi a cantare in inglese. Voglio dire: è strano. Come se sei lì che mangi i borlenghi con le mani e a un certo punto vuoi un coltello da pesce o i bastoncini Poi, oh, ognuno mangia come vuole. Però adesso ci risulta strano. Ma forse non si attaglia alla tua domanda.
Abbiamo deciso di cantare in italiano perché, intanto, abbiamo una padronanza assoluta della lingua. Cantavamo in un inglese posticcio che una volta il mio amico Luca di Londra che era in vacanza a Bonassora col nostro amico Babo ed era venuto a vedere un concerto a Viadana ci ha detto: “Molto fighi i pezzi. Ma perché cantate in inglese che si capisce benissimo che siete italiani?” Lui, tra l’altro, l’ha detto in un italiano perfetto.
É interessantissimo. Ma il tuo amico inglese si chiama Luca in italiano? Non Luke? È importante che tu risponda a questa domanda.
Sì. Ha tipo la mamma italiana, non so, ora glielo chiedo. Tra l’altro era in Italia a registrare un album e non so neanche se sia mai uscito. (Non so se qui si faccia riferimento al disco o a Luca. Cioè se il disco non è mai stato distribuito o se Luca non sia mai uscito di casa. Ma non è importante ai fini dell’intervista. Nda). Oh! Ma non è che adesso odiamo l’inglese e non diciamo più drink card. O che odiamo i gruppi che cantano in inglese e quelli che portano magliette di gruppi inglesi. E poi abbiamo deciso di cantare in italiano anche per questa motivazione che abbiamo scritto sul sito che adesso copio e incollo.
DOMANDA: PERCHÉ IN ITALIANO?
RISPONDIAMO SUBITO:
• 1.IL NOSTRO INGLESE ERA ED È IMBARAZZANTE
• 2.IL NOSTRO ITALIANO È FORBITO E PERTINENTE
• 3.PRIMA DI ENTRARE IN STUDIO AVEVAMO QUESTI 8 PEZZI: QUATTRO CANTICCHIATI IN INGLESE E 4 CANTICCHIATI IN ITALIANO. C’ERA DA SCEGLIERE TRA 50 E 50. ABBIAMO SCELTO 50.
• 4.IL PRIMO EP INVASION ERA CANTATO IN UNA LINGUA A METÀ TRA INGLESE E ITALIANO. IL PRIMO DISCO THE NAME IS NOT THE NAMED ERA CANTATO IN INGLESE. IL SECONDO DISCO LEGNA È CANTATO IN ITALIANO. IL 4 EP SARÀ CANTATO IN UNA LINGUA A METÀ TRA ITALIANO E INGLESE.
• 5. VISTO CHE SI TENDE SEMPRE A RIPETERE LE COSE CHE CI PIACCIONO, SE TI PIACE UNA CANZONE TENDI AD ASCOLTARLA PIÙ VOLTE E A RIPETERLA ANCHE QUANDO NON LA ASCOLTI PIÙ. VISTO CHE NON TUTTI POSSONO RIPETERE UNA CANZONE RISUONANDOLA CON LA CHITARRINA, CANTICCHIARLA O CANTARLA È LA COSA PIÙ FACILE. SE CAPISCI LE PAROLE, POI, È ANCORA PIÙ FACILE. PER DIRE: VOLEVAMO UN DISCO DA FAR RIPETERE, DA POTER CANTARE CON PIÙ AMENA FACILITÀ. LA GIOIA. L’AMORE. E CHE MAGARI MENTRE SEI LÌ CHE SUONI QUALCUNO TE LO CANTA IN FACCIA E DIVENTA MOLTO BELLO TUTTO.
• 6. VASCO CANTA IN ITALIANO
È un momento in cui la scelta dell’italiano sembra buttare, tra i Fine Before You Came e The Death of Anna Karina.
(si sente un rumore fortissimo. Dal fondo della sala di Skype, entra in scena tra gli applausi del pubblico il leader maximo di questo blog, l’artista contemporaneo del terzo mondo conosciuto anche con il nome di Mike Patton italiano” o Jacopo Lietti)
Mike Patton Italiano: Lo han fatto prima i La Quiete e poi i Dummo son stati i primissimi. Cioè, i secondissimi. Dopo i La Quiete. Ecco, volevo dirlow.
Eh, ma loro nascono così. Invece qui si tratta di gruppi che sono passati dall’inglese all’italiano.
Mike Patton Italiano: Però hanno visto giusto. Scusate. Torno a fare la merda.
(Jacopo Lietti fa su baracca e burattini, sputa in terra e se ne esce dalla sala delle feste di Skype per tornare a fare quello che stava facendo prima. Ovvero intarsiare il legno.)
Sempre sulla scelta dell’italiano: sembra quasi che ci sia anche una certa consapevolezza dietro a questa scelta. Tipo una di quelle robe tipo i gruppi metal che a metà anni ’90 facevano il loro secondo disco self titled per dire che avevano trovato una nuova identità.
No, no. È stata una scelta molto tranquillona. Non ci son state motivazioni di svolta, o di maturità o di consapevolezza e che ne so. La scelta era a 50 e 50. E probabilmente il prossimo sarà in tedesco.
Sono molto noioso. Volevo dire un’altra cosa sull’italiano. Non è stato ancora più strano quando vi siete trovati la prima volta in sala prove a cantare in italiano?
Sì, è stato strano. È stato Sollo il primo. Mi pare che il pezzo fosse Troppo Facile. Era strumentale come tutte le altre, poi a un certo punto lui si mette a urlare: “È faciiile… è tvoppo facileeee”. (Fa ridere perché Sollo ha la erre moscia. Nda.) Però io non lo sentivo, perché in sala non amplificavamo mai le voci. E così la prima volta che ho sentito che cantava in italiano è stato ad un live. Allora, dopo il concerto, gli dico: “Oh, ma che minchia canti?”. E lui, sereno: “Tvoppo facile”. E io, puntuale: “E perché?”, al che lui mi ha risposto raggiante: “Pevché ci sta bene”. E allora io ho risposto convinto: “Bella”.
Mi piace pensare che sia anche una questione di “urgenza di comunicare”. È una frase che mi ha detto una volta Carlo Masu dei Cut quando lavorava in Phonoteca e mi ha fatto ascoltare gli Old Time Relijun e mi ha detto: “senti che urgenza di comunicare!”. Io adesso tento di utilizzare questa espressione ogni volta che scrivo di musica. La vostra è stata quindi una scelta dettata dalla volontà di comunicare?
No.
Perfetto.
Però, l’italiano ha tante cose belle, che finché non registri i cantati in studio forse non capisci per bene. Ha di bello che riesci a cantare un pezzo dopo 15 secondi. E quindi ha di bello che chi ti ascolta poi si porta con sé qualcosa che diventa più profondo e radicato ogni volta che ci pensa.
Come il verme solitario, o uno stillicidio di soda caustica sul femore, sempre più a fondo, sempre di più. Poi c’è di bello che se davvero ci tieni a dire qualcosa che per te è importante nel testo di una canzone, allora c’è anche il caso che quel qualcosa passi, e che venga ascoltato. Io non ho mai tradotto un testo in vita mia. Mai, per dire. Comunque è molto raro avere qualcosa di importante da dire.
Vi siete anche sbattuti parecchio per promuovere questo disco…
Dal momento che il disco oramai si chiamava LEGNA, abbiamo deciso di fare gli ignoranti e giocarci su. Man mano che LEGNA si andava formando, abbiamo scoperto che ci eravamo molto affezionati a questo disco. E che volevamo fare tutto il possibile perché fosse un disco mondiale. Allora ci siamo sbattuti. Prima di tutto, LEGNA lo si scarica. È un regalo. E il fatto si scarichi, e sia gratis, già è un buon inizio, secondo noi, per diffondere LEGNA nel mondo. Poi abbiamo creato un piccolissimo e modesto immaginario attorno al disco. Le foto nei boschi, le barbe finte, la motosega, gli alberi, le camicie di flanella, i teaser… bé, siamo andati nel bosco qua sotto casa mia. È venuto anche Albo, che è il collega di Piter (il batteraio), e c’ha fatto le foto sbure. che poi servivano a Jacopo (Lietti, quello di questo blog qui), che ha anche cantato in un pezzo e che ha pure curato la grafica, per fare la copertina e il poster che c’è dentro al ciddì.
A, ecco! Ma perché nel disco prima avevate mille mila ospiti e in questo invece solo Jacopo dei FBYC? Cos’è accaduto? Siete diventati molto antipatici nel frattempo?
No. Assolutamente no. Noi siamo simpaticissimi. Avevamo la fila, fuori dallo studio. Però abbiamo detto di no, a tutti. Solo a Jacopo abbiam detto di sì perché ci disse che se lo lasciavamo cantare in un pezzo c’avrebbe fatto la grafica a gratis.
Quindi c’avete il braccino.
Guarda, ti rispondo con una roba che stiamo per pubblicare sulla pagina facebook dei Gazebo Penguins.
Quanto costa fare un disco?
È facile. Facciamo due conti.
Prendiamo LEGNA.
LEGNA è stato registrato all’Igloo Audio Factory, che è lo studio che, assieme ad altri, ha fondato Sollo, che suona nei Penguins. Lo IAF sta a Correggio. Le giornate trascorse in studio a registrare son state circa 10, a fine gennaio, cui vanno aggiunti altri 5 giorni di mix in marzo. Diciamo due settimane. Indicativamente, tra una balla e l’altra, per far uscire 8 pezzi mixati dallo IAF abbiamo speso 2.500€
In studio, in media, in quelle due settimane lì, c’erano quasi sempre 4 persone. Che suonavano, spippolavano pomelli, mangiavano, dormivano, bevevano e cagavano. Nient’altro. Vogliamo calcolare 10 € al giorno di spese pensione completa tutto compreso? È una cifra irrisoria, ma prendiamo quella. 40€ al giorno x 14 giorni = 560€ (trascurando i giorni in cui eravamo in 8 o più. Ma non siam qua a fare gli zelanti).
Noi pinguini, di quel che abbiamo preso per i concerti e i dischi venduti negli ultimi due anni, non ci siamo mai tenuti un euro (a parte una volta, a Pegognaga, dove abbiam deciso di prenderci 60 € a testa, e Piter disse: “Uoah. Ossigeno”). Tutto finiva in cassa, e la cassa è stata debitamente svuotata per pagare le registrazioni.
Vogliamo buttarci le spese di viaggi? Mettiamoci solo quelli che ho fatto io, per stare scarsi. Più o meno 5 volte avanti e indietro, per una spesa sommaria al difetto di 150€.
Una volta finito di registrare, il disco è andato da Carl Saff a Chigago per il master. Carl Saff è un brav’uomo con tanto di famigliola felice, e oltre a questo ti fa pagare in base al minutaggio del disco. Il nostro dura 23 minuti circa e abbiam speso 200 dollari. Che son più o meno 150€ a far conto pari.
Nel frattempo si è lavorato alle grafiche. Le grafiche partivano da alcune foto, che ci ha fatto Albo, che lavora con Piter, che suona nei Penguins, in cambio di un pranzo in giardino e di una sudata come poche. Le grafiche poi le ha seguite Jacopo, che ha pure cantato in un pezzo. Jacopo ci ha detto: “Voi mi avete regalato un pezzo, io vi regalo le grafiche”. Jacopo è un guaglione come pochi (e lo sarebbe anche se non ci avesse regalato le grafiche). Ma qui parliamo di soldi, e per tanto non starò a incensarlo con commoventi panegirici, ma possiamo solo dire che la spesa delle grafiche ci è stata abbuonata. Poi c’è la stampa, sia dei ciddì che del packaging. Siamo andati sempre da Jacopo e nella sua bottega di serigrafia che si chiama Legno (pensa te). La stampa è stata una spesa che ha deciso di accollarsela To Lose La Track, nella persona di Luca Benni (altro incredibile soggetto). Su per già siamo sui 1.200€ per cinquecento copie di LEGNA. Serigrafate a mano.
Addendiamo:
2.500€ + 560€ + 150€ + 150€ + 1.200€ = 4.560 €
Di LEGNA circoleranno 500 copie. E si sa già che, tra una balla e l’altra, 25 di queste verranno regalate a chi se lo è meritato. Ne restano 475. Saranno vendute a 10 € l’una. Il che fa un ricavo di 4.750€ nella celestiale ipotesi che vengano vendute tutte.
Tutto ‘sto pippone per dire cosa?
Niente, che per noi sono tra i soldi spesi meglio della nostra vita. E lo abbiamo fatto proprio sapendo che non ci avremmo preso una lira. Perché le cose più belle restan sempre quelle che regali. E questo disco ve lo volevamo regalare a tutti i costi.
“Se fai così, è bello”.
Bellissimo. Senti, mi piacciono molto quelle interviste in cui si chiede al gruppo di commentare con una frase una, ogni canzone del disco. Lo facciamo? Vai.
Ti interessa una premessa? Io farei una premessa.
LEGNA è stato registrato tutto su bobina. Che vuol dire che Burro è arrivato in studio con due pizze di nastro e su quello abbiamo registrato tutte le prese e un po’ di voci. Una bobina ha 12 piste, che significa che ci puoi registrare, contemporaneamente, 12 robe. Una pista però mi pare non andasse bene… In ogni caso, in gergo si dice che abbiamo registrato in analogico. Poi, una volta venuto il momento di mixare, abbiamo riversato tutti i mix su un altro nastro, spesso ¼ di pollice. Cosa significa? Non lo so davvero, però era giallo.
CINGHIALE: Forse è l’unico pezzo in cui parole e musica sono legati e compenetranti. Io quel pezzo lì, in studio, la prima volta che l’ho sentito dopo le prese, me lo son proprio visto come un cinghiale che mi veniva addosso ansante. Che tra l’altro a me i cinghiali son venuti addosso più e più volte, perciò parlo con senno di causa perché una volta io e Gisella (un cane bionico costato sei milioni di dollari, nda) stavamo inseguendo i cinghiali coi raudi, e uno di loro m’è venuto addosso, e io ero in scooter e mi son davvero cagato sotto. Cinghiale l’abbiamo provata per la prima volta io e Piter, una sera che avevamo fissato le prove e poi Sollo (basso e voce) non era potuto venire. Ci siam detti: Visto che non c’è Sollo, facciamo un pezzo metallaro con del mosh. Ed è nato cinghiale. All’inizio era molto più metallaro però.
IL TRAM DELLE SEI: È uno dei due pezzi veramente vecchissimi di LEGNA. C’è un video del Tagofest di 15 anni fa nell’internet dove c’è anche Zanna che suona e facevamo quel pezzo lì alle sue origini. A me questo pezzo non piaceva più. Quasi non volevo finisse nel disco. Poi, quando sollo e Burro me l’hanno inviato dopo il mix, è rinato completamente. Al testo di questo pezzo ha collaborato anche Jacopo.
FRATE INDOVINO: È stato l’ultimissimo pezzo che abbiamo messo giù prima di andare in studio. Tutte le volte che lo provavamo Sollo diceva: Va bé, qui per ora lasciamo così, poi lo sistemiamo in studio. L’abbiamo portato in studio che non era ben chiaro a nessuno come sarebbe andato a finire. Poi Burro (che è colui che ha registrato il disco insieme ai Gazebo Penguins) ha deciso che l’avremmo registrato tutto su tracce separate – che tipo Piter suonava solo i fusti reali e dei piatti di plastica che gli mandavano i suoni midi dei piatti in cuffia; poi il giorno dopo solo i piatti; poi il giorno dopo solo i rutti, etc. Anche basso e chitarra tutto separato, uno dopo l’altro. Poi sono arrivate le voci, e ad un certo punto il testo diceva: “Frate indovino non aspetta mai”. E i ragazzi dicevano: “No capra, no, frate indovino no. Non lo sa nessuno chi è.” E io: “Va bé. Voi, però, intanto lo sapete”. E loro seguitavano a dissentire. Quella sera in studio c’era un po’ di gente, così abbiamo fatto un sondaggio tra i presenti. Metà di loro sapevano chi era Frate Indovino, e l’altra metà no. Nella metà che non lo sapeva però c’era l’unica ragazza presente, e questo ha spostato di molto la maggioranza. Alla fine abbiamo raggiunto il compromesso, che si diceva un po’ CALENDARIO e una volta sola Frate Indovino, ma il pezzo si sarebbe chiamato FRATE INDOVINO. Al di là della diatriba sulle parole, il testo parla di una delle mie fissazioni: i ricordi. E le cose che si dimenticano. Quando dimentichi qualcosa per davvero, e cioè che non la ricorderai mai più, quella cosa smette di esistere. Se nessuno la ricorderà mai, è sparita, è nulla, basta. Eppure, ti è appartenuta. È nulla, è qualcosa che non esiste, e allo stesso tempo è qualcosa di tuo, senza che tu lo sappia. Frega? A me sì.
TROPPO FACILE: Anche TROPPO FACILE è stata registrata da fighetti, tutto separatamente. È anche l’unico pezzo in cui c’è un raddoppio di chitarra che fa un’armonia diversa (ma ve ne frega?). TROPPO FACILE ha un po’ l’aria del singolo. Chitarrine che fanno gli sleghi, tutto bello chiaro e nitido, cantato gigiulone, crescendo sul finale, ritornello che si canta in bici, finalone metallonzo. Il cantato sul finale del pezzo è stato registrato con un microfono che aveva la forma di una patata e faceva quell’effetto lì che si sente, di voce tipo da pilota di aereo. Ah. Tutte le voci di LEGNA non hanno nessun tipo di effetto. Ci sembrava una cosa importante.
DETTATO: DETTATO ci piace molto perché ha dei tempi strani. Son quei pezzi che vengono fuori così, poi ti accorgi che han dei tempi stranissimi che se dovessimo metterci a contare non ci salteremmo mai fuori. Parla degli errori d’ortografia.
CI MANCHERÀ: Questo è il pezzo più vecchio del disco. È un pezzo che suoniamo da una vita, ce l’abbiamo oramai proprio dentro alle braccia, viene fuori da solo come uno sputo. L’abbiamo sempre chiamato Hot Snakes perché ci sembrava un pezzo degli Hot Snakes. Ora non lo sembra per niente. Il testo che c’abbiamo appioppato parla di partigiani. Uoah. Non è vero. C’è la parola partigiano, e anche cippo, e mondine. Però in realtà quello che ci siamo chiesti è: Cosa faremmo noi, oggi, se arrivasse una guerra e ci toccasse scegliere? Cosa sceglieremmo, noi, oggi, se fossimo costretti (dalla storia, dagli amici, dai nemici, dallo stato, dall’etica) a scegliere? Secondo noi, quel che è certo, è che, rispetto a chi prese una decisione 60 anni fa, quello che a noi manca è la paura. Paura. E alla fine dice “Ci mancherà sempre quella paura che avevi tu. Ci resterà un peso in più”. L’assenza di paura diventa un grossissimo peso da portarsi appresso. Però non è che ora si debba star qui a spiegare e far la parafrasi, che è la morte dell’amicizia.
SENZA DI TE: È un pezzo che è partito alla grande in saletta. Poi si è fermato per mesi. C’era ‘sto ritornello che ci gasava un sacco, poi basta. Partiva il pezzo in sala, e finiva sempre dopo 25 secondi. Gran godimento, coito interrotto. Pian pianino c’abbiamo tirato fuori una strofa, ma quando fu ora di trovarci un cantato, niente. Tutto quello che ci veniva sembrava un pezzo scartato dal Liga. Eravamo alla frutta. Però avevamo il giocatore di scorta. Jacopo. Gli abbiamo mandato il provino, lui si è gasato, ha scritto il testo della strofa tipo in 7 minuti – lui fa quasi tutto tipo in 7 minuti -, poi un bel giorno è sceso a Correggio ed è venuto a registrare la sua bella cantatona. Senza Jacopo quel pezzo non avrebbe avuto una strofa. E neanche un testo. Che tra l’altro è un testo curioso perché avevo chiesto a Jacopo di scrivere qualcosa che andasse bene sia per una storia d’amore finita male ma soprattutto per un gatto che sparisce di casa. E lui ha eseguito alla perfezione.
300 LIRE: È l’unico pezzo del disco che ha una chitarra senza distorti. Dici poco: non è poco.
Nei ritornelli c’è una cosa che fa la chitarra che mi piace moltissimo, ed è questo pedalino che se togli il volume alla chitarra lui ti cambia completamente il suono. Frega? A me sì.
Il testo doveva essere una chiacchierata tra padre e figlia, ma poi non si capisce bene dove sia andato a finire.
Senti, ma voi cosa fate nella vita vera? Anche perché mi preoccupo un po’ per voi, visto che se vendete tutte le copie del disco vi mettete 34 euro in tasca a testa.
Esatto. Questo senza contare Luca (Benni, della To Lose La Track che fa uscire il disco). Peter che è il batterista, lavora con Albo che è il fotografo di LEGNA, ed è la parte tecnico/programmatizia della SOOLID, la loro agenzia di Correggio. Sollo, basso e voce, fa part time il proiezionista al cinema di Correggio, e tutto il tempo che gli resta gestisce l’Igloo Audio Factory – lo studio di registrazione dove abbiamo fatto LEGNA, di stanza a Correggio – fa il fonico a vari gruppi (Giardini di Mirò, TDOAK, etc) e suona in altri 5 o 6 gruppi. E io, chitarra e voce, Capra, faccio l’organizzatore teatrale con una compagnia che ha la sede a cinque minuti da casa mia, sulle montagne che portano a Zocca, che è il paese dove è nato Vasco.
Questa sembra una domanda un po’ così, ma in realtà è profondissima: per quale motivo suonate?
A me personalmente, vengon spesso in mente delle canzoni, dei giri. Sia quando sono in macchina che quando suono la chitarrina da solo a casa. E allora suono, ché finché non li suono per davvero qui giri lì continuano a rompermi i coglioni. Poi, son sincero – chiedilo a Sollo – dopo un tot di giorni che non facciamo le prove, a me viene la scimmia, e se non suono passo metà delle giornata a fare air guitar come i metallari quando andavo in discoteca che c’era la mezz’ora per metallari. Poi suonare è l’unica attività fisica che faccio. E mi gasa tantissimo. E quando ci si accorge che quello che fai (che ti gasa) arriva a gasare anche altre persone (quelle che ascoltano) allora si viene a creare tutto questo pioppeto enorme, pieno di piumini che finiscono nel naso, di cose morbide sotto ai piedi, “e si gode tutti insieme”.
Se diventasse un lavoro stabile, certo, ci sarebbero un sacco di cose belle in più (tipo che ci campi e che fai rivalvolare la testata ogni mese); e alcune cose più deprimenti, tipo il rischio di stancarti di caricare il furgone, di fare il check, di mangiare pizze fredde, e forse, alla lunga, di suonare. Ma è ovvio che son cose che si dicono perché, al momento, è impossibile stancarsi. Perché siamo giovani e belli e ci piace il volume.
Mi racconti del concerto più brutto che avete fatto in vita vostra, o la situazione più imbarazzante in cui vi siete trovati live?
Sollo: nel mio caso quando aprivamo a un concerto dei Red Worms Farm all’Aquaragia di Mirandola in cui mi si è rotta una corda del basso e non avevo le corde di ricambio. I Red Worms hanno due chitarre e zero basso quindi nessuno poteva prestarmi un basso quindi dopo il secondo pezzo (di quello che poteva essere probabilmente il nostro miglior concerto in assoluto e conta che eravamo super carichi) abbiamo finito di suonare. Puppa. Bello leggero.
C’è un gruppo italiano che eliminereste dalla faccia della terra, così, senza pensarci due volte?
Ma no. Ognuno fa quel che gli pare. Basta che si diverta per davvero. Ecumenismo.
C’è una cosa che trovate sempre nelle vostre recensioni, o una cosa che si dice di voi che vi dà fastidio? Cioè, questo è giornalismo di servizio: vi do la possibilità di far sentire la propria voce e smentire ciò che vi ferisce!
Capra: Siamo davvero stanchi che tutti si soffermino su quanto siamo sconsideratamente belli, senza prendere veramente sul serio la nostra musica.
Sollo: quando mi dicono sinceramente “oh gran concerto ves, ma davvero avete spaccato” e quando mi dicono così a me il concerto ha sempre fatto cacare.
Chi di voi è il divo del gruppo e che poi, quando sarete famosi, lascerà il gruppo e farà un disco solista?
Capra: Sicuramente sono io il divo del gruppo.
Sollo: Sì, Capra sta già facendo un disco solista per lasciarci disperati.
Concludo con una domanda seria di quelle che interessano gli appassionati di musica: che dischi avevate in mente quando avete immaginato il suono di LEGNA?
Capra: Io non avevo in mente niente. Però, dopo alcune chiacchierate fatte con Burro dopo che l’avevamo chiamato a produrre LEGNA, avevo capito subito che LUI aveva tutto in mente. Ed è stato così. Poi, un paio di dischi li si sono ascoltati più di altri, tipo Young Widows e Fu Manchu, ma Burro era arrivato allo IAF con in testa ben chiaro quel che avrebbe fatto coi nostri pezzi e un gran bel quadernone su cui scrivere tutte le sue manovrine.
Sollo: immaginati una valanga enorme che dalla cima di un monte ti sta arrivando addosso, e tu sei a valle, e non puoi muoverti, e sai che la fine è inesorabile però non puoi fare a meno di guardare sta roba che ti viene addosso, e la slavina arriva sempre più vicina, ma a una velocità di 10 km/h, tipo a rallenty, però è piena estate e non è una valanga di neve, ma di tronchi di legna, che ti arriva dritta in faccia. Ecco questo avevo in mente io.
LEGNA esce in fri daunlò l’11 di maggio qui
e in CD prodotto da TO LOSE LA TRACK il 27 maggio qui
verde
aprile 26th, 2011 § 1 commento
fino a 10 minuti fa il sole sembrava quello della scorsa estate in sardegna. lo stesso sole che “forse dovresti mettere il cappellino che ti ha regalato mia madre”. eppure adesso piove e tira un vento che non riesco quasi a chiudere il portone.
anna mi guarda dalla macchina con l’espressione seria che avrà sul suo volto tra una decina di anni. vado a tirarla fuori e con la coda dell’occhio noto che la vasca dei pesci è verde, di quel verde artificiale che solo un collutorio o la menta del supermercato. ma non può essere.
apro la portiera e la prendo in collo continuando a fissare la vasca verde. ci avviciniamo.
è morto dice lei.
no amore, è vivo.
certo, è morto.
no, anna sono tutti vivi, stai tranquilla.
ma invece è morto. anche se non è a galla. se ne sta giù fermo immobile come se ci stesse prendendo in giro. forse è morto.
certo che è morto papà.
quanti pesci morti hai visto, anna?
è il primo che vedo.
è bianco o pazzo? ho paura che sia pazzo perchè bianco è nell’altra vaschetta con rosso. mi piaceva pazzo.
piaceva anche a me.
continuo a guardarlo in quest’acqua di un colore innaturale. penso qualcuno è entrato e ci ha messo dentro del tantum verde e la annuso. non ha odore. l’avevo cambiata il giorno prima. magari non è morto.
è morto papà, pazzo è morto.
i pesci morti salgono a galla, non è possibile che sia morto.
settimana scorsa anche tu eri morto papà. eppure non te ne stavi a galla.
SOFT KILL | AN OPEN DOOR
aprile 18th, 2011 § 1 commento
non appena il digei suonava smel laic tin spirit c’era questo tipo che impazziva letteralmente. si gettava a torso nudo nella pista e tirava fuori l’uccello sbattendolo a destra e manca.
il curzio. lo chiamavamo il curzio cobaini.
poi c’era il larva che si rotolava in terra. il larva era scemo. un po’ perché si drogava moltissimo e un po’ perché pare che una volta abbia spacciato salvia per mariuanah. poi i tizi che l’hanno acquistata se ne sono accorti e lo hanno coperto di botte fino a mandarlo in ospedale.
al larva piaceva il crossover. reigiagheinsdemascin e daunset lo mandavano fuori di testa. giù in terra come una larva a manifestare tutto il suo entusiasmo.
a noi piacevano i noeffex e i ded chennedis. e il darc proprio non lo capivamo. e quando partivano i sister ov mersi e i bauaus ci sedevamo a guardare le tipe con le calze smagliate ovunque e i ragazzi magri alti con le zeppe che facevano tre passi avanti e alzavano la gamba e tre passi indietro e rialzavano la gamba.
quanto ci hanno rotto il gatto i giri di basso e la batteria alla gioi diviscion?
e poi basta con ‘sti anni 80 e il medioevo che non è mai finito, ‘ste voci profonde cavernicolone e le tastierine suonate dalle rigazzine coi tratti nipponici.
non riesco a smettere di ascoltare questo disco.
oggi zan zan mi fa, oh che cos’è ‘sta merda? e allora ho messo le cuffie.
non c’è niente di nuovo qui. è darc suonato medio, con dei giri talmente sentiti e risentiti che ti si piazza in testa e non ti molla più.
maurizio dice che è meglio havah. secondo me havah c’entra poco. i suoni sono puliti, la chitarra potrebbe avere una corda sola nella maggior parte dei pezzi e tutto si sente bene in modo brutto.
io non lo capisco se ‘sto disco fa schifo o è bello. fatto sta che son qui che continuo ad ascoltarlo come un cretino invasato. e mi sento un po’ come il larva e il curzio. e fuori c’è pure il sole.
qualcuno mi dica di smettere. non vi sento, ho le cuffie.
quand’eravamo bambini io i dark li avevo visti solo sui fumetti. c’erano quei due paninari seduti sulla panchina. va’ il dark come legge in fretta il giornale. per forza legge solo i necrologi. e poi c’era quel gioco che si faceva nel piazzale delle scuola. imitare i passi degli animali per raggiungere il castello. il passo del gambero era un po’ in avanti e un po’ indietro. ciononostante a volte al castello ci arrivavi per primo. ecco il tuo ballo del dark era come il passo del gambero. sembra che non vada da nessuna parte. un po’ avanti e un po’ indietro. eppure arriva. il disco dei soft kill è un disco che fila tutto uguale. è un disco che non sale mai. che va un po’ avanti e un po’ indietro. eppure va. senza climax. e dici è tutto qui? con un motivetto da mugugnare a bocca chiusa. il dark è tutto un giocare con le aperture. come una di quelle tende a soffietto e tu stai lì a tirare la corda per governarne gli spiragli di luce. c’è il dark tutto chiuso, torbido e cavernoso. e quello tutt’aperto, nitido paillettato, d’un nero abbagliante. e infine c’è quello che sta esattamente in mezzo. soft kill. tre passi avanti e tre passi indietro. e una porta (non completamente) aperta.
record store day
aprile 11th, 2011 § 1 commento
tu ci andavi nei negozi di dischi? da rigazzino dico. sei costì? no, scusa. ci sono ora. ero al negozio di dischi, appunto. daero? adesso? a comperare cosa? ho chiesto per motorpsycho, il live nuovo. ma esce il 29 aprile dice. io di loro compro ancora tutto. oggi c’era quello che assomiglia a un ewok. a me loro mi stanno simpatici. poi c’è quell’altro che io dico che è suo fratello solo perché ha la barba anche lui. e allora insieme sembrano i bushwackers. e poi c’è anche un terzo, che però non c’è mai. lui è come il terzo zztop senza barba. e nulla ho preso il biglietto per gli arcade fire a milano a luglio. maiala. non vedevo un concerto grosso dai pearl jam del ‘96. io ho visto i coldplay 10 anni fa al palasport con marchetti e la barella. nonostante fossi innamorato e lui lo fosse più di me che si era appena messo con quell’attrice bionda che ha fatto il film della metropolitana da cui poi ruggeri ha tirato fuori quel capolavoro di programma che è il bivio. ecco, nonostante tutto questo quel concerto è stato poco più decente di tirarsi un cazzotto fortissimo sulla fava. ne verrà fuori un telegrafo, lo sai? lo so. io l’ultima volta che son stato in un negozio di dischi è stato a nuova iorche un mese fa. sai che per me i negozi di dischi in realtà sono quel periodo dei dischi usati. come la tappa fissa da rossetti a scartabellare i ciddì come un domino. ti ricordi? che un giorno lui ti aveva preso dapparte e ti aveva detto ho un disco per te e aveva tirato fuori il disco dei rage against the machine e vista la tua faccia ci era rimasto poi male. e ancora le capatine da psycho mentre tornavo a casa che era bello, che aveva sia i vinili sia l’usato, o le trasfertone a metropolis in via padova, in autobus l’ultimo tratto, o a piedi che la metropolitana arrivava solo fino a un certo punto, ascoltando i dischi dei sonic youth nel lettore cd portatile. e poi in centro me li facevo tutti. anche quelli brutti. virgin, le messaggerie. anche sotto da mariposa. oppure più in là verso casa prima buscemi, che non ti faceva ascoltare nulla, poi pure supporti fonografici in fondo e tutti i libracci. sempre. e poi sai cosa facevo? cosa facevi? faccio un nescafè lo vuoi? andavo da ricordi che ci vedevo sempre zuzzurro di zuzzurro e gaspare ma in borghese senza impermeabile e dopo l’incidente che aveva un po’ la faccia di takeshi kitano poraccio. e per me quel periodo era rifarmi le discografie di quei gruppi ammezzati. ammezzati? sì, perché da rigazzini si compravano scaglionati i dischi che non si aveva tanti soldi. questo lo prendo io e questo lo prendi tu. tipo ginella maledetto lui ha preso pisces iscariot e io siamese dream. che a me piace di più pisces iscariot. solo che siamese dream era uscito prima e non potevamo saperlo. non poteva saperlo di certo lui che gli ho dato del maledetto. siamese dream è il primo disco che ho comprato senza delega. ci sono andato io direttamente un pomeriggio prendendo il pullman. da papermoon, lo stesso in cui sono stato oggi. tutti i miei dischi ce li ha brenda. tutti tutti tutti. io non possiedo niente. ho solamente un cane una figlia e dei dischi. ma i dischi ce li ha brenda. a volte vorrei che avesse mia figlia. e invece ha i miei dischi. e allora più avanti volevo ricomprarmeli quelli belli che mi mancavano. solo che mica ce li avevo tutti quei soldi ancora. e allora facevo la lista della spesa così a occhio, no? e allora li guardavo, li soppesavo e alcuni sai che facevo? tipo quelli che ce n’era solo una misera copia? cosa? li nascondevi? io lo so che li nascondevi. li portavi nella sezione musica etnica. esatto. che lì ci vanno solo i matti e le professoresse di religione. sì, oppure li infilavo con nonchalance in mezzo a dischi con tantissime copie. che uno pensava che fossero tutte dello stesso tipo a scartabellarle e invece nascosta c’era la perla. che c’era pure da fare attenzione. a non mostrare troppo entusiasmo quando scovavi il disco che volevi. quello che avresti parcheggiato altrove. dovevi essere omertoso quanto un cercatore di funghi. ricordo gebhardt plays himself. che era appunto il disco solista del batterista dei motorpsycho. costava trentacinque mila lire. stigatti. e allora l’ho messo in mezzo al black metal. be’ però rischioso. vero. uno che si chiama gebhardt è credibile come cantante black metal. ma in copertina c’è lui col banjo e in testa tipo un borsalino o uno di quei cappelli da telegramma cantato. però dentro c’è del gran gutturalone e delle gran chitarre zanzarone. no, c’è proprio il banjo. quando andavo al liceo a firenze al michelangelo in pieno centro facevo spesso forca. mi ricordo che al concerto dei deus e soulwax ai magazzini ti avevo chiesto cosa si diceva a firenze per interrompere il gioco. mi avevi detto spigo. non c’entra un gatto qui. si parla di forca. e infatti mi han sempre rimandato e bocciato una volta. e ho rischiato altre volte finché mia mamma non mi ha mandato dai preti. quando facevo forca andavo in piazza san marco. c’era un negozio di dischi che si chiamava piccadilli saund. conoscevo il proprietario benissimo ormai. e quando non andavo a scuola andavo lì a dare una mano. rimettevo apposto i dischi. gli andavo a comprare il caffé. traducevo i clienti stranieri che chiedevano bocelli e eros ramazzoni. e a fine giornata mi beccavo mezzo disco. nel senso che poi la volta dopo alla fine mi avrebbe regalato un disco. insomma un disco ogni due forche. una mattina entrano due signori. una coppia di una 50ina di anni. e si mettono a scartabellare tra i dischi punk. poi il signore prende su la copia di agheist de grein e dice questo è il gruppo di mio figlio. e marcello fa tutto stupito e eccitatone macchì?! bret ghereviz? e il tipo fa si col testone e va via. e marcello rimane fermo immobile a guardare verso la soglia appena attraversata dalla coppia con la fissità del macigno nello sguardo per dei lunghi interminabili secondi. al che gli faccio oh, marcello? e lui continuando a guardare la soglia con la stessa espressione scema dice avrei dovuto chiedergli l’autografo. “to marcello, sincerely brett guerewitz’s daddy”. ma che autografo sarebbe stato? poi mia mamma quando è venuta a vivere a milano e ha fatto il trasloco ha trovato dietro il mio stero il libretto delle giustificazioni di quando andavo al michelangiolo. pieno di firme di mio padre. fatte da me. oggi ho portato bianca a fare il vaccino contro il morbillo. ha pianto? io ho pianto quando mi hanno fatto l’antitetanica sul culo e l’infermiera mi ha dato uno schiaffo. in faccia, non sul culo. io l’ho odiata tantissimo. e di più quando nessuno mi ha creduto quando l’ho detto a casa. ha pianto tanterrimo. il fatto però non è questo. siamo arrivati e zan mi fa (senza razzismo alcuno ma col suo fare cinico che amo): come mai ‘sto posto è sempre pieno zeppo di negri? e io rido. e lei tutta seria mi fa no, no davvero. è sempre un crogiuolo di negri qui. poi entriamo e ci mettiamo ad aspettare. e ci sono due sale comunicanti attraverso una porta aperta. noi siamo nella sala dei trolls. ci sono un papà con la figlia brutta e entrambi i nonni che dicono cose a caso ma per di più imbarazzanti. una coppia di signori grassi con un’età indefinita tra i 22 e i 57 anni. con un figlio che è identico a suo padre però in miniatura. e intendiamoci, suo padre non è proprio un bell’uomo. e poi c’è una signora magrissima talmente magra che su di lei i fusò paiono dei pantaloni da repper. ha un figlio di 5 anni e continua a presentarlo a chiunque. senza motivo. le vorrei dire signora, molto sinceramente, m’importa una sega se suo figlio si chiama francesco. anche il bambino pare imbarazzato. nell’altra sala invece c’è una big mama nera vestita con i colori dei pappagalli tropicali con due bambini neri e accanto c’è una coppia di ragazzi di una trentina d’anni coi tatuaggi i pantaloni larghi gli orecchini e le camicie di eicenèm. e lui continua a sedersi accanto alla big mama e gioca coi bambini neri in maniera ostentata. e io e zan ci scopriamo a fissarlo un po’ infastiditi. pare che voglia dimostrare a tutti i costi che per lui non c’è alcuna differenza tra un bambino bianco e uno nero. la cosa triste è che sembra che lo voglia dimostrare a se stesso. allora zan mi fa quella dev’essere la sala dei PER FORZA BUONI. ho riso tantissimissimo. ecco, quel tipo secondo me lo troveresti nella sezione musica etnica. sabato 16 aprile si celebra il record store day. evento per supportare i negozi di dischi indipendenti e non appartenenti alla grande distribuzione. per ulteriori informazioni cliccate sul link. c’è pure un videomessaggio di ozzy.
CRASH OF RHINOS | DISTAL
aprile 4th, 2011 § 7 commenti
quando a fine anni ’90 ho conosciuto pilipella noi la musica si ascoltava così.
lui stava in pastèr accanto a raiot. è lì che ci siamo incontrati la prima volta. eravamo convinti che i gheràp chiz li conoscessero 7 persone e che gli emo daiaris fossero belli.
lui aveva sempre un sacco di merendine e succhi di frutta in cucina e almeno un par di canne nascoste nei calzini. diceva che lo zerinol fa molto più effetto se lo butti giù con un bicchiere di succo alla pera. così quando ero raffreddato andavo in cucina e mi servivo da solo.
io arrivavo con lo zaino pieno di cd e ancora non sapevo di preciso come si usasse internet. lui schippava veloce il pezzo che “oh ti devo troppo far sentire un pezzo che ti farà accapponare la pelle” e arrivava direttamente al gancio. il gancio è il momento che poi quello sarà il pezzo con quel gancio lì. per esempio il gancio di bec en tu de left dei tecsas is de rison è quando nella parte strumentale si sente lo uh! in lontananza e poi cominci a bangheggiare il testone come uno scemo invasato. però non mi devi far sentire solo il gancio pilipella. non schippare maremma cane. ascoltiamo tutto e quando arriva il gancio mi punti il dito e me lo enfatizzi così no? io dico sì. e invece lui andava diretto al bello. con quel suo ditone che invece di essere puntato al cielo era piantato sul foruard. e quando arrivava il momento pelle d’oca mi si stringeva tutto nelle spalle e faceva la faccia tenera tenera e per tanto così non si limonava.
e poi si cresce e la musica cambia e gli emo daiaris fan cacare a spruzzo sui soffitti e i gheràp chiz per quale diavolo di motivo si son riformati lo sa solo satana.
pilipella ha il diabete e a me fa male il collo se non dormo su un cuscino non troppo alto ma nemmeno troppo basso. corro dietro a mia figlia in cucina per cercare di farle ingurgitare più proteine possibili e alla radio passa ligabue e io alla fine non sto nemmeno a cambiare stazione e me la canto anche le donne lo sanno.
questo disco qui dei cresciov rainos è come tornare in pastèr adesso a 35 anni e puntare il dito come se non ci fosse un domani. è un disco senza moda e senza tempo suonato da 5 guasconi fighissimi con cui sono cresciuto sia musicalmente che come persona. li ho visti sudare sulle chitarre davanti a 20 cristiani, ballare nudi come vermi sopra un furgone, svegliarsi in mutande sul pianerottolo di una casa sconosciuta, pisciare sul futòn dell’ikea di un amico, preparare il tè in una cucina zozza con una finestra che affaccia sul cortile di un’agenzia di pompe funebri, ubriacarsi fino a diventare affettuosi in modo molesto. ho visto l’ultimo concerto dei little explorer. io c’ero. quello era un gruppo enorme conosciuto da pochi. i cresciov rainos sono un gruppo enorme che tutti dovrebbero conoscere. chi non scarica questo disco e non lo ascolta almeno una volta ogni 2 giorni è un matto senza senso. ah, un altra cosa. maurizio di triste è un mio amico per cui pare che son di parte. ma sto disco ha un suono che è una megabomba del gatto. ecco lo ha registrato lui. per cui d’ora in avanti io dirò maurizio, quello che ha registrato distal.
love is like a rhino, short-sighted and hasty; if it cannot find a way, it will make a way. – femeref adage
una scuola di pesci. una truppa di babbuini. un’imboscata di tigri. una torre di giraffe. un parlamento di gufi. un balletto di cigni. un barile di scimmie. un mazzo di fagiani. un pandemonio di pappagalli. un tremito di cobra. un bricco di falchi. un brivido di squali. uno schiocco di meduse. un palmo di muli. un bisticcio di gabbiani. un tuono di ippopotami. una maschera di procioni. uno schianto. un fracasso. una carica di rinoceronti. crash of rhinos. la notizia dell’uscita dell’uscita di distal mi è arrivata mentre leggevo sul venerdì un articolo sul ripopolamento dei rinoceronti. e, nonostante la giornata lo concedesse, non si trattava di un pescione d’aprile con tre occhi. sì, perché il disco dei crash of rhinos è stato talmente così tante volte prima annunciato e poi rinviato (manco fosse chinese democrazy), che ormai qualcuno pareva aver perso le speranze. il tutto era architettato ad arte: l’uscita infine posticipata a quest’anno perché, secondo l’oroscopo cinese, il 2011 è proprio l’anno del rinoceronte. no, non controllate. non cercatelo. me lo sono inventato. e da allora, da venerdì, distal non ho ancora smesso di sentirlo (con lifewood, e un intro a là mineral, ad oggi il mio pezzo preferito: manco a farlo apposta con quel titolo lì). e sì, è vero: tornare indietro nel tempo è un bel luogo. farlo va bene. senza patetismi. e ogni tanto fa bene. i crash of rhinos sono un quintetto di derby, midlands, inghilterra, formatosi nel 2008 dopo le esperienze di the little explorer, the jesus years e the removals. sono come un amalgama sincero e diretto di una manciata di gruppi. lavorando per sottrazione: come i casket lottery, ma meno cervellotici; come negli hot water music, ma meno sozzi; come gli small brown bike, ma meno rancorosi; come negli american football, ma meno eterei; come nei cap’n jazz, solo meno matti. e per fare invece un solo nome che valga da sintesi, allora scelgo di sicuro gli spy versus spy, loro conterranei. (o per parlare di gruppi ancora in vita potrei dire che, qualora sorpresi da un temporale, potrebbero condividere strettistretti la stessa tettoia con this town needs guns e algernon cadwallader.) distal è un disco tirato e dilatato. di continue variazioni all’interno del solo brano. un disco di crescendo e stacchi improvvisi. e di lunghi interludi strumentali. niente strofe. niente ritornelli. molti ponti e poche ripetizioni. tempi storti geometrici più che matematici (per sfatarne la complessità). e continue alternanze. come un elastico teso e poi allentato, e teso nuovamente e fatto scattare come una fionda (è la carica dei riconoceronti). un disco di reiterati arpeggi su due corde. e poi accordi di ottave. riff hardcore di brevissima durata. e di esplosioni distorte. una batteria costantemente inquieta che si concentra bene sui piatti. e due bassi. semplicemente perché due di loro volevano suonare il basso. fatto che però permette di utilizzare lo strumento come una chitarra, ad accordoni ed arpeggi, e far sì che si occupi anche della linea melodica. dentro una tavolozza di umori da cui continuamente attingere. e così voci (cantano tutti e cinque) sommesse e voci urlate. voci appena stonate. voci svogliate ma mai dinoccolate. cadenzate ma mai languide. con poche armonizzazioni. e molte, molte voci corali. quelle da pub e abbracci laterali multipli. sono melodie dall’aria fiera. e da pugni scossi, a brindare come nella morra. oppure melodie commoventi e rabbiose. da dondolio del corpo. e dito puntato più in alto che puoi. e di quei sorrisoni che fanno star bene. i crash of rhinos sono tanta pancia e cuore. distal esce oggi in versione vinile (doppio dodici pollici) per triste. ordinatelo scrivendo qui: robatriste@gmail.com potete sentire e scaricare il disco secondo la formula fatevoilprezzo su bandcamp. ascoltatevelo. è tutto.
telegrafo 06
marzo 31st, 2011 § 2 commenti
il bagnotto di casa nostra. bagnotto perché c’è il divano e il tavolino e le sedie allora è un bagno salotto. ci ha il water con dei seri problemi di sciacquone. non so come mai ma tutte le volte che io faccio la cacca devo tirare lo sciacquone senza esagerare 12 volte prima che lui se la porti via. solo che già dopo due volte lo sciacquone ha bisogno di riposarsi e non ce la fa. allora torno a lavorare e poi quando vado in bagno trovo il mio treno di merda che mi guarda quando apro la tavoletta per fare pipì o gettare un fazzoletto moccioso. allora ritiro lo sciacquone un paio di volte. ma lui sta sempre lì. ogni tanto, abbastanza spesso, capita che il mio treno di merda saluti zan zan. che si sfava tantissimo e urla faiiii schiiiiifoooo. e io rido e allargo i braccioni e dico che non è colpa mia. e lei dice che i miei treni son troppo grussi e che dovrei spezzarli. e io le dico tu sei matta. e lei dice non me ne frega un gatto io non voglio trovare i tuoi stronzi nel cesso. giustamente. e mi suggerisce sempre di tagliarli in due con lo scatizzolamerda. ma io non lo faccio mai che mi fa schifo. pare di essere il bambino che infila il raudopinolo nella cacca di cane sul marciapiede. ieri è successo di nuovo. mentre ero qui su scaip con te. ho sentito urlare faiiiii schiiiiifo. e subito dopo zan zan è entrata in veranda dove lavoro. e facendo il gesto di chi spezza un tronco di legna con il ginocchio mi ha detto a cantilena la devi spezzaaaareeee!! ho riso moltissimo.
Dollar Cinema Montreal | Tommaso Ranzana
marzo 29th, 2011 § 2 commenti
la prima volta che sono andato al cinema a montreal sono andato a
vedere the black swan perchè me ne aveva parlato bene ascella. 14
dolli al banque de scotia nella parte vecchia della città. il prezzo
era piuttosto milanese, ma avevo i soldi che nonna mi aveva dato per
comprare una giacca pesante per il canada. ieri avevo voglia di andare
di nuovo al cinema, però non è che posso spendere 14 dolli a botta, a
meno che non ci sia un motivo più che valido, come ad esempio il
cunilingus di mila kunis a natalie portman, dunque mi sono messo a
digitare su google cose come “cheap cinema montreal”, “cheapest cinema
montreal”, “win a free cinema ticket in montreal” e così via. tra i
primi risultati compariva sempre “dollar cinema montreal”, dove il
biglietto sembrava costare 2 dolli e dove davano the fighter e tron.
che culo – penso – e scarico la mappa per arrivare al posto. la
stazione di metropolitana più vicina al dollar cinema e “namur”, la
penultima della linea arancione verso cote vertu, situata a lato della
superstrada e circondata da gente povera. mi metto a camminare
seguendo la mappa, pensando soltanto a non pensare alla ragione per
cui sto camminando da solo a fianco della superstrada, in una zona
desolata, su una discesa che va verso un sottopassaggio, in un buio
quasi pesto, in un paese straniero e senza documenti. arrivo al 6990
Blvd. Decarie, e l’ampio parcheggio completamente vuoto mi fa
insospettire, tanto quanto l’insegna SEARS laddove sarebbe più logico
ci fosse quella “dollar cinema”. ma il numero civico è quello, dunque
entro al supermercato. non c’è nessuno. dico all’unica persona nei
paraggi che sto cercando il “dollar cinema” e lui mi risponde <<in
fondo a destra>> puntando con la mano verso un punto in fondo a
sinistra. vado dritto in mezzo al corridoio per evitare che si offenda
e mi spari con la pistola, e probabilmente è esattamente questo il
piano di chi ha scritto su internet che c’è un cinema in mezzo al
nulla con il biglietto che costa due dolli; e io ho abboccato. invece
no: in fondo a sinistra c’è davvero un’insegna con scritto “cinema”, e
questo significa che c’è veramente un cinema dentro un supermercato. il
pavimento è ricoperto da una moquette stellata, l’arredamento sembra
non sia stato toccato dagli anni 70. Dietro al bancone, ma soprattutto
sotto un altorilievo dorato di un dollaro canadese grosso quanto una
zucca, c’è il responsabile del cinema: un signore sui 50-60 anni che
sembra aver trovato un compromesso con una tintura per capelli nero
corvino che tende decisamente a favore della tintura. dollar tintura.
mi fissa con gli occhi violacei e mi chiede <<is it your first time
here, sir?>>, e io ci dico di si, e lui borbotta qualcosa tipo
<<hmm..wow sir>>. dice che questo è il cinema con le sale più grandi
di montreal, e indica due insegne di quelle con le lettere di plastica
con scritto “cine 1″ e “cine 2″ e i titoli dei film in rotazione. Io
gli faccio notare che “the fighter” non compare tra i titoli sulle
insegne. lui risponde che the fighter è in sala 3, la sala più nuova
di tutte, e mi suggerisce di andare a dare un’occhiata a che bomba
sono le sale più grosse di montreal mentre aspetto che la gente esca
dallo spettacolo del pomeriggio in sala 3. nella sala cine 1 c’è un
film con ashton kutcher ma non capisco cosa sia, capisco però che
quello non è sicuramente il cinema più grosso del mondo. alla mia
sinistra riconosco nel buio delle sedie pieghevoli, che hanno in
comune con quelle del cinema il fatto di essere pieghevoli, ma che per
il resto sono comuni sedie di plastica da giardino. torno a sedermi
sui divani nell’atrio. dopo dieci minuti il tizio al bancone va ad
aprire la porta della sala 3. la gente comincia ad uscire mentre io,
due vecchie e tre ragazzotti ci avviciniamo. l’interno della sala 3 è
uno spettacolo commovente: lo schermo, grande quanto una finestra di
ghisa che dà sulla stazione centrale, invece che essere posizionato
lungo la parete è messo in diagonale in un angolo. la ragione è
semplice quanto sconvolgente: la stanza, piccola, è fatta a V, e i
sedili sono disposti in due file perpendicolari l’una all’altra,
adiacenti all’angolo del muro. l’effetto è quello di due corridoi che
si incrociano, e lo schermo è all’incrocio, così che quelli della fila
di quà vedono lo schermo ma non quelli della fila di là, e viceversa.
comincio a credere di aver speso quei 2 dolli per una causa
nobilissima. mi metto a sedere in seconda fila corridoio di destra e
noto che in questa stanza il motivo della moquette si arricchisce di
nuovi particolari: stelle e raggi laser. sulla parete c’è una scritta
in caratteri adesivi dorati STEREO SURROUND SOUND. il tizio con la
tintura entra in sala, squadra la situazione, si avvicina allo schermo
ed esclama <<fasten your seatbelts, this room rocks>> e mentre con la
mano sinistra mima un’onda, con la destra inserisce un dvd nel lettore
che sta sopra un tavolino di radica davanti allo schermo. mentre seguo
con lo sguardo i suoi movimenti (e cerco di capire se sta facendo sul
serio) vedo che dal tavolino di radica parte una fila di luci di
natale che continua sopra tutto il battitappeto della parete di
destra. dollar fire exit route. probabilmente.
oramai il film non ha più importanza, ho già esorcizzato la paura di
morire e quella di essere povero e sono soddisfatto. vedere due tre
cazzotti di uno povero che lotta per sopravvivere non aggiungerà
niente alla serata. dopo una ventina di minuti comincio a sentire
qualcuno che russa, ma non riesco a vedere chi è, perchè è nell’altro
corridoio. in compenso dal fondo del mio corridoio arrivano un paio di
scoreggie e qualche rutto, seguiti individualmente da grandi risate.
quando finisce il film e torno nell’atrio, il proprietario mi porge il
pugno e io gli ci dò un pugno in segno di rispetto. gli dico che
tornerò sicuramente, e mi rimetto il cappotto. ovvio che lo farò,
penso, mentre con la coda dell’occhio lo vedo appartarsi dietro gli
scatoloni dei poster con una ragazzina.
quel gran genio del mio amico
febbraio 24th, 2011 § 2 commenti
stamani sono andato a ritirare la macchina dal meccanico. aveva qualcosa ai freni di dietro. quando mi ha detto i freni di dietro io ho subito pensato alla bicicletta che adesso non ricordo se stanno a destra o a sinistra sul manubrio quelli dietro ma comunque sono quelli che devi tirare per evitare di capottarti. solo che nella macchina c’è solo un pedale da pigiare mica due. una volta ginella aveva guidato la smart di un nostro amico che aveva sonno e così gli aveva dato il cambio in autostrada. e la smart mica ce l’ha la frizione ma lui non ci aveva fatto caso che tanto in autostrada è tutto dritto senza incroci e allora vai di acceleratore. e arrivato al casello pensando di scalare ha affondato per bene il piede su quella che credeva essere la frizione e invece era il freno. la smart ha rischiato un fosbury alla sbarra del casellante. e l’amico che aveva tanto sonno si è svegliato di colpo che credeva di morire di morte. io seguivo il tutto da dietro con la mia di macchina. un po’ sgranando gli occhi un po’ ridendo. dal meccanico però non ce l’avevo portata per il freno di dietro. è come quando accompagni al provino quella tua amica e invece prendono te. ce l’avevo portata per controllare i fumi. il fresia che è il mio meccanico mi fa vedere le ganasce che ha sostituito. paiono morsicate dalle streghe. e lo fa con molto orgoglio come il chirurgo che ti sventola davanti i tuoi calcoli renali chiusi in un barattolo. a me piace stare in officina di solito. ci sono tutti quei catini che pare che abbia piovuto dentro olio dal tetto. lui è uno di quelli che ti saluta porgendoti il gomito. una volta me l’ero messa pure io una di quelle tute da meccanico poi mio fratello mi aveva detto che somigliavo a tomas milian. il fresia invece ricorda un po’ ivan graziani. credo anche senza tuta. e mi dice che mi ha sostituito anche un pezzo della marmitta. e allora mi fa andare sotto una macchina sospesa nel vuoto e mi indica quel pezzo. io pensavo che la marmitta fosse lunga venticentimetri e invece è lunga tipo l’intestino crasso. o quello tenue. non lo so. e allora il fresia inizia anche lui un micropippone sull’origine delle marmitte e si dirige sul retro dove mi va a prendere quello che dovrebbe chiamarsi bruciafiamme. ne sa riconoscere l’età come un biologo. sul retro ci sono le luci al neon quindi non torna subito. alla radio c’è un pezzo di springsteen che parla di promesse. quando torna una vecchia lo sequestra prendendolo sottobraccio. la sua macchina dice è un po’ più alta a sinistra rispetto a destra. il paraurti è tutto scocciato da un nastro che sembra quello usato per legare gli ostaggi alla sedia. il fresia passa la mano sulla carrozzeria. poi ci dà un’occhiata più generale e insieme più convinta. io vorrei solo le mie chiavi per potermene andare. però la macchina sembra apposto. il fresia ne è convinto. tu che dici mi chiede? anche a me sembra apposto. si fermano a guardarla anche i passanti. la vecchia dice non lo so mi sembra più alta di qui però adesso non vedo neanche bene perché mi sono caduti gli occhiali e si è spostata la lente. e ci infila il pollice dentro per farci vedere. e allora il fresia le dice che magari è la lente che la fa sembrare più alta che le sbalza la prospettiva. e la vecchia dice: dice? e gli porge gli occhiali. glieli vuole far provare. e il fresia toglie i suoi e mette quelli della vecchia. e si vede proprio che la lente sta fuori. ecco dice la vecchia allora devo andare a farmeli mettere apposto. e per un attimo credo che gli voglia chiedere se lui li sa aggiustare. con un cacciavite in mano fa miracoli. e io ho la bronchite e magari lui saprebbe cosa fare. che sarei anche di fretta. rivoglio solo le mie chiavi. per la gola magari ripasso.
Un uppercut controvolere | Michele Camorani
febbraio 18th, 2011 § 6 commenti
enrica è una signora, non una di quelle che potrebbe essere mia madre, ma di quelle che potrebbe essere l’amica più giovane di mia madre. quel tanto che basta per creare la situazione in cui lei mi dà del “tu”, io le do del “lei”, e lei mi dice “ma non darmi del lei”. è in gamba e gentile quanto basta, non dà troppa confidenza però è in gamba, quando vado a comprare delle cose nel suo negozio mi offre aiuto, tipo l’ultima volta avevo un paio di scatoloni un po’ pesanti da portare in macchina, e enrica, come sempre si è offre gentilmente di darmi una mano. direi che fisicamente è magra, però ha una particolarità: un seno che pare tipo un coppia di mappamondi di quelli che si illuminano e diventano politici. nel goffo tentativo di mettere lo scatolone più grande nel retro della mia macchinina a 3 porte mi scivola da una mano. tutta la pressione che il pesante parallelepipedo in cartone esercita sulla mia mano all’improvviso svanisce, e, come ci insegna la fisica, la mia mano che per sorreggere la pressione esercita una forza contraria pari al peso dell’oggetto, all’improvviso si ritrova a schizzare verso l’alto. in questo forsennato tragitto verso l’etere trova L’INTRALCIO: un tettone di enrica. praticamente enrica che mi era molto vicina riceve esattamente un cazzottone sul tettone sinistro che le sbatte sulla faccia facendo un rumore sordo, ci mancava solo che nell’azione io urlassi “shoriuuuken”. lei emette un urlo molto breve di durata ma estremamente sgraziato e acuto. tipo “arh”, di gola. “oooooommmmiodddddiooooo scusa enrica”. si tiene una mano sulla tetta e con la voce affannata dolorante mi dice “non è niente non è niente” – voglio morire – continuo a chiedere scusa mugugnando frasi di circostanza, e senza guardarla in faccia risalgo in macchina e me ne vado.























